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Rassegna stampa


Il pensiero. Una ragnatela a maglie larghe
Franca D'Agostini

La questione della "responsabilità" nel lavoro filosofico e l'oggettività di un pensiero che, balzato fuori dalla mente, pare farsi inafferrabile. Edito dal Melangolo, nella traduzione di Eva Picardi, "La natura e il futuro della filosofia" di Michael Dummett

Nelle prime pagine della sua importante messa a punto su La natura e il futuro della filosofia pubblicata dal Melangolo (pp. 153, L. . 25.000), con traduzione di Eva Picardi, Michael Dummett ci presenta due studiosi "in poltrona": un matematico e un filosofo. Entrambi si occupano di una cosa che non è propriamente una cosa, e che tuttavia è profondamente reale: il pensiero. A differenza degli psicologi, per i quali il pensiero è anzitutto il processo soggettivo del pensare, ossia per esempio (secondo Freud) l'energia che ci spinge a parlare, a immaginare e a sognare, i filosofi e i matematici trattano di un pensiero divenuto "oggettivo", balzato fuori dalla mente. Possiamo aggiungere, spingendoci un po' più in là rispetto a quel che Dummett dice: entrambi trattano di un insieme di oggetti-concetti, entità eteree, pure, spesso quasi inafferrabili e per lo più suscettibili di infinite combinazioni e ricostruzioni, che viaggiano nel linguaggio e nel calcolo e si trasmettono e si tramandano nella storia.
Nietzsche chiamava questi oggetti incorporei, tipici del lavoro filosofico a partire da Socrate e Platone, "gli ultimi fumi della svaporante realtà": "come l'umanità ha dovuto prendere sul serio le cerebrali sofferenze di questi malati tessitori di ragnatele!", scriveva sarcasticamente in celebri pagine del Crepuscolo degli idoli. Ci si può chiedere legittimamente che cosa facesse in realtà Nietzsche stesso, dopo le solitarie passeggiate sul lungomare tra Zoagli e Rapallo, o sulle montagne di Sils Maria. E' ovvio che anche lui tesseva ragnatele, ossia legava e slegava concetti e si "affumicava" il cervello, avvolgendosi negli ultimi fumi della svaporante realtà. Come poteva essere diversamente? Cogito ergo non entia coagito, scriveva Michelstaedter.
Il progetto filosofico di Dummett, come si è sempre sviluppato a partire dall'incontro giovanile con l'opera di Gottlob Frege - iniziatore della logica moderna, e grande ispiratore della filosofia analitica del linguaggio - è solidamente centrato su questa consapevolezza, sulla chiara percezione della natura non empirica e non mentale dell'oggetto filosofico. A partire di qui Dummett non soltanto ha polemizzato e tuttora polemizza con i filosofi analitici di impostazione "naturalistica", come i seguaci di Quine, ma ha anche dato una originale e molto influente interpretazione dell'origine della filosofia analitica nel pensiero europeo tra Ottocento e Novecento, in un famoso libro del 1988, Origins of analytic philosophy, da poco ristampato da Einaudi con introduzione e traduzione di Eva Picardi.
Sorgono però spontanee due domande. Primo: se la filosofia è coagitare non entia stando in poltrona, che ne è della responsabilità del lavoro filosofico, ovvero: che ne è della filosofia che si adopera a trasformare il mondo e non si limita a interpretarlo? Secondo: che cosa sono realmente questi oggetti-concetti con cui hanno comunque a che fare i filosofi, anche quelli che fingono di disprezzare il concettuale e di preferirgli il grande regno delle metafore, dei sogni, delle narrazioni e dei miti?
Quanto alla prima domanda, va considerato che le vie della trasformazione filosofica del mondo sono a volte imperscrutabili. Bertrand Russell cominciò con i fondamenti della matematica, poi finì in prigione per le sue stimabili idee politiche, e spese molte energie su temi sociali. Ma se ricordiamo che proprio il lavoro sui fondamenti della matematica è stato uno dei presupposti della grande rivoluzione informatica, ci rendiamo conto che la filosofia pura di Russell trasformò il mondo ben più del suo pensiero politico. Si può certamente fare filosofia e politica, ma è probabile che trasformare il mondo "con la filosofia" significhi anzitutto: usare responsabilmente gli strumenti professionali e tecnici della filosofia, eventualmente anche il pensare "in poltrona" e il non entia coagitare.
