Università degli Studi di Perugia

Facoltà di Lettere e Filosofia

Corso di Laurea in Filosofia

 

 

 

 

 

 

 

 

Un nuovo modello di scientificità: il quantismo di Heisenberg alla luce della interpretazione bachelardiana.

 

 

 

 

 

Relatore: Prof. Carlo Vinti

Laureando: Denis Bartolini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anno Accademico 1999-2000

 

 

 

 

 

Indice

 

 

introduzione

capitolo primo

La fisica dei paradossi: indeterminazione e complementarità’

capitolo secondo

Il quantismo come momento di rottura epistemologica nella filosofia di Gaston

Bachelard

capitolo terzo

La natura della teoria scientifica

capitolo quarto

La realtà scientifica come universo constructo

capitolo quinto

Soggettività’ epistemica e scientificità’

Conclusione

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

 

 

1.

Laddove, storicamente, la filosofia ha cercato di stabilire una linea di continuità tra percezione psicologica del mondo e formazione delle idee che conoscono il mondo, il lavoro della scienza, o meglio delle scienze, ha trasformato questa prospettiva antropologica in una dimensione profondamente differente, molto più ampia e articolata. Il problema della conoscenza è diventato il problema della produzione della conoscenza, dove con produzione si vuole sottolineare che l’immenso patrimonio conoscitivo di cui, per continue aperture di nuovi campi di sapere, rettifiche, mutamenti teorici, invenzioni e scoperte, l’umanità nel suo insieme si accresce, è il risultato di un atteggiamento, di una dimensione conoscitiva che si avvale di tecniche, di strumenti, e di linguaggi che producono teorie e informazioni.

La scienza in età moderna diviene forma privilegiata della conoscenza in seguito al deciso valore pubblico che le viene attribuito come immagine rappresentativa e privilegiata, per la sua capacità, presunta o reale, di poter elaborare una rappresentazione esaustiva dell’universo. In tal modo prende forma l’atteggiamento scientista che, fin dagli inizi accompagna come un alone ideologico i processi di razionalità scientifica, conducendo alla conseguente convinzione, che non solo questo è il valore della conoscenza scientifica, ma che ogni problema significativo possa essere efficacemente tradotto in questi termini. La potenza del metodo sperimentale è così elevata a modello di pensiero che attraverso l’ausilio dell’esperienza controllata e della generalizzazione legittima si affanna verso l’edificazione di quel formidabile archivio di conoscenza, patrimonio dell’uomo moderno.

In questo senso la scienza estende e, allo stesso tempo, trasforma il senso greco del divenire e, quindi, il significato stesso della ricerca epistemica che secondo Severino, in precedenza "non è mai riuscita a porsi direttamente in contatto con le masse - a differenza della scienza e della tecnica, i cui risultati pratici risultano visibili a tutti." Ecco che se la scienza, da una parte va vista come il frutto e, quindi il momento più alto della parabola tracciata dal pensiero occidentale, è chiaro come alla luce delle nuove teorie scientifiche che nascono e si impongono nel panorama scientifico e culturale del XX secolo, tale predomino sembra dissolversi nei sintomi di quella crisi della ragione occidentale che si respira in diversi ambiti del pensiero contemporaneo. Una crisi, quella evocata dalle teorie fisiche più recenti
che risulta tanto più evidente in quanto interna allo stesso dominio razionale rappresentato in maniera inequivocabile del sapere tecnico-scientifico. Una crisi che richiede, oggi più che mai, una profonda riflessione sul valore e sulla funzione stessa della scienza coinvolgendo la ricerca filosofica in maniera diretta, non tanto perché, come si è visto, il dominio culturale delle scienze esatte è frutto dello stesso modello di ragione filosofico-metafisico caratteristico dell’intera civiltà occidentale, quanto perché è la stessa filosofia che con l’emergere della scienza ha fatto si che quest’ultima divenisse oggetto della propria riflessione. Una riflessione a cui la filosofia non può sottrarsi in quanto, come afferma Gadamer, lo stesso termine filosofia "assume nel nostro uso linguistico anche un senso chiamato il carattere filosofico delle scienze, vale a dire la dimensione di quelle nozioni fondamentali che definiscono il campo d’indagine di ogni scienza."

 

 

 

 

2.

Il rassicurante modello interpretativo elaborato dalla meccanica newtoniana e dai suoi sviluppi era talmente solido alle soglie del XX secolo, da indurre uno scienziato prudente e flemmatico come Lord Kelvin ad aprire il congresso internazionale di fisica del 1900 presentando lo stato attuale della disciplina come un cielo limpido oscurato soltanto da due nuvole nere, che comunque sarebbero state spazzate via in breve tempo. In realtà, le due nuvole nere cui alludeva Kelvin nel suo intervento e cioè il fallito tentativo di Michelson-Morley di evidenziare il vento d’etere e il problema irrisolto legato all’emissione emessa dal corpo nero, invece di essere spazzate via decretarono la fine del modello newtoniano e la nascita della fisica moderna, con la teoria della relatività da un lato e, dall’altro la meccanica quantistica.

E’ importante osservare, da questo punto vista, come da una qualunque teoria di successo nelle scienze fisiche ci si aspetta che fornisca previsioni precise. Dato un certo ben definito esperimento, la teoria dovrebbe specificare correttamente il risultato o almeno dovrebbe assegnare le corrette probabilità di tutti i possibili risultati. Da questo punto di vista la meccanica quantistica dovrebbe essere giudicata di grande successo. Nella sua qualità di fondamentale teoria moderna degli atomi, delle molecole, delle particelle elementari, della radiazione elettromagnetica e dello stato solido, essa fornisce metodi per calcolare i risultati di esperimenti in tutti questi campi. Tuttavia, al di là delle conferme sperimentali, a una teoria si chiede in genere qualcosa di più. Ci si aspetta che non solo determini i risultati di un esperimento, ma fornisca anche una qualche comprensione degli eventi fisici che si presume siano alla base dei risultati osservati. In altre parole, la teoria dovrebbe non soltanto dare la posizione di un indice su un quadrante, ma anche spiegare perché l’indice ha assunto quella posizione. Quando si cercano informazioni di questo genere nella teoria dei quanti, nascono certe difficoltà concettuali.

E’ soprattutto attraverso quest’ultima teoria, infatti, che oggi vengono messe in discussione certe categorie primarie della fisica classica come la continuità energetica, il determinismo, l’oggettività della realtà scientifica esperita e la sua indipendenza dallo stesso atto conoscitivo e, proprio sull’interpretazione fisica di questo nucleo teorico, si è assistito nel corso degli anni ad un dibattito epistemologico che non sembra per nulla sopito. L’interpretazione ortodossa della meccanica quantistica, quella cioè, sostenuta dai fisici vicini alla scuola di Copenaghen, nonostante i lusinghieri risultati sperimentali, continua, infatti, a suscitare sconcerto in una parte della comunità scientifica impegnata nella definizione di una via di ricerca alternativa, capace di riportare la scienza verso quegli standard di oggettività che costituivano lo stesso presupposto della ricerca nella meccanica classica. Da questo punto di vista, nel corso degli anni, si è assistito ad una serie innumerevole di esercizi matematici e filosofici atti a mitigare la portata rivoluzionaria della nuova fisica: dai tentativi di proporre processi di completamento della meccanica quantistica (come nel caso di Bohm) o semplicemente alla definizione di esperimenti ideali capaci di mettere in discussione la validità o la esaustività della stessa (è il caso di Einstein). Ogni sforzo volto in questo senso, tuttavia, non ha impedito l’istituzionalizzazione della meccanica dei quanti nella sua interpretazione ortodossa e il suo costituirsi come vettore di ricerca privilegiato.

A livello propriamente filosofico si aprono in questo senso due possibilità di indagine: da una parte quella di tentare lo sviluppo di una interpretazione della meccanica quantistica capace di sfuggire alle difficoltà riscontrate nel confronto di quest’ultima con gli standard classici cercando di riportare, attraverso apposite restrizioni linguistiche e concettuali, la meccanica dei quanti all’interno di un universo categoriale capace di conservare, almeno in linea di principio, quei caratteri di oggettività e di determinismo che caratterizzano gli impianti teorici classici. Dall’altra esiste la possibilità, conservando l’interpretazione cara ai fisici di Copenaghen, di ridefinire gli stessi standard di riferimento attraverso i quali l’impresa scientifica si realizza.

La prima possibilità è sicuramente quella più battuta, soprattutto nei circoli culturali in cui è più alta la presenza di fisici sperimentali, ambiente in cui l’istanza del realismo fisico è sicuramente più sentita. E’ innegabile, tuttavia, che l’insistere sulla necessita di rendere la meccanica quantistica compatibile con gli standard classici, porta a difficoltà teoretiche difficilmente sormontabili e a complicazioni tali da rendere preferibile, in definitiva, l’interpretazione ortodossa. Anche la stessa teoria delle variabili nascoste in cui si è concentrato l’impegno di fisici e filosofi come Bohm e D’Espagnat, sembra, nelle parole di Heisenberg e nei risultati di recenti esperimenti, portare a risultati del tutto simili a quelli previsti dalla versione ortodossa tanto che in questo caso risulterebbe difficile comprendere anche la reale distanza tra le due formulazioni teoriche.

Ben più interessante a livello filosofico risulta, invece, lo sviluppo di una critica epistemologica capace di inquadrare la nuova dinamica scientifica nella sua irripetibile dimensione storica. In questo senso è proprio la filosofia che rinunciando ad assolutizzare certe categorie interpretative dovrà rendersi contemporanea alla scienza evitando di definire la presunta irrazionalità di certi esiti raggiunti dalla fisica moderna attraverso un adeguamento dei criteri stessi che definiscono l’ambito razionale, storicizzando, cioè, le stesse categorie attraverso le quali va interpretato l’agire scientifico. Come evidenzia Redondi, "l’aver aperto, da parte della microfisica, una dimensione fenomenica sconosciuta alla scienza del passato esprime così allo stesso tempo uno spazio filosofico in cui la filosofia che appare legata alla macrofisica dal punto di vista sperimentale e al realismo del senso comune dal punto di vista teorico, dovrà ora cedere il passo a un’epistemologia meglio corrispondente alle procedure di individuazione dei fenomeni matematicamente organizzati e tecnicamente prodotti" in conformità alle esigenze del nuovo tessuto teorico interpretativo.

 

 

 

 

 

 

3.

Nella nostra trattazione cercheremo di sviluppare questa seconda possibilità di ricerca attraverso l’analisi di due personalità di primo piano nel panorama scientifico contemporaneo: Werner Heisenberg e Gaston Bachelard, entrambi legati in maniera diretta all’interpretazione ortodossa del quantismo e convinti assertori della necessità di procedere ad un rinnovamento complessivo del corredo concettuale che guida la ricerca epistemologica contemporanea. Le meditazioni heisenberghiane sulla natura e sugli scopi della scienza, sviluppate nel corso di una vita in cui l’impegno filosofico si è affiancato costantemente alla professione di fisico hanno costituito un patrimonio indispensabile nella ricostruzione e nel chiarimento del suo pensiero, d’altro canto, il progetto di rinnovamento che si presenta, spesso, semplicemente abbozzato negli scritti filosofici heisenberghiani trova una giusta collocazione nell’epistemologia storica di Gaston Bachelard che, nel pensiero di Sertoli può vedersi a buon ragione "come l’epistemologia della scuola di Copenaghen."

Heisenberg, insieme a Bohr può essere considerato il membro più influente della corrente ortodossa. A lui d’altro canto si deve la formulazione della meccanica matriciale che costituisce il nucleo teorico fondamentale della fisica quantistica, oltre naturalmente, alla definizione delle relazioni di indeterminazione e quindi della natura complementare delle variabili coniugate. Bachelard, d’altro canto, è il primo filosofo della scienza a comprendere realmente la portata rivoluzionaria della nuova fisica convincendosi che una epistemologia legata essenzialmente ad un affinamento logico e metodologico non poteva rendere conto della rivoluzione teorica in atto nelle nuove teorie fisiche. E’ comprensibile, allora, come la polemica bachelardiana diretta contro ogni forma di irrigidimento della funzione razionale, non si indirizzi semplicemente contro l’ontologizzazione metafisica delle categorie scientifiche utilizzate in ambito classico, ma anche contro i tentativi di legare la validità della scienza alla permanenza della sua struttura logica di fondo atta a semplificare la dinamica scientifica, ma incapace di rendere conto degli effettivi mutamenti della rivoluzione teorica in atto. E’ in questo senso che, come afferma Ancarani, "Bachelard inaugura una epistemologia differenziata, contraria agli schematismi e alle semplificazioni generalizzanti (spesso fatta ad uso e giustificazione della scienza fatta dai manuali) e orientata, invece, a cogliere l’impatto delle razionalità - nella loro molteplicità - entro situazioni epistemologiche reali", come lo stesso ambiente culturale in cui si sviluppa la fisica quantistica.

Da questo punto di vista, il confronto costante che, nell’opera che ci accingiamo ad introdurre, si è istituito tra il pensiero di Gaston Bachelard e quello Werner Heisenberg costituisce il veicolo principale attraverso il quale giungiamo alla definizione di un modello di scientificità in cui gli esiti più problematici della fisica quantistica possono essere coerentemente inquadrati in una nuova comprensione razionale della dinamica scientifica compresa nella sua naturale processualità storica, al di là, dunque, da ogni tentativo sistematico di delineare un modello di sviluppo assoluto e nomologicamente organizzato.

Nel primo capitolo di questo scritto, dopo una breve introduzione storica in cui si cercherà di ripercorrere rapidamente alcune tappe cruciali del percorso scientifico che porta alla definizione della meccanica matriciale, cercheremo di analizzare in modo più dettagliato le problematiche filosofiche legate all’applicazione del principio di indeterminazione e all’enunciazione del principio di complementarità. L’impegno principale sarà quello di dimostrare l’impossibilità di superare le restrizioni imposte dalle relazioni di indeterminazione all’interno della meccanica quantistica evidenziando, d’altro canto, come, proprio nella presenza del principio di indeterminazione, si consuma la reale distanza che separa la fisica classica da quella quantistica. La speranza di poter descrivere in termini causali (in senso classico) lo svolgimento di un sistema è resa vana, infatti, proprio dall’impossibilità di avere una conoscenza massimale del sistema. lo stesso principio di complementarità, da questo punto di vista, non è altro che una conseguenza diretta delle relazioni di indeterminazione.

In proposito al comportamento dualistico delle particelle elementari sarà descritta l’esperienza di Young attraverso la quale mostreremo come ogni aberrazione del senso comune è perfettamente compatibile con le previsioni matematiche della meccanica quantistica puntualizzando come questa situazione circoscriva chiaramente l’origine dei paradossi legati alla fisica dei quanti nell’istituzione di momenti di confronto tra realtà teoriche tra loro incompatibili. Ciò dimostra che "nel mondo dei quanti" ci troviamo di fronte ad una realtà estranea all’intuitivo universo classico, non descrivibile nello stesso linguaggio, non analizzabile attraverso la stessa logica.

Nel secondo capitolo, quindi, siamo pronti a delineare una sostanziale rottura epistemologica tra la meccanica newtoniana e quella quantistica, una frattura che si pone come momento problematico in ogni ricerca epistemologica tesa a delineare uno sviluppo razionale della scienza. L’esigenza del continuista, in effetti, è quella di delineare un processo di sviluppo cumulativo e sistematico capace di rispecchiare nei contenuti e nella forma la chiarezza e la razionalità di una legge scientifica. D’altro canto in una epistemologia storica come quella bachelardiana, "capace di mantenersi aderente all’oggettività immanente ad una metodologia del pensiero scientifico e a una storia della scienza" compresa nella sua reale evoluzione, si richiede una lettura eterogenea del fenomeno scienza, una rottura dell’unità metodica e sistematica così come la si legge chiaramente negli sviluppi della fisica quantistica. Ecco emergere in tal modo uno sviluppo dialettico (in senso bachelardiano) del pensiero scientifico che alla sovrapposizione e, quindi all’omologazione di tessuti concettuali diversi, oppone la giustapposizione, il confronto critico guidato da quei valori razionali dinamici che rappresentano il sostrato connettivo di ogni attività scientifica. Al dominio di una ragione totalizzante e unificatrice si sostituisce in tal modo la plurale dinamicità del pensiero razionale applicato che evolve non attraverso la progressiva accumulazione, ma in conseguenza di un costante movimento di rettifica.

L’aver individuato la presenza di un movimento dialettico nello sviluppo della scienza comporta un generale ripensamento dello stesso concetto di teoria scientifica. L’incommensurabilità che a diversi livelli caratterizza il confronto tra tessuti concettuali distinti fa si che la stessa teoria scientifica sia caratterizzabile come "una serie chiusa e coerente di concetti." Nel terzo capitolo verrà affrontato questo problema cercando di evidenziare come, nella fisica contemporanea, il vettore epistemologico risulti chiaramente indirizzato dalla teoria verso l’esperienza e non viceversa. L’incommensurabilità che intercorre tra due universi paradigmatici, infatti è tale anche a livello metodologico e la determinazione sensibile non può prescindere dal presupposto teoretico. L’annoso problema della theoryladenness diviene così un tema centrale in questa parte dell’opera e sarà affrontato attraverso le categorie bachelardiane di refonte e problématique constituée. Le teorie scientifiche in questo modo organizzano il loro modo specifico di fare esperienza.

Una volta individuata la natura della teoria scientifica, nel quarto capitolo sarà necessario sviluppare una analisi dettagliata dell’universo referenziale a cui la teoria si riferisce, o meglio, che la teoria stessa determina. Nel pensiero heisenberghiano, così come nell’epistemologia di Bachelard, infatti, la realtà scientifica si costituisce come determinazione tecnica della stessa teoria di riferimento, in conformità a quella superiorità dell’elemento teorico su quello tecnico-sperimentale che è stata individuata in precedenza. La scienza, in questo contesto, non è più presentabile come il "pleonasmo dell’esperienza" in quanto l’oggetto scientifico, perdendo il contatto con la cosa, diviene suroggetto al di là di ogni contaminazione sostanzialistica. La teoria scientifica diviene così l’espressione di una surrealtà, di un universo pensato matematicamente e tecnicamente realizzato. Alla luce della fisica quantistica, "l’idea dell’obiettiva realtà delle particelle si è completamente dissolta" insieme all’illusione classica di riconoscere nella natura un sistema razionalmente organizzato.

Nella conoscenza scientifica moderna, si consuma cioè, il dramma "dell’uomo che incontra di fronte a sé, solo se stesso." Heisenberg, d’altro canto sembra enfatizzare, nelle sue parole, le accuse di soggettivismo che da più parti vengono mosse alla scuola di Copenaghen. A questo proposito, l’ultima parte di quest’opera sarà dedicata ad analizzare la natura della soggettività epistemica così come si delinea nella fisica quantistica e nell’epistemologia bachelardiana verso la definizione di un nuovo modello di scientificità fondato sulla natura intersoggettiva della comunità scientifica, sulla razionalità propria della cité savante. Una razionalità che certamente apparirà a prima vista più debole rispetto alla sistematica organizzazione di certi modelli evolutivi fondati con criterio scientifico, ma che, tuttavia, risulterà l’unica via capace di rendersi veramente contemporanea alla scienza del nostro tempo secondo un desiderio che fu già di Bachelard.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

capitolo primo

 

LA FISICA DEI PARADOSSI: INDETERMINAZIONE E COMPLEMENTARITÀ’

 

 

 

 

1. Cenni storici

E’ facile notare come il processo di sviluppo che ha determinato l’affermazione della meccanica quantistica, pur caratterizzandosi come evento di rilievo epocale nel panorama scientifico contemporaneo, si costituisce, per lo storico della scienza, come momento indubbiamente problematico, capace di mettere in discussione, non solo parametri interpretativi acquisiti, ma, in maniera più consistente, lo stesso valore intrinseco assunto da ogni processo conoscitivo svolgentesi in ambito scientifico. Questa natura anomala è evidente già nelle premesse: affermare che con la nascita della teoria dei quanti si assiste alla creazione di "una nuova visione scientifica dell’universo", infatti, appare evidente, nel contesto preso in esame, già dalla frattura metodologica che si determina attraverso la sua formulazione, nel momento in cui ogni teoria di grande rilievo proposta in epoca precedente risulta fondamentalmente determinata dall’opera di un solo individuo: basti pensare alla relatività einsteiniana o alla meccanica newtoniana il cui nome, non a caso, risulta essere legato a quello dello scienziato che per primo le ha formulate. "Per la teoria dei quanti il caso è completamente diverso. Questa teoria si è sviluppata attraverso la collaborazione di molti individui, ciascuno dei quali ha portato un contributo essenziale, e ciascuno dei quali si è valso, nel suo lavoro, dei risultati degli altri."

La natura di questa proficua socializzazione è sì, da ricercarsi, in primo luogo, nell’estrema difficoltà che si incontra in ambito sperimentale, ma, probabilmente, questa va intesa anche in un senso più profondo, puntando l’attenzione proprio sul carattere anomalo attraverso il quale ha avuto corso il suo sviluppo, sulle difficoltà che emergono ponendo in confronto diretto la nuova realtà teorica che si va affermando, con la struttura paradigmatica classica. In proposito ci sembra d’uopo sottolineare che attraverso l’istituzionalizzazione della meccanica quantistica, non è cambiata soltanto la fisica, quanto il modo stesso di fare la fisica. Per dirla con Heisenberg, "La fisica moderna e specialmente la teoria dei quanti [...] hanno sollevato una serie di problemi molto generali, che non hanno unicamente per oggetto le questioni attinenti alla fisica, ma addirittura il metodo delle scienze naturali esatte e lo studio della costituzione della materia. Questi problemi hanno costretto i fisici a riprendere lo studio di certe questioni filosofiche che in apparenza avevano già trovato una risposta definitiva nel rigoroso edificio scientifico della fisica classica." Ciò che si richiede, dunque, é, secondo il fisico tedesco, una totale reversione della forma mentis con la quale fisici e filosofi si sono finora accostati ai problemi riguardanti la costituzione e la struttura del reale, nonché l’analisi della stessa disciplina scientifica.

In tal senso, ci troviamo di fronte, non semplicemente ad un momento di passaggio, ma ad una totale messa in discussione dei dogmi scientifici e filosofici su cui la scienza aveva fondato il suo dominio sulla natura nel corso degli ultimi trecento anni. L’inversione di rotta intrapresa attraverso l’affermazione del quantismo, non può, quindi, essere circoscritta nell’opera di un autore, essa va interpretata come un vero e proprio conflitto generazionale che impone l’abbandono di una determinata modalità di intendere la scienza e l’apertura, per contro, di una nuova prospettiva di ricerca secondo cui "è in contrasto con lo spirito della scienza elevare a dogma un particolare sistema di risposte."

In ciò, appare chiaro come lo sviluppo della fisica quantistica si configuri, non solo come nuova prospettiva scientifica, ma, soprattutto come un nuovo modo di pensare la scienza e le sue conquiste. La formulazione della meccanica matriciale, ad esempio, come vedremo, non pone problemi di ordine logico-matematico. La sua eleganza formale racchiude, tuttavia, una serie di preoccupazioni di ordine filosofico relative all’oggettivazione delle relazioni logiche che intercorrono tra gli enti matematici. Il carattere di questa problematica evidenzia un mutamento di prospettiva radicale, in antitesi con il carattere suggestivo di un principio, come, per esempio, quello della relatività, che convince a prima vista e che conferma, pur nel suo carattere innovativo, l’apparato categoriale metafisico della scienza classica. L’evidenza, posta a garanzia della chiara intuizione razionale, si scopre compromessa attraverso un profondo ribaltamento assiologico, in cui "il valore di un pensiero non dipende dal fatto che sia o no intuitivo, ma da quanto questo possa essere utile."

Questa affermazione di Planck non può che assumere il carattere di una sfida verso il sapere istituzionalizzato ereditato dalla meccanica classica e di questa sfida egli è pienamente cosciente nel momento in cui, attraverso lo studio dei fenomeni legati alla emissione del corpo nero, si accinge a formulare l’ipotesi che lo scambio energetico tra radiazione e materia possa avvenire soltanto in modo discontinuo, attraverso multipli di una certa quantità minima di energia, un’ ipotesi, come egli stesso ricorda, introdotta attraverso "un atto di disperazione", dovuto all’impossibilità di codificare un determinato fenomeno attraverso gli schemi classici forniti dalla meccanica newtoniana.

L’introduzione di una costante proporzionale, all’interno di una relazione matematica, non si presenta certo come una novità nel panorama della fisica teorica, tuttavia, come afferma Heisenberg, la relazione di Planck si distingueva in un modo assai caratteristico dalle leggi naturali formulate in precedenza. "Se le leggi naturali più antiche, per esempio quella della meccanica di Newton, contenevano delle cosiddette costanti, queste designavano delle proprietà di oggetti [...]; invece, il quanto di azione di Planck, che appare come la costante caratteristica nella sua legge delle radiazioni, non rappresenta una proprietà di oggetti, ma una proprietà della natura. Essa stabilisce una distinzione secondo una scala di grandezze della natura e mostra perciò nello stesso tempo che, in ambienti in cui gli effetti risultano molto grandi rispetto al quanto di azione di Planck, i fenomeni naturali hanno un decorso diverso da quello in cui gli effetti sono dell’ordine di grandezza dell’atomo, dunque del quanto di Planck."

In ciò è evidente il carattere problematico della nuova scoperta e la necessità, dunque, di fondare una nuova prospettiva di indagine capace di inquadrare l’introduzione della costante universale di Planck in un ambito teoretico distinto dalla fisica newtoniana. Un processo, questo, che, tuttavia, non appare indolore e risulta strettamente legato ad un generale cambiamento di prospettiva che coinvolgerà un’intera generazione di fisici. Una tale chiave di lettura, nello sviluppo del quantismo, è d’altro canto rintracciabile in un’ampia cornice bibliografica che si sviluppa fin dagli stessi anni in cui si va affermando la nuova teoria quantistica. L’imbarazzo di fronte alle prospettive sconcertanti che si aprono in seguito all’introduzione di un elemento di discontinuità nella fisica, appare evidente ne La conoscenza del mondo fisico, una raccolta di saggi di Max Planck, ma è rintracciabile nelle opere dello stesso Heisenberg. In Discussioni sulla fisica moderna emerge chiaramente il carattere conflittuale delle relazioni intercorse tra due scuole di ricerca fondate su valori diametralmente opposti. Un ampio confronto su queste tematiche è rappresentato, inoltre, dall’intenso carteggio intercorso tra Einstein e Bohr e raccolto da quest’ultimo in Briefwelcheel 1916-1955, oltre alla raccolta di saggi in onore di Einstein, curata da Schilpp.

L’analisi di queste opere pone, in un certo qual modo, l’introduzione della costante di Planck come elemento cardine da cui scaturisce la rivoluzione quantistica e da cui prende avvio una discussione talmente ampia da coinvolgere, ben presto, l’intero edificio della scienza. Non è un caso, infatti, che l’articolo pubblicato da Einstein nel 1905, Un punto di vista euristico relativo alla generazione e alla trasformazione della luce, riprende l’intuizione di Planck estendendo il concetto di quantizzazione energetica a tutti i tipo di radiazioni elettromagnetica, un contributo, come vedremo, di fondamentale importanza per la realizzazione di un tessuto teorico coerente capace di rendere conto dei complessi fenomeni atomici.

Si apre, quindi, attraverso l’introduzione di una semplice ipotesi, una reazione a catena che secondo Erwin Schroedingher porterà a concepire "un’immagine della realtà materiale vacillante e malsicura", un’immagine del reale che si contrappone all’impianto deterministico contenuto nelle intuitive leggi della meccanica classica.

"Nel secolo decimonono" afferma ancora Heisenberg " si consideravano gli atomi della chimica e le loro parti [...] come ciò che esiste veramente, come il substrato reale di ogni materia. Sembrava che l’esistenza degli atomi non fosse suscettibile di spiegazione e nemmeno ne esigesse." La scoperta di Planck, tuttavia, determina il nascere di un nuovo interesse verso lo studio della fisica atomica, un interesse che si impone in maniera del tutto particolare, in modo cioè, che "le leggi naturali formulate in termini matematici non determinino più i fenomeni stessi, ma la loro possibilità, la probabilità che succeda qualche cosa."

Il carattere statistico della teoria dei quanti, infatti, è naturalmente determinato dall’introduzione di un elemento di discontinuità nei processi di irraggiamento, quale la costante universale di Planck e come ci ricorda Heisenberg "Il primo tentativo di studiare a fondo la natura statistica delle leggi della teoria dei quanti fu intrapreso nel 1924 da Bohr, Kramers e Slater." In questo modello, l’introduzione del cosiddetto "campo di radiazione virtuale" consentiva la spiegazione di determinati fenomeni di interazione tra radiazione e materia, prescindendo da meccanismi causali e dal concetto di traiettoria, attraverso l’introduzione di appositi strumenti statistici.

L’opera di sistemazione intrapresa da Heisenberg nel corso del 1925, tuttavia, è frutto di una profonda insoddisfazione nei confronti del modello proposto da Bohr: "Il mio punto di vista sulla meccanica" scriverà il fisico tedesco in quegli anni "diviene, di giorno in giorno più radicale. [...] Sono realmente convinto che un’interpretazione delle formule di Rydberg nel senso delle orbite circolari ed ellittiche della geometria classica non ha il minimo significato fisico, e tutti i miei poveri sforzi sono diretti a distruggere del tutto e a rimpiazzare appropriatamente il concetto di orbite che tanto non si possono osservare". Bisogna tener conto, infatti, che il principio di corrispondenza introdotto da Bohr nel primo lustro degli anni venti, forniva un opportuno collegamento tra la fisica classica e la meccanica quantistica, un collegamento che, tuttavia, come ricorda Heisenberg, poneva seri problemi anche al suo ideatore: "il fatto che accettando questa teoria, non si riuscissero ad accordare le frequenze orbitali degli elettroni con le frequenze della radiazione emessa dall’atomo, fu sentito anche dallo stesso Bohr come una contraddizione quasi insostenibile", scriverà.

La critica di Heisenberg, dunque, era diretta proprio ad eliminare ogni tentativo di conciliazione tra la fisica classica e la nuova teoria atomica. Gli esperimenti eseguiti da Ruthenford, interpretati secondo le leggi classiche, facevano pensare ad un atomo la cui carica positiva era fortemente concentrata in un nucleo centrale, mentre quella negativa era diffusa nel volume circostante. Gli elettroni, in questo modello, avrebbero dovuto comportarsi come dei satelliti in rotazione attorno al nucleo, ma in tal modo era difficile spiegare la sorprendente stabilità dell’atomo. Secondo la meccanica classica, gli elettroni avrebbero dovuto perdere energia con frequenze distribuite in modo continuo portando il sistema al collasso in un tempo assai breve. In realtà, gli atomi si presentavano stabili e l’emissione di energia avveniva in modo discontinuo, attraverso frequenze ben definite, rappresentabili in spettri a righe. Questo fenomeno, secondo Heisenberg, poteva essere spiegato agevolmente attraverso l’introduzione dell’ipotesi einsteiniana del quanto di luce, che, però, Bohr non accettava. Egli ipotizzò che durante il processo di irraggiamento, l’elettrone cessi di emettere radiazioni in determinate orbite che chiamò stati stazionari discreti. Secondo questo modello, l’irraggiamento avviene nel momento in cui l’elettrone passa da uno stato stazionario all’altro, e il tempo in cui l’elettrone si trova nello stato stazionario è molto più lungo di quello necessario al passaggio. Tuttavia, "questo rapporto tra tempi, non poté mai essere chiarito in maniera sufficiente", inoltre, restava incompreso il motivo per cui un elettrone, in un orbita stazionaria non produce alcuna radiazione. "L’esistenza di atomi stabili con caratteristiche ben determinate e sempre uguali [...], in una quantità che può essere paragonata con il numero totale di tutti i sistemi atomici è per la meccanica classica del tutto incomprensibile e costituisce la dimostrazione di connessioni di altro tipo", scriverà Heisenberg in proposito.

In particolare, nel modello atomico di Bohr, erano presenti alcune grandezze caratteristiche delle orbite, legate alla meccanica ondulatoria classica, che mai comparivano nei dati sperimentali. Questo fatto portò il fisico tedesco alla ricerca di una teoria che si limitasse a spiegare soltanto ciò che era direttamente osservabile, puntando l’attenzione, non più sulla definizione dei moti orbitali, ma sulle probabilità di transizione energetica, ampiamente documentata dai dati sperimentali.

La formulazione matematica dell’ipotesi di Heisenberg si rivelò, in realtà, più ardua del previsto: in particolare, il giovane fisico notò che la relazione tra le due grandezze fondamentali, la velocità e la posizione, generava una stranezza particolare, il loro prodotto, infatti, doveva essere calcolato, non attraverso i procedimenti tradizionali, ma servendosi di una particolare procedura matematica che non generava le condizioni classiche della commutazione tra i termini di un prodotto. Pur nella perplessità derivata dal raggiungimento di risultati non previsti, Heisenberg mostrò il suo lavoro a Max Born di cui all’epoca era assistente e questi non tardò ad interpretare il simbolismo matematico introdotto dal suo allievo come un calcolo tra matrici, un procedimento da tempo noto ai matematici e caratterizzato dal fatto che il prodotto tra di esse è quasi sempre non commutativo. La geniale intuizione di Heisenberg verrà completata di li a poco dallo stesso Born, che in collaborazione con Pascual Jordan formalizzò un rigoroso strumento matematico, perfettamente aderente alle esigenze della nuova meccanica quantistica.

L’importanza e l’attenzione con la quale erano seguite le ricerche di Heisenberg è testimoniata da un articolo del 1925 firmato da Niels Bohr. Egli scrive: "Molto recentemente Heisenberg [...] ha probabilmente realizzato un progresso di fondamentale importanza, riformulando i problemi della teoria quantistica in un modo che si spera possa servire ad evitare le difficoltà connesse all’uso di modelli meccanici classici. In questa teoria si tenta di ritrascrivere in forma adeguata alla natura della teoria quantistica ogni concetto meccanico, avendo cura che ad ogni stadio del calcolo intervengano solo quantità direttamente osservabili. In contrasto con la meccanica ordinaria, la nuova meccanica quantistica non si propone di dare una descrizione spazio-temporale del moto delle particelle, essa opera con un insieme di grandezze che simbolizzano la possibilità di transizione tra stati stazionari dell’atomo". Con un’audace combinazione di dati sperimentali, requisiti di simmetria e intuizioni matematiche, Heisenberg costituì il primo fondamento della moderna fisica teorica, tuttavia, come ricorda Selleri, "Il risultato finale lasciò poco spazio all’intuizione fisica."

In questo passo, l’autore di Paradossi e Realtà fornisce sicuramente un’osservazione mirata tant’è che in quel periodo l’operazione più complessa sarà quella di fornire un plausibile senso fisico ad una teoria che rinunciava completamente a nozioni come l’orbita dell’elettrone, sostituendo la grandezza posizione con una matrice di numeri complessi di dimensione infinità. Risponde certamente al vero l’affermazione secondo cui "l’impossibilità di oggettivare nel senso consueto le grandezze di stato, deriva nel modo più evidente dal carattere matematico astratto di queste grandezze", tuttavia, proprio sul tema del significato fisico da attribuire al modello matematico di Heisenberg, si interesseranno i dibattiti scientifici degli anni seguenti, una serie di scontri ideologici che porteranno lo scienziato a formulare, come diretta conseguenza della meccanica delle matrici, il principio di indeterminazione. I fondamenti di tale principio, in realtà, erano già presenti nella stesura definitiva della meccanica matriciale elaborata da Bohr e Jordan, tuttavia furono ancora necessari due anni prima di giungere ad una sua completa definizione, che Heisenberg esporrà nell’articolo Sul contenuto intuitivo della meccanica e della cinematica quanto-teoriche apparso in Zeitschrift fur Physik nel 1927.

Comprendere i motivi di questo ritardo nell’afferrare la reale portata delle proprie intuizioni, ci aiuterà ad interpretare con maggior chiarezza i contenuti rivoluzionari espressi in questo articolo, per cui sarà necessario ripercorrere sinteticamente i principali avvenimenti che intercorsero dalla presentazione della meccanica matriciale alla definizione del principio di indeterminazione. Precedentemente abbiamo mostrato in maniera esauriente le considerazioni che spingevano Heisenberg ad intraprendere la sua ricerca. Fin dall’inizio, il suo scopo era quello di abbandonare ogni tentativo di definire grandezze non osservabili come la traiettoria, l’orbita o la posizione di una particella, tuttavia, gli stessi fisici teorici, nel discutere determinati fenomeni fisici, non potevano evitare il riferimento a tali concetti. Questa situazione ambigua era perfettamente nota anche a Bohr e ad Heisenberg e secondo Selleri viene dimostrata dal fatto che i loro articoli, in questo periodo contengono spesso il termine paradosso.

Heisenberg, in questo periodo, è profondamente convinto che il contenuto teorico della meccanica quantistica sia ormai definitivo, egli, tuttavia, si interroga ancora sulle problematiche legate alla connessione tra la parte teorica e quella sperimentale. In sostanza il nodo cruciale è rappresentato dal significato intuitivo da attribuire alla costruzione teorica della meccanica matriciale e proprio su tale interpretazione si assiste, nel 1926, ad un serrato confronto che coinvolge Bohr, Schroedinger e lo stesso Heisenberg. Nel corso di quell’anno, infatti, il fisico austriaco sviluppa un modello meccanico conosciuto come meccanica ondulatoria, una teoria attraverso la quale Schroedinger pensò di poter dare una descrizione classica dello stato stazionario discreto, attraverso una funzione d’onda che sarà denominata in seguito equazione di Schroedinger. Lo scontro tra le due opposte concezioni divenne inevitabile e si risolse, in un breve lasso di tempo, a favore dei fisici di Copenaghen. La teoria ondulatoria, infatti, si dimostrò perfettamente equivalente alla meccanica delle matrici, tuttavia, questo ulteriore sviluppo, non concluse in maniera definitiva la questione inerente l’interpretazione fisica delle teorie matematiche.

L’interesse di fisici come Schroedinger o Einstein era quello di un ritorno ai canoni classici della fisica, verso la ricerca, cioè, di un modello di realtà intuitivo e rispondente ai canoni deterministici e causali tipici dei modelli matematico-deduttivi elaborati dalla fisica classica. In questo senso, una profonda differenza sull’intendere i caratteri e gli scopi della scienza, porta da più parti, ad identificare i fisici di Copenaghen come esponenti di una vera e propria scuola filosofica le cui convinzioni si inseriscono, come sfondo ideale, a supportare i caratteri rivoluzionari delle loro teorie fisiche. Una tematica, questa, di grande importanza nel tentativo di delineare lo sviluppo della fisica dei quanti come momento di rottura epistemologica intervenuta nel processo evolutivo della scienza moderna.

Nonostante le numerose critiche mosse in tal senso, tuttavia, l’impronta filosofica che guida lo sviluppo di una nuova teoria fisica non può, secondo noi, essere interpretata attraverso la denotazione di caratteri preconcetti, tali da compromettere l’obiettività del risultato, anzi, alla luce della nuova costruzione teoretica, appare evidente che una determinata visione del fenomeno scientifico abbia semmai costituito un indubbio potere esplicativo, teso all’apertura di nuovi sentieri di ricerca. In definitiva, cioè, è innegabile che lo sviluppo della meccanica quantistica sia legato ad un determinato ambiente filosofico, ciò, d’altro canto, è riscontrabile in alcune ricerche biografiche ed epistemologiche intraprese in tempi recenti. Citerò a tal proposito il saggio di Feuer, Einstein e la sua generazione, oltre alla biografia scientifica di Heisenberg redatta da David C. Cassidy, e pubblicata col titolo di Un’estrema solitudine. Una precisa impronta filosofica, inoltre è riscontrabile in gran parte delle opere di Bohr, basti ricordare Teoria dell’atomo e conoscenza umana o I quanti e la vita. Tutto ciò, comunque, non costituisce certo un freno al potere esplicativo della meccanica quantistica, ma, semmai, il fertile terreno su cui certe idee possono maturare e raggiungere il proprio compimento. La dimostrazione di ciò è riscontrabile proprio nel carattere filosofico che investe la speculazione di Heisenberg. In una puntuale monografia, Gembillo fa notare come "Heisenberg abbia mostrato una sensibilità e un gusto particolari per le speculazione teoretiche, recando un importantissimo contributo alla delineazione di una nuova immagine del mondo emergente dalle rivoluzionarie scoperte del nostro tempo. Non è un caso, infatti, - continua Gembillo - che fin da quando aveva soltanto diciannove anni poteva dichiarare -riferendosi alle teorie di Planck e di Einstein - che di esse lo interessavano maggiormente proprio le idee filosofiche." Nell’introduzione di Scienza e vita, lo stesso Heisenberg scrive: "Ogni lavoro scientifico si sviluppa, consciamente o inconsciamente, a partire da una impostazione filosofica, da una determinata struttura mentale, che fornisce al pensiero un fondamento stabile. Senza una simile impostazione, difficilmente i concetti e i nessi concettuali potrebbero conseguire quel grado di chiarezza ed univocità che è il presupposto di ogni lavoro scientifico."

L’interesse per le tematiche filosofiche legate alla scienza, d’altro canto, rappresentano una costante in tutti gli scritti di Heisenberg e proprio questo interesse speculativo, unito alle accese discussioni intrattenute con Schroedinger portarono il fisico tedesco, nel corso del 1927, ad una nuova riflessione tesa a chiarire quei presupposti metodologici che egli stesso aveva posto a fondamento della meccanica matriciale. Attraverso il ripensamento del postulato di osservabilità che aveva rappresentato lo strumento euristico in grado di guidarlo verso la determinazione di uno schema matematico coerente, Heisenberg, conseguì un risultato imprevisto, teso a reinterpretare il carattere non commutativo del prodotto tra i valori delle grandezze fondamentali velocità e posizione e dimostrando illusoria la convinzione secondo la quale non esisterebbero limiti di principio alla nostra capacità di osservare i fenomeni.

 

 

 

 

2. Dimostrazione intuitiva del principio di indeterminazione e conseguenze anticausali

Nell’articolo sulla meccanica matriciale, presentato da Heisenberg nel 1925, è già pienamente definita la formulazione matematica del principio di indeterminazione. Le relazioni di indeterminazione, infatti, derivano in maniera intuitiva dal carattere non commutativo del prodotto tra le grandezze fondamentali, velocità e posizione.

La riflessione sul significato fisico della sistemazione teorica proposta in quell’articolo, comunque, impegnò Heisenberg nei due anni successivi e si concretizzò nella celeberrima pubblicazione del marzo 1927, Sul contenuto intuitivo della cinematica e della meccanica quanto-teoriche. La dissertazione del fisico tedesco prende le mosse dalla discussione dei concetti chiave di posizione, traiettoria, velocità ed energia attraverso una definizione operazionale dei termini: "Se si vuole venire in chiaro di ciò che si deve intendere con l’espressione <<posizione di un oggetto>>, per esempio dell’elettrone [...], si devono indicare determinati esperimenti con l’ausilio dei quali si pensa di misurare la <<posizione dell’elettrone>>; altrimenti quest’espressione non ha alcun senso". Una impostazione del problema in questi termini, d’altro canto, era del tutto prevedibili visto i presupposti che hanno guidato la formulazione della meccanica delle matrici. L’intenzione del fisico tedesco, espressa nella nostra ricostruzione storica, era quella di coniugare, attraverso un adeguato strumento matematico, gli innumerevoli dati sperimentali che, interpretati attraverso concetti classici portavano inevitabilmente a delle incoerenze. Di aver oltrepassato i suoi presupposti, Heisenberg si accorse solo molto più tardi riflettendo sugli esiti della sua ricerca.

In tal senso, comunque, Heisenberg procede indicando una serie di esperienze ideali in grado di fornire una misurazione obiettiva della posizione di un elettrone nello spazio o della sua quantità di moto. Si tratta del famoso esperimento detto "Del microscopio a raggi gamma" che consiste nell’osservazione di un elettrone attraverso un microscopio munito di grandi lenti, sostituendo la luce visibile con un fascio di raggi gamma. In linea di principio, l’esperimento dovrebbe portare a risultati soddisfacenti, tuttavia, esaminando in maniera dettagliata la proposta di Heisenberg, si nota l’emergere di una difficoltà secondaria, legata alla necessità di illuminare l’oggetto preso in esame. La fonte di luce, o meglio, la lunghezza d’onda della radiazione incidente, sarà scelta in base alla precisione che si vuole ottenere nella misurazione, tenendo conto che quest’ultima risulterà inversamente proporzionale alla prima. Per eseguire una misura accurata, cioè, si dovrà utilizzare una radiazione elettromagnetica di lunghezza molto corta, ma in tal caso assumono una importanza fondamentale le conseguenze derivanti dall’effetto Compton: "Nell’istante della misurazione, dunque, nell’istante in cui il quanto di luce è deviato dall’elettrone, questo cambia il suo impulso in maniera discontinua. Tale cambiamento è tanto più grande, quanto più piccola è la lunghezza d’onda della luce impiegata, cioè quanto più è precisa la determinazione della posizione. Nel momento in cui la posizione dell’elettrone è nota, il suo impulso può quindi essere conosciuto soltanto a meno di quantità che corrispondono a quel cambiamento discontinuo; di conseguenza quanto più precisamente è determinata la posizione, tanto più imprecisamente è conosciuto l’impulso e viceversa".

Heisenberg indica questo processo come una conseguenza intuitiva della differenza tra i prodotti non commutativi delle matrici rappresentanti le grandezze velocità e quantità di moto, indicata nell’espressione:

pq-qp=h/2p i

Da questa relazione, indicando con D q l’errore medio con cui si conosce la posizione dell’elettrone (in questo caso il valore corrisponde alla lunghezza d’onda della radiazione incidente) e con D p l’errore medio presente nella misurazione della quantità di moto (Il cambiamento discontinuo dovuto all’effetto Compton), attraverso le formule elementari dell’effetto Compton si ha:

D q D p ~ h

Non è nostra intenzione soffermarci sulla dimostrazione rigorosa del principio di indeterminazione, operazione che richiederebbe, oltre ad un adeguato bagaglio matematico, una esposizione rigorosa della meccanica matriciale o della teoria ondulatoria di Schroedinger che si è dimostrata ad essa equivalente. Ciò esulerebbe dai nostri compiti oltre che dalle nostre possibilità, pertanto, ci limiteremo ad una dimostrazione di carattere intuitivo, svolta attraverso l’ausilio di strumenti grafici in grado di evidenziare gli elementi di discordanza presenti tra la meccanica classica e quella quantistica. Il principio di indeterminazione, infatti, comporta un naturale ridimensionamento di alcuni concetti chiave presenti nel tessuto teorico classico, nella misura in cui, lo stesso principio di causalità, sulla cui solidità si fondava la costruzione newtoniana, si presenta fondamentalmente compromesso dall’introduzione di questo principio. E’ lo stesso Heisenberg a delineare questo processo di rottura in alcuni passi di un suo manoscritto. "La fisica classica - egli scrive - appaga, nella maniera più compiuta, il nostro desiderio di ordinare l’accadere secondo causa ed effetto, cioè di concepire tutto ciò che accade come causalmente condizionato. Essa idealizza proprio i processi del mondo, considerando gli avvenimenti come svolgentesi in maniera isolata nello spazio, senza tener conto delle interrelazioni [...] che devono esistere tra i processi stessi e l’ambiente circostante, in modo che i processi possano essere osservati e divenire quindi una parte del nostro mondo." Nella fisica quantistica, al contrario, attraverso l’introduzione del principio di indeterminazione, l’atto di osservazione non può essere considerato un evento neutrale rispetto alla descrizione del fenomeno. "L’osservazione" cioè "modifica in generale lo stato di un sistema: da una parte attraverso l’intervento che rende possibile l’osservazione e che, nella regione in cui si ha a che fare con le modificazioni incostanti delle più piccole unità di materia, non può essere ridotto a piacere, né essere controllato più esattamente nei suoi effetti - d’altra parte per il fatto che ogni osservazione modifica la nostra conoscenza del sistema." Da queste premesse è naturale desumere che "La fisica classica rappresenta l’idealizzazione della realtà nella quale si parla solo di processi oggettivi materiali nello spazio e nel tempo, indipendentemente dalla questione di come questi processi possano essere determinati. La teoria quantistica abbraccia un ambito ulteriore della realtà: essa può essere considerata come l’idealizzazione nella quale si descrive uno stato tramite l’indicazione della probabilità con cui hanno luogo processi materiali spazio-temporali, se essi (attraverso interventi esterni) sono resi accessibili all’osservazione; dunque quell’idealizzazione in cui la realtà appare in quel momento come una determinata pienezza di possibilità di realizzazione oggettiva."

Attraverso il nuovo apparato teorico, dunque, la conoscenza di un sistema, caratterizzandosi in senso probabilistico e discontinuo, determinerà un insieme di possibilità oggettivabili soltanto attraverso un atto di misura. L’evoluzione di un determinato sistema sarà determinata da una serie successiva di misurazioni caratterizzate, tuttavia, dall’impossibilità di conoscere in maniera rigorosa le grandezze fondamentali coniugate: ciò determina un evidente contrasto con il principio di causalità, nonché, come vedremo, l’impossibilità di una sua applicazione all’interno dell’universo quantistico.

Nella meccanica classica, lo stato fisico di una particella risulta univocamente determinato attraverso la misurazione delle sue coordinate spaziali (che noi indicheremo con la lettera q), della sua massa e della sua velocità. Massa e velocità possono venire analizzate attraverso lo studio del loro prodotto che costituisce la quantità di moto e che noi indicheremo con p. La posizione e la velocità, inoltre, devono essere conosciute in modo simultaneo. E’ evidente, già da queste prime considerazioni, che una determinazione del sistema in questi termini risulta preclusa all’interno della meccanica quantistica in quanto, l’impossibilità di determinare in maniera simultanea i valori delle grandezze coniugate, postulata proprio dal principio di indeterminazione, impedisce una conoscenza appropriata del sistema al tempo t=0. E’ proprio in questo senso che Heisenberg afferma: "Nella formulazione netta della legge di causalità: << Se conosciamo esattamente il presente, possiamo calcolare il futuro >>, è falsa non la conclusione, ma la premessa."

La rinuncia alla determinazione fisica dello stato di un sistema costituisce indubbiamente una novità assoluta in campo metodologico, tuttavia, la sua portata si estende soprattutto verso un ripensamento radicale delle entità che costituiscono il sistema stesso. Secondo Heisenberg "l’influsso maggiore sulla fisica e sulla chimica dell’ultimo secolo lo ha, senza dubbio, esercitato la fisica atomica di Democrito; essa permette una descrizione intuitiva dei processi chimici a livello macroscopico. Gli atomi possono essere paragonati alle masse puntiformi della meccanica newtoniana e un tale paragone conduce ad una soddisfacente teoria statistica del calore." Questa idealizzazione, tuttavia, non risponde alle caratteristiche del modello atomico formulato nella teoria dei quanti. In questo caso l’atomo risulta determinato in maniera rigorosa, attraverso precise simmetrie matematiche, che, lasciando spazio ad un universo di possibilità, limitano la portata intuitiva della nuova caratterizzazione. Per spiegare questa difficoltà, Heisenberg fa ricorso direttamente ad un esempio matematico: "Forse, ci si potrà formare un’idea più chiara del carattere simbolico dell’odierno concetto di atomo - afferma - pensando al fatto che nella fisica moderna la questione dell’esistenza degli atomi ha una lontana somiglianza formale con la questione matematica dell’esistenza della radice quadrata dell’unità negativa; sebbene la matematica elementare insegni che fra i numeri usuali non esiste una simile radice quadrata, tuttavia, i più importanti enunciati matematici acquistano la loro forma più semplice soltanto quando si introduca come nuovo simbolo questa radice quadrata, e in questo senso, la sua esistenza è giustificata da tali enunciati. Similmente, le esperienze della fisica più recente insegnano che non esistono atomi come semplici oggetti corporei, ma che soltanto l’adozione del concetto di atomo permette di formulare con semplicità le leggi che determinano tutti i processi fisici e chimici."

Tra breve ci soffermeremo sulle cause che determinano questa situazione apparentemente paradossale, per il momento è necessario ricordare che, in realtà, nemmeno nella meccanica classica esiste la possibilità di una misurazione rigorosa della posizione e della quantità di moto di un sistema, per cui dovremo affidarci in ogni caso a delle funzioni di probabilità che denoteremo con d(p) e d(q). Queste funzioni non rappresentano un valore esatto della velocità e della quantità di moto, ma un piccolo intervallo nel quale sono contenuti i valori reali di queste grandezze. Si può dire, in questo caso, che ogni misura termina con la determinazione di una funzione di probabilità espressa dalla curva del grafico riportato qui di seguito: si tratta di una gaussiana in cui risulta fondamentale la velocità con la quale la curva tende a salire. La precisione della misura effettuata, infatti, risulterà direttamente proporzionale a questa velocità. Tuttavia, il fatto che nella meccanica classica non esistono impedimenti di principio nel rendere una operazione di misura tanto più precisa quanto noi la vogliamo, nulla ci vieta di pensare tale curva alla stregua di un semplice segmento verticale.

 

 

 

 

 

d(q)

 

D q


q

Come abbiamo visto, l’introduzione della curva di probabilità d(q), risulta di fondamentale importanza nell’affrontare il dibattito sulla natura non deterministica della meccanica dei quanti: nella fisica classica, infatti, le due curve d(q) e d(p) si considerano completamente indipendenti l’una dall’altra, mentre nella meccanica quantistica esse non sono più tali e questa interdipendenza viene espressa attraverso un principio matematico, secondo cui, d(q) e d(p) sono entrambe derivabili, in un dato istante t, dalla stessa funzione matematica y (q). Com’è noto, y (q), rappresenta l’equazione di Schroedinger e da essa è possibile ricavare, attraverso un particolare sviluppo, non solo la curva d(q), ma anche la d(p). Da questo sviluppo, tuttavia, risulta immediatamente chiaro che l’estrema ripidità dell’una, determina un appiattimento dell’altra attraverso una legge di correlazione inversa dei parametri dinamici e cinematici. Questa correlazione trova la più chiara espressione nelle relazioni di indeterminazione introdotte da Heisenberg che in un passo di Natura e fisica moderna, così riassume i suoi risultati: "Si è constatato che non è possibile indicare simultaneamente, con un grado qualunque di esattezza, la velocità e la posizione di una particella elementare. Si può misurarne con grande esattezza la posizione, ma allora, per l’intervento dello strumento di misurazione, si dilegua, per un certo grado, la conoscenza della velocità; oppure, inversamente, si dilegua la conoscenza della posizione, attraverso una esatta misurazione della velocità, in modo che con la costante di Planck, viene dato un limite inferiore al prodotto delle due inesattezze." Attraverso l’introduzione delle relazioni di indeterminazione, dunque, come evidenzia Hutter, "l’errore entra nella conoscenza scientifica non semplicemente attraverso i difetti accidentali dello scienziato o le imperfezioni degli apparecchi che egli usa; esso è una questione di principio, e l’incertezza è la condizione stessa per ottenere dati intorno al fenomeno. Una sperimentazione accurata ci fa avvicinare all’errore minimo h, ma non possiamo migliorare i nostri risultati oltre questo valore. Per quanto questo errore sia piccolo, esso ci permette di predire qualsiasi movimento solo statisticamente, in quanto non abbiamo dati certi, ma solo stime per il calcolo di esso."

 

2.1 Sulla natura trasversale del principio di indeterminazione rispetto al tempo

L’applicazione del principio di indeterminazione, dunque, si fa strumento di una tale inversione di rotta, nell’ambito della ricerca scientifica, da stravolgere completamente le solide fondamenta sulle quali la scienza aveva edificato le proprie sicurezze. L’intrinseca razionalità, ovvero, la presunta coerenza dell’universo, rappresenta il requisito irrinunciabile e assolutamente intrascendibile, attraverso cui la scienza ha costruito, fino all’inizio del XX secolo, le proprie inferenze causali nel tentativo di raggiungere il disegno ultimo della natura.

L’idea che sia possibile un determinismo concepito in tal modo si presenta in realtà come il frutto di una semplice estrapolazione induttiva inferita attraverso l’osservazione delle regolarità presenti nel macrocosmo. Un’inferenza, appunto, metafisica, nata nella necessità di giustapporre all’ordine logico degli asserti scientifici una natura causale dei fenomeni. Il principio di indeterminazione rappresenta, nel nuovo panorama scientifico, l’impossibilità di una ricostruzione deterministica in tal senso. Se, come si è visto, nella fisica non quantistica lo stato di una particella materiale libera, che non compia rotazioni, risulta determinato se ne conosciamo oltre alla massa, la velocità e la posizione i cui valori corrispondenti devono essere determinati in maniera simultanea, l’accettazione della fisica quantistica, comporta un radicale stravolgimento di questo principio proprio attraverso l’introduzione delle relazioni di indeterminazione. E’ bene, inoltre precisare che la possibilità di superare questa limitazione di principio non può essere presa in considerazione. Hans Reichenbach in proposito, ne I fondamenti filosofici della meccanica quantistica, evidenzia come la stretta derivazione delle relazioni di incertezza dall’apparato teoretico della meccanica matriciale, rendano possibile un superamento dei limiti imposti alle possibilità di misurazione, soltanto abbandonando definitivamente l’intera teoria quantistica, dimostrandosi in perfetto accordo con quanto sostenuto da Heisenberg, il cui discorso, tuttavia, si allarga verso considerazioni sulla possibilità stessa, di indagare il reale in ambito scientifico. "Poiché il carattere statistico della teoria quantistica è così strettamente collegato all’imprecisione di ogni osservazione - scrive il fisico tedesco - si potrebbe essere indotti erroneamente, a pensare che al di là del mondo statistico percepito si celi ancora un mondo reale, nel quale è valida la legge di causalità. Ma tali speculazione ci sembrano, insistiamo su questo punto, infruttuose e insensate. La fisica deve descrivere formalmente solo la connessione delle percezioni. Si può caratterizzare molto meglio il vero stato delle cose in questo modo: poiché tutti gli esperimenti sono soggetti alle leggi della meccanica quantistica [...], mediante la stessa viene stabilita definitivamente la non validità della legge di causalità."

Nell’analisi di queste considerazioni, tuttavia, ancora un dubbio permane. Esso insiste proprio su quel carattere statistico della teoria dei quanti, chiamato in causa da Heisenberg a giustificare l’impossibilità di uno sviluppo causale dei fenomeni quantistici. In tal senso, è giusto volgere l’attenzione verso un altro aspetto del problema inerente la natura deterministica delle teorie scientifiche. A ben vedere, infatti, già all’interno della meccanica classica, molte teorie tra cui le leggi fondamentali della termodinamica si presentano in termini prettamente statistici. L’incertezza sembra comparire nella fisica classica in circostanze molto lontane dalla meccanica quantistica, senza tuttavia inficiare il carattere deterministico delle previsioni formulate da queste leggi. Tutto ciò è possibile attraverso una semplice riconsiderazione del principio di causalità, uniformandolo, cioè, alla struttura probabilistica delle leggi prese in esame. In tal modo possiamo effettivamente affermare che la natura è realmente retta da leggi causali rigorose in quanto è possibile effettuare, con una certa probabilità, una previsione sullo stato futuro di un sistema, e che, compiendo una analisi sufficientemente elaborata dei fenomeni presi in esame, possiamo spingere questa probabilità tanto vicino quanto vogliamo alla certezza. Appare lecito, quindi, visti questi presupposti, interrogarsi sulla reale portata delle relazioni di indeterminazione fornite dalla meccanica matriciale di Heisenberg.

Perché, dunque, il principio di indeterminazione rappresenta veramente un momento di frattura nella storia della scienza? E’ lecito, considerare la sua scoperta come "Il momento più buio nella storia della fisica classica", o appare più corretto considerarlo come un naturale sviluppo di quelle teorie classiche che facevano del calcolo statistico il loro strumento privilegiato? Nel tentativo di risolvere le nostre perplessità in proposito, dobbiamo notare come, nel definire precedentemente il principio di causalità, allargandolo alle leggi statistiche, si è presupposto che gli ostacoli relativi all’effettuazione di una corretta misurazione sono semplicemente legati alla precisione degli strumenti, ma in linea di principio nulla ci vieta in questo caso la possibilità di un affinamento infinito di tali apparecchi. Nella nostra esposizione, inoltre, abbiamo tacitamente ammesso la possibilità di misurare valori simultanei di parametri indipendenti, ipotesi questa, smentita in ambito quantistico proprio attraverso il principio formulato da Heisenberg.

Hans Reichenbach, ancora una volta, puntualizza in maniera brillante i termini di questo problema, individuando la particolarità delle relazioni di indeterminazione nel rapporto che questa legge instaura tra i parametri presi in esame e la loro relazione rispetto al tempo. Nella fisica classica e possibile osservare come tutte le leggi si rapportano in senso longitudinale rispetto al tempo; esse enunciano legami tra grandezze in istanti diversi determinando delle catene causali che si distendono nella direzione del tempo. Al contrario, il principio di indeterminazione di Heisenberg stabilisce attraverso lo sviluppo della funzione di stato, una diretta correlazione tra valori simultanei di grandezze fisiche indipendenti, senza, quindi, che tale correlazione possa essere riferita ad un processo di causa-effetto. La funzione d’onda, come si è visto nel paragrafo precedente, descrive, in maniera completa lo stato del sistema, ma attraverso il suo sviluppo risulta inevitabilmente una correlazione inversa nella determinazione dei parametri cinematici e dinamici. E’ lecito, quindi, parlando del principio di indeterminazione, definirlo come legge trasversale rispetto al tempo, una trasversalità che non permette l’estensione del principio di causalità ai fenomeni descritti attraverso l’ausilio della meccanica quantistica.

Analizzando i risultati ottenuti dalla fisica classica si era condotti alla tacita ammissione che esista un decorso obiettivo degli avvenimenti nello spazio e nel tempo. Con l’introduzione del principio di indeterminazione, questa speranza è definitivamente crollata imponendo la necessità di tenere sempre in considerazione il carattere perturbante degli atti di misura sul sistema. L’introduzione delle relazioni di indeterminazione, quindi, sembrano condurre verso una nuova modalità nell’interpretazione dei fenomeni, i quali tendono a delinearsi, non più attraverso un rapporto di contrapposizione rispetto al soggetto conoscente, ma proprio in funzione della sua azione conoscitiva. "La differenza tra meccanica classica e meccanica quantistica - osserva a tal proposito Heisenberg - consiste proprio in questo: nella fisica classica, esperimenti precedenti ci consentono di pensare la fase come sempre determinata. Ma in realtà questo è impossibile, perché ogni esperimento per la determinazione della fase distrugge o modifica l’atomo." L’impossibilità di annullare le perturbazioni che il processo di misurazione comporta, infatti, fa si che "la scienza non sta più come spettatrice di fronte alla natura, ma riconosce se stessa come parte di quel mutuo interscambio tra uomo e natura", cosicché, "nella scienza, l’oggetto della ricerca, non è più la natura in sé, ma la natura subordinata al modo umano di porre il problema." In tal senso, dunque, Heisenberg ha buon gioco nell’affermare che in definitiva, nell’ambito della fisica contemporanea, " per la prima volta nel corso della storia, l’uomo ha di fronte a sé solo sé stesso." Questa concezione è ribadita dal fisico tedesco in Fisica e filosofia, dove si afferma che "nell’interpretazione di Copenaghen della teoria dei quanta noi possiamo, in realtà, procedere senza menzionare noi stessi come individui, ma non possiamo trascurare il fatto che la scienza naturale è determinata da uomini. La scienza naturale non descrive e spiega semplicemente la natura; descrive la natura in rapporto ai sistemi usati da noi per interrogarla."

La determinazione di un limite inferiore nella precione di una conoscenza rispetto allo stato fisico di un sistema, infatti, costituisce solo uno degli aspetti legati all’influenza del processo osservativo nei sistemi quantistici. Altrettanto sconcertante ed emblematico nel delineare le problematiche legate ai processi di misura, si presenta il noto fenomeno del collasso della funzione d’onda che si verifica in corrispondenza ad ogni atto di misura. Per comprendere questo ulteriore aspetto dobbiamo precisare che la funzione d’onda di una particela si sviluppa nello spazio e nel tempo all’incirca nello stesso modo di un campo classico, nel senso che il suo corso futuro è prevedibile quando essa sia nota in un certo istante t=0. La sua stessa natura, tuttavia, legata ad una interpretazione probabilistica, fa si che essa non possa essere considerata come una entità fisica, benché risulti inseparabile dall’oggetto che descrive. "Il corso prevedibile del suo sviluppo - osserva Heitler - continua per tutto il tempo, finché non si compia un’osservazione. Allora la catena causale del suo sviluppo si interrompe, la funzione d’onda si trasforma improvvisamente e fa assumere alla quantità osservata un valore ben definito." A questo punto dobbiamo considerare che l’intervento dell’atto di misurazione ha naturalmente perturbato lo stato del sistema, per cui, da questo momento in poi si avrà un nuovo sviluppo causale continuo, descritto da una funzione d’onda diversa dalla precedente che, tuttavia, ci permette di prevedere le probabilità riguardanti la futura evoluzione del sistema, almeno fintanto che non verrà eseguita una nuova misurazione. E’ in questo senso che "L’interpretazione teoretica di un esperimento - afferma Heisenberg a conferma di ciò - richiede tre stadi distinti: (1) traduzione della situazione sperimentale iniziale in una funzione di probabilità; (2) accompagnamento di questa funzione lungo il corso del tempo; (3) determinazione di una nuova misurazione del sistema."

E’ importante osservare che la funzione di probabilità contiene elementi oggettivi, ovvero elementi sulle tendenze del sistema che non dipendono in alcun modo dall’osservatore e elementi soggettivi quali la nostra conoscenza del sistema stesso. Per questa ragione, la funzione di probabilità non può descrivere l’accadere di un certo evento, ma "un complesso di eventi possibili", in quanto, "il passaggio dal possibile al reale ha luogo durante l’atto di osservazione" e si manifesta attraverso il "salto quantico", ovvero, il collasso della funzione d’onda decretando, di fatto, l’impossibilità di interpretare i fenomeni quantistici in senso casuale. Ciò porterà lo stesso Heisenberg ad affermare in maniera perentoria che ogni qual volta si desideri "descrivere ciò che accade in un evento atomico, dobbiamo aver ben presente che la parola accade può essere applicata soltanto all’osservazione e non a ciò che accade tra due osservazioni."

 

 

3. Il principio di complementarità

In merito alle problematiche legate al collasso della funzione d’onda, ponendo l’attenzione su questi ulteriori elementi di discontinuità riscontrati nell’analisi dei sistemi quantistici, dobbiamo immediatamente notare come, nella nostra descrizione, abbiamo considerato l’oggetto d’indagine preso in esame sotto due aspetti diversi: Eseguendo una misurazione diretta, infatti, intendiamo compiere una precisa osservazione inquadrata nello spazio e nel tempo, un dominio in cui, pur considerando tutte le restrizioni postulate dal principio di indeterminazione, sono misurabili grandezze come la velocità e la posizione di una particella. Per contro, esaminando una funzione d’onda, sfugge completamente alla nostra osservazione immediata, il sistema ad essa legato, pur delineando una prevedibilità nella sua evoluzione e, quindi, una successione causale di esso. Questo prototipo di sviluppo causale, tuttavia, è profondamente diverso dal modello di laplaceiana memoria valido nella fisica classica. A dimostrazione di ciò, appare di grande utilità la citazione di un passo di Selleri, secondo cui, volendo definire l’essenza di una descrizione compiuta attraverso lo schema classico, possiamo affermare che essa consiste "nella descrizione di un fenomeno che si evolve nello spazio e nel tempo conservando l’energia e l’impulso. Tale descrizione diventa impossibile nel dominio dei fenomeni atomici. Ogni fotone, infatti, ed ogni sistema atomico, soddisfano relazioni di proporzionalità diretta tra energia e frequenza da un lato, e fra impulso e numero d’onde per unità di lunghezza dall’altro. [...] In queste formule le nozioni di onda e corpuscolo entrano in modo sintetico e tuttavia contrastante. L’energia e l’impulso sono, infatti, associate al concetto di particella e possono, quindi, essere caratterizzate dal punto di vista classico da coordinate spazio-temporali ben definite; la frequenza, invece, e il vettore numero d’onde, si riferiscono a un’onda piana di estensione illimitata nello spazio e nel tempo e, perciò, priva di qualsiasi localizzazione."

Il dualismo tra la descrizione spazio-temporale e quella causale deriva in maniera diretta dall’applicazione del principio di indeterminazione. Immaginiamo, infatti, di voler misurare in maniera esatta la posizione di una particella che si muove lunga una retta immaginaria: ciò significa che i nostri strumenti debbono determinare questa variabile con errore D x = 0. Dalle relazioni di indeterminazione segue che, in tal caso, l’errore relativo alla determinazione della quantità di moto risulta infinito. Ciò equivale a dire che nulla sappiamo riguardo all’energia e all’impulso del sistema, stabilendo, in questo modo, l’impossibilità di verificare la conservazione dell’energia e della quantità di moto. D’altro canto, la pretesa di verificare le leggi di conservazione richiede l’esecuzione di una misurazione accurata della grandezza quantità di moto con un errore, cioè, D p = 0. La limitazione imposta dalle relazioni di indeterminazione, in questo caso, ci impedisce, però, di localizzare il sistema nello spazio.

L’introduzione del principio di indeterminazione, dunque, presentandosi come definitiva limitazione alla conoscenza dello stato di un sistema, delinea una prospettiva dualistica nella descrizione dell’evoluzione di un determinato fenomeno: da una parte è possibile darne una descrizione spazio temporale, mentre, dall’altra, definirne uno sviluppo causale tramite l’evoluzione della funzione d’onda ad esso legata. Non è mai possibile, come accade in fisica classica, fornire entrambe contemporaneamente. Questa situazione paradossale riporta in auge il vecchio dibattito, mai sopito definitivamente, sulla natura della radiazione luminosa, sviluppando, in questo modo, una teoria fondata sull’accettazione di aspetti complementari: La luce può essere descritta attraverso la teoria ondulatoria così come attraverso l’interpretazione corpuscolare, il motivo dell’oggettivarsi in ambito sperimentale dell’uno o dell’altro aspetto dipende, in definitiva, esclusivamente dalla natura dell’esperimento stesso. "Nella descrizione dei fenomeni atomici - osserva Bohr, a conferma di quanto detto - il postulato dei quanti ci pone di fronte al compito di sviluppare una teoria della complementarità, la cui coerenza può venir giudicata solo valutando le possibilità da essa offerte di definizione e di osservazione. Questa concezione è già emersa chiaramente dalla dibattutissima questione intorno alla natura della luce e dei costituenti ultimi della materia."

Da quanto detto emerge ancora più chiaramente come la discriminante che produce la frattura incolmabile tra la fisica classica e il quantismo è rappresentata dal carattere non neutrale dell’osservazione. La modificazione subita dal sistema in seguito all’intervento di misura costituisce il nodo attraverso il quale si svolgono le argomentazioni relative alle relazioni di indeterminazione, nonché la chiave di lettura in cui inquadrare il principio di complementarità di Bohr, che, tra l’altro, come afferma Geymonat "non ha fatto altro che generalizzare quello che ha detto Heisenberg a proposito della velocità e della posizione." La teorizzazione di Bohr, in particolare, riconoscendo l’essenza della meccanica quantistica nel postulato dei quanti "che attribuisce ad ogni processo atomico una essenziale discontinuità, completamente estranea alle teorie classiche e simbolizzata dal quanto di azione di Planck", punta l’attenzione proprio su come "ogni osservazione dei fenomeni atomici comporti una interazione non trascurabile col dispositivo di misurazione." L’impossibilità di eliminare le perturbazioni esterne nell’osservazione dei fenomeni microscopici, portano il fisico danese al superamento dell’ideale classico in cui i processi sono definibili attraverso uno sviluppo causale spazio-temporale affermando, per contro, che "la natura stessa della teoria quantistica ci costringe a considerare la coordinazione spazio-temporale e l’esigenza della connessione causale , la cui unione caratterizza le teorie classiche, come aspetti complementari, ma reciprocamente escludentisi della descrizione, i quali simbolizzano l’idealizzazione dei concetti di osservazione e di definizione rispettivamente. Come la teoria della relatività - continua Bohr - ci ha fatto conoscere che l’adeguatezza della distinzione rigorosa tra spazio e tempo riposa unicamente sulla piccolezza delle velocità che si incontrano di solito rispetto a quella della luce, dalla teoria quantistica impariamo che l’adeguatezza della nostra ordinaria descrizione spazio-temporale di tipo causale dipende unicamente dal piccolo valore del quanto d’azione, rispetto alle azioni in gioco nelle ordinarie percezioni sensoriali."

Possiamo, dunque affermare, seguendo le indicazioni di Bohr, che due attributi vengono considerati tra loro complementari quando la nostra intuizione, derivata dall’esperienza ordinaria, esigerebbe che li usassimo entrambi per una descrizione completa dell’oggetto preso in esame, mentre, un’analisi rigorosa dei procedimenti adottati per l’effettiva assegnazione di tali attributi, mostra come la determinazione precisa dell’uno esclude quella dell’altro. Naturalmente, ancora una volta, le difficoltà non sorgono, come evidenzia Heisenberg, dall’apparato matematico: "Il dualismo tra due rappresentazioni complementari -in effetti - è chiaramente espresso nella flessibilità dello schema matematico. La sua espressione formale è analoga a quella della meccanica classica, con equazioni di moto per le coordinate e i momenti dei corpuscoli. Ma con una semplice trasformazione essa può essere riscritta a guisa di una equazione ondulatoria per un’ordinaria onda di materia a tre dimensioni. Perciò, questa possibilità di servirsi di diversi quadri complementari trova riscontro nelle diverse trasformazioni dello schema matematico; da ciò non nasce alcuna difficoltà per l’interpretazione di Copenaghen della teoria dei quanti. Una difficoltà reale per la comprensione di questa interpretazione sorge, tuttavia, quando ci si pone la famosa domanda: ma che cosa accade realmente in un evento atomico?"

Per rispondere a questo quesito sarà necessario descrivere brevemente i risultati di quello che in termini popperiani potremmo definire un esperimento cruciale atto a verificare la natura ondulatoria o corpuscolare di un fascio di elettroni.

 

3.1 L’esperienza di Young (o dell’interferometro a fori)

L’esempio più famoso e illuminante del carattere controintuitivo della teoria dei quanti è l’esperimento della doppia fessura eseguito per la prima volta dal fisico Thomas Young nel 1804, nel tentativo di evidenziare la natura ondulatoria della radiazione luminosa. In questo esperimento un fascio di luce monocromatica veniva diretto contro una parete sulla quale erano state precedentemente ricavate due fessure parallele molto sottili, a breve distanza una dall’altra. Uno schermo posto dietro a questa parete raccoglieva la luce passata attraverso le fessure evidenziando un classico fenomeno di interferenza messo in risalto dalla comparsa di un campo di interferenza a righe.

In linea di principio, lo stesso esperimento può essere condotto sostituendo alla luce visibile un fascio di elettroni e ricoprendo lo schermo retrostante con una serie di contatori Geiger. Per verificare il corretto funzionamento di tutti i contatori, si procede alla copertura di una delle due fessure in modo tale che, dopo il passaggio di qualche migliaio di elettroni attraverso la fessura rimasta aperta, tutti i contatori avranno rilevato l’arrivo di qualche particella. E’ chiaro che, in questa prima fase dell’esperimento, viene evidenziata in maniera impeccabile la natura corpuscolare delle particelle, tuttavia, aprendo la seconda fessura si nota che alcuni contatori non elaborano più alcun segnale. Nella prima fase gli elettroni, passando attraverso la fessura aperta, si disperdevano causando una distribuzione pressappoco regolare delle rivelazioni sullo schermo, aprendo entrambe le fessure la distribuzione cambia e nessun elettrone colpisce determinate zone dello schermo riproponendo la comparsa di un campo di interferenza. Si potrebbe ipotizzare che alcuni elettroni, passando simultaneamente attraverso le rispettive fessure, simulino l’interferenza, falsando il risultato dell’esperimento. A questo inconveniente si può facilmente rimediare riducendo l’intensità della fonte di emissione fino a far sì che un solo elettrone alla volta attraversi le fessure. Anche in questo caso, tuttavia, si determina ancora lo stesso risultato: gli elettroni che passano per la fessura uno, "sanno" se la fessura due è aperta o chiusa.

La situazione, apparentemente paradossale, trova una immediata interpretazione nella formulazione matematica della teoria dei quanti. La meccanica quantistica afferma che noi possiamo prevedere la possibilità del passaggio degli elettroni attraverso le fessure e del loro seguente arrivo sullo schermo. La probabilità è espressa da una funzione d’onda e le onde hanno campi di interferenza. Quando entrambe le fessure sono aperte, le onde di probabilità Y possono interferire, con il risultato di avere probabilità zero in alcune regioni dello schermo. La spiegazione fornita a tal proposito da Lederman appare illuminante: "La traiettoria di un elettrone non può essere osservata punto per punto, e perciò la domanda << Per quale fessura passa l’elettrone? >> non è un problema di tipo operazionale. Infatti, il principio di indeterminazione di Heisenberg (la nostra compressa contro i mal di testa "classici" ) dice che se voi cercate di misurare la traiettoria che l’elettrone segue dal cannone alla parete, cambierete totalmente il moto dell’elettrone, annullando l’esperimento. Possiamo conoscere le condizioni iniziali (gli elettroni sparati dal cannone); possiamo conoscere i risultati finali ( gli elettroni colpiscono certi punti dello schermo); non possiamo conoscere il cammino da A a B, a costo di vanificare l’esperimento."

Il problema si presenta, dunque, in maniera gravosa, nel momento in cui si interviene a fornire una spiegazione fisica del modello matematico, nel momento in cui, cioè, si tenta la conciliazione del modello quantistico con le esigenze intuitive legate alla meccanica classica. "L’interpretazione di Copenaghen della teoria dei quanti parte da un paradosso. - afferma Heisenberg trattando questa problematica - Qualsiasi esperimento fisico, sia che si riferisca ai fenomeni della vita quotidiana o ad eventi atomici, deve essere descritto in termini della fisica classica. I concetti della fisica classica formano il linguaggio per mezzo del quale descriviamo la preparazione dei nostri esperimenti e ne descriviamo i risultati. Non possiamo né dobbiamo sostituire questi concetti con altri. Tuttavia, l’applicazione di questi concetti risulta limitata dalle relazioni di incertezza. Dobbiamo tener presente questa limitata area di applicabilità dei concetti classici mentre li applichiamo, ma non possiamo e non dovremmo sforzarci per migliorarli."

 

 

 

 

4. Un problema di linguaggio

Abbiamo rivelato come la chiave dei paradossi inerenti l’esperimento della doppia fenditura, scaturiscano in maniera più o meno diretta da problematiche di ordine linguistico, o più precisamente, dalla necessità di tradurre i risultati di questo esperimento, chiaramente prevedibile in ambito matematico, in un linguaggio privo di concetti adeguati a definire lo stato di cose che si presenta in questa esperienza. "Alle principali idee ispiratrici di questo linguaggio - rileva, infatti, Heisenberg - appartenevano i presupposti che l’ordine degli eventi nel tempo è interamente indipendente dalla loro posizione nello spazio reale, e che gli eventi accadono nello spazio e nel tempo indipendentemente dal fatto che siano osservati o meno. Non si negava che qualsiasi osservazione esercita una certa influenza sul fenomeno da osservare, ma si riteneva generalmente che, aumentando l’accortezza e la diligenza con cui gli esperimenti venivano compiuti, questa influenza poteva ridursi ad un valore piccolo a piacere." Si è creduto da più parti, dunque, nella necessità di approfondire l’indagine linguistica nel tentativo di porre rimedio a questa mancanza di neo-concetti in grado di rendere conto della situazione venutasi a creare. Il dualismo onda-particella, espresso dal principio di complementarità, risulterebbe, in tal modo, un semplice espediente euristico nel tentativo di far fronte, secondo Agazzi, all’insufficiente emancipazione nei confronti dei concetti classici accusata dai fisici di Copenaghen. La strada per uscire da questa situazione di disagio è indicata da questo autore nella scoperta di qualche concetto radicalmente nuovo adeguato alla sostituzione di quelli appartenenti al rigido schema classico. L’ipotesi di Agazzi, tuttavia, contiene un fraintendimento di fondo: in primo luogo dobbiamo considerare che la meccanica quantistica non fonda le sue certezze soltanto su una rielaborazione di vecchi concetti, l’introduzione dell’antimateria per spiegare gli esiti dell’equazione di Dirac ne costituisce un esempio, tuttavia, l’introduzione di nuove forme non ha certo permesso di rendere certi aspetti di questa teoria più intuitivi. L’impossibilità di abbandonare i vecchi concetti è determinata piuttosto dal fatto che, come riconosce lo stesso Heisenberg, "I concetti della fisica classica non sono altro che un raffinamento dei concetti della vita quotidiana e sono parte essenziale del linguaggio che forma la base di ogni scienza naturale. Nella scienza, la nostra situazione effettiva è tale che noi non possiamo non far uso dei concetti classici per la descrizione degli esperimenti, ed il problema della teoria dei quanta è stato di trovare una interpretazione teoretica degli esperimenti su tale base. Non serve a nulla discutere su ciò che si potrebbe fare se noi fossimo esseri diversi da quello che siamo." I concetti classici, dunque, non sono tali soltanto per il fatto di essere razionalmente inseriti nel tessuto logico della meccanica newtoniana e in ogni altra teoria scientifica precedente a quella dei quanti, essi rappresentano, secondo Heisenberg, un abito mentale, un presupposto attraverso il quale l’uomo è portato ad ordinare il reale. In ciò, non resta che rilevare nell’indagine atomica, un superamento del modello gnoseologico kantiano, che tuttavia si ripropone come indispensabile nel rendere intuitive le nuove conquiste della scienza. "Noi apprendiamo il linguaggio per mezzo della tradizione; i concetti tradizionali strutturano il modo in cui riflettiamo sui problemi e determinano le nostre domande." Se, da una parte i fenomeni riescono ad essere ordinati in modo soddisfacente attraverso le leggi matematiche, possiamo certamente affermare con Heisenberg che "i problemi che restano concernono piuttosto il linguaggio che i fatti", d’altro canto, però, siamo impossibilitati al superamento di questo orizzonte linguistico "giacché appartiene al concetto fatto che esso possa essere descritto nel linguaggio ordinario."