E'un problema complesso, che non si riduce a questo, ma la posizione di Dummett, che implica in ultimo una strenua difesa del valore del pensiero puro, e della teoria, è tanto più importante se si ricorda che l'insistenza sull'operatività del trasformare, con relativo sacrificio del pensare, è alla base di molti disguidi, non soltanto della filosofia ma di una parte congrua della cultura contemporanea. Una profonda svalutazione (e sottovalutazione) del ruolo delle idee e della teoria è alla base di un lungo percorso, che dal primato kantiano della pratica per vie pervertite arriva fino alla pragmatizzazione televisiva e mediatica del pensiero. Forse (soprattutto per i filosofi di formazione continentale) è davvero il momento di tornare a pensare, di rivedere i fondamenti e le premesse del nostro dissestato discorso teorico, prima che la realtà svapori definitivamente in concetti impazziti e lasciati a se stessi. E in questa impresa il pathos misurato che percorre le pagine di La natura e il futuro della filosofia può essere certamente di grande stimolo.
La risposta alla seconda domanda è il punto cruciale del discorso di Dummett, e qui può aprirsi un confronto critico con le sue tesi. La filosofia condivide con la matematica "il non fare appello a nulla", ci dice; ma a differenza della matematica la filosofia "si esercita prevalentemente su un terreno fangoso", e questo terreno incerto e fangoso è "la nostra preesistente comprensione implicita dei concetti" che troviamo nelle espressioni della lingua naturale. Il matematico ha a che fare con "concetti previamente precisati", il filosofo invece lavora con gli imprecisi concetti trasmessi ed elaborati dall'uso della lingua.
A questo punto qualunque filosofo continentale di stretta fede ermeneutica applaudirebbe entusiasta. Ma farebbe male, perché al capitolo 11 Dummett ci presenta una critica molto severa del punto di vista di Hans Georg Gadamer, il grande teorico dell'ermeneutica ora più che centenario. Ci troviamo dunque di fronte a uno dei rari casi in cui un filosofo decisamente analitico si dispone a leggere e commentare un filosofo decisamente continentale, e come di solito avviene si avverte un certo rammarico, perché ci si accorge che il dialogo è molto difficile.
Va detto che Dummett esamina solo una piccola parte dell'opera di Gadamer, e ciò genera non pochi fraintendimenti che qui non è il caso di rilevare. Ma soprattutto l'iniziatore dell'ermeneutica contemporanea è sistematicamente accusato di non chiarire le sue tesi, di mantenersi sempre sul generico e sul generale. "Gadamer - scrive Dummett per esempio - avrebbe potuto proporre una spiegazione del rapporto tra linguaggio e pensiero: ma questa è una linea di ricerca che non viene elaborata". E' chiaro che non viene elaborata nello specifico punto a cui si riferisce Dummett, ma perché (come è ovunque ripetuto negli scritti di Gadamer) si fa riferimento a una nozione di pensiero-essere-linguaggio che corrisponde al senso del logos greco, e al concetto hegeliano di spirito.
Mancano evidentemente a Dummett alcune premesse, non soltanto per comprendere le tesi di Gadamer, ma anche per apprezzarne la precisione filosofica, al di là dell'apparente genericità, e soprattutto per capire quanto siano vicine alle sue e quali contributi possano dargli. Infatti è proprio sul punto che a Dummett sta più a cuore, ossia sul chiarimento della natura dei concetti propri del lavoro filosofico, che va registrato il miglior frutto dell'ermeneutica. E' un percorso che nasce da una tesi comune a Hegel e a Frege, e che Dummett appassionatamente condivide: la tesi della oggettività del pensiero. Per Frege, come per Hegel e gli ermeneutici (anche se con piccole variazioni) noi afferriamo "pensieri" in senso proprio attraverso il linguaggio. Il linguaggio, scrive Gadamer, "è il nostro unico presupposto", e ciò significa: sì, è vero, siamo "in poltrona", ma non tessiamo ragnatele, bensì ci misuriamo con un mondo relativamente oggettivo, fatto di libri, discorsi, testi, parole. Questi testi discorsi parole sono i nostri strumenti e i nostri oggetti, non li "creiamo", perché la lingua ci è data, ma li ri-creiamo nell'interpretazione, e le successive operazioni di ri-produzione interpretativa costituiscono il flusso di pensiero-essere entro cui ci troviamo tutti, matematici, filosofi, scienziati naturalistici e studiosi delle scienze dello spirito. Forse è una proposta "generica" e genericamente ragionevole, ma è anche una delle risposte migliori che fino ad oggi siano state date a ciò che Dummett chiama "problemi di alta genericità concernenti il linguaggio".

Il Manifesto, 8 luglio 2001
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