E’ noto, in tal senso, come i fisici di Copenaghen fossero abituati a risolvere le controversie sui paradossi sollevati dal quantismo raccomandando, in queste situazioni, il rifugio nell’elegante apparato matematico della teoria. Sulla stesa linea sembra porsi Luigi Tarca secondo cui i problemi legati alla traduzione fisica della meccanica matriciale sono riassumibili nella nota affermazione wittgesteiniana "every symbol is what is it and not another syìmbol" ogni espressione linguistica, cioè, è ciò che è e non un’altra espressione, e quindi una formula logico matematica non può avere lo stesso contenuto di una affermazione che non possiede caratteri logico-matematici, la quale dunque non può venir dimostrata per il fatto che lo è stata la prima. Il problema sul senso fisico della meccanica quantistica sembra dunque riassorbirsi in una sostanziale intraducibilità del pensiero matematico in linguaggio comune, una intraducibilità che determina il sorgere di complicazioni paradossali come quelle precedentemente descritte, ma che tuttavia non è possibile eliminare completamente visto che ogni esperienza fisica risulta fortemente condizionata anche dalla necessità di descrivere in termini classici l’apparato sperimentale che, attraverso il principio di indeterminazione, entra direttamente in gioco nelle procedure di indagine. "Si devono poter descrivere le osservazioni con i concetti della fisica classica. - afferma Bohr in proposito - E’ questa la condizione necessaria di un esperimento."

Heisenberg interviene a più riprese nella trattazione di questa problematica specifica: "L’azione dell’osservatore come pure il suo apparato di misura, devono essere discussi secondo le leggi della fisica classica, perché senza di ciò non esisterebbero affatto problemi fisici. Pertanto, negli apparati di misura, come ha fatto rilevare Bohr, si considera tutto ciò che succede come determinato nel senso della teoria classica; questa è anche la premessa necessaria affinché, da un risultato di una misurazione, si possa concludere senza ambiguità che cosa sia successo." L’universo quantistico, anche per Heisenberg, dunque, sembra proprio condannato a convivere con la duplicità espressa da Bohr nel principio di complementarità: "Da una parte le domande che noi rivolgiamo alla natura mediante l’esperimento sono sempre formulate coll’aiuto dei concetti intuitivi della fisica classica e in particolare esse si servono dei concetti di spazio e di tempo così come noi comunemente li intuiamo; ché noi non possediamo altro linguaggio che questo, appropriato agli oggetti che giornalmente ci circondano, col quale per esempio possiamo descrivere la struttura dei nostri strumenti di misura; e non possiamo fare esperienze che nello spazio e nel tempo. D’altra parte le formule matematiche adatte alla rappresentazione dei dati sperimentali sono funzioni ondulatorie in spazi di configurazione pluridimensionali, che non permettono una dimostrazione semplice e intuitiva. Da questa duplicità deriva la necessità di separare nettamente, nella distinzione dei processi atomici, gli apparecchi di misura, che vengono descritti con concetti classici, e l’oggetto in osservazione, il cui comportamento viene rappresentato mediante una funzione ondulatoria." Una duplicità che tra l’altro pone la scuola di Copenaghen in netta antitesi con le tesi espresse in merito dai filosofi positivisti.

Gembillo, in una monografia dedicata ad Heisenberg affronta il tema legato alle problematiche linguistiche proprio evidenziando queste distanze: "Con i positivisti, Heisenberg polemizza fortemente, sottolineando sempre la distanza che lo separa dalle loro teorizzazioni e ribadendo le differenze piuttosto che eventuali punti di convergenza. In particolare rimprovera loro sia la pretesa di cercare un linguaggio perfetto, esente da ambiguità e valido universalmente; sia il loro considerare come elementi di realtà le percezioni sensibili dell’osservatore." La duplicità linguistica legata allo sviluppo della meccanica dei quanti rende impossibile "chiedere che la chiarificazione dei concetti venga intrapresa fin dal principio." Avanzare una simile pretesa, infatti, "equivarrebbe a chiedere che l’intero sviluppo futuro della scienza venga predeterminato mediante una analisi logica. Da ciò si riconosce che le imprecisioni contenute nei sistemi concettuali della fisica classica sono necessari; Dobbiamo quindi accontentarci a vedere nelle discipline fisiche esattamente elaborate dal lato matematico nulla più che tentativi eseguiti a tastoni per orientarci nella moltitudine dei fenomeni." Il rifiuto del positivismo, quindi, è fondato sulla impossibilità di effettuare una contrazione semantica nella lingua, operazione che Heisenberg, come abbiamo visto ritiene illusoria e in ogni caso non necessaria: "Questo programma sarebbe assolutamente inattuabile, perché allora occorrerebbe rivedere i concetti più usuali e quotidiani, e dopo una revisione di tal genere, forse ben poco del nostro linguaggio rimarrebbe ancora in uso."

Nonostante ciò, è necessario ricordare che la traduzione dei simboli matematici in concetti esprimibili linguisticamente comporta, in particolar modo nella teoria dei quanti, una certa ambiguità tant’è che: "Quando gli esperimenti di Lord Ruthenford suggerirono che l’atomo consistesse di un nucleo circondato da elettroni, -ricorda Heisenberg in proposito - non si poté fare a meno di chiedersi: dove si trovano o come si muovono gli elettroni nella regione esterna dell’atomo? Cosa sono le orbite degli elettroni? [...] Rendersi conto che simili domande sono prive di senso è un processo molto difficile e tormentato. Non lo si dovrebbe sminuire riducendolo alla parola << preconcetto >>." Su questa linea, in seguito alla definizione del principio di indeterminazione e di quello di complementarità non possiamo considerare lecito il domandarsi cosa accadrebbe se la misurazione della posizione di una particella venisse eseguita simultaneamente alla determinazione della sua quantità di moto. L’assenza, tuttavia, di affermazioni intorno ai valori simultanei delle citate grandezze, non conduce a particolari lacune del linguaggio osservativo e una tale situazione ci porta ad affermare, in definitiva, che il ricorso al linguaggio ordinario in fisica quantistica è possibile nel momento in cui possiamo attribuire ad una qualsiasi espressione un carattere significativo in termini quantistici. Una determinata proposizione su uno stato di cose, cioè, è plausibile ogni qual volta risulta possibile l’effettuazione di una misurazione in merito e acquista un senso compiuto solo nel momento dell’osservazione. E’ chiaro che una simile impostazione del problema, coerente, peraltro, con l’interpretazione di Copenaghen, si presta facilmente ad una interpretazione di stampo positivistico, tuttavia, in questo caso, l’impossibilità di ricorrere ad un uso incontrollato dei concetti classici, non si realizza attraverso una precisa volontà filosofica determinata a priori, quanto dalla necessità, imposta dal carattere statistico e discontinuo della conoscenza quantistica, nel delineare una possibilità di traduzione dal linguaggio matematico in quello espressivo. Come evidenzia correttamente Prigogine, questa conseguenza è provocata dalla dualità insita nella meccanica quantistica in cui la funzione d’onda compare classicamente come una relazione reversibile, mentre l’atto di misura interviene rompendo questa simmetria temporale: "La meccanica quantistica oppone e afferma simultaneamente la necessità della funzione d’onda e dello strumento di misura e definisce il fenomeno quantistico tramite un doppio mistero, quello del sistema in sé, la cui evoluzione dinamica è reversibile, ma inconoscibile, e quello dell’operazione di misura, irreversibile e incomprensibile in termini dinamici. [...] Essa ha dovuto ammettere che l’oggettività non può essere definito senza il riferimento alle condizioni di osservazione."

 

4.2 nuovi linguaggi logici

La possibilità di delineare un altro tipo di adeguamento del tessuto concettuale classico al modello matematico quantistico, si riscontra, d’altro canto, nei tentativi di procedere ad un rinnovamento del linguaggio logico in conformità alla necessità espresse dalla fisica quantistica. In proposito, Geymonat fa notare come il principio di complementarità sia, per sua natura, interpretabile secondo due accezioni per nulla coincidenti tra loro: "Una, strettamente fisica, lo colloca in una posizione ben determinata entro l’edificio della meccanica quantistica (come assioma da cui possiamo derivare il principio di indeterminazione); ed una invece, più generale, lo presenta come applicabile alla totalità delle ricerche scientifiche (fisiche e non solo fisiche)."

Enrico Persico, uno tra i primi in Italia a seguire gli sviluppi dei fisici di Copenaghen, ritiene fondata la possibilità di poter considerare il principio di complementarità in quest’ultima accezione. Quella di Bohr, secondo Persico rappresenterebbe "una vera scoperta logica, non meno importante di quella del sillogismo, e suscettibile di applicazioni nei campi più diversi." La sua importanza consisterebbe nel fatto che mentre "due proposizioni sono contraddittorie quando se una è vera, è falsa l’altra", due proposizioni possono dirsi complementari quando "se l’una è vera (o falsa), l’altra è priva di senso."

Ciò contravviene ad una opinione abbastanza diffusa seconda cui l’applicazione della logica a campi diversi da quello strettamente matematico, non dà luogo a difficoltà di principio, una volta che questi campi abbiano acquisito una struttura sufficientemente sistematica e rigorosa. In altri termini si pensava che il comportamento della logica nei confronti dei diversi campi dell’attività razionale fosse naturalmente uniforme. Questa fiducia era del resto giustificata da un’immagine tradizionalistica della logica che è stata a lungo dominante in molti ambienti scientifici e filosofici. Secondo tale immagine, la logica è unica (nel senso che ricerca il sistema di regole di ragionamento corrette, le quali vanno adoperate nelle diverse situazioni conoscitive) ed inoltre è a priori (in quanto risulta assolutamente indipendente da ogni contenuto di conoscenza). Tuttavia, se guardiamo agli sviluppi più recenti delle ricerche logiche, dobbiamo riconoscere che la fede nell’unicità della logica rappresenta soltanto un pregiudizio che sopravvive, come incrostazione ideologica, per pura forza di inerzia. Negli ultimi decenni si è assistito ad una vera e propria proliferazione di una grande quantità di logiche diverse, tant’è vero, che, secondo Maria Luisa Dalla Chiara, "uno dei più spinosi problemi dei logici odierni consiste appunto nella ricerca di alcuni ragionevoli criteri di classificazione che permettano di inquadrare razionalmente tutte le diverse logiche conosciute."

Uno degli esempi più interessanti di logica non classica che ha trovato applicazione feconda in fisica è costituito, sempre secondo la Dalla Chiara, dalla logica quantistica nata negli anni trenta dalle ricerche di Von Newmann e Birkhoff. La caratteristica peculiare di questa logica è rappresentata proprio dal nuovo modo di concepire la disgiunzione la quale risulterebbe vera senza che nessuno dei due termini che la compongono possa dichiarasi tale. Una tale argomentazione logica risulta facilmente applicabile a certe situazioni teoriche e sperimentali in cui accade di aver a che fare con delle alternative che sono ben determinate, mentre entrambi i membri risultano indeterminati

Alcuni fisici, tuttavia, rifiutano espressamente l’uso della logica quantistica, ma va ravvisato come tra queste due posizioni estreme sussiste una possibilità alternativa che consiste nel riconoscere all’interno dalla stessa teoria più di una struttura logica. "E’ infatti possibile dare una descrizione formale soddisfacente della meccanica quantistica per cui risulta che certi sotto-linguaggi della teoria sono governati dalla logica classica, mentre altri sono governati dalla logica quantistica. In altri termini è come se nella teoria degli operatori logici fondamentali (non, e, o, ecc.) si scindessero in due specie diverse: l’operatore classico l’operatore quantistico, soggetti, in generale, a leggi logiche diverse.

Una strada simile a quella intrapresa da Von Newmann è rintracciabile nel tentativo di Reichenbach di fondare una logica a tre valori di verità: "La logica ordinaria è a due valori; essa è costruita in termini dei valori di verità vero e falso. Risulta possibile - secondo Reichenbach - introdurre un valore di verità intermedio, che può esser detto indeterminato." Questo tipo di logica, d’altro canto, avrà un campo di applicazione notevolmente limitato; essa risulterà applicabile soltanto a situazioni limite, lontane dalla nostra esperienza quotidiana, in considerazione del fatto che, attraverso l’introduzione di un ulteriore valore di verità rispetto alla logica classica, viene a cadere uno dei principi fondamentali su cui si fonda la maggior parte dei ragionamenti. "Il principio del terzo escluso - come riconosce lo stesso Reichenbach - costituisce uno dei cardini della logica tradizionale. Se, d’altra parte, abbiamo un terzo valore di verità: l’indeterminatezza, il terzium non datur, non risulta più una formula valida; esiste un terzo, un valore intermedio, rappresentato dallo status logico indeterminato." E’ lo stesso Heisenberg ad affermare, in proposito che "nella teoria dei quanti questa legge del terzium non datur deve essere modificata."

In Fisica e filosofia, Heisenberg fa diretto riferimento ad una proposta di integrazione della logica classica avanzata da von Weizsä cker fondata sul concetto di grado di verità e svolgentesi in un ambito linguistico concernente diversi livelli di linguaggio. Il modello non si presenta in modo dissimile da quello di Reichenbach: Il valore intermedio, relativo alle determinazioni complementari è definito, in questo caso dal termine << non deciso >>. La stratificazione del linguaggio, tuttavia, consente a Weizsä cker di limitare l’applicazione della logica quantistica ad un solo livello.

Nonostante le difficoltà che si incontrano nella definizione di logiche alternative, difficoltà che hanno spinto lo stesso Heisenberg ad affermare che tali problematiche "possono essere evitate se si limita il linguaggio alla descrizione dei fatti, vale a dire ai risultati sperimentali", la ricerca di nuovi sentieri logici prosegue a ritmi serrati. Uno dei progetti più promettenti, peraltro ancora in corso di completamento, è stato intrapreso da Maria Luisa Dalla Chiara in collaborazione con Roberto Giuntini. La nuova logica opera su vettori unitari dello spazio Hilbertiano, usati in meccanica quantistica per descrivere gli stati puri di un sistema. La sua particolarità è quella di costituirsi come logica alternativa e non semplicemente come una sotto-logica: mentre i linguaggi sviluppati da Von Newmann, da Reichenbach o da Weizsä cker, pur rinunciando al principio del terzo escluso risultano compatibili con la logica classica, cioè, nella logica sviluppata dalla Dalla Chiara risulta essere invalidato lo stesso principio di non contraddizione. All’interno della nuova costruzione, inoltre si opera con un connettivo logico del tutto sconosciuto fino ad oggi chiamato, in modo del tutto originale "radice di not" per la sua peculiarità di dare luogo ad una negazione se applicato consecutivamente per due volte. Tale connettivo sembrerebbe riprodurre logicamente le proprietà possedute in natura dallo specchio semiriflettente.

 

 

 

 

5. Una nuova realtà: dalla particella alla simmetria

Le difficoltà linguistiche relative ai fenomeni quantistici si concentrano, come abbiamo visto, nel tentativo di fornire una spiegazione intuitiva dello stato di cose analizzato dalla funzione d’onda che descrive il sistema. Il problema, cioè, nasce nel momento in cui cerchiamo di capire quale realtà si celi dietro al formalismo matematico sviluppato della meccanica quantistica. E’ chiaro, in tal modo, che le difficoltà linguistiche si legano strettamente al processo di oggettivazione in cui ogni ricerca fisica trova i suoi presupposti, determinando univocamente un rapporto di significanza tra l’elemento segnico e la realtà che questo sottende. Il presupposto della necessità di un substrato sostanzialistico denotato attraverso questo rapporto di significanza, d’altro canto, costituisce una eredità della concezione meccanicistica dell’universo. Il carattere massivo, cioè la solidità dell’oggetto, è ciò che noi sentiamo rappresenti l’oggettività: è la regola attraverso la quale noi distinguiamo ciò che è reale da ciò che è immaginario. Questa modalità interpretativa viene definitivamente dissolta negli sviluppi della fisica moderna.

Già nella definizione della meccanica matriciale si assiste al definitivo abbandono di concetti quali la posizione e l’orbita descritta da un elettrone, per volgere l’attenzione a quegli attributi relazionali individuabili nelle transizioni energetiche, direttamente osservabili negli esperimenti. L’elettrone non può più essere pensato come una sfera rigida ai cui elementi spaziali la carica risulta strettamente legata; ciò che rende possibile la soluzione dei problemi conoscitivi, dunque, non è più caratterizzabile in termini di "una proprietà cosale non deducibile più oltre", ma attraverso l’appello ad un principio in cui il carattere puramente sostanziale tende ad essere riassorbito nel concetto di funzione. Ciò non dipende univocamente da problemi di natura metodologica o teoretica, ma in maniera più radicale, dal nuovo atteggiamento che si impone nel confronto instaurato attraverso la nuova prospettiva teoretica ,con la realtà effettuale, oltre alle prospettive delineate dal nuovo modo di avvicinarci ad essa. In ciò si annuncia "una profonda trasformazione della struttura dell’intera realtà; dove con la parola realtà si indica", non più un sostrato materiale, ma "il complesso di rapporti che si stabiliscono fra la coscienza formatrice e il mondo considerato come contenuto obiettivabile in tale coscienza."

In ciò è rintracciabile una nuova prospettiva gnoseologica attraverso la quale si assiste ad una definizione nuova e diversa del concetto fisico di oggetto d’indagine, predefinito, in questo caso, dall’elemento teoretico da cui esso deriva. Come osserva efficacemente Cassirer, se nella concezione sostanzialistica si presupponeva un oggetto rigidamente definito, preesistente alla formulazione teoretica, in relazione con altri enti attraverso le modalità definite dalla legge fisica, "ora il concetto di legge viene preordinato al concetto di oggetto, mentre prima gli era subordinato e aggiunto successivamente." L’estensione del sapere oggettivo, dunque, risulta essere predeterminato dal dominio teoretico riscontrabile nella legge fisica: il principio di indeterminazione costituisce una prova lampante di ciò in quanto "qualsiasi conoscenza del reale è - a causa delle leggi teoriche quantiche - per sua stessa natura una conoscenza incompleta." La fisica quantistica, dunque, instaurando un nuovo rapporto di significanza, definisce un nuovo ambito di indagine i cui caratteri sono completamente estranei alle modalità interpretative classiche: "i fautori del materialismo - ricorda Heisenberg - non riuscivano a rendersi conto del fatto che l’unico tipo di estrapolazione che noi operiamo nei confronti della realtà non avviene a livello atomico, e, soprattutto, non è una manipolazione diretta di essa, ma rappresenta una traduzione dipendente dal particolare linguaggio di cui di volta in volta ci serviamo." Da questo punto di vista aveva perfettamente ragione Niels Bohr quando sottolineava il fatto che "oggi sappiamo che il mondo oggettivo della scienza ottocentesca era in effetti solo una riduzione, una idealizzazione, che non rappresentava tutto il reale."

Questa oggettività in cui il concetto di atomo è valso da prototipo di modello sostanzialistico, si dissolve definitivamente nella ridefinizione, operata della meccanica quantistica, di un modello atomico che da semplice concetto cosale si tramuta in una rappresentazione sistematica e relazionale in cui scompare l’entità oggettivabile per lasciare posto ad un sistema di forze sommamente intricato. "Per l’atomo della fisica moderna tutte le qualità sono dedotte; direttamente non possiamo attribuirgli alcuna proprietà materiale; il che vuol dire che qualunque immagine la nostra mente possa farsi dell’atomo è eo ipso errata" In tal senso, osserva ancora Heisenberg, "L’idea della obiettiva realtà delle particelle elementari si è, quindi, sorprendentemente dissolta, e non nella nebbia di una qualche nuova, poco chiara o ancora incompresa idea di realtà, ma nella trasparente chiarezza della matematica che non rappresenta più il comportamento della particella, ma il nostro sapere sopra questo comportamento." All’affermazione di Heisenberg, fa eco un passo di Bohr contenuto nell’articolo di presentazione del principio di complementarità, secondo cui "una realtà indipendente nel senso fisico ordinario non può venire ascritta né al fenomeno, né allo strumento di misurazione." Nella prosecuzione del suo articolo, infatti, il fisico danese precisa che "nella discussione di tali questioni non si può trascurare il fatto che, [...], la radiazione nello spazio vuoto e così pure le particelle materiali isolate sono astrazioni, in quanto le loro proprietà sono, per la teoria quantistica, definibili e osservabili solo attraverso l’interazione con altri sistemi." Il nuovo scopo della scienza, quindi, non è quello di raggiungere la classica adaequazio del nostro intelletto ad una res oggettiva, bensì quello di delineare in maniera precisa le relazioni intercorrenti tra esse, in quanto l’obiettivo della fisica moderna è quello di studiare "la rete di connessioni per cui, come esseri dotati di corpo, dipendiamo dalla natura, come sue parti, e nello stesso tempo, come uomini, la rendiamo oggetto del nostro pensiero e della nostra azione." Da questo interscambio attraverso il quale "ogni ricchezza ci è data in parte come dono e in parte come maledizione ", si produce un’immagine della scienza e della realtà radicalmente capovolta rispetto alle "ingenue" aspettative sospese in quell’universo meccanicistico e deterministico che la fisica dei quanta si lascia definitivamente alle spalle.

Le parole di Heisenberg sembrano delineare, in questo modo, una fisica in cui la chiave di lettura, il punto nodale della ricerca, si posiziona, non più sul carattere oggettivo del reale, quanto, piuttosto, sulla determinazione del rapporto di oggettivazione. Solo in tal senso possiamo comprendere la desostanzializzazione intercorsa nella definizione degli enti, attraverso una progressiva sostituzione dei concetti di corpo e particella con quelli di funzioni relazionali e simmetrie fondamentali. Emergono in tal senso quei caratteri relazionali che, propri di ogni teoria scientifica, acquistano nella meccanica dei quanti un vero e proprio statuto ontico. Il carattere particellare, e dunque sostanzialistico della materia, non sembra più proponibile nella definizione quantistica: la scoperta dell’antimateria determina l’impossibilità di affidarsi a simili concetti nella descrizione della struttura atomica. Non possiamo più, per esempio, considerare un atomo di idrogeno definendolo esclusivamente come costituito da un protone e da un elettrone. A buon ragione, come rivela Heisenberg, "lo si potrebbe immaginare composto di un protone, due elettroni e un positrone, poiché quest’ultima raffigurazione porta solo ad una insignificante correzione relativistica nelle funzioni d’onda dell’atomo di idrogeno. Una conseguenza di questa situazione fu l’ipotesi che, in una collisione molto energetica tra due particelle, si potesse generare un gran numero di particelle, e che questa possibilità dovesse essere limitata solo alle leggi di conservazione dell’energia, dell’impulso, dello spin isotopico, ecc."

I caratteri determinanti che si riscontrano nella meccanica quantistica, dunque, non sono rappresentati dalla definizione di determinate entità materiali, ma dall’invarianza di "gruppi di simmetria" attraverso i quali possiamo definire i processi atomici. Questi risultati dimostrano come i concetti di "suddivisione" e di "consistere di", cari all’interpretazione classica, hanno un ristretto ambito di applicazione e nessun significato definitivo. Non è più concepibile spingersi alla ricerca di particelle elementari assimilabili a mattoni attraverso la combinazione dei quali tutta la materia trova la sua ragione d’essere. Analizzando particolari situazioni, ben note agli astrofisici, in cui la materia si presenta in modo molto più denso del normale, dovremmo pensare la materia come costituita da "una miscela di particelle di tutti i tipi, ma a questo punto è più sensato parlare di materia continua. Il problema fondamentale della fisica delle particelle consiste nel comportamento dinamico di questa materia continua." In questi ambiti, il concetto di particella non si presenta più in termini significativi, mentre assume rilevanza l’impadronirsi della formulazione matematica riguardante la dinamica della materia attraverso le proprietà gruppali. Come osserva efficacemente Gembillo "potremmo dire che a questo punto il capovolgimento è davvero completo: l’elemento materiale, invece che base, è diventato prodotto di idee che vengono prima e che sono esprimibili solo in formule matematiche" Lo status attribuito al concetto di particella elementare, in questo contesto, viene ad indicare niente altro che "lo stato stazionario del sistema" descrivibile attraverso i gruppi di simmetria. Sull’insufficienza del carattere sostanzialistico tipico della meccanica classica Heisenberg si sofferma a più riprese: un duro colpo al materialismo deterministico, viene assestato in questo senso già dalle relazioni di indeterminazione in quanto con esse si perde la comprensione di certi attributi fondamentale della materia. La loro estrapolazione si fonda proprio sull’impossibilità di attribuire alle particelle elementari i concetti di traiettoria o di orbita che caratterizzavano le determinazioni di stato della meccanica newtoniana. In questa nuova prospettiva, gli attributi materiali, come si è visto, non rappresentano più un elemento di invarianza. In questo senso l’intuitivo concetto di particella elementare va sostituito con l’espressione "simmetria fondamentale" attraverso la quale "si intende che la legge naturale che definisce lo spettro delle particelle e le loro interazioni è invariante sotto determinati gruppi di trasformazione." L’interpretazione dinamica delle particelle elementari, legando la fisica quantistica alla meccanica relativistica, fa si che il pensiero compia una ulteriore astrazione sia rispetto alle leggi di conservazione classiche sia rispetto al principio relativistico di invarianza. Questo ulteriore sviluppo è ben sottolineato da Ernest Hutten in un suo saggio: "Gli elementi dei quali la simmetria è costituita sono dei modelli; gli elementi dell’invarianza sono eventi, e quelli della conservazione sono oggetti. [...] E’ per questo motivo che si dice che la simmetria si riferisce a leggi; l’invarianza a relazioni e la conservazione ad oggetti. Il tipo dinamico di invarianza che è espresso dalla simmetria è basato sull’esistenza di tipi specifici di interazione. I tipi di interazione che si conoscono sono quattro: gravitazionale, elettromagnetica, nucleare forte e nucleare debole. Ogni interazione è rappresentata, matematicamente, da un gruppo: si tratta del gruppo di simmetria del sistema fisico in esame, cioè dell’insieme di tutte le trasformazioni che lasciano il sistema invariato dal punto di vista dinamico." La simmetria cioè, rappresenta un’idea più ampia e generale di quella di conservazione già nota nelle teorie classiche, essa costituisce una invarianza anche rispetto alla trasformazione da un sistema di coordinate ad un altro. Attraverso il concetto di simmetria, dunque, si riesce a rendere conto delle leggi di conservazione in quanto "ora si sa, per esempio, che simmetria per traslazione temporale, quando cioè si trasforma la coordinata temporale da valori positivi a valori negativi, significa che l’energia è conservata" e ancora che "la simmetria riferita alla posizione, o invarianza rispetto ad una traslazione spaziale, corrisponde alla conservazione della quantità di moto" e così via. Tuttavia, questa teoria è capace di andare ben oltre rendendo conto anche dell’infrazione di alcune simmetrie fondamentali che a volte si osservano in ambito sub-atomico.

Ciò rappresenta la conferma di come il mondo fisico, a questo livello, non possa più essere interpretato come una aggregazione di particelle fondamentali e separate. "Queste particelle, alla luce della teoria dei quanti, - come ribadisce Heisenberg - non sono più vere nello stesso senso degli oggetti della vita d’ogni giorno, esse appaiono piuttosto come astrazioni derivate dal materiale d’osservazione, vero quest’ultimo nel senso proprio. Ma se diventa impossibile attribuire alle particelle elementari quest’esistenza in senso proprio, diviene pure impossibile considerare la materia come ciò che veramente esiste." Una rappresentazione adeguata di questo ambito comporta una naturale revisione nella concezione intuitiva del reale che approda ad una ridefinizione ottenuta attraverso l’introduzione di una maglia dinamica di interrelazioni descritte matematicamente dai gruppi di simmetria.

Attraverso lo sviluppo della fisica dei quanti, dunque, vengono messi definitivamente in crisi, non solo, concetti fino a quel momento ritenuti inattaccabili come quelli di causa e di oggetto osservato, ma perentoriamente anche quello di realtà oggettiva sostanzialisticamente intesa. Non è un caso, infatti, che lo stesso Heisenberg colga in questi esiti, sorprendenti parallelismi con la dottrina platonica. "Nel tentativo di suddividere sempre di più la materia, - afferma il fisico tedesco - ci si imbatte alla fine, secondo Platone, in forme matematiche: i solidi regolari della geometria solida, che sono definibili attraverso le loro proprietà di simmetria, e i triangoli a partire dai quali essi possono essere composti. Queste forme non sono veramente materia, ma danno forma alla materia." Una forma che si presenta in maniera irrevocabilmente legata ai caratteri matematici che la descrivono. La constatazione di questo ordine matematico che emerge, non tanto come strumento interpretativo, ma come fondamento stesso dell’indagine fisica, si presenta carico di conseguenze.

La progressiva astrazione operata dalla fisica nei confronti dei fenomeni naturali, porta, in questo modo, all’abbandono definitivo dell’intero ordine precategoriale sul quale la fisica stessa aveva fondato le sue astrazioni. L’abbandono dell’universo oggettivabile in favore della pura simmetria matematica configura, non solo una nuova prospettiva di indagine a livello gnoseologico. Esso comporta, in maniera ancor più profonda, una generale revisione del concetto di reale così come emerge chiaramente dall’indagine scientifica contemporanea. La nuova immagine che assume la realtà, guardata attraverso l’occhio della scienza, appare in netto contrasto con ogni ripensamento critico delle teorie quantistiche diretto a produrre una inversione radicale del vettore epistemologico che guida la ricerca in questi ambiti di indagine. Il ritorno alla "verità oggettiva" su cui fondare la "comprensione del mondo" e dei problemi che le teorie scientifiche possono dischiuderci, si scontra con l’emergere di una realtà che alla prerogativa esistenziale antepone un elemento di potenzialità dischiuso attraverso gli strumenti di una nuova indagine fisica. "La scienza allora consisterà nel determinare, non semplici rapporti di implicazione da sostanza a sostanza, ma rapporti di covarianza e in genere correlazione tra simboli costanti e variabili delle formule instaurate, cioè delle funzioni."

Attraverso il riconoscimento della simmetria, posta a giustificazione dell’edificio fisico, il reale viene a configurarsi non più come una datità immediatamente oggettivabile, quanto, piuttosto, come infinita possibilità di essere. Ci troviamo di fronte, in ultima analisi, ad un caotico universo di potenzialità che il fisico porta all’attualità attraverso l’atto di misurazione. "Quando la scienza naturale investiga il problema della materia - sentenzia definitivamente Heisenberg - può farlo soltanto attraverso uno studio delle forme della materia."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

capitolo secondo

IL QUANTISMO COME MOMENTO DI ROTTURA EPISTEMOLOGICA NELLA FILOSOFIA DI GASTON BACHELARD

 

 

 

 

1. Cenni introduttivi

Le tematiche sviluppate nel capitolo precedente ci permettono di individuare, nell’affermazione della meccanica quantistica, un momento di profonda revisione che coinvolge, a diversi livelli, l’intero edificio della fisica. L’approfondimento della dinamica attraverso cui questo profondo rinnovamento viene condotto, determina il sorgere di una complessa problematica epistemologica che, non può non denotare la nuova struttura teoretica, come elemento perturbante nello sviluppo storico della disciplina scientifica. La nascita della meccanica quantistica si rivela, in tal senso, come elemento problematico per ogni ricerca tesa alla ricostruzione dell’effettivo progresso razionale della scienza. Una ricostruzione che si presenta in tutta la sua problematicità già a livello puramente storiografico, determinando difficoltà non superabili semplicemente nell’individuazione di una strada alternativa a quella del quantismo.

Una via, questa, tentata da molti fisici in contrasto con l’ideologia di Copenaghen, ma che, in definitiva, non intacca affatto le problematiche di ordine filosofico legate alla concezione ortodossa. Il motivo di ciò è rilevabile attraverso una semplice constatazione che trova il suo pieno riscontro nel pensiero di Reichenbrach e di Lederman. Secondo questi autori, infatti, sebbene non sia logicamente possibile, (e tanto meno auspicabile) pensare che la fisica quantistica si configuri come un punto di arrivo insuperabile, come un traguardo che precluda ogni via di indagine alternativa, risulta tuttavia impossibile non considerarla come una costruzione dotata di ampio potere predittivo e priva, a livello matematico e sperimentale, di carenze tali da far preferire ad essa uno strumento teoretico alternativo. In definitiva, dunque, secondo questa corrente di pensiero, peraltro assai diffusa, la meccanica quantistica rappresenta, ai giorni nostri, quanto di meglio possiamo disporre nell’indagine scientifica dei microsistemi. Ciò dimostra che, almeno a livello storico, la teoria dei quanti esce sicuramente vincitrice dal confronto con altre teorie rivali, configurandosi come l’apparato teorico dominante e come vettore epistemologico capace di guidare la ricerca normale in modo tale che il grado di veridicità riscontrato nella teoria stessa non possa intaccare l’importanza storica che la stessa ha assunto. Da questo punto di vista, cioè, non possiamo far altro che ammettere che l’interpretazione ortodossa del quantismo si è obiettivamente affermata determinando una profonda rivoluzione nell’apparato categoriale della scienza. E’ questo il fatto incontestabile che ci permette di svolgere, attraverso l’analisi di questa teoria, le nostre considerazioni sull’evoluzione della scienza moderna.

Le analisi critiche sviluppate da più parti, d’altro canto, per quanto interessanti e proficue possano presentarsi in ambito strettamente scientifico, oltrepassano il campo d’indagine riservato alla nostra analisi; si pongono al di là dei nostri interessi specifici. Dal nostro punto di vista sembra pertanto più saggio abbandonare questo ambito di indagine per concentrarsi sulla portata di questi consistenti "mutamenti" intercorsi "alle basi della scienza", prescindendo dalla possibilità di ogni ulteriore ridimensionamento futuro della prospettiva scientifica presa in esame. Per queste ragioni, nel proseguo della trattazione eviteremo di soffermare la nostra attenzione sui dibattiti legati alla completezza o alla plausibilità della meccanica quantistica privilegiando quegli aspetti di carattere storico-epistemologico capaci di fornire un’adeguata collocazione della teoria nel panorama scientifico moderno. Il nostro scopo, non è, e certamente non potrebbe essere, quello di fornire una valutazione estemporanea della teoria dei quanti, quanto quello di interrogarsi sulla natura di quest’ultima relativamente ad altre visioni di insieme e, dunque, sulla posizione che essa occupa nell’evoluzione della scienza. La nostra attenzione, è puntata sulle modalità attraverso le quali la fisica dei quanti prende forma imponendosi come strumento euristico di primo piano nel campo della ricerca scientifica, attraverso lo sviluppo di nuove modalità interpretative sconosciute alla fisica classica.

La problematica fondamentale, che in parte è già stata anticipata nel capitolo precedente, risiede, quindi, nell’instaurazione di un confronto diretto delle novità proposte dal quantismo con l’edificio classico, nel tentativo di porre in luce quanto della nuova costruzione teoretica possa essere considerato come un prodotto prettamente evolutivo e quanto, invece, deve essere inscritto in un nuovo universo di forme e significati che alla fisica classica si contrappongono definitivamente.

Dobbiamo immediatamente notare, comunque, che il dibattito, in tal senso, si estende coinvolgendo, non solo e non tanto due teorie scientifiche, quanto due scuole di pensiero antitetiche, due modalità di concepire la scienza e il suo sviluppo che appare, da una parte, come un’accumulazione crescente di conoscenze legate a complessi teorici strettamente interconnessi e tra loro intertraducibili; dall’altra come un’attività di ricerca e decodificazione segnata da profondi mutamenti strutturali che determinano una evidente discontinuità nel suo processo di sviluppo. Una contrapposizione, quella tra continuisti e "rivoluzionari", che certo non si presenta in maniera neutrale rispetto alle forme storiche attraverso le quali la ricerca scientifica si realizza. Continuità e rottura rappresentano due universi precategoriali rispetto alla scienza stessa, due modalità di pensiero, due forme mentis tra loro inconciliabili, due attributi culturali che, nell’uno o nell’altro caso costituiscono elementi acquisiti del background culturale dello scienziato. La difficoltà che molti fisici e filosofi hanno incontrato nell’accettare la meccanica quantistica, dunque, è rintracciabile, per usare un termine bachelardiano, nella presenza di un vero e proprio ostacolo epistemologico. Una difficoltà che oltrepassa lo stesso dibattito scientifico e sulla quale è necessario concentrare la nostra attenzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Continuità e rottura

 

2.1 L’influenza del quantismo nella produzione scientifica bachelardiana

L’epistemologia storica di Gaston Bachelard costituisce uno dei momenti più alti del dibattito sul continuismo. E’ Redondi ad affermare che la sua opera si presenta come "la più decisa teoria storiografica della storia della scienza come storia delle discontinuità concettuali e metodologiche." "Il nuovo spirito scientifico", secondo un’espressione cara allo stesso Bachelard, nasce proprio dal tramonto dell’illusione di una crescita cumulativa della scienza, e queste considerazioni, tra l’altro, acquistano un senso ancor più marcato nel momento in cui il tema del continuismo è inerente a problematiche legate alla fisica dei quanti: è qui che la speculazione bachelardiana, infatti, affonda la sua stessa ragion d’essere. E’ ancora Redondi ad affermare in proposito che "una delle migliori prove che l’epistemologia bachelardiana riesce a dare di sé come epistemologia razionalista si colloca appunto in questo campo: nell’interpretazione filosofica dell’indeterminismo quantistico. Il carattere mostruoso e irrazionale del principio di indeterminazione di Heisenberg - continua l’autore - era infatti l’argomento dell’interpretazione irrazionalistica della meccanica quantistica contro l’ideale conoscitivo universale e certo del meccanicismo quale era espresso nella celebre metafora laplaciana del determinismo universale. La posizione bachelardiana allarga il concetto di razionalità a tutte le forme possibili di determinismi specifici, ognuno con le sue caratteristiche matematico sperimentali, dialettizzando quello che era un canone unico e rigido della fisica matematica meccanicistica, dato che ogni nuova tecnica nega il determinismo laplaciano affermando il proprio autonomo determinismo."

Già in queste sporadiche considerazioni appare evidente, dunque, la vicinanza di Bachelard alle problematiche sollevate dalla fisica quantistica e, in particolare ai criteri interpretativi proposti dai fisici di Copenaghen. Secondo Polizzi, ad esempio, "l’epistemologia bachelardiana è la prima a cogliere decisamente i ritmi e i modi della produzione scientifica contemporanea" proprio in quanto "la sua collocazione intermedia prodotta da una formazione al contempo scientifica e filosofica" fa si che il pensatore francese "abbandoni il ruolo del filosofo senza entrare in quello dello scienziato." L’epistemologia bachelardiana, insomma, si costituisce proprio sulla realtà multiforme di una prassi scientifica che negli anni Venti e Trenta è percorsa da un flusso inarrestabile di novità. Lo stimolo prodotto dalle nuove possibilità di pensiero legate all’affermazione di nuove teorie scientifiche costituisce per il filosofo francese la via privilegiata verso un’esperienza scientifica e filosofica animata costantemente da una profonda tensione innovatrice che lo spinge al "rifiuto di ogni schematismo aprioristico che non tenga conto del reale evolversi delle scienze, che non riesca cioè a spiegare il movimento interno del sistema delle scienze stesse."

Il rifiuto della speculazione sistematica, l’impegno diretto verso la costruzione di una filosofia che nasce in stretta connessione con l’esperienza scientifica, determinano l’originalità del suo lavoro che si pone in netto contrasto con la tradizione filosofica francese e con gran parte dell’epistemologia contemporanea. Lo scopo di Bachelard non è certo quello di modellare la scienza su precise esigenze di ordine metafisico, quanto quella di istruire la ragione proprio attraverso la scienza e quando Bachelard parla di scienza il riferimento è chiaramente indirizzato alla meccanica quantistica. Come osserva in maniera efficace Sertoli, la filosofia della scienza bachelardiana "per molti aspetti, può vedersi come l’epistemologia della scuola di Copenaghen." in quanto "tutti i punti su cui Bachelard ha impegnato la propria epistemologia e proposto il proprio modello di ragione (e quindi di scienza), derivano dalla microfisica ben più che dalla relatività einstainiana", o da altre teorie. E’ lo stesso Sertoli, infatti ad affermare che "davanti alla teoria di Einstein, Bachelard non tace taluni punti in cui essa gli appare ancora legata alla fisica classica." Appare sintomatico, da questo punto di vista, il fatto che la sua opera scientifica più matura, L’activité rationaliste de la physique contemporaine sia interamente dedicata a problematiche relative alla microfisica tra le quali il dualismo onda - corpuscolo (capitoli I e X ), la nozione di corpuscolo (capitolo II), l’effetto fotoelettrico (capitolo VI), le intuizioni della meccanica ondulatoria (capitolo nono).

Sebbene la linea epistemologica bachelardiana, risulti sostanzialmente definita già nell’Essai sur la connaissance approchée, tuttavia, in questa prima opera, per ammissione dello stesso Sertoli, "manca un riferimento deciso alle scienze sperimentali come la fisica e la chimica." Un riferimento che costituirà quasi una costante nelle successive opere scientifiche. Già nel 1932, quattro anni più tardi, viene pubblicato l’articolo Nouméne et microphysique il cui contenuto è chiaramente inerente alla natura delle particelle microfisiche. Nel 1933 viene pubblicato Les intuitions atomistiques, nel 1936 Le surrationalisme, nel 1940 è la volta de La philosophie du non, in cui si fa riferimento agli esiti della fisica quantistica nel capitolo terzo dedicato alla chimica non sostanzialistica e al capitolo quarto in cui si trattano le connessioni spaziali degli oggetti microfisici. Altra opera fondamentale, da questo punto di vista, è Le rationalisme appliqué (in particolare il capitolo sesto in cui si traccia la distanza tra senso comune e conoscenza scientifica; il capitolo ottavo dedicato ai razionalismi regionali, nonché al primo in cui si puntualizza il proficuo incontro tra fisica e matematica) che, in ordine cronologico precede il saggio già citato, L’activité rationaliste de la physique contemporaine. Le matérialisme rationnel del 1953 è l’ultima opera scientifica di Bachelard interamente dedicata a problematiche chimiche e, quindi, legate in maniera indissolubile alla microfisica.

 

2.2 L’esigenza sistematica della continuità

Il riconoscimento di un metodo universale di indagine posto a fondamento della ricerca scientifica e valido sia in una prospettiva sincronica (in una analisi, cioè che coinvolge diverse discipline nello stesso periodo di tempo), sia in una visione diacronica (ovvero nello sviluppo storico di una determinata disciplina scientifica), costituisce la premessa indispensabile ad ogni tentativo di inquadrare le novità introdotte dalla costruzione di nuovi tessuti teorici all’interno di una determinata rete concettuale, patrimonio acquisito delle scienze esatte. Il condizionamento perpetrato da una tale presa di posizione si concretizza in una determinazione storica della disciplina scientifica fondata su un criterio di inclusività logica che riflette, per certi versi, la stessa intrinseca razionalità della scienza matematica. L’obiettivo, caro soprattutto al positivismo logico e ai suoi sviluppi, è quello, dunque, di riflettere nelle interpretazioni epistemologiche i caratteri propri delle scienze nomologioco-deduttive attraverso la creazione di modelli di sviluppo estremamente razionali e guidati da criteri nomologici immutabili. Una prospettiva, che pur nella sua eleganza formale, si scontra, a volte, con le difficoltà derivanti dal reale dispiegamento storico della scienza, il quale, evidentemente, non può essere piegato al rispetto di norme procedurali stabilite a priori. Il criterio dell’inclusione logica si estrinseca, dunque, nel tentativo di inquadrare i nuovi tessuti teorici nell’apparato categoriale classico o, viceversa, nel porre in evidenza come una teoria ormai superata possa conservare la sua validità come espressione di casi limite all’interno di un universo teorico di più ampia portata. In una tale ottica interpretativa, tuttavia, l’unità metodica posta a fondamento del progresso scientifico risulterebbe incapace di imporre nuovi ambiti di ricerca non contemplati dal sapere di fondo. La possibilità di fondare una ricostruzione storica della scienza attraverso un programma continuista, infatti, sembra non tener conto di alcune difficoltà fondamentali legate a questa prospettiva di indagine. E’ possibile, in questo senso, considerare gli sviluppi della fisica quantistica, non tanto come elemento perturbante l’equilibrio prestabilito, quanto come evoluzione del panorama concettuale classico, oggettivabile in una struttura normativa coerente, tesa non a invalidare la dinamica newtoniana ed il sapere ad essa legato, ma semplicemente ad inquadrare, quest’ultima in una prospettiva di indagine più ampia e articolata. L’universo fisico classico, in definitiva, secondo questa tesi, potrebbe essere derivato, sotto alcune condizioni restrittive, dalla stessa teoria dei quanti.

La condivisione di un tale atteggiamento, in prima istanza, porta a giustificare la ricerca di elementi unificanti all’interno dell’universo concettuale della scienza, che, in realtà, si presenza inevitabilmente condizionato da una naturale eterogeneità di situazioni, e che mal si presta, soprattutto in un ambito culturale caratterizzato dal crescente fenomeno della specializzazione, ad essere imbrigliato in una visione di insieme costruita ad hoc. La necessità di un ripensamento sistematico dello sviluppo della scienza, dunque, pur conservando un suo fascino derivato dalla semplicità attraverso la quale il molteplice viene ricondotto verso l’unità metodica e sistematica, appare superato non solo a livello storiografico, ma anche a livello storico e filosofico.

Thomas Kuhn convinto assertore di una impostazione storiografica che in molti punti tende a collimare con quella bachelardiana, esprime questo dissenso in un passo fondamentale della sua opera, secondo cui "è difficile immaginare come delle teorie nuove potrebbero sorgere senza trasformare o distruggere il vecchio modo di vedere la natura. Sebbene l’inclusività logica continui ad essere un possibile modo di interpretare il rapporto tra teorie scientifiche successive, essa non è storicamente plausibile" La prospettiva continuista si fonda, dunque, secondo Kuhn, su "stereotipi antistorici" che configurano la scienza unicamente come un insieme di osservazioni, leggi e teorie "aggiunte singolarmente o a gruppi, al deposito sempre crescente che costituisce la tecnica e la conoscenza scientifica." D’altro canto, è impossibile negare come una ricostruzione storica dell’attività scientifica legata ad una prospettiva continuista, incappi in difficoltà logico- linguistiche difficilmente sormontabili. La derivazione della dinamica classica attraverso la rielaborazione di teorie successive come la meccanica quantistica o la teoria della relatività si presenta come una operazione spuria da diversi punti di vista.

Il confronto tra due teorie, soprattutto se sviluppate in ambiti temporali diversi, presenta, infatti, una serie di difficoltà interpretative legate alle dinamiche metodologiche e agli slittamenti semantici che certi riferimenti concettuali subiscono nella loro evoluzione. Nel passaggio da un universo teorico all’altro, non è soltanto la forma delle leggi che appare mutata. "Simultaneamente -osserva ancora Kuhn - abbiamo dovuto alterare anche gli elementi strutturali fondamentali di cui si compone l’universo a cui quelle leggi si applicano. Questa necessità di mutare il significato dei concetti tradizionali e familiari costituisce il nucleo dell’effetto rivoluzionario avuto dalla teoria." L’analisi kuhniana, dunque, ci porta a rileggere la storia della scienza attraverso l’introduzione di un elemento di incommensurabilità che contraddistingue l’analisi comparata delle teorie scientifiche.

La polemica anticontinuista, d’altronde, è rintracciabile all’interno dello stesso dibattito fisico. Come evidenziato precedentemente, se da una parte fisici come Einstein o Planck, sono stati rivoluzionari loro malgrado e, nello stesso modello atomico di Bohr si può leggere chiaramente la necessità di mediare la natura discontinua dei fenomeni microfisici con la geometrica intuitività della dinamica classica, la sete di rottura si manifesta in maniera consapevole nella definizione della meccanica matriciale formulata da Heisenberg. La rivoluzione quantistica, dunque, si consuma, per certi versi, prima di essere posta in atto, attraverso la consapevolezza di oltrepassare una frontiera già tracciata. La svolta di Heisenberg è già nell’accettazione della possibilità di oltrepassare questo confine, nella "possibilità di addentrarsi in un mondo concettuale qualitativamente diverso dal precedente." La pubblicazione del ‘25 è redatta proprio nell’intento di abbandonare quelle nozioni che legavano il modello di Bohr alla fisica classica. Questa opera sottende, in qualche modo, il rifiuto di un modello di sviluppo cumulativo, una polemica in merito alla quale Heisenberg chiarisce efficacemente la sua posizione in alcuni passi di Fisica e oltre. Considerare la fisica quantistica come semplice aggiornamento della meccanica newtoniana, appare in quest’opera come il frutto di un equivoco fondamentale: "L’equivoco - afferma Heisenberg - consiste precisamente nella convinzione che l’avanzamento delle scienze fisiche sia paragonabile ai progressi che si fanno in campo tecnico. A mio parere - continua il fisico tedesco - è un grave errore paragonare il rinnovamento di prospettiva determinato dal passaggio dalla meccanica newtoniana alla meccanica relativistica o quantistica ai progressi tecnici dell’ingegneria, i quali difatti non richiedono cambiamenti radicali nei concetti fondamentali. I termini tecnici continuano a mantenere un significato tradizionale; tuttalpiù si possono correggere le formule in modo da farvi rientrare fattori che in precedenza erano trascurati." La meccanica newtoniana, non si presta ad un opera di miglioria intesa in questo senso: "Nella sua sfera di applicazione non è migliorabile apportando piccoli cambiamenti." Tuttavia, prosegue Heisenberg, "esistono altre sfere che non possiamo indagare ricorrendo al sistema concettuale della meccanica newtoniana. Ci servono strutture concettuali del tutto nuove; quelle, ad esempio, introdotte dalla teoria della relatività o dalla meccanica quantistica. La fisica newtoniana costituisce un sistema chiuso quale le attrezzature fisiche a disposizione dell’ingegnere mai possono sperare di diventare. Ed è proprio grazie a questa coerenza che non è migliorabile: possiamo solo adottare un sistema concettuale integralmente nuovo." Un universo fisico, quello descritto da Heisenberg, costituito quindi da nuclei razionali distinti e tra loro inconciliabili. Una incommensurabilità, quella espressa dal fisico tedesco, che interviene a bandire la prospettiva di sviluppo uniforme in maniera similare a quanto fatto da Gaston Bachelard. La speculazione bachelardiana, tuttavia, oltrepassa il sentiero tracciato da Heisenberg attraverso una indagine strutturale che affonda le sue ragioni nella natura stessa della razionalità applicata.

 

 

2.3 La rottura come nodo dialettico

La critica al continuismo, nel caso bachelardiano, oltrepassa i confini della legalità storica, ponendo la funzione dialettica come categoria centrale del pensiero razionale e quindi della ricerca epistemologica. Un concetto, quello bachelardiano di dialettica, che si impone in tutta la sua originalità, contrapponendosi in maniera marcata a tutte le determinazioni semantiche che questo termine ha assunto nel corso della storia. La dialettica dualistica che si instaura nel confronto tra due teorie scientifiche, in particolare, si differenzia nettamente dal processo triadico di matrice hegheliana in cui la sintesi si costituisce in maniera compiuta come superamento della contrapposizione: "l’opposizione - in questo caso - non è contraddittoria - osserva correttamente Sertoli - nel senso che essa non mira a togliersi in un tertium sintetico della tesi e dell’antitesi, bensì permane in quanto tale, oscillazione fra i due estremi."

In tal modo l’esperienza dialettica oltrepassa, peraltro senza negarlo, il significato di funzione metodologica e strutturale del pensiero scientifico fino a cogliere una netta coincidenza con la dinamicità stessa del pensiero razionale applicato, come movimento rettifica continua e permanente. Nell’interpretazione bachelardiana, dunque, la natura discontinua dell’attività scientifica affonda il suo statuto, non solo su una coerente analisi storica delle tappe evolutive della scienza, ma soprattutto sul riconoscimento di una precisa inclinazione della razionalità, in cui la dialettica stessa assurge al ruolo di categoria centrale. Questa, cioè, si presenta come categoria metodologica della stessa razionalità, norma strutturale della conoscenza scientifica: "la dialettica è la stessa capacità della ragione di svolgersi continuamente dal proprio passato al futuro - osserva Bachelard - è la capacità di disimparare ciò che ha imparato, per ricominciare a imparare."

La natura duplice di questa categoria sembra rispecchiare, in questo modo, la necessità di sviluppare la ricerca epistemologica in un doppio contesto temporale. Concepire la ragione scientifica come ragione dialettica, infatti, significa fondare la ricerca su un determinato modello gnoseologico che identifica la dialettica stessa come efficace strumento di progettualità nell’attività conoscitiva. Tutto ciò offre la possibilità stabilire un adeguato riferimento categoriale nella ricerca epistemologica a livello sincronico in quanto la ragione dialettica si presenta come elemento determinante e come struttura interpretativa dell’ attività razionale, capace di rendere conto efficacemente delle modalità attraverso le quali si sviluppa l’atto conoscitivo. E’ in tal senso che possiamo denotare l’osservazione scientifica come "osservazione polemica." D’altro canto, il concetto di dialettica oltrepassando il significato di dinamica del pensiero razionale, si costituisce, per conseguenza, come funzione connotativa a livello storico e quindi su un piano di ricerca prettamente diacronico. Soltanto attraverso questa modalità di pensiero, infatti, possiamo fondare la nozione di rettificazione dei concetti "come il principio fondamentale che sostiene e dirige la conoscenza e che la spinge continuamente a nuove conquiste" Attraverso l’ausilio del concetto di dialettica, cioè, da una parte possiamo delineare la natura della struttura che dirige l’attività conoscitiva e dall’altra spiegare il carattere discontinuo della conoscenza scientifica. Carlo Vinti riassume eloquentemente questa situazione trattando la pluralità di significati che il termine dialettica viene ad assumere negli scritti di Bachelard: "Anche nelle ultime opere - afferma - la dialettica continua ad indicare la dinamicità del pensiero razionale, ma a questa idea di dialettica come generale valore polemico e dinamico del pensare si aggiunge, senza negarlo, quello di dialettica come metodo della razionalità, come norma strutturale del sapere scientifico." e ancora "l’apertura diacronica, storica del pensiero costituisce, un’apertura sincronica della razionalità stessa che si pluralizza; nuovi universi teorici sono il risultato di una nuova razionalità."

Non intendiamo, in questa sede, approfondire le ragioni che spingono Bachelard a formulare questa "novità metafisica essenziale" nell’approfondimento strutturale dell’attività razionale. Per questo motivo nel proseguo della nostra trattazione, il termine dialettica verrà usato esclusivamente nella sua accezione storica, come chiave di lettura privilegiata del progresso scientifico. E’ questa seconda accezione che, evidentemente, rappresenta il punto di riferimento nella nostra ricerca volta a determinare il carattere non cumulativo del sapere scientifico, in polemica aperta con i continuisti della cultura scientifica. Una polemica che è fortemente sentita dallo stesso Bachelard e che si ripresenta in più occasione nei suoi scritti. Egli afferma: "Una delle obiezioni più naturali dei continuisti della cultura ripropone la continuità della storia. Poiché si fa un racconto continuo degli avvenimenti, si crede facilmente di rivivere gli avvenimenti nella continuità del tempo e si dà insensibilmente a ogni storia l’unità e la continuità di un libro. Si sfumano allora le dialettiche sotto un carico di avvenimenti minori." L’errore di cui gli storici e i filosofi della scienza si sono resi colpevoli, sembra sottolineare Bachelard in questo passo, è stato quello di confondere l’effettivo svolgimento storico con il racconto che si fa di esso. L’attività di ricerca, in realtà, si sviluppa in una temporalità caratteristica fatta di "istanti privilegiati", di "rotture" e "discontinuità manifeste" e, da questo punto di vista, "una ragione sempre in cammino, come quella che Bachelard domanda - osserva la Bonincalsi - non può sopportare uno spirito che opera in termini di collegamenti e allargamenti. Scoprire rotture, rilevare dialettiche: questo il compito di una ragione che procede per ristrutturazioni e riorganizzazioni." E’ l’emergere dell’anomalia, il tradimento dell’aspettativa, dunque, a costituire il vero motore della scienza. In ciò Bachelard è categorico: "L’errore - afferma - è uno dei tempi della dialettica che bisogna necessariamente attraversare. Esso suscita ricerche più puntuali, è l’elemento motore della conoscenza."

L’affermazione della fisica quantistica, da questo punto di vista, si presenta perfettamente aderente all’analisi bachelardiana. E’ lo stesso Heisenberg a rivelarlo in un passo di un suo saggio, allorquando, ricostruendo a posteriori la dinamica scientifica legata alla scoperta di Planck, afferma: "Ritroviamo, dunque, all’inizio della nuova teoria, l’intima contraddizione in cui si irretisce la fisica classica quando compie, sul proprio terreno, un’interpretazione pienamente conseguente di certi esperimenti." La discontinuità tra i vari momenti del pensiero scientifico, dunque, sia in Heisenberg così come in Bachelard, non sminuisce la ragione, non ne misura l’impotenza, ma anzi l’arricchisce sottraendola alla sclerosi dell’immobilità. Questa ricchezza è particolarmente evidente negli sviluppi del pensiero contemporaneo: "Indubbiamente -osserva ancora il filosofo francese - una rivoluzione psichica si è prodotta nel nostro secolo; la ragione umana è stata disancorata, il viaggio spirituale è cominciato e la conoscenza ha abbandonato le rive del reale immediato. Non è allora un anacronismo coltivare il gusto del porto, della certezza, del sistema? Dobbiamo continuare a considerare ogni cosa dalla sua origine, dalla base, dalla causa, dalla ragione, insomma dai suoi antecedenti? Basta mettere insieme queste domande per rendersi conto che, malgrado la diversità delle applicazioni, esse traggono tutte origine da una stessa volontà di monotonia spirituale. Al contrario basta liberarsi di quell’ideale di identificazione perché il movimento si impadronisca subito delle dialettiche razionali. Allora ecco che al razionalismo chiuso succede il razionalismo aperto. La ragione fortunatamente incompiuta, non può più addormentarsi in una tradizione, non può più contare sulla memoria per recitare le sue tautologie."

Il riferimento agli sviluppi della fisica quantistica in questi passi appare chiaramente delineato, d’altro canto, la cristallizzazione della ricerca epistemologica su un modello continuista impedirebbe di per sé, la comprensione di un generale mutamento di prospettiva come quello determinato dall’affermazione del quantismo. L’impossibilità di leggere la meccanica quantistica come una costruzione matematica fondata su un modello gnoseologico già acquisito, impone la determinazione di un nuovo modello di razionalità che si contrappone al senso comune e alle modalità attraverso le quali la fisica classica veniva pensata. Ecco dunque il presentarsi di una conoscenza veramente progressiva che non esaurisce in sé il proprio valore in quanto si concretizza non solo come nuova scoperta, ma soprattutto come una nuova possibilità di pensiero. L’apertura spirituale determinata dall’emergenza di un nuovo tessuto teorico rappresenta un fattore determinante dello sviluppo della scienza. Heisenberg è ben cosciente di questa importanza. La forza persuasiva di una determinata struttura teorica, afferma il fisico, "Non risiede nell’aver interpretato molti risultati di osservazione prima non interpretabili, ma nell’aver creato una nuova possibilità di pensiero, prima nascosta allo sguardo dello scienziato." In questa apertura spirituale che Heisenberg vive personalmente e che Bachelard rivela come elemento motore dell’esperienza scientifica, risiede, dunque, la rottura definitiva tra vecchio e nuovo sapere.

Per Bachelard, è ben evidente che "le meccaniche contemporanee - la meccanica relativistica, la meccanica quantistica, la meccanica ondulatoria - sono scienze senza antenati." in quanto "bisogna pensare un nucleo dell’atomo in una dinamica di energia nucleare e non più in una geometria della disposizione dei suoi costituenti. Tale scienza non ha analogo nel suo passato. Essa offre un esempio particolarmente chiaro della rottura storica nell’evoluzione delle scienze moderne." Essa ci fa conoscere il "nuovo spirito scientifico" , tuttavia l’analisi dettagliata di questa visione intransigente, alla luce dell’intera costruzione epistemologica bachelardiana, sembra necessitare di ulteriori chiarimenti. La nostra attenzione si soffermerà, in particolare, su due termini chiave ampiamente utilizzati nei saggi di Bachelard, due nozioni che intervengono in modo complementare a definire il panorama scientifico nella sua determinazione storica: il concetto di refonté, ovvero di riorganizzazione della scienza, infatti, si presenta nell’opera del filosofo francese, legata in modo abbastanza diretto a quella di enveloppement, cioè di avvolgimento. L’affermazione di un modello storiografico fondato inesorabilmente sul criterio della discontinuità, sembra mitigato in tal senso dalla necessità di una visione omogeneizzante delle teorie scientifiche tra loro contrapposte. In proposito, nel capitolo conclusivo de L’attività razionalistica della fisica contemporanea, un lavoro che affonda le sue ragioni proprio sul progressivo "complicarsi e ristrutturarsi incessante del pensiero scientifico", Bachelard afferma, "Così la meccanica relativistica avvolge la meccanica classica, basta considerare nelle formule della relatività la velocità della luce come infinita per ritrovare le formule della meccanica classica" e ancora " Ugualmente la meccanica quantistica avvolge la meccanica classica; basta considerare nelle formule della meccanica quantistica la costante di Planck - che è così piccola- come nulla, perché scompaiano tutti i quanti e sia restituita la continuità." Ciò sembra smentire l’impostazione di fondo sulla quale il testo è strutturato, in particolare, sembrerebbe riproporsi, in tal senso, quel criterio di inclusività logica che era stato precedentemente criticato e abbandonato.

In realtà, nell’introdurre la nozione di enveloppement, Bachelard si propone scopi ben diversi. La nozione di avvolgimento, da questo punto di vista, è più vicina ad una prospettiva di complementarità dialettica che a quella di inclusività logica. In ciò siamo pienamente concordi con Sertoli nel momento in cui rileva come una dialettica del complementare nasca in stretta connessione con il principio di complementarità di Bohr, assumendo, in questo modo, un significato ben diverso da quello di una inclusività logica. Ulteriormente, è necessario evidenziare il carattere negativo e a posteriori che tali speculazioni rivestono, nel senso che la possibilità di determinare un confronto diretto tra due teorie distinte si fonda inevitabilmente sugli elementi critici e risulta possibile soltanto in un momento successivo a quello della loro formulazione e del loro sviluppo, attraverso una reduplicazione spirituale: "Questa riunificazione delle teorie opposte si può fare solo modificando quei metodi elementari di ragionamento che erano creduti naturali perché non li si sviluppa. Perché la conoscenza abbia tutta la sua efficacia, bisogna ora che lo spirito si trasformi", spiega Bachelard. La dialettica della complementarità, dunque, non rappresenta un movimento immediato e non è per nulla volta a mitigare il carattere rivoluzionario di una nuova formulazione teorica, quanto ad evidenziare come l’attività scientifica si svolge in una "atmosfera di razionalità generalizzata" che avvolge "campi di razionalità localizzata." Le teorie, in questo modo, non si presentano "sovrapposte, ma giustapposte. Sono prima opposte, poi coordinate mediante una attività della filosofia del non." Il carattere critico, l’elemento negativo del confronto appare immediatamente. E’ bene tener presente, osserva, infatti, Bachelard il fatto che "non si può comprendere l’atomo della fisica moderna senza evocare la storia delle sue immagini" e continua in tal senso, "lo schema dell’atomo proposto da Bohr un quarto di secolo fa ha agito come una buona immagine: non ne resta più nulla. Ma esso ha suggerito un così largo numero di non da conservare un ruolo pedagogico indispensabile a qualsiasi iniziazione. Questi non, si sono ben coordinati; essi costituiscono veramente la microfisica contemporanea." La nozione di avvolgimento, dunque, si presenta come categoria inclusiva soltanto a livello negativo. Nell’affermare che "la microfisica, o per dirla altrimenti, la non-fisica include dunque la fisica", il termine fondamentale sul quale è necessario riporre l’attenzione è rappresentato dalla negazione. Come abbiamo ricordato precedentemente, la dialettica bachelardiana si distingue dalle precedenti formulazioni proprio nella conservazione dell’opposizione. Ora siamo in grado di dimostrarlo nel momento in cui, nella visione complementare di due teorie contrapposte, il non indica proprio la permanenza dell’opposizione dialettica.

L’impegno di Bachelard, è bene ricordarlo, è quello di mostrare come l’attività scientifica si determina attraverso uno sforzo razionale che caratterizza tutta la produzione della scienza. "Il razionalismo applicato" rappresenta in tal senso l’apparato metodologico, ma, al contempo, la categoria privilegiata attraverso la quale è possibile leggere la scienza. La nozione di avvolgimento diventa coerentemente integrabile nell’epistemologia bachelardiana soltanto in questo quadro generale che pone il razionalismo applicato come momento costitutivo dell’attività scientifica, e al contempo, come potenza di sintesi, attraverso la filosofia del non, nelle dottrine di diversa ispirazione. Alla sovrapposizione che caratterizza la "cultura continuista", Bachelard oppone, in questo modo, la giustapposizione, il confronto critico guidato da quei valori razionali dinamici che rappresentano il sostrato connettivo di ogni attività scientifica. In tal modo l’incommensurabilità è riproposta in tutta la sua forza, ma attraverso una prospettiva mediata dalla ragione scientifica, presentata inevitabilmente come ragione polemica. La rivoluzione, si pone in questo modo, non solo a livello puramente teorico. Essa coinvolge, nell’argomentazione bachelardiana, "gli stessi principi d’estensione del razionalismo" che, nel loro dinamismo critico, non possono più essere considerati come "il semplice sviluppo di principi razionali elementari". In questo senso, "il fatto di uscire dalle prime idee chiare, di superare l’esperienza comune con una esperienza di continuo raffinata che si procura dei pensieri mai pensati, costituisce un tale fattore di rinnovamento spirituale che si può ben vedervi un marchio del significato profondamente dialettico, ontologicamente dialettico della cultura scientifica."

 

 

 

 

3. I momenti della rottura

Rottura epistemologica è in primo luogo mutamento di pensiero, rivoluzione concettuale, per questo ne è indice l’originalità della filosofia della scienza che esprime tale momento. Nell’epistemologia bachelardiana, l’instaurazione di un rapporto privilegiato con il quantismo, corrisponde, da questo punto di vista ad una posizione del tutto originale nel panorama filosofico in cui la sua opera si inserisce. Come riconosce efficacemente la Bonincalsi, la speculazione bachelardiana interviene, nell’ambito dell’epistemologia francese a sovvertire i termini di un dibattito ormai cristallizzato su posizioni inconciliabili quanto infruttuose. Il merito del filosofo francese è, fondamentalmente, quello di rifiutare l’assunzione di una posizione determinata all’interno di uno schieramento già definito, per fondare la sua ricerca direttamente sul campo. Il contesto storico in cui ha inizio l’esperienza scientifica bachelardiana, rappresenta, da questo punto di vista, un momento di svolta nella cultura francese che tenta di formulare un ripensamento delle categorie epistemologiche attraverso le quali poter comprendere la scienza fuori dal retaggio positivista. Il brusco mutamento intervenuto nella fisica del tempo, che Bachelard sa cogliere meglio di altri, determina l’emergenza di nuove strategie di indagine tese ad abbattere quegli "ostacoli epistemologici" che in prima istanza vengono perpetrati dalla stessa filosofia.

L’abbandono della "filosofia dell’assoluto che interroga una realtà assoluta secondo questioni perenni" costituisce, in questo senso, la svolta fondamentale verso il riconoscimento di una ragione dinamica e plurale che si lascia istruire dalla scienza stessa. Trattando le problematiche epistemologiche relative alla meccanica razionale, Bachelard afferma "Con Einstein, con Planck, Bohr, De Broglie, Schroedinger, Heisenberg, Dirac e tanti altri, la meccanica conosce uno stupefacente potere teorico. Con queste nuove dottrine la meccanica si stacca dal fenomeno immediato, mette in causa semplici ipotesi che avevano avuto buon esito ma che subivano scacchi parziali. Un esprit de finesse opera nella meccanica, un campo di nuove approssimazioni si offre a uno studio più acuto dei fenomeni. Il razionalismo meccanico moltiplica i suoi tentativi di diversificarsi e modifica da cima a fondo i suoi principi." L’analisi bachelardiana, in questo senso, non si limita a raccogliere le influenze derivate dalle nuove teorie fisiche, in quanto essa stessa si costituisce come rifondazione filosofica, come nuovo cominciamento strutturato su queste stesse novità teoriche e metodologiche introdotte dal quantismo.

L’abbandono dei canoni interpretativi tradizionali, in questa opera intrapresa da Bachelard, si fonda in primo luogo sulla necessità di desostanzializzazione espressa dalla fisica contemporanea. Il primo livello di rottura, quindi, con la meccanica classica, si esprime in una nuova visione del reale e al contempo in un nuovo rapporto di significanza che interviene a legare il reale stesso all’astrazione scientifica. Un rinnovamento di prospettiva essenziale, questo, che tuttavia, fondando la possibilità di un nuovo rapporto di oggettivazione, sottende, in sé, l’affermazione dei nuovi canoni metodologici. In questa apertura radicale al nuovo, quindi, sembra crollare tanto l’illusione di un sapere fondato su basi empiriche, quanto quella di un sapere inteso in senso oggettivo e apodittico. Illusione che secondo Heisenberg affondava le sue radici proprio nella convinzione di individuare nella materia la realtà primaria e nel progresso della scienza una "crociata alla conquista del mondo materiale".

 

3.1 Un nuovo tipo di indagine: la fenomenotecnica

La destrutturazione dell’universo classico operata dalla fisica quantistica che legittima, attraverso il suo tessuto teorico una visione ontologicamente nuova del reale, sottende una novità metodologica di importanza fondamentale, nel momento in cui, la possibilità di una nuova costruzione razionale implica necessariamente l’instaurazione di un nuovo approccio all’attività conoscitiva. "Non appena la scienza abbandona il campo dell’esperienza giornaliera, essa corre il pericolo - osserva, infatti, Heisenberg - di non poter costituire un ordine delle esperienze nei suoi concetti usuali, e di essere quindi costretta a una revisione delle sue basi."

Da questo punto di vista, la nozione bachelardiana di fenomenotecnica esprime efficacemente l’idea della conoscenza scientifica come superamento del momento meramente descrittivo. Un superamento che negando il valore della conoscenza empirica, apre al soggetto un universo di intenzionalità attraverso cui l’atto conoscitivo si caratterizza come esperienza "costruttiva" e "realizzante."

Bachelard introduce la nozione di fenomenotecnica nel saggio Noumène et microphysiche in modo da sottolineare come il soggetto, nella conoscenza scientifica, riveste una funzione che oltrepassa quella di semplice osservatore, rifiutando ogni compromissione con la dimensione percettiva . Concepire l’esperienza conoscitiva alla luce della fisica contemporanea significa, infatti, riconoscere la necessità di "concetti diversi da quelli visuali per montare una tecnica dell’agire-scientifico-nel-mondo e per promuovere all’esistenza, con la fenomenotecnica, fenomeni che non sono materialmente nella natura. E’ solo con una derealizzazione dell’esperienza comune che si può raggiungere un realismo della tecnica scientifica." Prendere coscienza di questa situazione significa rinunciare a quelle nozioni che garantivano l’immediata evidenza della formulazione scientifica, per abbracciare una situazione paradossale in cui "per l’atomo della fisica moderna tutte le qualità sono dedotte, direttamente non possiamo attribuirgli alcuna proprietà materiale; il che vuol dire che qualunque immagine che la nostra mente possa farsi dell’atomo è eo ipso errata." La natura stessa, dunque, si presenta in questa luce come emergenza caotica, universo di possibilità sottoposto all’azione ordinatrice dell’atto conoscitivo che interviene, nel suo statuto intenzionale a porre in atto e quindi, a "promuovere all’esistenza" il fenomeno.

L’esperienza immediata come orizzonte intrascendibile viene scalzata nel suo ruolo primario da un nuovo modo di intendere la conoscenza scientifica come produzione, come realizzazione tecnico-matematica. Ciò, osserva lo stesso Bachelard, "rovescia veramente l’asse della conoscenza empirica." Nell’attività scientifica, cioè, intendere la conoscenza come produzione, "conduce a sostituire alla fenomenologia unicamente descrittiva una fenomenotecnica che deve ricostruire totalmente i suoi fenomeni sul piano ritrovato dallo spirito togliendo i parassiti, le perturbazioni, i miscugli, le impurità che abbondano nei fenomeni bruti e disordinati."

La nozione di fenomenotecnica esprime in tutta la sua efficacia la natura constructa della percezione sensibile decretando, attraverso le parole di Bachelard "la supremazia della riflessione sull’appercezione." Una supremazia che risulta legata ad una duplice riflessione, se da una parte, infatti, l’elemento empirico si presenta indissolubilmente legato ad un sapere di fondo nel quale deve trovare un proprio inquadramento,dall’altra, la definizione dell’esperienza scientifica non può prescindere dai nessi che la legano all’elemento tecnico. L’affinamento strumentale che caratterizza la fisica contemporanea, in particolare, conferisce a quest’ultima considerazione una importanza fondamentale nella definizione di una struttura metodologica caratteristica, una importanza che può essere tranquillamente misconosciuta analizzando l’apparato metodologico classico.

In tal senso, il principio di indeterminazione formulato da Heisenberg, interviene a ridimensionare notevolmente le pretese che la scienza classica aveva indebitamente avanzato. Se, infatti, la speculazione bachelardiana interviene a decretare l’impotenza della percezione, scalzandola dal suo ruolo attraverso la nozione di fenomenotecnica, ciò è dovuto fondamentalmente a questa compromissione dell’esperienza, imputabile proprio alle relazioni di indeterminazione. L’impossibilità, decretata teoreticamente, di raggiungere la precisione voluta nelle operazioni di misura, rappresenta in tal senso una chiave di volta tesa a definire un nuovo approccio metodologico allo studio del reale. "Si crede - afferma Bachelard in proposito - di poter serbare la possibilità di discernere atomi identici attraverso la loro posizione nello spazio. Lo spazio comune è in effetti uno spazio di discernimento. Ma non è lo stesso nello spazio della microfisica, spazio in qualche modo cellulare per l’assioma di Heisenberg."

E’ in questo senso che i risultati raggiunti dalla fisica contemporanea si legano indissolubilmente all’elemento tecnico. Se si vuole conoscere qualcosa, si devono, in prima istanza, "indicare gli esperimenti con l’aiuto dei quali raggiungere tale conoscenza", afferma Heisenberg, chiarendo come l’attività conoscitiva si presenti come oggettivazione di un pensato, determinazione tecnica di un oggetto di pensiero. La fenomenotecnica bachelardiana interviene quindi a sottolineare questa novità fondamentale che caratterizza l’ambito sperimentale della fisica contemporanea in cui l’elemento tecnico, attraverso le relazioni di indeterminazione, determina il carattere non più immediato dell’esperienza conoscitiva. Ne Il razionalismo applicato, il filosofo francese descrive efficacemente questa situazione affermando: "Il solo fatto del carattere indiretto delle determinazioni del reale scientifico ci introduce in un regno epistemologico nuovo" e il tema centrale di questa novità viene evidenziato proprio attraverso l’analisi comparata con i metodi di indagine tradizionali: "Finché si trattava, secondo lo spirito positivistico, di determinare pesi atomici, - osserva - la tecnica della bilancia era sufficiente. Ma quando nel XX secolo si isolano, e si pesano gli isotopi, occorre una tecnica indiretta. Lo spettroscopio di massa, indispensabile per questa tecnica, è fondato sull’azione di campi elettrici e magnetici. E’ uno strumento che si può ben qualificare indiretto se lo si paragona alla bilancia." Non è possibile parlare in questo senso di affinamento delle tecniche sperimentali. Attraverso l’ausilio delle nuove tecnologie si assiste ad una vera e propria rivoluzione metodologica. "Anche se si legge la posizione dell’ago fissato all’asta della bilancia con un microscopio - infatti - non si abbandona il pensiero di un equilibrio, di una identità di massa, applicazione molto semplice del principio di identità, così pacificamente fondamentale per la conoscenza comune. Per ciò che concerne lo spettroscopio di massa, siamo in piena epistemologia discorsiva. Un lungo circuito nella scienza teorica - continua Bachelard - è necessario per comprendere i dati. In realtà, i dati sono qui dei risultati." E ancora di seguito "Le traiettorie che permettono di separare gli isotopi nello spettroscopio non esistono nella natura: occorre produrle tecnicamente. Sono teoremi reificati. Dovremo mostrare che ciò che l’uomo fa in una tecnica scientifica del quarto periodo non esiste nella natura e non è nemmeno una serie naturale dei fenomeni naturali."

La presa di posizione bachelardiana, in questo modo, evidenziando la necessità di delineare un nuovo punto di partenza nella costruzione della scienza, si libera degli ingombri empirici, puntando l’attenzione sulla natura strutturante dello strumento tecnico-matematico. Un’importanza, questa, amplificata dall’intrinseco carattere probabilistico della fisica quantistica. Tecnica e matematica, dunque, costituiscono i due momenti chiave della costruzione epistemologica bachelardiana: "Invenzione matematica e facticité tecnica." un binomio in cui "la matematica rappresenta il momento teorico, ma che configura le stesse modalità della pratica; la tecnica è tale pratica [...]. La scienza, pertanto non si esibisce più come fenomenologia, ma come una fenomenotecnica."

Da questo punto di vista la ricerca sperimentale, si ripropone attraverso un iter processuale completamente nuovo, il cui prodotto dissolve la natura oggettiva del fenomeno lasciando affiorare la natura relazionale dei fatti esperiti attraverso l’espressione algebrica. L’esperienza, cioè, assume la forma di un concatenarsi di concetti, concepito razionalmente, in cui i fatti eterocliti ricevono lo statuto di fatti scientifici attraverso il connubio matematico tra tecnica ed esperienza. Ciò significa che "la riduzione delle immagini concrete permette la definizione di concetti operatori. Questi concetti lungi dall’essere dei riassunti di osservazioni, sono operatori di informazione. Portano il segno stesso del razionalismo applicato."

Le profonde innovazioni apportate nel campo della scienza dalla teoria della relatività e, in modo decisamente più incisivo, dalla meccanica quantistica, si concretizzano, dunque, in prima istanza, in una decisiva frattura metodologica. Nella scienza contemporanea, cioè, l’emergenza di un nuovo tessuto ontologico di riferimento è preceduta da una nuova modalità attraverso la quale il reale viene oggettivato. L’incommensurabilità della teoria dei quanti con l’universo fisico inteso in senso classico è determinata proprio da questo "nuovo spirito scientifico", da questo cambiamento di prospettiva che porta ad osservare il mondo da un punto di vista nuovo. Di ciò Bachelard è pienamente cosciente nel momento in cui evidenzia come lo statuto epistemologico contemporaneo può essere interpretato come un non cartesianesimo, attraverso il rifiuto di un monismo metodologico prestabilito. Ne Il nuovo spirito scientifico delinea questo pluralismo metodologico che caratterizza lo sviluppo dell’attività scientifica affermando che "arriva sempre il momento in cui non si ha più interesse a cercare il nuovo seguendo le tracce dell’antico; in cui lo spirito non può progredire, se non a patto di trovare nuovi metodi." La mobilità dello spirito scientifico, dunque, è mobilità dei metodi, pluralità delle strutture categoriali che fondano un determinato programma di ricerca. Affermare pedagogicamente l’unità metodica della disciplina scientifica equivale allora ad una vera e propria mutilazione spirituale, ad una rinuncia, decisa a priori, ad ogni possibile progresso rispetto al sapere normale in senso kuhniano, e quindi, ad ogni sapere realmente produttivo. Comprendere l’attività scientifica nella sua natura dialettica equivale ad aprirla indissolubilmente ad una pluralità. La natura cangiante dell’attività di ricerca, infatti, riflette in sé l’intenzionalità stessa della ragione scientifica che si volge a comprendere in modo diverso, un mondo nuovo.

La dialettica teorica è, prima di tutto, dialettica metodologica, è l’emergenza di una razionalità che entra nel mondo attraverso l’atto conoscitivo con occhi del tutto nuovi, legati ad un nuovo modo di pensare, ad un nuovo spirito scientifico in cui il metodo è tutt’uno col sapere. Solo da questa premessa necessaria possiamo spingerci ad intravedere nella scienza contemporanea la costituzione di una realtà disancorata dagli schematismi classici. Nuova perché oggettivata in modo diverso, compresa in modo diverso. Solo a questo punto potremo comprendere come, rispetto all’oggetto della conoscenza comune, all’oggetto della scienza classica, quello della microfisica contemporanea è un non-oggetto, un suroggetto, un prodotto della pura razionalità matematica. Osserva Bachelard in proposito: "La conoscenza coerente è un prodotto non della ragione architettonica, ma della ragione polemica. Con le sue dialettiche e con le sue critiche, il surrazionalismo determina in qualche modo un suroggetto. Il suroggetto è il risultato di una oggettivazione critica, di una oggettività che dell’oggetto ritiene solo ciò che ha criticato." La realtà non oggettivabile, non ritrovata nella natura, ma costruita attraverso il lavoro dello spirito, questa realtà propria del quantismo, è dunque, in primo luogo, "funzione del metodo."

 

3.2 Il suroggetto e la sua natura matematica

Un razionalismo, quello bachelardiano, che nel rifiuto fenomenologico è pronto a consumare un completo ribaltamento del dualismo kantiano tra fenomeno e noumeno. La natura di tale ribaltamento è chiaramente delineata nella necessità di una mentalità che si volge all’esperienza attraverso un atteggiamento che lo stesso filosofo chiama astratto-concreto, animandosi al massimo grado nell’unione della matematica e dell’esperienza, della teoria e della tecnica. In ciò, alla luce di quanto affermato precedentemente, si chiarisce come nel modello meccanicistico di impostazione classica, il carattere concreto rappresenti una falsa oggettività, una cattiva obiettivazione. La vera oggettività, per Bachelard, impone un rovesciamento dei termini, concretizzandosi, in definitiva, nell’oggettività dell’astratto, nell’abbandono di un sapere fenomenico fondato sull’esperienza bruta, sull’esperienza non matematizzata e tecnicizzata.

Il ribaltamento del dualismo kantiano, dunque, inquadrandosi nel rifiuto stesso dell’empirismo, si definisce nell’affermazione di una conoscenza scientifica che va al di là del fenomeno sensibile per cogliere, o meglio costruire positivamente, il noumeno.

L’oggettività scientifica, qualificandosi in prima istanza per il suo trascendimento del fenomeno empirico, impone in Bachelard la rilettura della nozione problematica kantiana di noumeno in strumento positivamente volto a rappresentare la natura indiretta dell’esperienza. Conformemente a quanto sottolineato da Lecourt, quindi, dobbiamo procedere ad una reinterpretazione del significato che Bachelard attribuisce a questo termine, intesa come superamento della prospettiva kantiana. Il noumeno, in Bachelard non si presenta più come limite conoscitivo invalicabile, come frontiera intrascendibile della conoscenza umana. Esso è tramutato in conoscenza apodittica, propriamente scientifica, attraverso la determinazione di un profondo slittamento semantico che lo inquadra in maniera precisa nell’attività di ricerca scientifica.

L’oggettività noumenica bachelardiana, infatti, è assimilabile, in certi aspetti, alla critica heisenberghiana della filosofia democritea. Anche in questo caso è preponderante la necessità di affermare una realtà che trascende il materialismo sostanzialistico. Nella filosofia democritea "gli atomi erano le lettere con cui è scritto l’accadere dell’universo, ma non ne erano il contenuto", afferma Heisenberg. Essi erano stati in genere interpretati come enti materiali e come tali erano passati nella tradizione storiografica e scientifica. Per comprendere la fisica quantistica, tuttavia, secondo lo stesso Heisenberg "è necessario rinunciare a quello che resta forse il concetto più intuitivo tra tutti quelli presenti nel linguaggio dei fisici: il concetto di corpi piccolissimi e invisibili che sarebbero a fondamento dei corpi macroscopici, e che da più di duemila anni sono stati considerati i mattoni dell’universo." In tal senso si può affermare che "la struttura che è alla base dei fenomeni non è data da oggetti materiali come gli atomi di Democrito, ma è la forma che determina gli oggetti materiali." In questo contesto, cioè, "le idee sono fondamentali più che gli oggetti attraverso i quali si riconosce la semplicità del mondo, le idee possono essere descritte matematicamente, sono semplici forme matematiche."

Per Mario Castellana, la novità più importante apportata dalla fisica quantistica è rappresentata proprio dalla desostanzializzazione dell’oggetto fisico, pluralizzato nell’universo statistico dei quanti. Con la meccanica quantistica nasce così la physique de foule, anticausale e indeterministica in cui "l’atomo è folla. E’ folla prima di essere individuo, prima ancora di essere un essere. La sua ontologia è essenzialmente pluralista. E’ considerando l’atomo folla che si capisce nel modo migliore l’atomo probabilità che è l’atomo fondamentale della fisica moderna" "La degeometrizzazione corpuscolare - osserva Castellana - è necessaria per la comprensione della trasformazione dei corpuscoli; occorre deformarli per configurarli più coerentemente. Sfuggendo al principio di identità, il corpuscolo è sottoposto ad un principio più razionale che reale, com’era nella meccanica classica che localizzava esattamente nello spazio e nel tempo il punto materiale. In base al principio di Heisenberg si può solo stabilire la probabilità di trovare il corpuscolo in un istante dato." Lo statuto ontologico dell’oggetto, dunque, in quanto fondato sul carattere matematico del suroggetto, sfugge, in questo senso allo statuto geometrico. La stessa dualità tra onda e corpuscolo, abbandonando la chiarezza intuitiva propria dei modelli meccanici classici, trova la sua intrinseca razionalità nella relazione matematica da cui è determinato. "Una volta che si sia appreso ad equilibrare le due intuizioni di onda e corpuscolo, e si sia cominciato ad opporre resistenza al realismo ingenuo, secondo cui le cose avrebbero dappertutto carattere permanente; una volta che si sia compresa la potenza dell’esperienza realizzante, si è in grado di impostare in termini meno acuti il problema del rapporto dialettico dei due aspetti fenomenologici."

Anche nella meccanica ondulatoria le onde devono essere derealizzate, comprese nella loro essenza di puro calcolo matematico. Bachelard parla in proposito di "una configurazione astratta, una configurazione senza figura; dopo aver elevato l’immaginazione, istruita dapprima da forme spaziali, fino all’ipergeometria dello spazio-tempo, vedremo la coscienza intenta ad eliminare anche lo spazio-tempo per raggiungere la struttura astratta dei gruppi." In questo senso, "il mutamento del concetto di realtà che si manifesta nella teoria dei quanta non è una semplice continuazione del passato; esso appare come una vera e propria rottura nella struttura della scienza moderna." Una rottura, quella delineata da Heisenberg in questo passo, che si impone attraverso l’abbandono del materialismo di fondo che permeava la meccanica classica realizzandosi nella conseguente elevazione della dottrina matematica a statuto ontologico della microfisica, come mostrato ampiamente dai gruppi di simmetria nella teoria di campi. L’impostazione di fondo del discorso Heisenberghiano, dunque, è fondamentalmente assimilabile all’antirealismo bachelardiano, almeno nei suoi presupposti. Per evidenziare la natura matematica di queste strutture relazionali che fondano il fenomeno, tuttavia, Heisenberg fa esplicito ricorso alla filosofia platonica: al posto delle particelle fondamentali, afferma, "dovremmo accettare il concetto di simmetrie fondamentali, un concetto derivabile dalla filosofia platonica." E’ in questo senso che Sertoli può leggere un elemento di incompatibilità tra le dichiarazioni di Heisenberg e la filosofia bachelardiana affermando: " Si noti che il teoreticismo costruttivistico bachelardiano non può che respingere - e ciò fin dall’Essai - ogni forma di platonismo matematizzante, in quanto esso pure realismo."

Pur mostrandoci pienamente concordi con quanto affermato da Sertoli, ci sembra comunque necessario porre attenzione, più che sull’esito, sull’intento che spinge Heisenberg a confrontare la meccanica quantistica con la filosofia platonica. Lo scopo è pur sempre quello di procedere ad una destrutturazione, ad una epochè del senso comune e della cultura tradizionale legata al materialismo classico. A confermare la nostra lettura interviene direttamente un passo dello stesso fisico in cui si legge: "Le simmetrie platoniche non erano quelle giuste; ma aveva ragione nel credere che nel cuore della natura, tra le piccolissime unità di materia, avremmo trovato le simmetrie matematiche." D’altronde, similmente alle speculazioni di Heisenberg, nella stessa noumenizzazione dell’oggetto scientifico, in Bachelard, si rivela preponderante l’elemento negativo della filosofia del non, elemento teso principalmente a promuovere la critica del modello sostanzialistico classico. Nel designare questo nuovo significato al concetto kantiano di noumeno, l’attenzione, infatti, va posta principalmente sull’elemento di negazione che questa ridefinizione comporta. Designare l’esperienza scientifica come esperienza nuomenica equivale non tanto all’individuazione di un universo ontologico rimasto finora ignoto; non tanto ad aprire una nuova frontiera metafisica fondata sull’apoditticità del metodo scientifico, quanto a negare, appunto, la validità scientifica dell’esperienza fenomenica, ad evidenziare come nella microfisica contemporanea l’oggetto scientifico non è più rappresentato dal semplice fenomeno, dal dato, dal fatto sensibile in sé. Esso si risolve e si realizza in una serie di rapporti e di relazioni non percettive; il noumeno designa il non-fenomeno come ciò che si sottrae alle condizioni gnoseologiche proprie della conoscenza comune, e quindi, della scienza classica. "L’oggetto scientifico - osserva Vinti - è il risultato di una costruzione matematica che suggerisce esperienze di pensiero più che garantire esperienze fenomeniche date nella percezione".

La matematica interviene nella progettazione e nella costituzione degli oggetti della scienza, oggetti di pensiero dunque, piegati alla supremazia della riflessione sull’esperienza, alla supremazia del "razionalismo applicato", del razionalismo tecnico. "La radice ultima dei fenomeni non è dunque la materia, ma la legge matematica, la simmetria, la forma matematica." L’ordine tradizionale dell’esperienza realista si presenta in tal modo completamente invertito: Il fondamento della conoscenza è ben al di qua dell’oggettivabile, esso è già presente nel movimento razionale che concepisce l’esperienza come costruzione, il noumeno come guida alla ricerca, come determinazione della sostanza. "L’oggetto scientifico è noumenico - osserva ancora Vinti - perché come il noumeno kantiano, esso non rientra nelle condizioni metodologiche della scienza empirica." La distanza tra l’osservazione e la conoscenza diventa, così, fattore caratterizzante della ricerca scientifica contemporanea: "Precisare il percepito - osserva Bachelard in un passo de Il razionalismo applicato - significa semplicemente moltiplicare le associazioni della percezione. Al contrario, precisare l’oggetto scientifico significa iniziare un racconto di progressiva noumenizzazione. Ogni oggetto scientifico porta il segno di un progresso della conoscenza."

L’impulso rivoluzionario del pensiero scientifico contemporaneo nasce, dunque, nel regno dell’astratto: L’oggettività scientifica è essenzialmente di ordine matematico; le ipotesi atomiche sono costruzioni matematiche apodittiche in quanto "l’oggetto della microfisica è interamente opera della scienza che prima l’ha pensato matematicamente e poi l’ha fatto tecnicamente. In quanto tale esso non avrà un’essenza (appunto noumenica) eccedente il calcolo matematico" stesso. E’ in questo senso che "dal fenomeno visibile o di prima approssimazione si passa al noumeno, ormai ben conoscibile appunto tramite il cogitatur matematico."

La matematica inventa una realtà, ossia la pensa come struttura di calcoli, come qualcosa la cui essenza si riconduce totalmente a una rete di relazioni matematiche e pensandola la pensa come esistente, cioè indica le sue medesime condizioni di esistenza ponendola. Alla tecnica spetterà poi l’attuazione di questa realizzazione, la produzione di questa esistenza, di questa entità noumenica che di per se già sussiste nelle relazioni matematiche. La noumenicità dell’oggetto scientifico, dunque è garantita proprio dalla sua matura teoreticamente definita: "la matematica è l’unico pensiero dello scienziato, il fatto, e cioè il fenomeno empirico, non è più che la reificazione di un teorema", afferma Bachelard in proposito. In questo passo è chiara la natura costitutiva dell’elemento matematico, come referente ultimo della conoscenza scientifica, un elemento che, nella meccanica quantistica e nell’epistemologia bachelardiana si presenta paradossalmente come punto di partenza e, al contempo come traguardo dell’indagine scientifica. Un posizione questa, che soprattutto nel caso di Bachelard, si pone in netto contrasto con l’opinione consolidata nella scienza ottocentesca, di considerare la matematica esclusivamente come linguaggio privilegiato della scienza. Ne L’attività razionalistica della fisica contemporanea, Bachelard sottolinea, per contro, i motivi che inducono a considerare la matematica come pensiero: la scienza non traduce in linguaggio matematico (ossia formalizza matematizzandoli) i fatti consegnati dall’esperienza, bensì, attraverso la realizzazione tecnica esprime nel linguaggio dell’esperienza una realtà profonda che ha un senso matematico prima di avere un significato fenomenologico. Nel progetto del pensiero che pone una realtà, cioè, sono già formulate matematicamente le condizioni per la realizzazione effettuale, per la materializzazione di quella realtà. L’oggetto di pensiero - l’object de pensée - diventa allora, e solo allora, oggetto d’esperienza. La matematica è dunque pensiero, pensiero dinamico, pensiero costruttivo, inventivo. Bachelard, ne La filosofia del non la descrive come "l’art poê tique de la Physique." e continua nello stesso saggio "Quando seguiamo gli sforzi del pensiero contemporaneo per comprendere l’atomo, non siamo lontani dal pensare che il ruolo fondamentale dell’atomo è di obbligare gli uomini a fare delle matematiche" La struttura creatrice del nuovo spirito scientifico, ne La filosofia del non diventa, così, la "rê verie anagogique", strumento di ontogenesi nell’uomo matematico. In questo senso, come osserva correttamente Barone, "Bachelard inclina sempre a considerare la matematica non nella sua mera analiticità, bensì come strumento che rende mobile l’intuizione e potenzia l’immaginazione formatrice della nuova scienza." La ragione è, così, ragione matematica, momento teorico-inventivo.

"Non è più la cosa che potrà istruirci direttamente, come proclamava la fede empirica. Non si aumenterà la conoscenza di un oggetto ultra-microscopico isolandolo. Isolato, un corpuscolo diventa un centro di irradiazione per un fenomeno più grande. Considerato nel suo ruolo fisico esso è uno strumento di analisi piuttosto che un oggetto per la conoscenza empirica. E’ un pretesto di pensiero, un mondo da esplorare. E’ inutile spingere l’analisi fino a isolare, da tutti i punti di vista, un oggetto unico, perché appare chiaro che, nel mondo della microfisica, l’unico perde le sue proprietà sostanziali. Non esistono, allora, proprietà sostanziali se non al di sopra - non certo al di sotto - degli oggetti microscopici"

 

3.3 Slittamenti semantici

La descrizione di questo nuovo mondo, di questo oggetto scientifico che, caratterizzandosi come suroggetto, impone un immediato abbandono delle categorie legate alla mentalità sostanzialistica, non può non favorire il ripensamento delle "nostre abitudini grammaticali e sintattiche." La natura della rivoluzione scientifica operata dalla fisica dei quanti è altamente significativa, infatti, anche nello slittamento semantico che certi concetti scientifici subiscono nel delineare la nuova realtà della microfisica. La rivoluzione linguistica, si lega indissolubilmente, in questo senso, a quella metodologica e a quella ontologica.

Non tenere conto di questi continui mutamenti di significato che contraddistinguono lo sviluppo della disciplina scientifica significa compromettere la reale portata di una nuova realtà peradigmatica attraverso una presa di posizione per cui il problema semantico del linguaggio scientifico è risolto prima di essere posto: esso, infatti dovrebbe costituirsi come il linguaggio puro scritto ab aeterno nel mondo. E’ proprio in questo senso che la problematica ontologica si lega a quella linguistica. Se assumiamo in partenza, infatti, che la scienza è capace di svelare la struttura ultima del reale e, se questa costituisce la base alla quale tutti i sistemi semantici possono e debbono essere ricondotti, la scienza, per motivi di principio, non può produrre nuovi significati. Se semantica, scienza ed ontologia coincidono, cioè, conoscere il mondo significherebbe riconoscere il significato delle parole e, simmetricamente, capire il significato delle parole equivalrebbe a conoscere l’organizzazione reale del mondo. I due processi sono chiaramente isomorfi e questo presunto isomorfismo spiega adeguatamente il perché spesso "i filosofi credono di conoscere l’oggetto conoscendone il nome, senza ben rendersi conto che un nome è portatore di un significato che ha valore soltanto in un corpo di abitudini."

D’altro canto, poiché le parole del linguaggio comune quanto i termini del linguaggio scientifico affondano le loro radici sul medesimo sostrato semantico, tra i significati del linguaggio scientifico e quelli del linguaggio comune non potrebbe esistere alcuna frattura: il linguaggio scientifico, cioè, nell’impossibilità di produrre nuovi significati, dovrebbe essere semplicemente inteso come strumento di chiarimento dei significati esistenti.

L’analisi bachelardiana, da questo punto di vista, delineando una sostanziale continuità tra linguaggio comune e fisica classica, ripropone un’immagine acritica della dinamica newtoniana legata al sostanzialismo di uno spirito oggettivante che fonda l’attività conoscitiva sulla chiarezza delle immagini. Con l’avvento della meccanica dei quanti, tuttavia, "è stato necessario immaginare l’inimmaginabile", pensare l’oggetto scientifico al di là delle possibili rappresentazioni e quindi rompere il connubio denotativo che si presenta naturalmente istituito tra parola e immagine. Conformemente a quanto espresso dai fisici di Copenaghen, queste difficoltà non possono essere riassorbite nella creazione di un neo-linguaggio, piuttosto è necessario ripensare il linguaggio comune attraverso l’istituzione di un nuovo rapporto di significanza. "In tal modo - secondo Heisenberg - sviluppiamo un linguaggio scientifico che può essere considerato come una naturale espansione del linguaggio ordinario adattato ai nuovi campi della conoscenza scientifica."

L’ipotesi formulata dal fisico tedesco, paradossalmente, si configura allo stesso tempo come ampliamento degli orizzonti semantici, ma anche come compressione delle possibilità denotative di certi termini rispetto ai particolari contesti di utilizzo. L’impossibilità di rinunciare al linguaggio classico, a certe categorie di pensiero, che nella loro intuitività costituiscono il patrimonio acquisito della scienza, infatti, implica, da una parte, la necessità di ampliarne la portata significante e dall’altra, nella descrizione del fenomeno microfisico, di ridurne la valenza semantica conformemente alle necessità espresse dalla situazione presa in esame. E’ nel riconoscimento di questo movimento dialettico della lingua stessa che si può inquadrare la rivoluzione apportata dalla meccanica quantistica. E’ in questa necessità dialettica che si inquadra la rinuncia alla possibilità di costruire una nuova realtà linguistica evitando le difficoltà legate all’utilizzo di un linguaggio, per sua natura ambiguo.

I motivi che spingono a mantenere in auge il linguaggio comune sono stati già analizzati nel precedente capitolo, in particolare, in questa sede è necesario unicamente puntualizzare che un sistema microfisico va considerato alla stregua di un sistema aperto. L’influenza attribuita all’elemento umano e tecnico dal principio di indeterminazione nell’esecuzione degli esperimenti, rende impossibile adottare una strategia dell’approssimazione attraverso la quale isolare, come succede in ambito classico, l’oggetto dal suo contesto. D’altro canto, gli elementi che circondano il sistema, per ammissione dello stesso Bohr, vanno descritti in termini classici. Ciò rende impossibile abbandonare il linguaggio comune e le categorie della meccanica newtoniana, pena la stessa possibilità di operare sperimentalmente, di disporre di quel contributo tecnico che, come si e visto, costituisce l’elemento oggettivante, la realizzazione stessa del pensiero scientifico. Oltretutto, trascendere il linguaggio comune significa rinunciare, a priori, a comprendere, oltrepassando le categorie dello stesso pensare, che è un pensare l’oggetto nello spazio e nel tempo. "Non possiamo rinunciare al nostro parlare quotidiano", osserva efficacemente Vinti in proposito. La conservazione del linguaggio comune si fonda dunque, sull’impossibilità di pensare nel nulla, di costruire le nostre oggettivazioni su un tabula rasa. Conformemente a quanto espresso dalla filosofia del non, il pensiero, e in modo particolare il pensiero scientifico, è, in prima istanza pensiero critico, pensiero che pensa in opposizione a qualcos’altro di costituito. E’ in questo senso che la rivoluzione linguistica prodotta dalla microfisica deve essere intesa come espansione critica del linguaggio comune.

"Il linguaggio della scienza - afferma Bachelard in proposito - è in uno stato di rivoluzione semantica permanente." Una rivoluzione che, tuttavia, non intacca gli aspetti sintattici della lingua. Una rivoluzione sottile, dunque, che si nasconde dietro le parole stesse, ma che non per questo può essere ignorata. "Chi affronta la scienza contemporanea è impacciato dapprima, come chiunque, dal peso delle conoscenze comuni, e poi, come ogni persona colta, dai ricordi della sua cultura. Immagina così, obbedendo alle intuizioni della vita quotidiana che un corpuscolo è un piccolo corpo, oppure pensa, in omaggio alla tradizione della filosofia di Democrito, che l’atomo sia indivisibile, elemento ultimo di una divisione della materia. Con delle assicurazioni epistemologiche così indistruttibili, come potrà capire le novità del linguaggio della scienza? Come imparare nozioni del tutto nuove?" Lo Piparo chiarisce in maniera esemplare questa situazione evidenziando come "nella scienza abbiamo una produzione di nuovi significati nonostante vengano usati vecchi significanti. E’ questa possibilità di usare uno stesso significante per riferirsi a significati, non solo tra loro diversi, ma spesso, come nel caso del termine corpuscolo, tra di loro incompatibili, che nasconde agli occhi del filosofo la novità del linguaggio scientifico." Lo slittamento semantico, dunque, passa inosservato agli occhi del continuista che tende a ridurre il significato della parola alla sua immagine primaria, al suo significato anteriormente legato ad un universo concettuale diverso. Il rinnovamento va condotto dinamizzando questo rapporto tra parola e immagine, spezzando il legame tra "parola ed etimologia"

Nell’universo dei quanti "le parole perdono la loro referenzialità e figuratività immediata e diretta, la loro funzione di diretta identificazione ontologica, la loro monofunzionalità; sono pronte a dire realtà diverse, ad indicare una molteplicità di enti, a esprimere nuovi significati spesso in conflitto con il significato originario." La permanenza sintattica, cioè, reclama fortemente l’individuazione di un nuovo universo semantico. Bachelard, in un immagine alquanto significativa, propone di considerare i termini che la fisica quantistica eredita dal linguaggio classico, come parole inserite tra virgolette: "Se si portasse l’attenzione su questa attività spesso mascherata - egli osserva - ci si accorgerebbe che vi è anche nel linguaggio della scienza un gran numero di termini tra virgolette", termini il cui significato ha subito una deformazione, il cui utilizzo è un utilizzo improprio, termini che impongono una riflessione prima che un’oggettivazione in quanto "Rivelerebbe, questa messa tra virgolette, una delle attività specifiche della coscienza della scienza." Bachelard rivela come "Per i fisici nucleari queste parole sono tacitamente ridefinite. Rappresentano concetti che sono totalmente differenti dai concetti della fisica classica., a fortiriori molto differenti dai concetti della conoscenza comune."

In proposito il filosofo francese cita esempi concreti: ne Il materialismo razionale, la trattazione bachelardiana si concentra sulla nozione di temperatura. "non c’è nessuna continuità - afferma - fra la nozione di temperatura del laboratorio e la nozione di temperatura di un nucleo. Il linguaggio scientifico è per principio un neo-linguaggio. Per essere compreso nella città scientifica, occorre parlare scientificamente il linguaggio scientifico, traducendo i termini del linguaggio comune in linguaggio scientifico." La stessa analisi compiuta da Bachelard è riproposta in Fisica e filosofia da Heisenberg. Il fisico tedesco, riconsidera la rottura significativa intervenuta tra la nozione di temperatura nella termodinamica classica e quella relativa alla microfisica. Contrariamente a quanto avviene in termodinamica, dove il concetto di temperatura sembra indicare una proprietà oggettiva della materia, in fisica atomica, osserva Heisenberg, "noi non riusciamo a correlare questo concetto <<temperatura dell’atomo>> con una ben definita proprietà dell’atomo, ma dobbiamo connetterlo almeno in parte con l’insufficiente conoscenza che abbiamo di esso. Possiamo mettere in relazione il valore della temperatura a certe aspettative statistiche sulle proprietà dell’atomo, ma appare piuttosto dubbio che possa essere chiamata oggettiva una aspettativa."

La nozione di temperatura, dunque, pur conservata nella sua struttura sintattica, assume nel contesto linguistico della meccanica dei quanti un significato profondamente diverso. "In polemica con quei fisici che dimostrano scarso interesse per il problema del linguaggio, Heisenberg ha dunque sottolineato con forza che lo sviluppo dei principi della fisica si accompagna inevitabilmente con un corrispondente adattamento terminologico, che consente non solo di esprimere, ma anche di comprendere le nuove formulazioni teoriche." Le problematiche linguistiche, dunque, in Heisenberg, rientrano a pieno titolo nel dibattito scientifico: "La storia della fisica non è soltanto l’elencazione di scoperte e di osservazioni sperimentali, corredate dalla relativa trattazione matematica, ma è anche storia di concetti."

L’abbandono della prospettiva sostanzialistica, da questo punto di vista, comporta una generale compromissione del potere denotativo che certi termini avevano assunto nella scienza classica. Lo slittamento semantico che è intervenuto nella ridefinizione della nozione di temperatura, dunque, deve essere esteso all’intero patrimonio linguistico che la fisica quantistica ha ereditato dalla meccanica classica. In fisica atomica, parlare di orbita, significa designare un concetto totalmente diverso da quello che questa nozione assume tradizionalmente. La continuità tra macrocosmo e microcosmo, dunque, deve essere interrotta anche a livello linguistico. L’orbitale elettronico, lo stato stazionario discreto, è ora definibile attraverso una funzione d’onda probabilistica in cui "lo stato dell’elettrone così rappresentato non permette di attribuire a quest’ultimo, durante la sua traiettoria, proprietà ben definite come coordinate, impulso e così via. Si può unicamente studiare la probabilità di incontrare in certe condizioni opportune di osservazione, un elettrone in un punto determinato o di trovare un valore determinato per la sua velocità. In questo modo arriveremo a una definizione di stato molto più astratta dell’originaria orbita elettronica."

Le parole di Heisenberg ci permettono di procedere ulteriormente. Se la descrizione del moto di una particella, infatti, deve essere rappresentata, come noto, dall’equazione di Scrhoedinger e se ciò rende impossibile l’attribuzione di proprietà ben definite come le coordinate, appare evidentemente problematica la stessa nozione di traiettoria che va ripensata alla luce dello sviluppo, nello spazio e nel tempo, di un funzione d’onda probabilistica. L’elemento di incertezza contemplato dalla fisica classica è di natura ben diversa da quello preso in esame nel nostro caso. Nella meccanica newtoniana l’elemento probabilistico è legato a fattori puramente accidentali. In microfisica è stabilito teoreticamente a priori, è dettato dall’impossibilità di conoscere in maniera diretta e determinata le condizioni iniziali del sistema; è condizionato dall’impossibilità di verificare la traiettoria di una particella senza alterare il suo stato, senza interrompere lo sviluppo della funzione d’onda ad essa associata. L’introduzione del principio di indeterminazione compromette, dunque, al massimo grado, la stessa nozione di misura.

L’osservazione non è più osservazione neutrale rispetto all’oggetto determinato. L’atto di misura è momento perturbante, è parte dell’oggetto stesso, oggettivazione determinata attraverso lo strumento tecnico di un pensato, di un object de pensée. Il significato del termine misurare viene, in tal modo, completamente stravolto. Il suo senso non è più rintracciabile all’esterno dell’elemento teoretico, esso risulta precostituito nell’elemento razionale, è tutt’uno con la teoria. "Una misura - osserva Bachelard - può dare come risultati solo le quantità indicate dai valori del suo operatore. Ecco il principio fondamentale del razionalismo della meccanica ondulatoria." In questo caso "è la teoria che decide", che determina, a priori, non solo la possibilità di attualizzare l’oggetto, ma anche la stessa modalità attraverso la quale questo deve essere osservato. E’ la teoria che determina la possibilità di una misura.

Secondo Bachelard "bisogna riformare tutta la filosofia della nozione di misura." Una filosofia che, secondo il filosofo francese, è ben radicata nella nostra esperienza quotidiana e quindi legata a quei residui fenomenologici che costituiscono l’ostacolo epistemologico fondamentale alla comprensione della scienza attuale, alla comprensione del suo potere destrutturante. Il nostro vivere quotidiano è quello in cui gli errori della misura vengono classificati in "accidentali" e "sistematici", in cui "partire dalla misura" significa rifiutare ogni affermazione a priori sul suo possibile risultato. "In questa concezione - afferma Bachelard - la realtà scientifica è la realtà misurata." Nella fisica classica misurare significa attualizzare la realtà stessa, ma il razionalismo applicato, la realtà dei quanti, pretende che tale attualizzazione sia precedentemente condizionata. Qui il passo di Bachelard è illuminante: "Allo stesso modo in cui l’astronomo newtoniano prevede gli eventi del cielo, lo scienziato schroedingheriano prevede gli eventi della misura. Comprendiamo bene - continua - che solo un rovesciamento della prospettiva filosofica può giustificare una tale rivoluzione epistemologica. Prende forma una sorta di razionalismo antecedente. Questo razionalismo avvia uno studio dettagliato di tutte le condizioni che una misura di tipo ben definito deve rispettare. Queste condizioni formano allora un vero corpo di condizioni che supera in coerenza la semplice lista delle precauzioni di una misura empirica. L’equazione di Schroedinger esprime in qualche modo questo corpo di condizioni, questo piano organico della misura."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

capitolo terzo

 

LA NATURA DELLA TEORIA SCIENTIFICA

 

 

 

1. La costruzione teorica come elemento cardine della ricerca

Il rifiuto della prospettiva continuista, in favore di una dialettica epistemologica capace di estrapolare il divenire scientifico dai canoni sistematici di un logicismo precostituito, tende a delineare, nel progresso storico della scienza, un fattore di incommensurabilità teorica che si è proposto in maniera prepotente nell’analisi legata alle metodologie di ricerca, nella costituzione di un oggetto di indagine proprio, e, infine, nella rimozione di quegli ostacoli linguistici che tendono a cristallizzare certi riferimenti semantici senza tener conto degli slittamenti che essi stessi subiscono nel passaggio da un’applicazione teorica all’altra. Una lettura attenta degli avvenimenti che caratterizzano la storia della scienza, cioè, porta a riconsiderare la stessa nella insita molteplicità che la caratterizza. Una pluralità di situazioni che trovano la loro ragion d’essere nella natura intimamente dialettica della ragione applicata, nel concepire la ricerca scientifica, non certo come continuo cominciamento, perenne rifondazione, quanto come momento problematico inserito in un duttile contesto di valori acquisiti. E’ in tal senso che Redondi parla della storia della scienza come di "un linea spezzata, anzi, un vettore che ha il suo punto di applicazione in una scienza già costituita e la sua direzione in una complicazione lucidamente razionale di ciò di cui la scienza parla."

La natura constructa del pensiero scientifico va inquadrata proprio in questo processo, nella capacità della ragione scientifica, cioè, di volgersi al passato in senso critico, attualizzandone la portata e costruendone il futuro. La rivoluzione scientifica è solo allora, rottura epistemologica, nel senso che, in questo caso, il termine rottura è chiaramente denotato nella sua referenzialità, in quanto intrinsecamente riferito ad un sapere acquisito, ad un universo in qualche modo negato in cui il pensiero scientifico si costituisce, in prima istanza, come pensiero critico, strumento di giudizio e, come tale, perennemente posto in situazione, perennemente impegnato in un ben determinato campo di indagine. E’ pensiero che pensa attraverso un linguaggio già determinato, attraverso un patrimonio di significati acquisiti che indirizzano la ragione verso l’atto scientifico.

La conoscenza è così già inscritta nel pensiero, perché determinata dal linguaggio teorico nel quale l’attività razionale trova il suo svolgimento; attraverso, cioè, quelle categorie teoretiche che costituiscono inevitabilmente il vettore euristico mediante il quale la razionalità trova la sua applicazione produttiva. L’attività di ricerca non può trascendere questo campo di razionalità senza negarlo, non può avventurarsi al di là di questo o quel determinato orizzonte concettuale, senza decretarne il superamento.

In tal modo, l’elemento teorico, questo patrimonio di significati concretamente posseduti, conformemente alla natura dialettica del pensiero stesso, si presenta, in ambito scientifico, nella duplice veste di orizzonte intrascendibile e di ostacolo epistemologico da abbattere verso la costituzione di un nuovo universo di significati. Un processo di rinnovamento, questo, che denota chiaramente la natura dialettica del pensiero scientifico, il quale, nella rottura epistemologica esige un movimento di reduplicazione spirituale, di ricostruzione fondato sull’opposizione, cioè, sulla consapevolezza critica di aver oltrepassato una determinata frontiera teorica attraverso un processo strutturante che si impone nella sua naturale irreversibilità. La determinazione di un nuovo tessuto interpretativo, cioè, non può non avvenire che attraverso "la potenza della filosofia del non", come conseguenza dell’emergere dell’anomalia che suggerisce un processo di indagine e di oggettivazione alternativo al precedente. Attraverso la proposizione di problematiche, la cui soluzione non può essere contemplata nelle categorie del sapere acquisito.

La storia della scienza, in questo contesto, lontana del poter essere descritta come semplice fenomeno cumulativo di conoscenze e interpretazioni teoriche, acquista uno statuto strutturalmente legato al susseguirsi di successivi campi di razionalità. La rottura epistemologica è dunque, iato razionale che separa le diverse costruzioni teoriche ben delimitate nella loro applicabilità e nella loro valenza descrittiva e normativa, in quanto implica la ricostruzione delle stesse categorie razionali attraverso le quali prende forma la ricerca. Bachelard, ne Il razionalismo applicato chiarisce questa situazione affermando che "a percorrere la storia di una cultura razionalista, si ha, almeno la confortante impressione che si abbandoni sempre una ragione per una migliore ragione."

L’epistemologia bachelardiana, da questo punto di vista, deve presentarsi come epistemologia strutturale, studio, cioè, di quei sistemi in cui è manifesta la razionalità scientifica nella sua dialettica pluralità. Nella speculazione di Bachelard, il dato "è sempre interno ad una prospettiva di insieme. La scienza configura il fatto sempre e solo dentro un sistema teorico, dentro una sintesi razionale che lo collega ad altri fatti. La visione della scienza come singoli fatti che vengono accumulati man mano che sono razionalizzati, si trasforma dunque - ed è il vero passaggio dalla concezione ottocentesca alla concezione novecentesca - in una visione della scienza come théorie d’ensemble, rete di cui i fatti sono le maglie: nodi di relazioni che la struttura stessa pone." E’ la teoria, dunque, o meglio l’importanza che essa assume nella ricerca epistemologica a costituire la chiave di volta del pensiero scientifico contemporaneo. Le dialettiche metodologiche, ontologiche e linguistiche, che caratterizzano il passaggio dalla meccanica classica alla fisica quantistica, sono ricompresse in questo senso, nel progressivo susseguirsi di campi razionali distinti, di strutture interpretative giustapposte.

Da queste considerazioni, emerge immediatamente la necessità di ripensare la stessa nozione di teoria scientifica la cui portata, oramai, trascende il suo significato primario di strumento in grado di formulare previsioni attendibili su determinati fenomeni. Non è un caso che lo stesso Bachelard "avanza una definizione della scienza come teoria." La scienza in quanto teoria, è produzione di concetti, di legami tra concetti, di connessioni regolari tra enunciati, di integrazioni di enunciati in globalità teoriche. La scienza è teoria proprio perché, in aperta opposizione al positivismo e alla filosofia baconiana, muove non più dalla generalizzazione del fatto, ma dalla stessa sintesi teorica che configura al suo interno l’interrelazione che lega i fatti, che produce l’oggetto scientifico. La conoscenza scientifica non procede verso l’accumulazione di dati intorno ai quali deve essere formulata la costruzione teorica, ma, al contrario, è il modello razionale il riferimento che determina e inquadra l’oggetto in funzione della teoria stessa. "L’oggettività non è ciò che sta all’inizio del processo di conoscenza e da cui poi si estrae, per astrazione, la legge, il modello teorico, bensì è ciò che sta alla fine di quel processo di oggettivazione della teoria, di approssimazione verificata che costruisce sempre più numerosi e precisi dettagli. L’oggetto, dunque è prodotto della teoria - la realtà è realizzazione della conoscenza, della scienza."

La rivoluzione quantistica, da questo punto di vista, porta la scienza lontana dal dominio materiale, e quindi, da una sua possibile fondazione su basi empiriche. Per usare le parole dello stesso Bachelard, la scienza non è più rappresentabile come il "pleonasmo dell’esperienza." Essa "si è interamente liberata dalla preistoria dei dati sensibili. Pensa con i suoi strumenti e non con gli organi di senso." In questo modo, la necessità di abbandonare una visione realista, polemica che impegna Bachelard fino dagli esordi della sua attività e che viene pienamente supportata dagli esiti della fisica quantistica, trova la sua ragion d’essere proprio nella negazione dell’empirismo e nell’esaltazione dell’elemento teorico come momento creativo e originario. Definire la realtà come realizzazione della scienza teorica, tuttavia, comporta non solo il ripensamento di quelle categorie scientifiche che delineano, nel loro processo relazionale lo sviluppo di un determinato tessuto interpretativo, ma, in maniera altrettanto importante, la necessità di rileggere lo svolgimento storico dell’attività di ricerca nella sua assoluta pluralità di situazioni, stravolgendo i canoni della stessa ricerca epistemologica: emerge in questo modo, in maniera del tutto evidente, la necessità di definire in modo assolutamente nuovo la nozione di teoria scientifica, di quell’elemento che si concretizza polarmente nella dialettica storica che caratterizza l’evoluzione della scienza.

 

 

 

 

 

 

2. La teoria come insieme chiuso

Il leggere nell’evoluzione della scienza una intrinseca incommensurabilità che contraddistingue i diversi poli teoretici, i diversi campi della razionalità applicata che si susseguono nel tempo, significa evidenziare il carattere atomico delle determinazioni teoriche. La caratterizzazione della teoria scientifica, così come emerge dalla speculazione bachelardiana e, soprattutto dalle puntuali analisi che Heisenberg riserva a questo tema, dovrà rispondere a certi requisiti di "impermeabilità", di conchiusa razionalità che giustifica l’impossibilità di successivi adeguamenti di un determinato tessuto teorico. Chiaramente, questa considerazione non deve far pensare ogni costruzione razionale come uno strumento limitante nella conduzione dell’attività di ricerca. Al contrario, una buona teoria scientifica deve necessariamente essere progressiva, contemplare nel minor numero di assiomi una grande varietà di situazioni, deve avere, cioè, ampio potere euristico. Tuttavia, ogni costruzione, per il fatto che si fonda necessariamente su un numero finito di assiomi, non può oltrepassare se stessa. Non possiamo pretendere di descrivere attraverso una determinata costruzione teorica situazioni sperimentali che si pongono in contrasto diretto con la stessa. In questo senso la teoria non può essere migliorata, non può essere estesa al di là del proprio campo di indagine. Nel regno della ragione che si pluralizza realizzandosi nella sua intima dinamicità, la teoria rimane lì, nella contemplazione di un universo determinato per sempre, per sempre compresso nelle oggettivazioni che questa è in grado di rendere determinabili.

Nel descrivere questa particolare caratterizzazione della teoria scientifica, Heisenberg in Fisica e filosofia parla di "serie chiuse e coerenti di concetti." Nella sua trattazione, il fisico tedesco individua quattro sistemi che nel corso della storia della scienza moderna hanno raggiunto la loro forma definitiva: Il primo è costituito dalla meccanica newtoniana "adatta alla descrizione di tutti i sistemi meccanici, del moto dei fluidi e della vibrazione elastica dei corpi", il secondo è rappresentato dalla termodinamica che Heisenberg definisce come "teoria fenomenologica del calore" la quale si serve di concetti come quello di calore, calore specifico o entropia, che non hanno alcuna corrispondenza con le altre branche della fisica. L’elettrodinamica, che raggiunge la sua determinazione finale nella teoria della relatività speciale di Einstein, costituisce il terzo nucleo teorico fondamentale, mentre la meccanica quantistica si presenta, cronologicamente al culmine dell’attuale ricerca scientifica costituendo il quarto sistema teorico di riferimento.

Abbiamo evidenziato precedentemente come, nell’affermare la natura conchiusa di un determinato sistema teorico, non si pretende di dichiarare a priori l’impotenza della teoria stessa, questo è evidente nel momento in cui, come afferma Heisenberg, "i limiti del campo di applicazione non possono generalmente venire derivati dai concetti. I concetti non sono esattamente definiti nella loro relazione con la natura, nonostante l’esatta definizione dei loro possibili rapporti. Le limitazioni verranno perciò determinate dall’esperienza, dal fatto che i concetti non permettono una descrizione completa dei fenomeni osservati." Un determinato sistema teorico il cui tratto fondamentale è rappresentato dalla "possibilità di trovare per esso una valida rappresentazione matematica" si costituisce, dunque, fondamentalmente come astrazione incapace di contemplare una visione assoluta e onnicomprensiva del reale. Questa deficienza che inevitabilmente caratterizza ogni struttura teorica, garantisce la possibilità di conoscere in modo diverso, di approcciarsi al reale attraverso canoni interpretativi distinti; rende possibile l’emergenza dell’anomalia, elemento chiave nella dinamica rivoluzionaria, nel passaggio paradigmatico e nella conseguente rivoluzione epistemologica che ne segue.

La teoria, sistema concettuale coerente e costituito da un numero finito di assiomi si presenta come visione unilaterale, come modello interpretativo chiuso e in sé definito. Una limitazione che oltre a non leggersi come chiave di impotenza, è capace, al contrario di esaltare la razionalità dinamica propria del pensiero scientifico nel suo elevarsi al di sopra dello stesso tessuto teorico di riferimento per rilevare l’emergere della contraddizione. Ogni limitazione, d’altro canto, è sempre posteriore, è sempre determinata dal conflitto che emerge, in certi casi in maniera irreparabile, tra i due poli dialettici della ricerca, tra l’elemento teorico e quello tecnico nel momento in cui la determinazione tecnica oltrepassa il confine di significato tracciato dal pensiero teorico-matematico.

"Ciascuna teoria - afferma Heisenberg - possiede un ambito di applicazione limitato, che è sostanzialmente già fissato dai concetti introdotti nella teoria. Fuori da questo ambito la teoria non può rappresentare i fenomeni, perché i suoi concetti non colgono più gli eventi del mondo reale", quel reale che in Heisenberg, così come per Bachelard è rappresentato dalla determinazione stessa della teoria, dalle sua possibilità di oggettivarsi attraverso l’elemento tecnico.

Ne La tradizione nella scienza, il fisico tedesco adduce, in prima istanza una motivazione di ordine storico per dimostrare la natura conchiusa della teoria scientifica: "La meccanica newtoniana - afferma - non è stata mai migliorata da piccole modifiche". Questa teoria rappresenta un insieme chiuso di assiomi, coerentemente in relazione tra loro, un insieme finito che, dunque, proprio in virtù della sua coerenza, non può essere ampliato attraverso concetti che, come nel caso della meccanica quantistica, contraddicono i principi stessi della teoria classica.

Nonostante l’evidenza storica sottolineata da Heisenberg, logicamente, dobbiamo ammettere anche la possibilità di ampliare il nucleo fondamentale di un sistema teorico senza intaccare la sua coerenza. Questo potrà avvenire attraverso l’introduzione di principi appunto coerenti con quelli dati, tuttavia, nella definizione di questo percorso immaginario, saremmo profondamente lontani dal determinare una svolta paradigmatica come quella intervenuta nel passaggio dalla meccanica classica a quella quantistica. La semplice aggiunta di un principio ulteriore, non modifica lo stato delle cose, non rende il sistema aperto a qualsiasi tipo di intervento rimodellante, non intacca il nucleo concettuale di fondo, la prospettiva filosofica ed epistemologica che è racchiusa nella costruzione originaria. La meccanica classica non può essere trasformata con semplici aggiunte in un insieme teorico coerentemente integrato alle necessità di indagine espresse dalla microfisica. "Se si obbietta - osserva ancora Heisenberg in proposito - che la meccanica quantistica può essere considerata un miglioramento della meccanica newtoniana, si deve constatare che non si è trattato di un semplice miglioramento, ma di una ricostruzione radicale dei fondamenti concettuali. Per esempio, il comportamento degli elettroni nell’atomo non può essere compreso con il corredo concettuale della meccanica newtoniana, ma con l’apparato concettuale, completamente diverso, della meccanica quantistica."

Bachelard, da parte sua, ne Il razionalismo applicato, trascrive l’interpretazione Heisenberghiana in una visione che, alla diacronia storica unisce l’oggettiva molteplicità della conoscenza scientifica nel suo stesso farsi, nel dispiegamento sincronico attraverso il quale la ragione applicata si pluralizza nei razionalismi regionali. In Bachelard, cioè, l’emergenza di campi razionali distinti non rappresenta soltanto una categoria di pensiero attraverso la quale leggere la storia della scienza. Essa determina lo statuto plurale della stessa razionalità scientifica nel suo svolgimento normale. Conformemente ad una visione del movimento dialettico che si fonda sulla necessaria permanenza dell’opposizione, sulla mancata sintesi degli opposti, Bachelard può parlare di razionalismo meccanico, di razionalismo elettrico o di razionalismo quantistico attraverso la giustapposizione delle singole realtà teoriche nella loro irriducibile unità e completezza. Questa presa di posizione, questa necessità espressa da Bachelard di instaurare un confronto epistemologico in chiave sincronica, è determinato essenzialmente dal fatto che, una struttura teorica di rilievo, pur superata a livello storico da nuove realtà che ne ampliano gli orizzonti di determinazione, continua di per sé a sussistere nei suoi limiti di applicabilità. La meccanica newtoniana, così come la geometria euclidea, non muoiono semplicemente per il fatto di mostrarsi incompatibili con universi teorici più progressivi. Queste, al contrario, continuano ad essere utilizzate nei loro ambiti specifici. Come è stato evidenziato anche in quest’opera, gli stessi studiosi di microfisica sono costretti a descrivere i loro apparati sperimentali attraverso l’ausilio di concetti prettamente classici, affidandosi, cioè, al valore pragmatico che la meccanica classica conserva nella determinazione degli eventi macroscopici. Se è vero che una teoria scientifica non può essere migliorata, sembra affermare Bachelard, dobbiamo ammettere allo stesso modo che questa non può morire di morte propria. Ciò che si esaurisce, semmai, è il valore filosofico intrinseco di una struttura nomologica superata. Svanisce cioè il suo potere di vettore euristico, di fonte problematica che si pone alla guida dell’attività di ricerca. Essa non suscita più interessi scientifici particolari, tuttavia sopravvive come strumento di indagine capace di fornire previsioni attendibili in un determinato ambito di fenomeni. Come evidenzia efficacemente Suzanne Bachelard, alcuni campi di ricerca "muoiono di una morte singolare; si potrebbe dire che muoiono di una morte per conclusione. Dei campi di ricerca diventano semplici campi di applicazione ove esercitare automaticamente i metodi."

Questa persistenza, questa "morte singolare" attribuita a determinati campi di ricerca, trova conferma anche nelle convinzioni di Heisenberg. Il fisico tedesco, in un passo de Mutamenti alle basi della scienza, ne parla in questo modo: "La fisica moderna non ha mutato in nulla le grandi discipline classiche della fisica quali la meccanica, l’ottica, la teoria del calore. Ha subito un radicale mutamento solo l’immagine che, fondandoci sulla conoscenza di una limitata parte del mondo, noi avevamo prematuramente delineata delle parti di esso ancora inesplorate." Questa convinzione non fa altro che confermare la natura in sé definita e conchiusa della teoria scientifica, l’universo atomizzato della disciplina scientifica, un universo di razionalismi regionali che si evidenzia sia in una lettura sincronica sia in una visione diacronica.

Se, per dirla con Bachelard, la novità getta luce ricorrente sul vecchio, ciò si deve proprio al fatto che questa luce fa si che il vecchio venga osservato in maniera del tutto nuova, attraverso un punto di vista prima sconosciuto. Heisenberg, in proposito appare categorico: "La scoperta che la terra non è l’intero mondo - afferma - ma solo una piccola parte del mondo chiusa in se stessa, ha permesso di spostare indietro la nebulosità del concetto << confini del mondo >> e di disegnare una precisa carta per tutta la superficie terrestre. Similmente la fisica moderna ha liberato la fisica classica da molte nebulosità derivanti dal postulato della sua illimitata applicabilità, e mostrando che le singole parti della scienza, quali la meccanica, la teoria dell’elettricità, la teoria dei quanti, sono sistemi scientifici chiusi in sé, indagabili razionalmente fino all’ultimo, esattamente rappresentati, e per sempre, dalle leggi ad essi pertinenti. L’essenziale è qui il carattere chiuso dei sistemi. Il più importante risultato della fisica atomica è stato il riconoscimento della possibilità di applicare diversissimi schemi di leggi naturali agli stessi processi fisici, senza contraddirsi. Ciò è dovuto al fatto che in un determinato sistema di leggi, per i concetti fondamentali su cui è costituito, hanno senso solo ben determinate impostazioni di problemi, e che esso perciò va tenuto ben distinto da altri sistemi nei quali vengono poste altre questioni." Qualche riga più sopra Heisenberg affermava: "Il mutamento delle basi delle scienze, a cui la natura ci ha mirabilmente costretti per ciò che riguarda i fenomeni atomici, lascia bensì intatta la fisica classica; ma esso mostra che i sistemi scientifici - come la meccanica classica o altre parti della fisica classica - debbono sempre essere chiusi in sé per essere giusti; che dunque l’estensione dell’indagine scientifica a nuovi campi dell’esperienza avviene ben diversamente che applicando a oggetti nuovi i principi precedentemente noti." Ad Heisenberg fa eco Sertoli: la ricerca epistemologica, sostiene "deve storicizzarsi radicalmente aprendosi alla pluralità delle regioni e dei metodi scientifici - alle diverse ragioni -, e ciò tanto nel presente quanto nel passato. La pluralità sincronica delle ragioni scientifiche, diversificandosi a seconda del loro ambito di applicazione, è infatti anche la pluralità diacronica delle ragioni in cui si è fatta la (storia della) scienza."

E’ già Sertoli, dunque, che rivela la profondità storica sottesa nella trattazione bachelardiana dei regionalismi. Ne Il razionalismo applicato, questo tema prende corpo da una serie di interrogativi preliminari: "E’ valida - si chiede Bachelard - l’idea di determinare zone distinte nell’organizzazione razionale del sapere? Non ha contro la tradizione filosofica del razionalismo affascinato dall’unità totale? E, obiezione più grave, l’idea di regionalizzare il razionalismo non va contro tutti gli sforzi dell’epistemologia contemporanea per fondare la scienza, per trovare la base di ogni scienza?" In Bachelard, quest’ansia razionale di produrre un modello sistematico ed unitario si affievolisce nell’emergenza della pluralità, dell’eterogeneità di situazioni in cui si compie l’atto scientifico, in cui si realizza la disciplina di ricerca. Da questo punto di vista, la profonda revisione categoriale determinata dall’affermazione della fisica quantistica, la stessa rottura che si determina in questo modo fra scienza e conoscenza comune, ci impone di ripensare le stesse basi della conoscenza scientifica ad essa legata. L’apoditticità di un determinato campo di razionalità applicata sarà così "suscettibile di essere definita in maniera autonoma", al di là di ogni possibile riferimento ad altri campi di indagine. "Questi particolari settori - continua Bachelard - si aprono non soltanto ad una autonomia, ma ad un’autopolemica, cioè ad un valore di critica di vecchie esperienze e ad un valore di dominio su esperienze nuove."

L’epistemologia bachelardiana, da questo punto di vista, proprio nell’individuazione del primato teorico come progetto fondamentale della stessa dinamica storica della scienza, deve necessariamente presentarsi come strutturalmente pluralistica. Essa si fonda nel rifiuto di una prospettiva riduzionista, sull’evidenza del progressivo complicarsi e pluralizzarsi dell’attività scientifica. "L’epistemologia - osserva Sertoli - deve essere un’epistemologia pluralistica, che non riduce la pluralità delle teorie, delle assiomatiche che le hanno fondate, delle ragioni quindi (plurali) che, dopo aver formulato tali assiomatiche, su di esse si sono basate per costruire delle realtà plurali, bensì le esplicita nella loro radicale diversità, mostrando [...] il frantumarsi e il pluralizzarsi della conoscenza dell’uomo moderno, della sua razionalità, e quindi del suo stesso essere umano e dell’essere del suo mondo."

 

 

 

 

3. Teoria ed esperienza: il problema della theoryladenness

Se nel capitolo precedente si era individuata nell’epistemologia moderna, la necessità di superare, attraverso il razionalismo applicato, i retaggi della filosofia empirista che permangono nell’analisi della disciplina scientifica, ora, nella trattazione delle problematiche relative ai sistemi teorici, questo processo di superamento si ritrascrive come primato dell’elemento teoretico sull’ambito fenomenico. Nelle prime pagine de Il nuovo spirito scientifico, Bachelard sottolinea efficacemente questa situazione: "Pensare scientificamente - egli afferma - è porsi nel campo epistemologico intermedio fra teoria e pratica, fra matematica ed esperienza. Conoscere scientificamente una legge naturale è conoscerla nello stesso tempo come fenomeno e come noumeno. D’altra parte, poiché in questo capitolo preliminare vogliamo indicare il più chiaramente possibile la nostra posizione e il nostro fine filosofico, dobbiamo aggiungere che, secondo noi, una delle due direzioni deve essere posta in maggiore evidenza: quella che va dal razionalismo all’esperienza. E’ dunque mediante questo movimento epistemologico che cercheremo di caratterizzare la filosofia della fisica contemporanea, interpretando in senso razionalistico la supremazia recente della fisica matematica" e ancora di seguito "Il senso del vettore epistemologico ci sembra comunque molto netto. Esso va, non ci sono dubbi, dal razionale al reale, non all’incontrario, non dalla realtà alla generalità, come hanno sostenuto i filosofi da Aristotele a Bacone."Il primato della ragione, dunque, è primato della teoria, primato della struttura concettuale e categoriale che fonda l’esperienza stessa e che la determina nel passaggio dall’astratto al concreto attraverso l’ausilio dello strumento tecnico.

La formulazione del principio di indeterminazione rappresenta, da questo punto di vista, una importante conferma del nostro punto di vista. Ne La tradizione nella scienza, Heisenberg ricorda in questo modo un colloquio intrattenuto con Albert Einstein che gettò nuova luce sulle convinzioni del fisico tedesco: "Comunemente - egli afferma -si crede che la nostra scienza sia di tipo empirico e che i nostri concetti e i nostri nessi matematici derivino da dati empirici. Se ciò fosse completamente vero, addentrandoci in un nuovo campo potremmo introdurre solo grandezze tali da potersi osservare direttamente e formulare leggi solo in virtù di queste grandezze. Quando ero giovane pensavo che Einstein nella sua teoria della relatività avesse seguito proprio questa filosofia. Perciò cercai di fare qualcosa di analogo nella teoria dei quanti, introducendo le matrici. Ma quando più tardi interrogai Einstein al riguardo, egli mi rispose: << Può darsi che questa sia stata la mia filosofia ma, nondimeno, si tratta di una assurdità. Non è possibile introdurre in una teoria solo grandezze osservabili. Quello che si può osservare dipende sempre dalla teoria >>. Con questa osservazione Einstein voleva intendere che, quando dall’osservazione diretta - di una linea nera su una lastra fotografica, di una scarica in un contatore o qualche cosa di simile - passiamo ai fenomeni ai quali siamo interessati, dobbiamo servirci di teorie e di concetti teorici. Non possiamo separare il processo di osservazione empirica dalla struttura matematica e dai suoi concetti. La più evidente conferma di questa tesi di Einstein fu più tardi il principio di indeterminazione."

La formulazione delle relazioni di indeterminazione, infatti, scaturisce proprio dal ripensamento di quel postulato di osservabilità che Heisenberg stesso aveva tentato di porre a fondamento della meccanica matriciale. Questo esito inatteso, evidenzia in maniera intuitiva la potenzialità euristica dello strumento teorico, il suo porsi alla guida dell’atto conoscitivo che è tale solo in quanto riferito a conoscenze precostituite, ad un sapere di sfondo che ordina l’osservazione, si fa strumento e limite dell’indagine empirica.

"I fatti si danno solo all’interno di un quadro teorico che li rende possibili e li ricomprende, cioè li riproduce in quel modo, come fatti scientifici. L’analisi è sempre interna ad una sintesi, i particolari hanno senso e consistenza solo dentro una generalità. Proprio anzi lo sviluppo della scienza moderna, nella contestazione progressiva di ogni realismo, nel rifiuto di una conoscenza come visione ed espressione del reale, dimostra - agli occhi di Bachelard - la teoreticità essenziale di ogni atto conoscitivo che si sviluppa poi in una operazione tecnica." La modalità costitutiva di una teoria scientifica trascende in tal modo l’induttivismo empirico negandolo. La teoreticità della scienza si determina nella comprensione del fatto all’interno di un determinato sistema, di una determinata teoria d’insieme.

La determinazione sensibile non può prescindere dal presupposto teoretico, da quel riferimento strutturale che ne costituisce il fondamento, presentandosi allo stesso tempo come punto di partenza e come traguardo attraverso il quale l’esperienza sensibile si costituisce come esperienza conoscitiva. Da questo punto di vista esiste un divario netto tra il vedere e il capire, tra esperienza empirica ed esperienza conoscitiva. L’elemento teorico si pone a fondamento di tale distinzione. "Vi è rottura - osserva Bachelard - tra la conoscenza sensibile e la conoscenza scientifica. Si vede la temperatura su un termometro, non già la si sente. Senza teoria, non sapremmo mai se ciò che vediamo e ciò che sentiamo si riferiscono allo stesso fenomeno." Il culmine di questo divario si raggiunge proprio nell’affermazione della meccanica quantistica in cui, a differenza dell’attrezzo che rappresenta il prolungamento del corpo umano e dei suoi sensi, lo strumento si presenta nella sua profonda alterità dall’organo fisico. "Nella scienza moderna, la realtà - l’oggetto - si configura sempre e solo all’interno di uno strumento, o meglio, di un sistema strumentale, cioè sempre e solo all’interno di una facticité teorico tecnica" in cui la realtà rappresenta esclusivamente la realizzazione strumentale della teoria. Il reale non può trascendere quella trama nuomenica rappresentata dalla teoria che indica le stesse linee guida della sperimentazione. L’esperienza scientifica altro non è se non ragione confermata o, al limite smentita.

La potenzialità euristica dello strumento teorico, infatti, non è limitata a quella che Kuhn chiama ricerca normale. Il costante riferimento ad un tessuto teorico determinato è fondamentale anche nei momenti di transizione, nel passaggio, cioè, da una realtà paradigmatica ad un’altra. La natura dialettica del progresso scientifico si evidenzia proprio in questo particolare ambito di ricerca in cui l’oggetto scientifico, la determinazione sperimentale, risulta inconciliabile con il sapere di sfondo.

E’ impensabile poter costruire un modello interpretativo al di là di ogni struttura teorica acquisita. Il progresso scientifico, l’istituzione di una nuova realtà teoretica di riferimento risulta dialetticamente legata al sapere acquisito in quanto proprio attraverso questo patrimonio di conoscenze è possibile verificare l’emergenza dell’anomalia, decretare l’impossibilità di inquadrare nella teoria dominante un determinato ambito dell’esperienza e, di conseguenza, svincolare la ricerca da certi presupposti categoriali per aprirla ad una nuova visione di insieme. Se, come è stato ampiamente dimostrato nel capitolo precedente, è proprio l’emergenza del negativo, a costituire la molla che muove la ricerca verso orizzonti inesplorati, in ciò si comprende l’importanza - anch’essa negativa - della struttura teorica di riferimento attraverso la quale poter evidenziare la contraddizione che emerge tra i dati sperimentali e il sapere istituzionalizzato. In Bachelard l’attività di ricerca si caratterizza proprio come potenzialità della "filosofia del non", strumento evolutivo che, lontano dal costituirsi come veicolo di accumulazione, è in grado di imporre una revisione costante del sapere acquisito.

E’ questa la potenzialità che rende la scienza progressiva e in ciò si consuma la reale distanza che intercorre tra conoscienza scientifica e sapere metafisico, tra l’ambito progressivo e l’eterno cominciamento. Definire la scienza come sapere progressivo, infatti, significa comprendere la stessa nella sua natura intimamente dialettica. Il termine progresso non può indicare la persistenza di una oggettivazione assoluta, esso è significativo soltanto nella sua determinazione relazionale in quanto riconoscere un progresso è già istituire un confronto, misurare uno iato, distinguere un nuovo insieme di nozioni da ciò che non è più tale. In questo processo il vettore epistemologico appare ancora orientato nella direzione indicata da Bachelard. Il processo di revisione, cioè, si determina attraverso un sentiero privilegiato che va dalla razionalità all’esperienza, dalla teoria alla realizzazione tecnica, in quanto, l’anomalia rilevata sperimentalmente non può trascendere la determinazione teorica in quanto può presentarsi soltanto attraverso questa.

L’emissione discontinua del corpo nero è esperienza problematica soltanto alla luce della meccanica newtoniana, e soltanto in tal senso può porsi come esperienza cruciale che ne determina il progressivo superamento. La meccanica quantistica, dunque, pur sviluppandosi in diretto contrasto con la meccanica classica, affonda in questa le sue radici. La sua stessa possibilità di esistenza si realizza proprio all’interno del tessuto teorico classico nella misura in cui da esso emergono determinate problematiche la cui risoluzione impone il superamento stesso della teoria. A dimostrazione di ciò, Heisenberg, in un suo saggio afferma : "Ritroviamo all’inizio di una nuova teoria, l’intima contraddizione in cui si irretisce la fisica classica quando compie, sul proprio terreno, una interpretazione pienamente conseguente di certi esperimenti."

La natura dello scienziato è quella di un individuo posto in situazione, proprio perché, al contrario del metafisico, egli non opera verso la ricerca dell’assoluto, egli, per pensare l’oggetto è costretto ad inquadrarlo in una situazione problematica già costituita, in quello che Bachelard chiama "processo di istruzione." Esso si colloca sempre all’interno di una situazione teorica precedente, di un sapere istituzionalizzato, di una problematica acquisita. "Nella scienza contemporanea - osserva Vinti - non si lavora mai su un fatto bruto, purificato da un dubbio universale; si lavora sempre a partire da una situazione teorica, da una problematica, da un protocollo preliminare di leggi." e ancora "Il processo di oggettivazione non è mai un cominciamento assoluto, non comincia mai dall’oggetto dell’esperienza comune, ma ri-comincia sempre da una precedente costruzione, da un oggetto colto nella situazione di una oggettivazione determinata, precisa, continuamente precisata." La scienza, dal momento che si è costituita come tale, progredisce per rielaborazione e riorganizzazione di se stessa, mai per un ritorno alla propria antecedenza, alla propria origine, alla prescienza. Il progresso scientifico è refontes paradigmatica fondata su un razionalismo che non comincia mai, bensì sempre ri-comincia perché esso è la filosofia della scienza nel suo progresso, nella sua storia e non nella sua preistoria; non è la filosofia dello spirito prescientifico, ma quella dello spirito scientifico che si è già costituito come tale. Ogni ri-cominciamento, ogni rivoluzione paradigmatica, in Bachelard è sempre interna alla razionalità scientifica, è sempre dialetticamente legata ad una struttura teoretica già definita.

Di fondamentale importanza, in questo senso, è la nozione di problematica che Bachelard sviluppa nel terzo capitolo de Il razionalismo applicato, in cui egli intende delineare il preciso punto di vista in cui si collocano l’oggetto e il soggetto nella conoscenza scientifica. Attraverso il concetto di problematica, che ancora una volta si caratterizza in senso critico nei confronti della filosofia empirista, Bachelard intende, allo stesso tempo, ricollocare l’oggetto all’interno di una problématique constituée e porre il soggetto conoscente in una situazione interrrelazionale, in un contesto di oggettivazione iniziata, proprio della città scientifica. Attraverso la problematica, l’oggetto trascende l’ideologia del senso comune, trascende la sua natura di pura constatazione. "Un fatto limitato a una constatazione - afferma Bachelard- rischia di essere mal compreso. Più esattamente affermato dogmaticamente da un empirismo che si da la zappa sui piedi. Nella sua constatazione, un fatto si assoggetta a dei tipi di comprensione senza rapporto con la scienza attuale."

Ne L’engagement rationaliste, Bachelard sottolinea ancora l’importanza di questa nozione chiave, di questo approccio problematico alla conoscenza: "Una ragione senza problematica - afferma - è una ragione che non può respirare, che precipita, cade nel dogmatismo [...] non conduce il suo lavoro essenzialmente critico, un’opera essenzialmente critica che deve cercare pazientemente i difetti nelle organizzazioni assunte." La scienza non si costituisce dunque per osservazioni di fatti, ma attraverso i progressivi tentativi di risolvere problemi teorici, "la conoscenza è sempre riferimento ad un dominio antecedente, a un corpo di elementi di cui si ammette la razionalità e in rapporto al quale si misura la leggera aberrazione dei fatti. L’organizzazione sistematica del dominio di spiegazione e la rettifica continua che suggerisce l’applicazione dei mezzi di spiegazione così coordinati, sono i due momenti di una conoscenza veramente dinamica, colta nel suo atto, nel suo sforzo di conquista e di assimilazione."

Nelle parole di Heisenberg - "E’ la teoria che decide" - così come in quelle di Bachelard si legge, dunque, la necessità, emersa in maniera prepotente nella fisica contemporanea di ripensare la nozione di teoria in una luce assai diversa da quella tradizionale. In questo senso, ampliando il nostro discorso verso una prospettiva epistemologica di ampio respiro, l’affermazione della meccanica quantistica costituisce una rivoluzione nella rivoluzione. Lo stravolgimento dell’universo fisico newtoniano, cioè, rappresenta soltanto un aspetto particolare, seppure di fondamentale importanza, nel processo di rinnovamento che ha caratterizzato la fisica contemporanea. Questo processo esige un mutamento delle stesse categorie interpretative attraverso le quali lo storico e il filosofo della scienza si prefiggono di analizzare il processo attraverso il quale la ricerca scientifica trova la propria determinazione.

La ricerca epistemologica deve, in questo senso, acquistare quella dinamicità propria delle scienza, deve essere tutt’uno con essa, nella misura in cui risulta necessario ridefinire quelle nozioni fondamentali che costituiscono la struttura concettuale basilare per poter interpretare un determinato fenomeno scientifico. Alla luce della relatività einstainiana, e, in misura maggiore, con lo sviluppo della meccanica quantistica emerge chiaramente la necessità di ridefinire nozioni chiave come quella di teoria scientifica. Il processo di tale ridefinizione, come nel caso della ricerca scientifica, si fonda sul progressivo allontanamento dal senso comune, sulla progressiva critica di un significato ormai istituzionalizzato, ma, in quanto tale, profondamente slegato dalle necessità emerse nella scienza contemporanea.

Fondare un’epistemologia dinamicamente legata all’attualità della problematica scientifica comporta in prima istanza il rifiuto del senso comune, il rifiuto di quelle categorie interpretative che hanno consumato le proprie potenzialità euristiche nel porsi al di fuori della stessa dinamica scientifica, nel tentativo di cogliere una semplicità metafisica lontana dalla reale svolgimento storico attraverso il quale la scienza segnava le proprie tappe evolutive.

In particolare, da questo punto di vista, dovremmo porre l’attenzione su una conseguenza immediata di quanto abbiamo finora rilevato. E’ importante comprendere, cioè, che il caratterizzare l’attività scientifica attraverso la sua naturale eterogeneità tecnica e teoretica, evidenziando una dinamica plurale e discontinua sia in ambito sincronico, sia a livello storico, comporta una naturale revisione di quel monismo metodologico che, pedagogicamente presente in ogni testo scientifico, si propone come vero e proprio ostacolo da abbattere nel tentativo di delineare una corretta immagine della dinamica della scienza.

 

 

 

 

4. Teoria e metodo

Nell’affermare che la scienza è teoria, Bachelard intende sottolineare la direzione che, nella fisica contemporanea, assume il vettore epistemologico, riconoscere, cioè, nell’esperienza teoretica il momento fondamentale attraverso il quale la ricerca scientifica trova il suo naturale svolgimento. Nella lezione di Bachelard, nell’affermazione del razionalismo applicato, si consuma una profonda critica verso ogni possibilità di fondare la ricerca scientifica attraverso il semplice ricorso alla realtà esperita. Il supporto sperimentale, la costruzione fenomenotecnica è in questo caso riassorbita e guidata dalla strumento teorico. In opposizione ad una scienza, quale quella ottocentesca, per cui il primum era il singolo fatto e solo successivamente, dopo l’analisi, esso veniva immesso in una sintesi o generalizzazione che formulava la legge di quel fatto e di altri fatti simili, per la scienza del novecento il primum è costituito dalla sintesi stessa, dal progetto, dall’ipotesi d’insieme che configura all’interno di se la serie, l’interrelazione dei singoli fatti. La problematica epistemologica sottesa nel legame indissolubile tra conoscenza empirica e sapere razionale, tra il momento sperimentale e quello conoscitivo in senso proprio, si presenta in questo modo completamente sovvertita, lasciando emergere un problema di fondo legato alla stessa dinamica metodologica attraverso la quale la ricerca scientifica determina l’oggetto di indagine.

Comprendere il valore euristico della teoria scientifica significa pluralizzare l’universo metodologico fino a renderlo tutt’uno con essa. La teoria scientifica, da questo punto di vista, si pone a fondamento dello stesso metodo. Ecco che nella scienza contemporanea non potremo più parlare di un metodo scientifico in senso classico, non potremo più definire la scienza come disciplina legata ad un determinato universo metodologico, ma affermare, per contro, lo stretto legame che intercorre tra metodo di indagine e strumento teoretico di riferimento. Ancora una volta, anche in questo caso, assistiamo ad una divaricazione che si concretizza in senso sia sincronico che diacronico. Il riconoscere nella dialettica teorica una conseguente diversificazione dei metodi di indagine, cioè, configura una pluralizzazione metodologica chiaramente leggibile nelle determinazioni storiche attraverso le quali l’attività scientifica trova il proprio svolgimento e, contemporaneamente, la possibilità di individuare problematiche distinte - e quindi distinte metodologie di indagine - nei diversi settori della ricerca contemporanea.

Da questo ultimo punto di vista, che per noi è quello più rilevante, il metodo sperimentale classico appare legato ad una scientificità che considera la natura indipendente dall’agire umano, dall’atto conoscitivo in sé. La necessità di rinunciare all’unità metodica, qui, si impone in maniera preponderante proprio attraverso l’analisi delle conseguenze derivanti dall’introduzione del principio di indeterminazione. Riconoscere l’influenza esercitata dall’apparato strumentale sul sistema preso in esame si costituisce come esperienza strettamente teoretica, una rivoluzione metodologica pre-scritta nella stessa struttura teorica.

Nella discussione delle problematiche relative al metodo "non vengono chiamate in causa alcune proposte più o meno importanti o più o meno rivoluzionarie, tra quelle emerse nel corso del primo novecento. Ciò che è messo in questione, invece, è proprio la nuova forma mentis che tutte le ha prodotte, ovvero il nuovo atteggiamento mentale che ha suggerito un modo affatto originale di porre le domande e che ha, conseguentemente, indicato un modo diverso di cercare le vie d’uscita." Questo modo nuovo di confrontarsi con la realtà è determinato in prima istanza dalla realtà teorica di riferimento, è profondamente condizionato da essa nella misura in cui, pur conoscendo le forze di un nucleo atomico responsabili dell’emissione di una particella, noi sappiamo, attraverso la determinazione teorica che "questa conoscenza contiene l’incertezza prodotta dall’interazione tra il nucleo e il resto del mondo. Se volessimo sapere perché la particella è stata emessa in quel momento particolare dovremmo conoscere la struttura microscopica del mondo intero ivi inclusi noi stessi, il che è impossibile." Per contro, la meccanica classica fondava la sua ricerca proprio sulla possibilità di isolare sperimentalmente i singoli fenomeni, di osservarli obiettivamente e di comprenderne le leggi. "Nel XIX secolo - osserva Heisenberg - la natura appariva come un accadimento nello spazio e nel tempo regolato da leggi, e nella descrizione di esso si poteva, se non praticamente, almeno in linea di principio, prescindere dall’uomo e dal suo intervento." Con lo sviluppo della fisica quantistica e il conseguente abbandono di questi presupposti, emerge la necessità di ridefinire un processo metodologico alternativo a quello classico. La scienza del nostro tempo ha compreso l’influenza che la struttura teoretica di riferimento esercita sul nostro modo di conoscere. Nel saggio Noumène et microphysique, Bachelard chiarisce questo punto affermando: "Una misura precisa è sempre una misura complessa; dunque è una esperienza organizzata razionalmente." Da questo punto di vista la teoria si costituisce come elemento guida capace di istruire il nostro agire in ambito sperimentale guidandolo attraverso una procedura conoscitiva idonea a quella determinata problematica che la teoria contempla. Gli strumenti usati nella sperimentazione scientifica sono intimamente pensati e prodotti dall’insieme della teoria scientifica alla quale devono offrire un corredo sperimentale e dimostrativo.

E’ Redondi ad osservare che " lo strumento di misura finisce sempre per essere una teoria e si deve comprendere che il microscopio costituisce un prolungamentio dello spirito piuttosto che un prolungamento dell’occhio." Sulla stessa linea sembra porsi Heisenberg che dedica un passo di un suo saggio proprio al delicato rapporto che intercorre tra la fisica teorica e fisica sperimentale: "Un confronto del genere di lavoro dei laboratori fisici di adesso e di vent’anni fa - sottolinea - mostra subito quanto si modifichi col modificarsi della nostra conoscenza delle leggi naturali, anche l’indirizzo dell’indagine sperimentale; e ogni innovazione che eserciti la sua influenza nel campo della fisica sperimentale, si propaga di là allo sviluppo della tecnica. Chi dunque ai nostri giorni discute se l’interesse del pubblico si debba rivolgere piuttosto alla tecnica o alla scienza sperimentale o a quella teorica, dovrebbe soprattutto riflettere che questi tre campi di lavoro si condizionano e si completano a vicenda. In ogni momento il compito della scienza pura è quello di dissodare il terreno su cui deve crescere la tecnica; e poiché il terreno coltivato è presto esaurito, bisogna sempre rendere coltivabili nuovi campi."

"La direzione in cui procede la ricerca sperimentale - afferma Heisenberg di seguito- deve sovente essere stabilita dalla teoria" e da questo punto vista, Bachelard si pone sulla stessa linea del fisico tedesco affermando come "i rapporti tra la teoria e l’esperienza sono così stretti che nessun metodo, tanto sperimentale quanto razionale, ha la sicurezza di mantenere il suo valore." E ancora che "la conoscenza non è mai priva di un sistema, perché la realtà si da solo nella misura in cui accetta le categorie a priori dello spirito."

Il metodo, dunque, deve essere pensato come strumento di indagine strutturalmente legato ad una determinata realtà teorica che lo produce e lo lega a sé. Il metodo altro non è se non il volgersi della teoria stessa verso l’indagine sperimentale. Nella fisica odierna, dunque, il momento sintetico precede quello analitico, determinandolo nella sua possibilità. "La scienza contemporanea - afferma Bachelard in proposito - aggiunge un nuovo tratto alla tradizione delle ipotesi. Infatti, un metodo assiomatico deve provare il suo valore non soltanto attraverso i risultati sperimentali, ma anche attraverso il movimento stesso del pensiero che l’anima."

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

capitolo quarto

LA REALTÀ SCIENTIFICA COME UNIVERSO CONSTRUCTO

 

 

 

 

1. Sulla natura dell’universo referenziale

Il ripensamento sulla natura della teoria scientifica sollecitato dalla fisica quantistica e proposto in ambito epistemologico dalla speculazione bachelardiana, è per noi motivo di una ulteriore riflessione inerente il rapporto che lega l’ambito sperimentale a quello teorico. Correggendo il senso e l’importanza che la teoria scientifica assume nella scienza contemporanea, cioè, emerge la necessità di ripensare non solo l’oggetto scientifico in senso proprio, ma la natura stessa dell’intero campo di indagine relativo ad una determinato sistema paradigmatico; il ribaltamento del vettore epistemologico verso l’affermazione di una sostanziale egemonia dell’ambito teoretico nell’attività di ricerca impone una naturale riflessione che interessa non solo il nuovo rapporto che si viene a stabilire tra il prodotto dell’attività speculativa e la realtà determinata scientificamente, ma anche la natura di quest’ultima.

Come osserva efficacemente Sertoli, da questo punto di vista, "la polemica bachelardiana si rivolge contro tutte quelle filosofie che, in un modo o nell’altro concepiscono il pensiero come l’espressione della realtà, ossia vedono nell’ordine della ragione, nel sistema dei concetti formulato in sede epistemica, la semplice esplicitazione di un ordine di fatti." Questo rifiuto si esprime chiaramente nelle ricorrenti critiche che Bachelard sviluppa nei confronti della filosofia empirista, a cui oppone una visione della scienza fondata sullo sviluppo di un razionalismo tendente, da una parte ad evitare ogni contaminazione fenomenologica frutto di visioni ingenuamente realiste e esprimendo, dall’altra parte, un netto dissenso verso ogni filosofia di stampo idealista. Le problematiche epistemologiche che il filosofo francese affronta, dunque, rappresentano il frutto di questa impostazione teoretica di fondo capace di svincolarsi da quei retaggi positivistici che influenzano ancora il panorama filosofico e scientifico del suo tempo e di aprire nuovi orizzonti di ricerca che permettono di sviluppare un discorso epistemologico del tutto originale e fortemente legato alle esigenze teoretiche emerse nella fisica contemporanea.

La centralità dell’elemento teorico nella speculazione bachelardiana è teso a dimostrare la natura constructa, la dimensione artificiale dell’universo referenziale che si sviluppa, attraverso la pratica scientifica, in un determinato ambito paradigmatico. Un universo scientifico sur-reale, quello descritto dal filosofo francese, che si contrappone in maniera netta, nel progressivo processo di complicazione che caratterizza l’attività scientifica, alla presunta evidenza della datità fenomenica. Nell’epistemologia bachelardiana, l’operare scientifico si configura, cioè, come l’istituzione di un universo parallelo e ordinato contrapposto ad una naturalità che proprio nella sua opposizione alla determinazione scientifica non può che presentarsi come caotica e magmatica.

In questo ordine di idee, la discriminante che separa l’ordine dal disordine, ben distante dal porsi nella sua referenzialità ontologica, sussiste soltanto come caratterizzazione a livello strettamente gnoseologico, come iato che separa l’universo contemplato nella costruzione teoretica da quello insondabile attraverso quei medesimi strumenti esplicativi; un universo sconosciuto perché non ancora conosciuto, non ancora costruito, non ancora determinato teoreticamente. La naturalità, la fenomenicità rappresentano in questo modo l’ostacolo epistemologico essenziale, il momento negativo del processo cognitivo superabile soltanto attraverso l’istituzione di un universo astratto, strutturalmente legato a funzionalità relazionali capaci di rendere pensabile il fenomeno al di là del magma che costituisce la datità empirica. La conferma ci arriva da alcune considerazioni sviluppate in merito da Sertoli: "L’universo delle forme e delle relazioni costituite dal pensiero scientifico si contrappone al magma informe della datità naturale: immediatezza biologica, materialità, vitalità. In altre parole, di contro al caos della natura, la scienza si pone come l’instaurazione di un cosmo. Un cosmo che, appunto per i suoi caratteri di artificiosità e rigore, si presenta come un mondo di pureté al di là della souillure che macchia tutto quanto porti lo stigma della naturalità. Compito della raison - suo compito etico, suo dover essere - è la ricerca e la conquista, o meglio l’edificazione, di questo mondo puro."

La costruzione teorica, da questo punto di vista, si presenta in tutta la sua distanza dal modello classico caratterizzato dal suo statuto referenziale, in cui il senso delle successive astrazioni operate dalla scienza è garantito dalla fede realista dell’esperienza vissuta. La teoria non è più assimilabile ad un universo linguistico in cui risulta possibile istituire un rapporto di significanza tra pensiero ed essere, esprimere una realtà data e in sé già determinata. La teoria scientifica rinnega la sua natura di diaframma trasparente attraverso il quale le cose stesse si mostrano e si rivelano nella loro immutabile oggettività. L’esperienza, l’oggetto scientifico è piuttosto una conseguenza della teoria stessa, una costruzione che la teoria elabora e che l’attività tecnica ad essa legata porta a compimento. L’indirizzo preciso che assume in questo senso il vettore della ricerca impedisce di concepire la conoscenza scientifica come una via percorribile in duplice senso, dal concreto all’astratto e viceversa.

Così come si è precedentemente rivelato per il pensiero matematico, nello stesso modo, la teoria scientifica non può essere designata come prodotto di una astrazione, universo di segni dotato di un riferimento semantico a quell’universo di significati che è la natura come complesso delle cose e ordine dei dati. L’attività conoscitiva intesa come esplicitazione di un ordine reale implicito nelle cose si trasforma, nell’epistemologia bachelardiana, in una attività di costruzione di un ordine artificiale contrapposto al disordine naturale. La pureté altro non sarà se non l’effetto di questo atto di costruzione, l’effetto di una attività che si sviluppa in prima istanza attraverso un atto razionale, un atto teoretico.

 

 

 

 

2. La realtà scientifica come progetto realizzato

Liberando l’attività scientifica dall’insostenibile peso della datità fenomenica e qualificandola come processo noumenotecnico, Bachelard intende prendere le distanze, non solo dalla filosofia empirista e dal positivismo ottocentesco. La sua critica coinvolge in maniera diretta la stessa esperienza fenomenologica husserliana che partendo dall’esperienza vissuta intende cogliere le cose stesse per fondare su di esse i concetti scientifici. "Anche quando si tratta della fenomenologia della conoscenza del mondo esterno - afferma Bachelard in proposito - la fenomenologia da per scontato il primato del sentito, del percepito, e persino dell’immaginato. La fenomenologia si consacra appunto al primitivo, alla cultura epistemologica del primitivo. [...] Tutta la sapiente ingenuità della fenomenologia non può neppure riuscire a descrivere il preambolo della messa in ordine dei concetti scientifici." D’altro canto, in aperta polemica con Meyerson e Bergson, il rifiuto dell’esperienza immediata si configura anche come rifiuto del senso comune, verso l’affermazione di un oggetto scientifico come oggetto di pensiero, teorema reificato, calcolo materializzato attraverso l’apporto tecnico. In questo modo "il cosmo che la scienza costruisce è un cosmo surreale perché va al di là tanto del caos naturale quanto della realtà del senso comune. Ogni scienza - noi diremmo ogni teoria scientifica - è una regione di surrealtà; ogni scienza porta il contributo alla costruzione della surrealtà." Al ripensamento della nozione di oggetto scientifico come suroggeto corrisponde, a questo livello ulteriore, la reinterpretazione del campo di indagine proprio di una determinata teoria scientifica come universo artificiale determinato razionalmente, una surrealtà appunto, concepita, tuttavia, nel tentativo di circoscrivere quella vena idealistica che in prima istanza sembra pervadere l’epistemologia bachelardiana.

Il filosofo francese riconosce nella cultura idealistica la stessa ingenuità di fondo che pervade le dottrine realiste, la supposta possibilità, cioè, di realizzare la trasparenza del soggetto alle cose stesse. Attraverso l’atto scientifico, il movimento di pensiero diretto sulla realtà, finisce in tal modo per identificarsi con essa. Nel pensiero dell’idealista, cosi come in quello del realista, è la realtà stessa che si pensa. Le forme conoscitive diventano così altrettanti modi attraverso i quali la realtà si rivela come ordine già dato, stabilito per sempre. Nel pensiero bachelardiano, il polarismo dialettico che riconosce la conoscenza scientifica come conoscenza astratto-concreta attraverso il legame indissolubile che si instaura tra il momento teorico e quello tecnico, cerca di superare lo scacco idealistico. La scienza non resta un puro mondo mentale, un universo di enti puri in quanto la tecnica si rende responsabile della sua oggettivazione, lo traduce in mondo fattuale. Ecco che la teoria scientifica non si configura mai come pura idealità interna allo spirito, quanto come programma di realizzazione, piano di lavoro che fin dall’inizio prevede la realizzazione di una ipotesi inventivo-costruttiva attraverso la concretizzazione tecnica. Il complesso rapporto che si instaura tra teoria e tecnica, pur riconoscendo il carattere egemonico e strutturante della dimensione teoretica, non si costituisce mai come movimento strettamente unidirezionale in quanto è lo stesso ambito tecnico a produrre gli indispensabili elementi di feedback che, a loro volta, stimolano - confermando o correggendo - l’universo teoretico di riferimento. L’insistenza di Bachelard sull’aspetto factive che caratterizza la fenomenotecnica risponde proprio alla necessità di porsi al di là tanto del realismo quanto dell’idealismo, verso l’affermazione di un razionalismo applicato capace di rispondere in maniera più diretta alle esigenze imposte dalla fisica contemporanea.

In questo modo la teoria scientifica descrive un dépassement del reale, un superamento della naturalità e del senso comune attraverso la costruzione di un surrealismo razionale che recidendo il suo legame con la natura, perdendo la referenzialità propria di ogni impostazione realista, prende le distanze dallo stesso surrealismo logico di stampo strutturalista. Non è un caso che Bachelard consideri la parentesi strutturalista come una riproposizione, un mascheramento delle stesse istanze realiste che egli cerca di confutare. In questo caso, infatti, la surrealtà rappresenta la profondità della realtà stessa, non il suo superamento. La ragione, nel surrealismo logico non costruisce una surrealtà altra e oltre la realtà naturale, bensì soltanto la scopre, vede e descrive la sua fibra intima, la struttura profonda di tale realtà. L’obiettivo della ragione bachelardiana, al contrario, non è quello di investigare la natura, ma di respingerla. Altrove rispetto ad essa, progetta e fabbrica un mondo artificiale, un mondo altro da quello dato, un universo parallelo che si costituisce come diretta espressione tecnica di un determinato contesto teorico. La surrealtà di Lévi-Strauss è la realtà svelata; la surrealtà di Bachelard è una contro realtà costruita. E’ in questo senso che si può affermare la necessità di sostituire un costruito al dato, un cosmo artificiale a quello naturale. Da questo punto di vista, la razionalità scientifica respinge l’interpretazione analitica dell’atto conoscitivo attraverso il riconoscimento della realtà scientifica come opera del pensiero che si fa progetto della sua indagine, un pensiero che non svela, ma fabbrica, costruisce l’universo di potenzialità che la tecnica dovrà attualizzare. Alla razionalità del fatto si sostituisce quella del fare; l’ordine dei pensieri si fa ordine delle cose presentandosi come legge di realizzazione della realtà e non viceversa. Lo strutturalismo di Lévi-Strauss, alla luce dell’esperienza bachelardiana finisce per essere non più che una forma di realismo mal celato.

L’originalità della critica bachelardiana nel delineare il realismo come l’espressione della realtà oggettiva, si concretizza, dunque, nel mancato tentativo di sostituire alla sua falsa esplicitazione, una esplicitazione vera della medesima realtà. Nel suo processo speculativo, egli trascende lo stesso problema posto dalla filosofia realista in quanto, al rifiuto dell’elemento ideologico fa corrispondere il rifiuto preliminare dello stesso elemento referenziale al quale l’ideologia è legata, il rifiuto della stessa realtà in sé, della realtà come ordine naturale prestabilito.

 

 

 

 

3. Dall’ordine cosmico alla natura caotica

L’ esigenza di purezza cara alla speculazione bachelardiana, il rifiuto della conoscenza fenomenica, l’istituzione di un universo puro contrapposto alla materialità del reale, del dato, del percepito, rappresentano un’esigenza della stessa fisica contemporanea. La speculazione bachelardiana, da questo punto di vista si dimostra perfettamente allineata ai dettami della fisica quantistica. Nei capitoli precedenti ci siamo soffermati nell’analizzare la dissoluzione dell’oggetto di indagine, in questa parte dell’opera osserviamo gli effetti di questo processo. Il ribaltamento operato dall’epistemologia bachelardiana si inscrive perfettamente nella rottura epistemologica intercorsa con l’avvento della fisica dei quanti attraverso la quale, la corrispondenza biunivoca che insisteva nella fisica classica tra il momento astratto e quello concreto, da cui il primo era derivato, viene definitivamente reciso con il processo di desostanzializzazione dell’oggetto di indagine. Oggi, il presupposto sul quale si fonda l’interpretazione realista, l’ordine, cioè, del cosmo naturale, non trova più spazio di azione. L’impossibilità di ricercare nell’ambito reale una vera e propria oggettivazione del concetto scientifico, rende impossibile formulare la determinazione teorica come espressione di una astrazione derivante dal concreto percepito.

Il materialismo razionale, da questo punto di vista, rappresenta un’opera fondamentale nella produzione di Gaston Bachelard. In questo saggio, la sua attenzione si concentra principalmente sull’analisi della scienza chimica, tuttavia alcune considerazioni contenute in esso possono tranquillamente essere riprese e adattate all’ambito della fisica quantistica. Ciò è dovuto, in primo luogo per il fatto che la chimica contemporanea risente più di ogni altra disciplina scientifica delle novità introdotte dalla microfisica e, in secondo luogo, perché la visione bachelardiana della conoscenza scientifica come produzione di un universo artificiale contrapposto alla naturalità, pur derivando dal grande influsso che la meccanica quantistica esercitò sul filosofo francese, non si presenta circoscritto al solo ambito fisico, ma si estende alla totalità della scienza. "La chimica di oggi - afferma conformemente a quanto già rivelato per Heisenberg - è diventata la scienza dei corpi che non esistono. Occorre far esistere dei corpi che non esistono. Quanto a quelli esistenti, il chimico deve, in qualche modo, rifarli per dare loro lo statuto di conveniente purezza, per metterli alla pari, in termini di finzione con gli altri corpi creati dall’uomo."

E’ l’ impossibilità di cogliere un elemento di referenzialità, dunque, a porre in crisi l’interpretazione realista, a fondare il surrealismo, a concepire l’elemento teorico come strumento di costruzione di un universo purificato, riorganizzato: "Noi dovremo mostrare - prosegue Bachelard - che il materialismo ordinato è essenzialmente una riorganizzazione. Non è, a nessun titolo, la descrizione di un mondo in ordine. Per il materialismo ordinato non si tratta di constatare un ordine, ma comprendere un ordine, di promuovere un ordine." La surrealtà bachelardiana, osserva Redondi, "è la realtà artificialmente costruita dal pensiero razionale e fenomenotecnico, una realtà astratta e interamente ripercorribile in modo discorsivo. La definiamo meta-materia non soltanto perché essa si sviluppa per rotture conoscitive sulla materia-oggetto e parla in termini razionali e intersoggettivi degli elementi oscuri ed ingenui della materia oggetto, ma perché, la realtà scientifica va oltre la materia oggetto della natura. La microfisica per esempio è una realtà scientifica che va oltre l’esistenza della materia oggetto, cioè i corpuscoli dell’esperienza o dell’atomismo filosofico, tant’è che la sua epistemologia non è un realismo, ma una metafisica positiva. Ma ciò che conta è che questo vettore dal razionale al reale, che costituisce metafisicamente la scienza, non offre ritorno verso una conoscenza della realtà naturale, verso un rapporto con il mondo. Il nuovo spirito scientifico è consapevole del proprio passato culturale: la garanzia conoscitiva gli è offerta dalla massa dei volumi scientifici conservati nelle nostre biblioteche, così come la garanzia della propria oggettività e del progresso gli viene dall’autonomia rappresentativa dei proprio concetti, da una libertà creativa verificabile razionalmente. Pertanto, ancorché la materia esista nei ricettacoli psicologici alle origini delle nostre apprensioni razionali di prima approssimazione, sul piano conoscitivo la scienza non esprime affatto un materialismo come possibilità di entrare in contatto privilegiato con la natura, ciò che ci sembra invece la necessaria fisionomia di una teoria realista della conoscenza scientifica." La microfisica pensa realtà che si sottraggono ad ogni esperienza possibile, ad ogni possibile immagine, l’oggetto di indagine è di per sé soltanto postulato, o meglio, prima postulato e poi realizzato attraverso l’ausilio dello strumento tecnico, conformemente alla determinazione teorica. "Come possiamo raffigurarci l’atomo - afferma Heisenberg - quando la fisica ci insegna che esso può venir simbolizzato solo mediante una equazione differenziale in uno spazio astratto pluridimensionale?"

Questo passaggio, questo rovesciamento del problema epistemologico fondamentale rappresenta un punto di importanza decisiva nella comprensione delle modalità attraverso le quali opera la scienza contemporanea. Il pensiero scientifico bachelardiano, in questo senso, non si limita ad aprire una decisa frattura epistemologica nel panorama filosofico odierno delineando una nuova possibilità interpretativa nel concepire la scienza e i suoi traguardi. La forza disgregante della sua speculazione giunge a scardinare un presupposto metafisico fondamentale sul quale l’intera esperienza scientifica aveva costruito le sue certezze: la convinzione, cara ad ogni forma di realismo, secondo la quale il compito della scienza consisterebbe nell’esplicitazione dell’ordine delle cose, presuppone, infatti, l’ordine stesso. Quello che Bachelard nella sua critica rifiuta è, in prima istanza, proprio questo ordine, questa coerenza intrinseca della natura sulla quale trovano il proprio fondamento le astrazioni prodotte dalla scienza.

Questo problema delicatissimo costituisce il crocevia attraverso il quale si snodano tutte le principali problematiche della filosofia moderna. Assumere e concepire la natura come sistema in sé coerente, significa, in un certo senso, ricomporre la frattura cartesiana tra essere oggettivo ed essere formale stabilendo a priori la possibilità di instaurare una diretta referenzialità tra pensiero ed essere. Una referenzialità attraverso la quale, lo strumento logico può rispecchiare la legge naturale già insita nei fenomeni. Questa problematica sopravvive, accompagnata da tutte le sue difficoltà, nel panorama scientifico contemporaneo nella misura in cui l’eterno mistero del mondo è rappresentato, nel pensiero di Einstein, non da ciò che dobbiamo ancora conoscere, ma proprio dalla sua possibilità di essere compreso. E’ chiaro, a questo punto, come ogni speculazione fondata su questi presupposti faccia arretrare questo mistero alla sua radice metafisica, all’assunto, cioè, secondo cui la consequenzialità logica è chiamata a rispecchiare quella causale, postulando di fatto, la coerenza intrinseca del sistema fisico. Verità e dimostrabilità descrivono, in questo senso, insiemi equipollenti e tra loro intertraducibili attraverso l’ausilio della legge scientifica, strumento di decodificazione che permette di legare i sistemi formali - le teorie scientifiche, quindi - a quelli materiali. Attraverso questo punto di vista rimaniamo legati ad una scientificità di galileiana memoria, secondo cui il libro della natura è scritto semplicemente attraverso il linguaggio matematico.

Il ribaltamento di prospettiva compiuto in questo senso da Bachelard è completo: la natura è ben distante dal presentarsi come cosmo ordinato e coerente, essa è souillure, macchia, bruttura e quindi realtà caotica, irregolare, non pensabile razionalmente al di là dello strumento teorico e delle sue potenzialità. In questo modo, insieme alla concezione realista, Bachelard affonda ogni prospettiva formalista che si limita ad esibire la teoria scientifica come schema capace di coordinare una serie di dati accertati empiricamente, a riproporre quella referenzialità presupposta che lega l’elemento teoretico alla realtà in sé, a concepire l’edificio della conoscenza come una serie di snodi percorribili in duplice senso: dal concreto all’astratto e viceversa.

Ne La formazione dello spirito scientifico, Bachelard afferma in proposito: "Lo spirito scientifico si forma contro la natura, contro ciò che è, in noi e fuori di noi, l’impulso e l’insegnamento della natura, contro l’irruenza naturale, contro i fatti coloriti e diversi." La scienza, la ragione, può costituirsi solo in base a "a una critica molto serrata, molto diffidente nei confronti dell’esperienza immediata.." La natura non è la verità che attende di essere scoperta, bensì l’errore che deve venire respinto e cancellato; la pretesa evidenza delle cose stesse, la trasparenza dello spirito alla datità naturale costituisce l’ostacolo epistemologico fondamentale attraverso il quale e contro cui la scienza e la ragione possono insorgere. "Ciò che è dato - osserva Sertoli - la natura, è caos; il cosmo, invece, l’ordine delle cose, è ciò che si fabbrica, ciò che si produce in opposizione a quel caos, fuori da esso. Le cose stesse e l’uomo stesso (in quanto essere naturale) non sono che caos, magma informe, souillure: il mondo ordinato e l’uomo razionale, la pureté, sono artifici: sono il cosmo che la scienza costruisce. L’ordine delle cose (uomo compreso) e la loro purezza non sono - per usare, leggermente modificata, una frase dello stesso Bachelard, dei fatti, bensì sono degli effetti. La ragione non conosce (naturalmente, ossia in quanto facoltà naturale) una natura pura, bensì fabbrica una contronatura (e, fabbricandola, fabbrica se stessa) che intanto è pura in quanto è il prodotto di un atto che si recide dalla souillure naturale."

Ancora una volta, la speculazione del filosofo francese insiste su una linea di pensiero ampiamente tracciata dai fisici di Copenaghen. Northrop, nell’introduzione di Fisica e filosofia interpreta, infatti, l’intero saggio come una risposta di Heisenberg alle critiche mosse alla teoria dei quanti da Einstein e dalla corrente realista. Il momento focale del suo discorso, secondo Northrop, è costituito proprio dalla relazione che intercorre tra i dati della fisica sperimentale e i relativi principi teoretici nella misura in cui "i dati sperimentali della fisica non ne implicano i concetti teoretici. Da ciò - proseguendo - consegue che l’oggetto della conoscenza scientifica non è mai conosciuto direttamente dall’osservazione o dalla sperimentazione, ma è conosciuto soltanto dalla costruzione teoretica speculativamente proposta o postulazione assiomatica, comprovata soltanto indirettamente e sperimentalmente attraverso le conseguenze che se ne sono dedotte." Se "per scoprire l’oggetto della conoscenza scientifica noi dobbiamo risalire ai suoi assunti teoretici", ecco prendere forma quella visione altra della realtà, quella surrealtà che è costante oggetto di riflessione nella speculazione bachelardiana. Attraverso questa chiave di lettura che risponde compiutamente alle esigenze della fisica contemporanea, la realtà tracciata dalla conoscenza scientifica si costituisce, attraverso un nucleo teoretico di riferimento, in un quadro del tutto autonomo rispetto alla realtà ontologicamente intesa.

Nella determinazione scientifica emerge una insanabile esigenza di alterità che, abbandonando l’indagine dell’essere in quanto tale, costruisce teoreticamente il proprio campo di indagine e, quindi, il proprio essere altro come universo "cosale" parallelo, un campo di referenzialità artificiale e surreale antitetico alla naturalità caotica e magmatica. Resta da chiarire, a questo punto, la modalità attraverso la quale Bachelard compie questo ribaltamento di prospettiva. Dal punto di vista teoretico, infatti, la confutazione della posizione realista, l’aver posto una naturalità caotica semplicemente sostituendola al cosmo intrinsecamente razionale, potrebbe rappresentare agli occhi del lettore una semplice digressione metafisica al pari dell’ipotesi contraria. Emerge, in questo senso, la necessità di giustificare la presa di posizione del filosofo francese alla luce di una dettagliata analisi del suo operato. Secondo chi scrive, è necessario considerare come momento focale dell’impostazione bachelardiana la teorizzazione dell’incoerenza del sistema natura non tanto nella sua effettiva attualità, quanto come momento di apertura verso una possibilità di pensiero alternativa. Quello che ci interessa, in definitiva, non è tanto il conoscere se la natura si presenti in sé coerente o meno, l’elemento fondamentale in questo discorso è quello di poter aprire una via alternativa a quella tracciata, comprendere che la teoria scientifica si presenta in ogni caso slegata, contrapposta, non solo alla determinazione ontologica, in senso kantiano, ma anche alla datità fenomenica.

L’universo delineato nella conoscenza scientifica è altro dalla natura, esso è frutto di un ardito progetto razionale, un progetto che proprio in virtù della sua origine si presenta necessariamente come cosmo ordinato, universo matematicamente costruito. Ecco che in questo modo acquista un senso preciso il delineare la natura come souillure; questa caratterizzazione nasce dal confronto posteriore con la puretè propria del progetto scientifico, del costruito al di là della naturalità. Già dall’Essai, l’impostazione di fondo del discorso bachelardiano si presenta in tutta la sua chiarezza: " Se vogliamo conoscere col massimo rigore - afferma il filosofo francese - dobbiamo organizzare le nostre azioni, sostituire totalmente il costruito al dato." Oggi, dice Bachelard, si va "dal metodo all’essere", la realtà di cui parla la teoria è l’obiettivazione di un pensiero, la posizione di una surrealtà altra e oltre la cosalità, oltre il referenzialismo ontologico del pensiero realista. La presa di posizione di Bachelard si distingue nell’abbandono del presupposto metafisico fondamentale dell’ordine cosmico, nella possibilità di pensare l’esperienza scientifica al di là di questo presupposto e, quindi, slegata dal suo rapporto con l’oggetto concreto. La costruzione della surrealtà scientifica, a questo punto diviene elemento di confronto con il concreto e non può rivelarsi che nella sua artificialità, nella sua purezza rispetto alla datità.

 

 

 

 

4. Natura e realtà scientifica

Conformemente a quanto si è rivelato nell’analisi del pensiero bachelardiano, in Natura e fisica moderna, Heisenberg cerca di riassumere le tappe attraverso le quali la ricerca scientifica giunge alla costruzione del suo universo di significati distinto dalla realtà fenomenica. "Nel secolo XIX - egli afferma - la natura appariva come un accadimento nello spazio e nel tempo regolato da leggi e nella descrizione di esso, si poteva, se non praticamente, almeno in linea di principio, prescindere dall’uomo e dal suo intervento." Le stesse considerazioni vengono estese dal fisico tedesco alla teoria atomica: "Mediante l’ipotesi atomica ereditata dall’antichità - prosegue - era anche naturale che, conformemente all’antica filosofia della natura, si considerassero gli atomi come il vero e proprio reale, gli immutabili elementi costitutivi della materia." Una prima falla in questa rassicurante immagine dell’universo fisico si apre secondo Heisenberg con lo sviluppo dell’elettrologia. Attraverso questo nuovo campo di indagine prende avvio quel processo di desostanzializzazione dell’oggetto scientifico che culminerà proprio con la meccanica dei quanti, tuttavia, in questo caso, "Ci si poté comunque consolare col fatto che anche le variazioni dei campi di forza potevano valere come processi nello spazio e nel tempo, descrivibili obiettivamente, senza alcun riferimento, cioè, al tipo della loro osservazione e corrispondenti quindi all’immagine reale comunemente accettata di un fluire nello spazio e nel tempo secondo leggi determinate." Con lo sviluppo della fisica dei quanti si è constatato "che quella sperata realtà obiettiva delle particelle elementari rappresenta una semplificazione troppo grossolana del reale stato di cose e che bisogna ricorrere a idee molto più astratte." Le condizioni dettate dal principio di indeterminazione intervengono, in questo senso, a dissolvere l’idea di una realtà obiettiva al di là del processo di interazione che si istituisce nell’atto conoscitivo. "Il problema se queste particelle in sé esistano nel tempo e nello spazio non può quindi essere posto in questa forma, dato che noi possiamo parlare sempre e solo dei processi che avvengono quando vogliamo inferire il comportamento di una particella dall’interazione tra essa e un qualche altro sistema fisico, ad esempio l’apparecchio di misurazione. L’idea della obiettiva realtà delle particelle elementari si è quindi sorprendentemente dissolta, e non nella nebbia di una qualche nuova, poco chiara o ancora incompresa idea di realtà, ma nella trasparente chiarezza di una matematica che non rappresenta più il comportamento di una particella, ma il nostro sapere sopra questo comportamento."

Anche nella convinzione di Heisenberg, dunque, così come nell’epistemologia bachelardiana, l’ordine delle cose non può costituire un fatto naturale, una fattore di conoscenza immediata, il cosmo ordinato retrocede al rango di effetto, produzione matematica, costruzione teoretica e realizzazione tecnica, o per dirla con Heisenberg, produzione teoretica e costruzione derivante dalla mutua interazione tra uomo e natura. Gli esiti della speculazione bachelardiana e delle meditazioni di Heisenberg, si articolano, da questo punto di vista, pressappoco sullo stesso ordine di idee. In entrambi i casi si assiste al rifiuto dell’immediatezza fenomenica, della caratterizzazione empirica dell’attività scientifica. Emerge in entrambi l’esigenza di porre in risalto il primato gnoseologico del dominio teoretico, nel rifiuto di un ordine naturale già dato, precostituito. La ricerca scientifica, alla luce della fisica contemporanea, non può che essere assimilata ad un processo strutturante che da forma al proprio oggetto di indagine, lo promuove teoreticamente per poi realizzarlo attraverso la tecnica.

A dimostrazione di ciò, nelle stesse pagine di Natura e fisica moderna, si assiste nel discorso heisenberghiano ad una divaricazione di significati che interviene a distinguere la nozione di natura da quella di realtà determinata scientificamente. Così come nella speculazione bachelardiana la realtà in sé si presenta distinta dalla determinazione scientifica, qui, conformemente alle esigenze imposte dal principio di indeterminazione, il mutuo intervento tra uomo e natura che si pone alla base dell’atto conoscitivo, si costituisce come insopprimibile causa di divergenza tra cosmo naturale e conoscenza scientifica.

Nella microfisica, alla scoperta si sostituisce la determinazione noumenotecnica, l’ontogenesi scientifica; alla natura ordinata e razionalmente concepita, quella caotica e informe. La scienza è prima di tutto un processo di pensiero, una costruzione razionale, progetto teoretico che va realizzato. L’universo che la scienza costruisce in tal modo è altro, è oltre la realtà; è altro dalla ricerca sul reale, è la costruzione stessa di una realtà concepita nella sua assoluta alterità noumenica. "Nella tecnica atomica - osserva Heisenberg - si ha a che fare con lo sfruttamento di forze alle quali manca assolutamente ogni accesso dall’esperienza quotidiana." Esse "non divengono per questo parte della natura nel senso originario della parola" Ecco che ogni realtà paradigmatica si allontana dal luogo comune, dal presentarsi, cioè, come semplice strumento di indagine. Ogni teoria scientifica è una libera costruzione, un progetto, un evento che apre una possibilità: quella di concepire una realtà che prima di allora non era concepibile, uno strumento problematico che guida la ricerca all’interno del proprio universo significante.

L’affermazione di Heisenberg secondo cui, nell’indagine della natura l’uomo incontra solo se stesso, si presenta, da questo punto di vista, carica di significato. "Tale situazione - afferma - è visibile meglio che altrove nella scienza moderna in cui, come ho detto, risulta che noi non possiamo assolutamente più considerare in sé gli elementi costitutivi della materia, originariamente pensati come l’ultima realtà oggettiva." e ancora "Anche nella scienza, oggetto di ricerca non è più, quindi, la natura in sé, ma la natura subordinata al modo umano di porre il problema." Heisenberg, in questo modo, determina una profonda recisione tra realtà scientifica e natura in sé, come conseguenza diretta dell’intervento umano nell’atto conoscitivo. L’impossibilità di raggiungere una conoscenza verosimile della realtà è determinata qui, sì, nell’aver concepito la teoria scientifica come progetto di realizzazione, ma, d’altro canto, questa scelta appare condizionata, qui in maniera più netta rispetto al discorso bachelardiano, dalle conseguenze legate alla formulazione delle relazioni di indeterminazione che, dalla teoria quantistica derivano in maniera diretta. La presenza di queste relazioni descrive un percorso di ricerca che si presenta inevitabilmente come momento strutturante, attività che costruisce e determina teoreticamente il proprio campo di indagine. Il principio di indeterminazione interviene a tracciare, a comprimere il campo dello scibile delineando un preciso metodo di indagine che guida l’atto conoscitivo. Ma, se proprio per effetto delle relazioni di indeterminazione e, quindi, per l’impossibilità di intervenire sul reale senza modificarlo, "il metodo non può più separarsi dall’oggetto, l’immagine scientifica dell’universo cessa di essere una vera e propria immagine della natura."

L’impostazione epistemologica bachelardiana, fondata sull’emergenza di un cosmo scientifico artificiale, altro dalla caoticità della natura fenomenica e distante dal porsi come determinazione di rilevanza ontologica, si presenta, dunque, come tutt’altro che il frutto di una semplice esigenza teoretica preliminare, di una presa di posizione ingiustificata. Nelle parole di Heisenberg, questa soluzione acquista lo statuto di conseguenza della stessa meccanica quantistica. E’ la scienza stessa attraverso la coerente estensione dei suoi principi a decretare la natura constructa del suo prodotto, ad indicare nella conoscenza scientifica la costruzione di una realtà che nella sua coerente struttura matematica si distingue e si contrappone alla natura intesa come campo di indagine in cui l’uomo può penetrare con l’ausilio dei suoi strumenti razionali. Usando gli stessi termini di Heisenberg, potremmo affermare che attraverso la scienza l’uomo "inventa" quel "diagramma" che da un lato gli consente di entrare in contatto con la "realtà naturale", e dall’altro lo pone ad una distanza "incolmabile" da essa. "Se la natura era anteriore all’uomo - afferma infatti il fisico tedesco - non è lo stesso per le scienze naturali. Per esempio, il concetto di legge della natura, non può essere completamente oggettivo, perché il concetto di legge è puramente umano."

Qui Heisenberg compie un ulteriore passo, avvicinandosi in maniera ancora più netta alla nozione di natura caotica cara a Bachelard. Rilevando la natura artificiale del concetto di legge scientifica, infatti, sembra del tutto privo di senso affermare una organizzazione nomologica del reale, cercare di rincorrere nella natura, cioè, quell’organizzazione che solo l’intervento della ragione in atto può introdurvi. Ciò, naturalmente, era già evidente nella speculazioni kantiana, tuttavia in questo contesto, l’intuizione heisenberghiana assume un valore del tutto particolare in quanto fondata sul contemporaneo rifiuto del fondamento fenomenico e sull’emergenza, quindi, di una soggettività imperante che imporrà una complessa riflessione sul delicato problema relativo alla demarcazione dei confini dell’attività scientifica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO QUINTO

SOGGETTIVITÀ’ EPISTEMICA E SCIENTIFICITÀ’

 

 

 

 

1. Razionalismo e razionalismi

La scienza e la ragione scientifica si presentano, in Bachelard, inevitabilmente identificabili in una pluralità di ragioni diversificate a seconda dei campi in cui si applicano, riproponendo, in un diverso contesto e in una diversa significazione, il concetto husserliano di ontologie regionali. Ogni razionalismo, definito dai suoi metodi e dalle sue leggi, dalle sue procedure e dai suoi risultati - non riducibili gli uni agli altri- costituisce nella sua speculazione il punto di opposizione al razionalismo assoluto della filosofia e del senso comune. Per quest’ultimo, infatti, nel momento in cui ci si accosta alla conoscenza scientifica, vale un immediato e acritico concetto di ragione unitaria e totalizzante, responsabile, attraverso la sua azione, dell’esplicitazione del campo della realtà. E’ in questo senso, come osserva efficacemente Sertoli, che "il razionalismo ingenuo si rivela l’ideologia scientifica del realismo."

La critica bachelardiana, è in prima istanza critica alla ragione nella sua accezione di strumento autofondante, unitario e quindi garante dell’oggettività propria della disciplina scientifica. In questo modo Bachelard abbatte le conquiste del pensiero fenomenologico inteso come scienza rigorosa, giustificazione precategoriale e fondamento delle diverse razionalità scientifiche, centro di unificazione delle molteplici ontologie regionali. Nel suo pensiero la frantumazione dell’ordine del reale e l’irriducibile molteplicità degli approcci razionali corrono di pari passo verso un modello di scientificità del tutto originale: nell’attività scientifica i razionalismi applicati rimangono confinati nella loro assoluta singolarità, la totalità del reale è sempre più concepita come la raccolta di infiniti frammenti. Bachelard rifiuta ogni richiamo ad un origine o ad un fondamento comune tra le ragioni, nella misura in cui questo si costituisca come unità profonda già data, come momento riunificante e fondante. "La ragione sono le ragioni: la scienza è, definitivamente, la diversificazione e la divaricazione progressiva delle scienze. Il pluralismo cresce all’infinito", osserva ancora Sertoli in proposito. L’esaltazione compiuta da Bachelard nel descrivere il fenomeno della specializzazione mira proprio a definire l’autonomia delle ragioni scientifiche affermando l’impossibilità di ogni visione totale ed unitaria dell’uomo e del mondo.

E’ appunto in ciò che la sua posizione rappresenta "la perfetta espressione - la piena coscienza epistemologica - della condizione effettive della scienza nella società odierna: è il limpido ritratto - riflessivo e non critico - di quella società che ormai si è identificata completamente con i metodi e i fini della scienza e della tecnica. La pluralizzazione delle ragioni scientifiche è la frantumazione del mondo e dell’uomo novecenteschi [...]. Se gli scienziati come Einstein e De Broglie, di contro a certi esiti della fisica quantistica, miravano ancora a ri-costruire un’immagine unitaria dell’universo e della realtà - immagine che poi non è altro che la concretizzazione fisica di una idea unitaria di ragione [...], Bachelard invece, collocandosi proprio sulla linea di quelle ricerche fisiche che hanno demolito ogni unitarietà e negano persino la possibilità di una (ri)unificazione del sapere scientifico, elimina qualunque prospettiva o "utopia" totalizzante per affermare la molteplicità dei metodi e delle costruzioni, la dispersione o disseminazione dei sistemi e delle strutture."

Il rifiuto di una ragione unitaria, di una ragione unificante e quindi capace di produrre una conoscenza scientifica rispondente a quel canone di oggettività che la contraddistingue, costituisce il fondamentale elemento di fuga verso la costruzione di una realtà prodotta scientificamente, assolutamente altra dal mondo fenomenico. E ciò, come ha rivelato Sertoli, avviene in profonda sintonia con le esigenze mostrate dagli sviluppi della fisica moderna. Nel rifiuto del formalismo come riproposizione di una struttura di pensiero che riflette l’ordine profondo del reale, nel rifiuto dello stesso ordine della realtà, si rivela l’esigenza stessa di una filosofia costruita sul campo, di una filosofia che si fa strumento e si pone al servizio della scienza, che è contemporanea alla scienza stessa. L’epistemologia bachelardiana, da questo punto di vista, è lo specchio fedele della scienza contemporanea così come questa viene proposta dai fisici vicini al circolo di Copenaghen, tuttavia, nel filosofo francese, possiamo ritrovare una esigenza filosofica ulteriore, quella cioè, di sfuggire al mero soggettivismo, di inquadrare la disciplina scientifica in un ordine superiore, non metafisico, non precostituito, al di là di ogni soluzione sistematica fondata su una implicita coerenza logica e nomologica. In questo modo, infatti, il cammino filosofico compiuto fino a questo punto crollerebbe su se stesso riproponendo un modello di ragione organicamente unificante.

Fuggire dal rischio di uno strisciante solipsismo significa invece per Bachelard, allargare la prospettiva del soggetto fino a farla collimare con quella di una pluralità di soggetti, di una comunità scientifica, di una cité savante, capace di conferire alla conoscenza scientifica quei caratteri di intersoggettività - e quindi, come vedremo, di oggettività - senza per questo rinunciare alle conquiste ottenute in quel processo destrutturante che ha caratterizzato sincronicamente il cammino della fisica quantistica e quello della sua speculazione filosofica.

 

 

 

 

2. La soggettività epistemica

 

2.1 L’emergenza del soggetto nell’interpretazione ortodossa della meccanica dei quanti

La definizione di un nuovo modello di scientificità adeguato alle esigenze incontrate nello sviluppo della fisica contemporanea porta, in prima istanza, a riconsiderare in maniera adeguata la natura e la funzione del soggetto impegnato scientificamente. E’, in modo del tutto autonomo, la scienza stessa a rivendicare l’emergenza del soggetto conoscente nell’attività di ricerca e, quindi, nella determinazione dell’oggetto scientifico. Questa esigenza si esprime in maniera netta nelle parole di Heisenberg quando afferma che "partendo dalla situazione creatasi nella scienza moderna, se si tenta di spingersi fino a queste basi dell’esistenza non più salde e immobili, si ha l’impressione di non peccare eccessivamente di semplicismo dicendo che per la prima volta nel corso della storia l’uomo ha di fronte a sé solo se stesso." Le parole del fisico tedesco riassumono in maniera efficace e perentoria l’esito della nostra indagine sull’universo fisico contemporaneo, esse costituiscono il punto più alto e, allo stesso tempo, il risultato più sconcertante, della rivoluzione che ha stravolto in maniera irreversibile i fondamenti dell’attività scientifica.

L’emergenza della soggettività si concretizza in questo senso come ri-compressione della divaricazione cartesiana tra res cogitans e res extensa, elemento cardine, attività creatrice, potenza sintetica prima che analitica, non più capace di comprendere scientificamente, ma, semmai, di produrre tecnicamente l’universo scientifico come risultato della mutua interazione tra uomo e natura, al di là di un ordine prestabilito o metafisicamente imposto dall’esterno. Una fenomenologia del soggetto scientifico che si perde nell’assoluta molteplicità, nella infinita frantumazione della stessa ragione scientifica, che si esprime in universi teoretici atomisticamente concepiti al di là di ogni possibile visione unitaria della scienza e dei suoi prodotti.

Nelle parole di Heisenberg, nelle conseguenze dettate dalla coerente applicazione delle relazioni di indeterminazione, l’uomo sembra di nuovo trovare un posto di assoluta centralità nell’universo. Una centralità, tuttavia, che al contempo, non risparmia dal senso di profonda alienazione, che non può non apparire agli occhi del filosofo come problematica aperta, irrimediabile scacco della ragione impegnata nel suo compito più alto, quello di sottrarre il divenire alle decisioni (o meglio alle indecisioni) del caso. Uno scacco che può essere in parte neutralizzato soltanto attraverso la definizione di una soggettività epistemica disancorata da certi schematismi di stampo classico.

L’accusa di "elevare la soggettività, in tutti i casi, a fattore decisivo" è, infatti, una critica costante che i detrattori della fisica quantistica muovono, in maniera particolare, nei confronti di Heisenberg e Bohr. Si chiama in causa a tal proposito l’influenza esercitata sugli esponenti della scuola di Copenaghen da Soren Kierkegaard e Harald Hoffding, cercando di evidenziare naturali parallelismi con la filosofia esistenzialista, salvo poi, soffermarsi sul rapporto altrettanto naturale che intercorre tra la microfisica contemporanea e la filosofia positivista. D’altro canto, se "le scienze esatte procedono dal presupposto che sarà sempre possibile, anche in ogni nuovo campo d’esperienza, comprendere la natura, ma che - per ammissione dello stesso Heisenberg - non è affatto stabilito a priori che cosa significhi la parola comprendere" è chiaro come lo stesso fisico tedesco sia consapevole di questa inevitabile emergenza del soggetto nell’atto conoscitivo. Un’emergenza dettata dalle conseguenze dovute, ancora una volta, all’applicazione del principio di indeterminazione che, tuttavia, è lontana dal poter essere configurata come mero soggettivismo.

Il soggetto, nella meccanica quantistica non determina l’evento in senso idealistico, ma è cosciente di essere egli stesso un evento nell’evento. Di poter aprire, in quanto tale, un campo di possibilità nell’evoluzione del sistema in seguito all’impossibilità di conoscere lo stesso in modo massimale e in seguito alla perturbazione che l’atto conoscitivo esercita sul sistema stesso. E’ in tal senso che "in ogni intervento sulla natura, possiamo scegliere quale aspetto della stessa vogliamo mettere in rilievo, ma contemporaneamente dobbiamo fare un sacrificio", rinunciando alla descrizione di quegli aspetti che risultano legati in modo complementare a questi. "Il processo semplice perciò non è quello che la natura ci presenta immediatamente; al contrario il fisico deve separare, spesso per mezzo di apparecchi estremamente complicati, il variopinto miscuglio dei fenomeni, liberare ciò che è importante da tutta la confusione inutile fino a che il processo semplice emerge chiaramente di per sé, così che si può prescindere da tutti i fenomeni accessori."

E’ evidente, in questo modo, la natura artificiale del cosmo scientifico determinato attraverso l’ausilio dello strumento sperimentale (fenomenotecnico), siamo ben lontani, tuttavia, dal poter parlare di solipsismo, una categoria peraltro inapplicabile alla disciplina scientifica nella misura in cui quest’ultima si presenta, per definizione, comunicabile e intersoggettiva. Altrettanto grande è la distanza che separa la nuova soggettività epistemica dall’irrazionalismo e dal non cognitivismo se è vero che Bachelard costruisce il proprio modello razionale ispirandosi proprio alle novità introdotte dalla fisica quantistica. Quello che appare evidente, invece, è la necessità di rielaborare in chiave più consona alle esigenze moderne proprio quei concetti di razionalità e di soggettività il cui significato sembra essersi cristallizzato, nelle critiche mosse alla fisica quantistica, in una determinazione che, anziché avere una valenza assoluta, affondava il proprio valore esclusivamente in un determinato contesto storico.

La conquista dell’oggettività scientifica, in questo senso, parte, in Gaston Bachelard, proprio da questo presupposto. La sua indagine, la sua costruzione filosofica nel delineare una nuova soggettività epistemica, non si costituisce nel tentativo di aggirare le problematiche emerse nella fisica contemporanea, quanto nell’eliminazione, nella dissoluzione di quei presupposti che interponendosi come ostacoli alla comprensione della nuova fenomenologia scientifica, determinano la nascita di problemi filosofici insolubili.

 

2.2 Un nuovo modello di soggettività

Come osserva efficacemente Vinti, nella speculazione bachelardiana, il tema dell’oggettività nella disciplina scientifica "viene dissolta come problematica ontologica tradizionale" in quanto ciò oltrepassa gli scopi e le possibilità della stessa scienza che è altro dal presentarsi come indagine ontologica. La sua produzione è altro dal reale, è produzione di un universo surreale e, quindi, in virtù di questo suo statuto non può costituire il campo di una indagine ontologica nel senso tradizionale che questo termine assume. L’oggettività, l’oggettività scientifica, va esaminata non più attraverso un indagine volta a cogliere gli elementi di referenzialità che legano l’universo teorico a quello reale, quanto "dal punto di vista delle modalità soggettive della sua conquista." In tal modo, l’atteggiamento soggettivo svuotato della sua immediatezza, della sua naturalità, tende ad oggettivarsi come continua rettifica degli errori. L’analisi psicologica e psicanalitica presente nell’epistemologia bachelardiana, lontana dal presentarsi come artefice di un mero psicologismo, tende a proporsi come progressiva depsicologizzazione del soggetto, strumento di sorveglianza, di correzione, capace di guidare lo stesso, verso il progressivo abbandono di presupposti psicologici che inficiano l’atteggiamento oggettivante del soggetto conoscente. La scienza stessa, dunque, intesa nell’ottica di questo atteggiamento critico del soggetto, risulta "un insieme di verità ottenute contro errori disparati."

L’operazione psicanalitica condotta verso il soggetto conoscente assume in Bachelard una caratterizzazione deontologica, un impegno etico verso la rimozione di quei falsi presupposti epistemologici che vincolano il pensiero scientifico verso la ricerca di una oggettività del concreto. La psicanalisi del soggetto impegnato scientificamente è fuga dalla soggettività sfrenata, dalla soggettività acritica, da quell’universo di ostacoli che si frappongono all’esperienza razionale propria. Ne La formazione dello spirito scientifico si assiste ad una vera e propria classificazione di questi ostacoli che intralciano il cammino della scienza. Nel corso dell’opera Bachelard ne individua ben otto: l’expérience première, la connaissance générale, l’obstacle verbale, la connaissance unitaire et pragmatique, l’obstacle substantialiste, la psychanalyse du réaliste, l’ostacle animiste e l’ostacle de la connaissance quantitative. Ognuno di questi ostacoli si frappone alla comprensione dell’attività scientifica nella sua intima pluralità e dinamicità, nel suo processo di complicazione, di costruzione di un universo artificiale al di là della datità fenomenica.

La purificazione psicanalitica del soggetto scientifico proposta da Bachelard, non fa altro che ripercorrere le tappe attraverso le quali la scienza contemporanea si costituisce come tale. Il cammino del soggetto verso la conquista dell’oggettività ripropone il movimento storico della stessa disciplina scientifica nel suo farsi. Ripropone il percorso attraverso il quale, nella nostra opera, si è descritta la via verso l’affermazione della razionalità propria della fisica contemporanea. Il rifiuto dell’empirismo delineato nei capitoli precedenti, si ripropone in questo quadro, in chiave soggettiva, come ostacolo epistemologico da abbattere nel tentativo, operato dal soggetto, di abbracciare una prospettiva scientifica aderente alle necessità attuali. Il rifiuto della prima esperienza è dettata, quindi, non solo da esigenze filosofiche, ma, in maniera del tutto nuova, dall’affermazione di una scientificità in cui ogni processo osservativo si presenta più che mai ancorato a vincoli teorici rimasti estranei alla fisica classica. Se, infatti, come si è osservato in precedenza, il metodo di osservazione è sempre legato indissolubilmente ad una determinata prospettiva teorica, nella fisica quantistica, attraverso la coerente applicazione del principio di indeterminazione, questo legame si ripropone in maniera amplificata, in maniera del tutto esplicita nella misura in cui i limiti dell’osservazione sono dettati direttamente dalla costruzione razionale. La depsicologizzazione del soggetto impegnato scientificamente, dunque, al di là di ogni possibile speculazione filosofica, è, in prima istanza, una necessità espressa dalla scienza stessa attraverso le sue formulazioni teoretiche che, alla prima esperienza, oppongono l’osservazione attiva, l’osservazione teorica. "Lo spirito scientifico - osserva Bachelard in questo senso - non può istruirsi, di fronte alla natura, che purificando le sostanze naturali e ordinando i fenomeni confusi." Heisenberg riassume con la consueta lucidità questa situazione in un brano estremamente efficace nel quale sottolinea che: "non possiamo non essere presi da meraviglia di fronte al fatto che i fenomeni naturali infinitamente molteplici, in terra e nelle stelle, possono venire ordinati secondo un così semplice sistema di leggi. Ma d’altra parte non possiamo dimenticare che per questa unificazione dell’immagine scientifica dell’universo un alto prezzo ha dovuto essere pagato: il progresso della scienza fu acquistato rinunciando a rendere, mediante la scienza, direttamente vivi di fronte al nostro pensiero, i fenomeni della natura." La critica alla prima esperienza, dunque, è rifiuto di una oggettività legata all’immediatezza della sensazione, della conoscenza percettiva: "l’adesione immediata ad un oggetto concreto, colto come bene ed utilizzato come un valore, coinvolge troppo intensamente l’essere sensibile; si tratta della soddisfazione intima, non dell’evidenza razionale."

Parallelamente alla rimozione dell’ istanza empirista, la critica di Bachelard si volge verso l’abbattimento di ogni falsa teoria del generale. In questo senso, il filosofo francese tenta di cogliere la dinamica psicologica del passaggio dalla percezione immediata alla prima razionalizzazione prendendo di mira l’induttivismo di stampo baconiano. Come abbiamo avuto modo di osservare, la conoscenza scientifica non conduce alla formazione di concetti generali, fondati sull’immediatezza delle osservazioni preliminari. Essa, non opera in maniera induttiva, ma deduttivamente, parte dalla formazione dei concetti scientifici, o meglio, dalla loro deformazione. Opera costantemente in un ambito problematico definito, cioè. Attraverso un costante movimento di rettifica. Non esistono tabulae rase nella scienza, ogni fenomeno è inquadrato in un preciso contesto teorico e ogni rettifica, ogni sviluppo della conoscenza si costruisce in opposizione a questo patrimonio acquisito. La fisica dei quanti non nasce se non dall’opposizione alla meccanica classica, dalla negazione di questa. Il movimento dialettico che caratterizza la dinamica scientifica si costituisce, in tal modo, come baluardo ad ogni pretesa di fondare la scienza su procedimenti di tipo induttivo.

"Nella generalizzazione facile e affrettata - tuttavia - c’è in effetti un pericoloso godimento intellettuale", è questo l’ostacolo da rimuovere, quasi un vizio inconscio che va sradicato dal soggetto impegnato nell’attività scientifica in quanto "le grandi leggi - ottenute per induzione - bloccano il pensiero scientifico, ostacolano il suo sviluppo. La meccanica dei quanti, da questo punto di vista, operando al di là delle immediate evidenze empiriche, si realizza in maniera del tutto estranea alle grandi generalizzazioni. Costituisce, piuttosto, l’ardito frutto di una speculazione essenzialmente matematica, elaborata, non tanto nell’osservazione delle regolarità, quanto "nella zona delle perturbazioni." E’ proprio attraverso l’emergenza dell’anomalia, infatti, che prendono vita le ricerche sulla quantizzazione dell’energia, sviluppate in un complesso movimento di rettifica ben lontano dal presentarsi nella immediata chiarezza di una legge generale ricavata per induzione.

La discussione di questi ostacoli preliminari, tra loro strettamente interconnessi, è seguita, nella trattazione Bachelardiana, dalla questione della lingua. Al pari dei retaggi empiristici e induttivistici, la "pesantezza etimologica ed ontologica" della parola si frappone al pluralismo e al dinamismo dei concetti scientifici. Ancora una volta, dunque, la rivoluzione linguistica operata dalla fisica contemporanea, responsabile di un generalizzato slittamento semantico dei termini scientifici abituali, si ripropone in questo contesto a livello soggettivo, come ostacolo che tende a ricoprire la novità di certi concetti con la realtà familiare dell’immagine. Ne La psicanalisi del fuoco, Bachelard osserva come la scienza moderna ha "rotto il contatto con le etimologie primogenie", d’altro canto, però, "lo spirito preistorico ed a maggior ragione l’inconscio, non stacca la parola dalla cosa." La parola, cioè, anche quando indica fenomeni nuovi, resta legata alle immagini del senso comune. Tutto ciò in funzione del paradosso riconosciuto dallo stesso Heisenberg e evidenziato nella prima parte di quest’opera secondo cui "i concetti della fisica classica formano per la fisica contemporanea la base linguistica descrittiva irrinunciabile della preparazione degli esperimenti e della descrizione dei loro risultati. Essi non possono e non devono essere sostituiti, sotto la pena di isolare lo scienziato dal mondo e di togliergli la possibilità di qualsiasi comunicazione; Tuttavia l’applicazione di quei concetti ha perduto completamente il suo significato originale." Il linguaggio, dunque, costituisce un costante ostacolo alla conoscenza scientifica in quanto legato alle intuizioni, alle metafore immediate, a significati acquisiti precedentemente. Il linguaggio e l’immagine che attraverso esso si lega al concetto contribuiscono in tal modo ad incrementare la pericolosità di un altro ostacolo fondamentale, quello sostanzialistico.

La critica serrata al realismo, costantemente presente nell’opera di Bachelard, si costituisce, infatti, nell’applicazione della psicanalisi al soggetto scientifico, innanzi tutto, come "sforzo costante di desostanzializzazione che coinvolge non solo il soggetto che deve chiarire i propri complessi, l’uomo comune che deve abbandonare le proprie abitudini, ma anche lo scienziato le cui verità tendono a regredire, a ritornare abitudini, a sedimentarsi e istituzionalizzarsi." Il sostanzialismo, tuttavia, per la stessa ammissione di Bachelard, "è uno degli ostacoli più difficili da superare"perché la sua origine è profondamente istintuale, tanto che lo stesso filosofo francese lo considera (unitamente al realismo che ne costituisce il fondamento ultimo) "l’unica filosofia innata." Bachelard carica il sostanzialismo di una profonda eco soggettivistica: la sostanza costituisce, infatti, lo specchio delle nostre impressioni soggettive. La oggettività del concreto è una falsa oggettività, una falsa giustificazione e in quanto tale, "una metafisica infeconda, perché pone termine alla ricerca invece di provocarla."

In un passo successivo de La formazione dello spirito scientifico, egli afferma: "Al punto di evoluzione in cui si situa la scienza contemporanea, lo scienziato si trova di fronte alla necessità, sempre rinascente, di rinunciare alla sua propria intellettualità. Senza questa esplicita rinuncia, senza la privazione dell’intuizione e l’abbandono delle immagini favorite, la ricerca oggettiva perde subito non solo la sua fecondità, ma anche il vettore stesso della scoperta, lo slancio induttivo. Vivere e rivivere l’istante dell’oggettività, trovarsi sempre allo stato nascente dell’oggettivazione, richiede uno sforzo costante di desoggettivazione. Gioia suprema dell’oscillare dall’estroversione all’introversione, in uno spirito liberato psicanaliticamente dalla duplice schiavitù del soggetto e dell’oggetto!" La liberazione del soggetto dai presupposti teleologici presenti nella sua indagine significa, dunque, liberare lo stesso oggetto d’indagine dal suo statuto sostanzialistico e referenziale che il soggetto garantiva. D’altro canto, la conquista dell’oggettività al di là del concreto rappresenta la via verso la conquista di una nuova soggettività che richiede la negazione del vecchio soggetto psicologico inteso come soggetto di percezione e di intuizione immediata. "Ora, col ventesimo secolo - osserva ancora Bachelard - sembra che cominci un pensiero scientifico volto contro le sensazioni, e che si debba costruire una teoria dell’oggettivo contro l’oggetto. Un tempo la riflessione resisteva al riflesso primitivo. Ora, il pensiero scientifico moderno richiede che si resista alla riflessione primitiva. Quindi è tutto l’uso del cervello ad essere messo in discussione. Il cervello non è assolutamente più lo strumento adeguato del pensiero scientifico, che equivale a dire che esso gli è d’ostacolo. E’ un ostacolo nel senso che è un coordinatore di gesti e di appetiti. Occorre pensare contro il cervello." Delineare una nuova soggettività epistemica libera dalle implicazioni della sostanza in cui "l’esperienza del soggetto della scienza si collocherà chiaramente all’opposto, nella trasparenza del pensiero razionale che non tollera nessuna dimensione ontologica , nessuna dimensione sostanziale." L’esempio più lampante di questo processo è costituito, per Bachelard, dall’evoluzione della chimica a cui il filosofo francese dedica una intera opera. Questa scienza, effettivamente, trova la propria maturità, il proprio compimento, soltanto in seguito agli sviluppi della fisica quantistica, nella definizione delle caratteristiche atomiche degli elementi. E’ in questo modo che le sostanze chimiche troveranno il proprio statuto di suroggetti, di entità astratte, matematizzate, perdendo definitivamente l’attributo di sostanza. In un passo de La filosofia del non, Bachelard chiarisce questo punto in maniera emblematica: "Ecco, dunque, secondo noi, il realismo capovolto; la realizzazione immensa intrapresa dalla chimica moderna va controcorrente rispetto allo studio realistico. la descrizione delle sostanze ottenute con la sintesi è ormai una descrizione normativa, metodologica, nettamente critica. Essa fonda un razionalismo chimico."

Un razionalismo, quello delineato da Bachelard che, rifiutando ogni eco sostanzialistico (realistico), si pone in contrasto diretto con l’idea di un reale omogeneo e armonico. L’impossibilità di concepire la realtà in questa maniera è già stata giustificata precedentemente, tuttavia, in questa fase è necessario abbattere la stessa idea di cosmo naturale, un’idea che sopravvive nel senso comune e che va analizzata psicologicamente, estirpata dal soggetto conoscente. Non basta, infatti, decretare l’insensatezza di una determinata concezione. Nella visione bachelardiana della soggettività epistemica è necessario scoprirne le origini psicologiche per renderla innocua. L’idea di cosmo ordinato e quindi, sul versante gnoseologico, di un sapere unitario, costituisce per Bachelard un vizio di origine tipicamente filosofica. La possibilità di cancellare le singolarità in una visione di insieme coerente.

E’ interessante notare come il filosofo francese metta a nudo la pericolosità di un simile ostacolo. L’armonia dell’universo, infatti, che dovrebbe presentarsi come momento ultimo dell’indagine, come frutto di una ricerca empiricamente volta a raccogliere le prove di un simile stato di cose, si trasforma, assumendo la forma di vero ostacolo, in un principio generale di spiegazione. Osserva Bachelard: "L’idea di perfezione non è un valore che si aggiunge solo in coda a certe conclusioni tratte dall’esperienza, come fosse una concezione filosofica elevata, ma è alla base del pensiero empirico, lo dirige e lo riassume." La perfezione, l’unità, diventano in maniera del tutto anomala le categorie che fondano i singoli fenomeni, le singole manifestazioni nel loro disvelarsi nell’atto conoscitivo. Assumono la funzione di vere e proprie categorie di pensiero attraverso le quali dirigere la conoscenza. "Le diverse attività naturali diventano in tal modo le variegate manifestazioni di un unica e sempre uguale Natura. - scrive Bachelard - Non è concepibile che l’esperienza si contraddica o che addirittura si suddivida in compartimenti. Ciò che è vero del grande deve esserlo anche del piccolo, e viceversa. Alla minima dualità si sospetta un errore. Questo bisogno di unità pone, dunque, un gran numero di falsi problemi" in quanto si sclerotizza in ostacolo ingombrante che devia il pensiero scientifico compromettendone lo statuto oggettivo, perché ogni desiderio di unità denuncia un eccesso di soggettività non psicanalizzata, non purificata dai suoi istinti inconsci.

La psicanalisi del soggetto è dunque il momento insopprimibile attraverso il quale il soggetto conoscente raggiunge la consapevolezza del suo operato, ma, allo stesso tempo è funzione di controllo, momento di verifica dello stesso scienziato. Bachelard è, infatti, dell’avviso che anche lo stesso pensiero scientifico, lo stesso soggetto depsicologizzato, può subire processi degenerativi capaci di ostacolarne il processo cognitivo. Il pensiero scientifico può costituirsi come ostacolo a se stesso quando tende a recuperare aspetti soggettivistici, quando gli stessi concetti scientifici acquistano un carattere umano, un ordine di grandezza concreto, divengono parte integrante del senso comune. La preoccupazione del filosofo francese è quella di salvaguardare la scienza come processo continuato e molteplice, infinita rettifica. Possiamo comprendere meglio questa esigenza attraverso un’ analisi di matrice Kuhniana della fenomenologia scientifica. Superato il momento rivoluzionario, infatti, raggiunto lo statuto scientifico di normalità, i concetti elaborati nella nuova realtà paradigmatica tendono a costituirsi come patrimonio acquisito, non solo nella città scientifica, ma anche nel senso comune. La conoscenza scientifica, la verità razionale, tende essa stessa a perdere il proprio dinamismo e perciò la sua fecondità come vettore di indagine privilegiato. Istituzionalizzandosi, essa corre il rischio di ricadere nel realismo, di costituirsi come immagine della realtà immediata e quindi di ridare spazio alle pulsioni inconsce. Per Bachelard "occorre difendere dall’usura quelle verità razionali che tendono sempre a perdere la propria apoditticità e a cadere nel rango delle abitudini intellettuali." Per compire quest’opera " è necessario che l’uomo di scienza reagisca contro il passato della propria cultura. Una sorta di psicanalisi, di autopsicanalisi, deve essere praticata per impedire allo spirito di anchilosarsi nelle proprie idee chiare."

Attraverso la definizione di quest’ultimo ostacolo, l’analisi critica operata da Bachelard sembra chiudersi su stessa rimanendo fedele a quel motivo di fondo di cui avevamo accennato sopra: la necessità, cioè, di riscoprire l’oggettività al di là dell’oggetto, nelle modalità soggettive di oggettivazione. La semplice coerenza della teoria scientifica, alla luce di quest’ultimo ostacolo messo in evidenza dal filosofo francese, infatti, non costituisce una motivazione sufficiente per garantire l’oggettività della conoscenza scientifica. "Prima di applicare il razionalismo alle cose - scrive - bisogna applicarlo agli spiriti." Se il razionalismo vuole essere fonte di conoscenza oggettiva, cioè, l’oggettività dovrà essere in prima istanza una condizione del soggetto conoscente e questa non potrà mai presentarsi nella sua apoditticità e purezza finché non si confronta con le radici psicologiche da cui sorge, finché non avrà preso coscienza delle sue radici.

Nella determinazione dei caratteri che contraddistinguono la nuova soggettività epistemica, Bachelard prende ancora le distanze da ogni residuo fenomenologico, ma la sua critica si concentra in questo caso sugli errori delle costruzioni formalistiche. "La purezza razionale scientifica, dunque, non potrà mai essere un dato immediato della coscienza, e nemmeno una semplice correttezza logica elaborata astrattamente (formalisticamente), bensì dovrà essere l’esito di un processo di riduzione psicologica." un lavoro di rifondazione del soggetto, una procedura attraverso la quale abbattere gli errori psicologici che inficiano la soggettività nel suo operare al di là della scienza. Emerge in questo senso l’esigenza di un distacco dalla materialità, di un superamento delle pulsioni biologiche, una soppressione della natura e di quanto nell’uomo è natura e vuole la natura. "Il mondo in cui si pensa non è il mondo in cui si vive", afferma. Il mondo pensato è al di là del vissuto, completamente altro da esso, compito dell’uomo razionale, quindi, suo compito etico, è quello di purificarsi dai residui materialistici e vitalistici, porsi in una situazione di totale catarsi spirituale attraverso la quale poter comprendere la scienza e la ragione come pureté raggiunte al di sopra della souillure. In questo senso, la psicanalisi bachelardiana dovrà accompagnare costantemente il formularsi e il progredire della ragione scientifica al fine di evitare che, a qualsiasi stadio del suo sviluppo, residui psichici inconsci contribuiscano a deformare la costruzione e la valenza dei concetti scientifici inficiando il carattere discorsivo di tale conoscenza.

La polemica bachelardiana si pone, in tal modo, come abolizione di ogni soggettività concreta: "certo - afferma Sertoli - essendo la scienza una costruzione, qualcuno la costruirà; ma questo qualcuno sarà un soggetto disumano, cioè impersonale e artificiale: anonimo. Se la scienza come atto richiede un soggetto, tale soggetto non è più che una funzione di quell’atto, e dunque una funzione della scienza medesima. Se questa è opera degli scienziati, e se è vero che gli scienziati sono uomini, è ancor più vero che gli uomini diventano scienziati - nel senso bachelardiano del termine - nel momento e nella misura in cui aboliscono in sé ogni umanità, ogni soggettività concreta e naturale, individuata, per farsi puri funzionari, puri artefici della scienza."

Il controllo delle pulsioni naturali, delle deviazioni psichiche del soggetto, la rimozione, quindi, degli ostacoli epistemologici che intralciano il cammino della scienza, è ben lontano, tuttavia, dal costituirsi come garanzia ultima dell’oggettività della conoscenza scientifica, della sua scientificità, appunto. "Per esser ben sicuri - afferma Bachelard - che lo stimolo non stia più alla base della nostra oggettivazione, per esser certi che il controllo oggettivo è una riforma e non un eco, bisogna giungere al controllo sociale." Bisogna giungere, dunque, all’istituzione di un controllo intersoggettivo, alla costituzione di un soggetto artificiale allargato che Bachelard chiama cité savante, un centro di ragioni che si controllano e rettificano a vicenda. La ragione scientifica, dunque, si identifica in ultima istanza in quella della cité savante, nella ragione di questa comunità scientifica idealizzata che si porrà a garanzia dei prodotti elaborati dalla scienza stessa.

 

 

3. I limiti della scientificità sistematica

L’analisi psicanalitica degli ostacoli epistemologici, la costituzione di un soggetto conoscente depsicologizzato, non conducono mai, dunque, ad un esito relativistico, solipsistico, bensì ad una visione chiaramente dialogica, intersoggettiva, partecipata, del processo razionale quale si realizza nell’esperienza scientifica. A quegli esiti che Vinti definisce "robinsoniani", Bachelard contrappone "l’idea di un sapere scientifico come una conoscenza la cui oggettività non è assolutamente garantita dal rapporto della soggettività individuale con l’oggetto dato, ma dall’aprirsi necessario del soggetto razionale, ad altri soggetti, dal partecipare del soggetto individuale alla realtà di una comunità, di una città, assolutamente separata dalla città comune, e che si caratterizza per le sue emergenze razionali, cioè per la sua disciplina e le sue leggi specifiche."

Questa visione intersoggettivamente realizzata dell’oggettività scientifica risponde alla necessità primaria di eliminare in sede epistemologica ogni contaminazione formalistica. L’esigenza fondamentale espressa da Bachelard in questa sede è quella di sradicare ogni residuo sistematico, di costruire un modello di scientificità lontano dalle costruzioni logiche e nomologiche care all’epistemologia tradizionale. La molteplicità di situazioni riscontrata nell’attività di ricerca, infatti, l’eterno pluralizzarsi della stessa razionalità scientifica, impone l’assunzione di un modello di sviluppo e di demarcazione altrettanto aperto e progressivo, capace, in ogni caso, di rendere conto della vastità e della complessità attraverso la quale si sviluppa questa attività. Pretendere di circoscrivere tale molteplicità in un meccanismo coerente e rigoroso, risulta, per quanto questo modello possa essere complesso, attività artificiosa e controproducente. Il rischio che si assume nell’intraprendere una operazione del genere è quello di compiere inevitabili forzature, di schiacciare l’insopprimibile molteplicità, propria della scienza, nel rigore e nella rigidità di un sistema assiomatico chiuso su se stesso. Pretendere di compiere una sistemazione logicamente organica dell’attività scientifica equivale a compiere una mutilazione profonda dello stesso pensiero filosofico impegnato nell’analisi di questo fenomeno. Impone cioè l’accettazione di determinate categorie di pensiero attraverso le quali dover leggere la scienza e le sue produzioni.

L’errore commesso da buona parte dell’epistemologia contemporanea è proprio quello di aver voluto trasporre in chiave filosofica i modelli nomologico-deduttivi che caratterizzano l’attività scientifica. In questo senso, Bachelard, nonostante le critiche che sovente rivolge alla disciplina filosofica e in modo particolare alla filosofia della scienza, sembra compiere un operazione tesa a salvare la specificità della speculazione filosofica. In questo senso, egli procede, ancora una volta, ad una naturale divaricazione di due modelli di razionalità tra loro non antitetici, ma comunque distinti. Bachelard attraverso il rifiuto di un logicismo di fondo rivendica l’assoluta autonomia della razionalità filosofica. La filosofia e in particolare l’epistemologia sono si al servizio della scienza, devono esserlo trovando la propria contemporaneità alla scienza, tuttavia, queste discipline sono altro dalla scienza, nettamente distinte da essa e operanti attraverso una metodologia propria che trascende la scienza stessa. Realizzare un modello di sviluppo filosoficamente corretto e realisticamente aderente alla realtà dei fatti si configura come una esperienza assolutamente altra dall’operare scientifico, essa sfugge ai vincoli di una determinazione assiomatica e nomologica in quanto non esiste unità nell’operare scientifico, non esiste possibilità di ridurre l’opera scientifica all’unità sistematica.

La presenza di un ostacolo epistemologico sembra riproporsi, in questo senso, nella ricerca di quella unità metodica capace di qualificare la disciplina scientifica come universo concettuale coerentemente ordinato. Bachelard respinge in maniera perentoria questa esigenza di unità, questo delirio sistematico nel delineare lo sviluppo della scienza. Concepire l’attività scientifica in senso unitario, al di là del pluralismo che naturalmente la caratterizza, equivarrebbe a riproporre un immagine della scienza come specchio fedele della natura, di quel cosmo ordinato e coerentemente organizzato, caro ad ogni visione realistica.

Proprio in questi termini si consuma la reale distanza che separa Bachelard da altre espressioni epistemologiche contemporanee e il riferimento, in primo luogo, va riconosciuto nell’impossibilità di rivendicare una precisa convergenza tra l’epistemologia bachelardiana, e la filosofia della scienza proposta da Karl Popper. L’ansia sistematica, infatti, presente in maniera rigorosa negli scritti del filosofo viennese, è totalmente assente in quelli bachelardiani. Il Proscritto alla logica della scoperta scientifica costituisce una dimostrazione emblematica della diversa impostazione di fondo che caratterizza i due profili epistemologici. Il rifiuto della fisica quantistica da parte di Popper, infatti, si caratterizza come conseguenza immediata di una visione della scienza e della scientificità opposte a quelle espresse da Bachelard. E’ vero che in taluni punti, che in più occasioni sono stati messi in rilievo nella nostra opera, la filosofia di Bachelard sembra collimare con esiti della speculazione popperiana, ma i punti di contatto sono soltanto sporadici e non motivati da convergenze di fondo come vorrebbe sostenere, per esempio la ricerca di Lo Piparo. E’ innegabile, infatti, che i due filosofi della scienza sono divisi fra loro da un’impostazione metafisica di fondo antitetica. La speculazione popperiana è chiaramente delineata verso una impostazione di stampo realista, verso la definizione di una ragione scientifica che risente ancora in maniera consistente, anche se non esplicita, di certi influssi ereditati dal positivismo logico che tende a giustificare e quindi a delimitare l’attività scientifica attraverso un complesso nomologico e algoritmico costruito aprioristicamente. L’esigenza, in questo caso, è quella di riduzione all’unità, alla ricompressione della molteplicità in un universo di standard ben definiti, nella costruzione di un criterio logico capace di sottendere uno spartiacque, seppur labile, tra la scienza e la non scienza.

La possibilità di ridurre all’unità la molteplice complicazione dell’universo scientifico poggia, in ultima analisi, sulla necessità psicologica, mai sopita, di individuare un rapporto di diretta referenzialità tra il prodotto della disciplina scientifica e la realtà in quanto tale. Lo stesso concetto di verosimiglianza espresso in un articolo raccolto in Congetture e confutazioni, costituisce una dimostrazione lampante di questa difficoltà di fondo su cui si irretisce l’intera speculazione popperiana. Affermare la possibilità di istituire in senso rigoroso e scientifico una valutazione oggettiva di una determinata costruzione teorica implica il ricorso necessario ad una realtà oggetivamente determinata capace di costituirsi come strumento di confronto, ma, d’altro canto, il ricorso alla verosimiglianza come indice di verità, garantendo uno sviluppo perenne della ricerca, si concretizza come un avvicinamento asintotico al reale. Una realtà che, in definitiva, la scienza non riesce mai a cogliere. Dunque, come è possibile poter garantire l’avvicinamento a qualche cosa che non si conosce? E’ chiaro che in questi termini il concetto di conoscenza scientifica perde, in ogni caso, il valore che ad essa si voleva attribuire a priori.

Le complesse problematiche che sorgono nella coerente applicazione del principio di falsificazione costituiscono niente altro che una conseguenza di questo fraintendimento di fondo. Attraverso questo ordine di idee, non è difficile comprendere la resistenza di Popper all’assimilazione della meccanica quantistica, la cui giustificazione è resa possibile soltanto attraverso un ribaltamento di queste categorie di pensiero. Il rigido controllo algoritmico e sistematico, di conseguenza, va sostituito dal controllo sociale della teoria. Se è vero, infatti, che l’intersoggettività è criterio necessario, ma non sufficiente a garantire l’oggettività in senso sostanziale, questa, come osserva Toraldo di Francia, risulta "certamente sufficiente per sviluppare una scienza" nel momento in cui la scienza stessa venga compresa in un panorama epistemologico sottratto da ogni visione ontologizzante dei suoi prodotti.

Al di là dell’epistemologia popperiana, dunque, più vicina alle esigenze bachelardiane, e, quindi, a quelle della fisica contemporanea, ci sembra, semmai una posizione di stampo kuhniano, o tuttalpiù, per certi aspetti, una prospettiva di demarcazione, o meglio, di non-demarcazione alla Feyerabend. Non vi è dubbio che la prospettiva bachelardiana sopperisca a certe lacune intraviste nel pensiero di quest’ultimo, ma è altrettanto vero che sia Kuhn che Feyerabend, nel rifiuto di una epistemologia sistematica, accolgono dal pensiero bachelardiano la necessità di una visione intersoggettiva della scienza, puntando l’attenzione non sulla ricerca di standard capaci di definire in maniera non ambigua l’oggetto scientifico, ma, similmente a Bachelard, sul processo sociale di oggettivazione. Questo cambiamento, questo ribaltamento della prospettiva di indagine, è bene evidenziarlo, non può essere considerato semplicemente come una presa di posizione ingiustificata, ma è determinato piuttosto, dalla reale impossibilità di giustificare una determinata costruzione teorica per via empirica (come farebbe supporre il falsificazionismo) o per via logica (strada battuta dal positivismo logico), in maniere apodittica e rigorosa, priva di forzature e chiaramente aderente al reale svolgimento dell’attività scientifica.

La possibilità di creare degli standard di riferimento immutabili, capaci di decretare in maniera inequivocabile il valore di una teoria attraverso un processo algoritmico precisamente individuato, è determinabile, infatti, attraverso l’accettazione di due condizioni preliminari, per nulla verificate. Ci riferiamo alla possibilità di giustificare una teoria su basi sperimentali e/o logiche, sulla determinazione di precisi indici di verità e di coerenza. La prima condizione, che abbiamo già respinto in più occasioni, implica la possibilità di instaurare un confronto diretto tra i fatti e la teoria. Non vogliamo ritornare sulle motivazioni che ci hanno spinto a rifiutare la possibilità di questo confronto, in questa sede basterà notare che le difficoltà legate al presentarsi di questa condizione fondamentale erano già note allo stesso Neurath che, attraverso lo sviluppo della sua tesi fisicalista propone di istituire un confronto interno allo stesso linguaggio scientifico e non attraverso il ricorso alla realtà extralinguistica dell’esperienza. Secondo Neurath, cioè, la verifica di una teoria dovrebbe avvenire non in base al confronto diretto con l’esperienza, ma attraverso la comparazione della stessa con enunciati osservativi costantemente rettificabili. La possibile contraddizione, in questi termini, non sarebbe dunque rilevabile tra la teoria e i fatti, ma tra una proposizione protocollare ed un’altra proposizione. Neurath, inaugurando una visione convenzionalistica della scienza, elimina la prima condizione fondamentale attraverso la quale è possibile controllare una teoria, restringendo la verifica ad un semplice controllo di coerenza formale interno alla scienza stessa.

E’ noto ormai da tempo, tuttavia, che, in virtù di alcuni importanti teoremi della logica, i cosiddetti teoremi limitativi, questo atto di giustificazione fondato sul riconoscimento della semplice coerenza formale ci costringerebbe, secondo le parole di Maria Luisa Dalla Chiara, "a spendere ulteriormente una buona dose di fiducia matematica." Come osserva efficacemente quest’ultima, infatti, logicamente, risulta impossibile dimostrare persino la coerenza di una teoria fondamentale e indubitabile come l’aritmetica. "La sua coerenza, infatti, è dimostrabile solo a prezzo di accettare certi principi matematici che l’aritmetica stessa non è in grado di dimostrare."

"Abbiamo citato l’aritmetica - continua la Dalla Chiara - che rappresenta un caso di teoria matematica estremamente stabile, nel senso che risulta invariante rispetto ai diversi approcci fondazionali e rispetto a diverse possibili trasformazioni della base logica della teoria." Naturalmente, ciò comporta che tutti questi problemi si complicano nel caso delle scienze empiriche dimostrando di fatto l’impossibilità di determinare la coerenza di un determinato linguaggio senza l’ausilio di un metalinguaggio che, tuttavia trascende il primo. Lo scacco dell’epistemologia sistematica, dunque, non è determinato esclusivamente dall’impossibilità di fondare una conoscenza su stati di cose accertati empiricamente, esso è principalmente il frutto di una condizione logica, che compromette in maniera irreparabile la pretesa di accertare la scientificità di una teoria anche soltanto in base al suo rigore formale.

D’altro canto, pretendere di bollare come non corretta una teoria che, presenta passaggi problematici in determinati ambiti del suo campo d’azione, equivarrebbe, in maniera perentoria ad ipostatizzare lo stesso processo di sviluppo che caratterizza l’intera disciplina scientifica. Qualsiasi teoria che non lascia spazio a tali situazioni, siano esse logiche o empiriche, prepara già il suo superamento, sarebbe sorpassata sul nascere in quanto incapace di convogliare la ricerca su problematiche specifiche. Ogni teoria diventa chiara e ragionevole solo dopo che parti incoerenti di essa sono state usate per molto tempo. Una tale anticipazione parziale irragionevole, assurda, in violazione di ogni metodo, risulta quindi un presupposto inevitabile della coerenza e del successo empirico. Si pensi per esempio al modello atomico proposto da Bohr. Il problema di fondo, in questo caso, era rappresentato dalla sorprendente stabilità del modello planetario in quanto gli elettroni orbitanti intorno al nucleo avrebbero potuto conservare la loro stabilità soltanto attraverso una preventiva confutazione della ben corroborata teoria elettromagnetica di Maxwell-Lorenz.

E’ interessante notare, in proposito, come il programma di Bohr non contemplasse affatto la possibilità di giungere ad una risoluzione di questa incoerenza. Ciò dimostra come la fisica quantistica, pur innestandosi su un programma di ricerca antecedente - e ciò, come abbiamo osservato in precedenza risulta inevitabile per ogni formulazione teorica nuova - essa risulta palesemente incompatibile con questo, ma ciò non sconvolgeva affatto i fisici, o almeno, non tanto da bollare questa ipotesi come non scientifica. Questa situazione paradossale, però, rende inefficace ogni definizione aprioristica e sistematica di uno standard di scientificità, in quanto, in situazioni come quella mostrata ci troviamo di fronte ad una situazione di palese incoerenza.

Di fronte allo sviluppo del modello atomico proposto da Bohr è possibile confutare, in un sol colpo, ogni pretesa di descrivere lo sviluppo della scienza attraverso un modello convenzionalista, nonché la possibilità di definire il campo di scientificità mediante una pratica falsificazionista. Una teoria scientifica, nella prima fase del suo sviluppo si presenta in maniera evidentemente incoerente con il patrimonio scientifico acquisito e ciò la espone naturalmente ad ampie possibilità di falsificazione, in quanto tale processo implicherebbe il confronto sperimentale con una realtà che appartiene ad un altro ambito teorico, una realtà che ha trovato la sua oggettivazione in un ambito razionale distinto. La nascita e lo sviluppo della meccanica dei quanti costituisce una prova indiscutibile di questo stato di cose. Le numerose situazioni paradossali che sembrano contraddistinguere la sua applicazione costituiscono nient’altro che il residuo di una scientificità anteriore a quella delineata da questa teoria. L’applicazione di una teoria matematicamente coerente come la meccanica matriciale, non può condurre ad esiti paradossali se i termini di confronto appaiono leciti, se, cioè, si analizzano i suoi effetti all’interno della teoria stessa, all’interno cioè del suo intrinseco campo di applicazione. Come si è osservato nei primi capitoli di quest’opera l’emergenza di situazioni paradossali deriva da una impropria interpolazione che coinvolge due universi significativi tra loro distinti, due modalità di concepire la conoscenza scientifica che non possono essere tra loro sintetizzate. Una difficoltà che si lega, in ultima istanza, al tentativo formulato da una buona parte dell’epistemologia contemporanea di determinare una razionalità concepita in senso unitario, priva di quelle articolazioni e divaricazioni proprie del pensiero bachelardiano. In definitiva, dunque, nel momento in cui si cerca di delineare un proficuo criterio di demarcazione è bene prendere coscienza del fatto che ogni condizione di coerenza logica e metodologica che pretende di assumere un valore universale nell’ambito della scienza, analizza una determinata costruzione teorica, non attraverso una contrapposizione diretta tra la teoria e un determinato stato di cose, ma tra due diverse teorie. Gli stati di cose, infatti, i fatti, altro non sono se non una costruzione determinata attraverso l’ausilio di una ideologia anteriore a quella presa in esame.

Da questo punto di vista potremmo affermare che la storia della scienza si presenta sempre più ricca, più varia e multilaterale, più astuta di quanto possano immaginare il miglior storico e il miglior epistemologo. Le condizioni in cui si trova ad operare lo scienziato, come dimostra efficacemente il caso del modello atomico di Bohr, non gli permettono di accettare condizioni troppo restrittive nella costruzione del suo universo concettuale, in base all’autorità di un determinato sistema epistemologico. Un processo complesso comprendente sviluppi sorprendenti e imprevisti, come quello della ricerca scientifica, presenta difficoltà insuperabili ad una analisi la quale operi sulla base di regole costruite in anticipo e senza tener conto delle sempre mutevoli condizioni che ne caratterizzano la storia. E’ un fatto, che sviluppi cruciali si verificano in ambito scientifico nella misura in cui alcuni pensatori decidono di non lasciarsi vincolare da certe procedure metodologiche o semplicemente perché, involontariamente, si trovano a violare determinati standard di riferimento. La fisica quantistica è un esempio di tutto ciò.

4. Intersoggettività e scientificità

A difesa di un modello di scientificità come quello proposto da Bachelard, fondato sulla dimensione dialogica dell’uomo di scienza e sulla condivisione sociale di una determinata problematica scientifica, è da notare il fatto che mai come oggi è lecito parlare di una scientificità socializzata, realizzata all’interno di una comunità scientifica i cui confini sono ben caratterizzati. Forse, per la prima volta nella storia della disciplina fisica, una teoria di primo livello come quella quantistica nasce, in maniera del tutto anomala, non dall’opera di un individuo isolato, ma dalla partecipazione di una molteplicità di soggetti, all’interno di una vera e propria scuola di pensiero che raccoglie l’eredità di una ipotesi piuttosto scomoda e audace come quella formulata da Planck all’inizio del XX secolo. Pur riconoscendo nella formulazione della meccanica matriciale heisenberghiana il momento centrale e fondamentale della definizione della fisica dei quanti, è innegabile che il suo sviluppo appare costellato da una miriade di contributi specifici che coinvolgono, oltre agli stessi, già citati Heisenberg e Planck, Niels Bohr, Albert Einstein, Max Born, Luis de Broglie e, ancora, Millikan, Schroedinger, Dirac e tanti altri. Una comunità di fisici, dunque, che più o meno entusiasticamente convoglia il proprio interesse attorno ad una ben determinata problematica.

L’elemento più interessante in questo processo, tuttavia, è costituito dalla specifica modalità attraverso la quale la meccanica dei quanti conquista lo statuto di scientificità. Questo risultato è raggiunto, non tanto e non solo attraverso le evidenti conferme sperimentali, ma soprattutto grazie alla volontà di una parte consistente della comunità scientifica che ha riconosciuto nella meccanica dei quanti una prospettiva di indagine fortemente progressiva, un vettore epistemologico capace di condurre la ricerca ad esiti fortemente innovativi. Abbracciando la meccanica dei quanti, questi fisici hanno aderito ad una vera e propria cité savante, si sono fatti carico dello sviluppo di una problematica o di una serie di problematiche ben determinate, attraverso una scelta che si configura anche come movimento spirituale, in quanto comporta l’abbandono di certe categorie scientifiche di riferimento e l’ingresso in un universo di significati del tutto nuovo.

E’ proprio questo interesse esercitato dalla nascente microfisica su un gran numero di ricercatori, questo convogliamento di energie umane e materiali, intorno ad una problematica specifica a determinare la valenza scientifica di una determinata costruzione teorica. Paradossalmente, la prova di tutto ciò è fornita direttamente da quei fisici che, insoddisfatti dagli esiti forniti dal nuovo indirizzo scientifico hanno cercato di abbracciare strade alternative contrapponendosi al "pasticciaccio dei quanti." Una volta di più, infatti, viene dimostrata l’impossibilità di giudicare il reale valore di una teoria affidandosi ad un metodo esterno, precostituito, capace di indicare il grado di affidabilità di una determinata costruzione. L’opposizione che singole personalità scientifiche hanno mostrato nei confronti della fisica dei quanti non ha impedito, infatti, che questa teoria si costituisse come strumento privilegiato di indagine, come motore di ricerca verso la definizione di problematiche specifiche interne alla teoria stessa. La meccanica quantistica, grazie all’appoggio della comunità scientifica, o di gran parte di essa si è istituzionalizzata, è in tal senso che gli strumenti concettuali proposti da questa hanno acquisito il loro statuto di scientificità. Una conferma importante, in questo senso, viene dall’opinione espressa da Bertrand d’Espagnat in un suo recente saggio in cui si discute l’approdo soggettivistico della speculazione heisenberghiana. Nella sua visione, questo approdo risulta fondamentalmente in sintonia con una visione intersoggettiva della scienza: "Nell’interpretazione di Heisenberg - egli afferma - la nostra scienza deve oggi fondarsi soltanto sull’intersoggettività. Deve rassegnarsi a cercare di non descrivere più ciò che possiamo significativamente adornare col nome di natura in sé."

Una teoria, dunque, anche nell’opinione di D’Espagnat, non nasce scientifica, ma diventa tale attraverso un processo di sviluppo capace di convogliare su di essa l’attenzione una considerevole quantità di soggetti impegnati nella ricerca. Nel panorama scientifico contemporaneo, la singolarità di una nuova verità esige, nella sua artificialità, la pluralità e la socialità. Il lavoratore isolato non può trovare da sé la verità scientifica, esso deve inserirsi in un contesto sociale favorevole. La scientificità si determina come tale in quanto pubblica, partecipata, soggetta al controllo e alle critiche di una comunità definita. Come rivela Vinti, "Bachelard non nega che la verità scientifica possa avere un suo momento nascente a livello individuale e personale, al livello dell’audacia creativa, spesso, dai grandi spiriti, vissuta in solitudine. Come non ricordare - continua - quelle solitudini particolari e quelle nuove idee basilari che sono dei fattori di solitudine, quel solipsismo che attraversa anche le culture meglio organizzate; come non ricordare la solitudine del pensiero di Einstein che mettendo in crisi la nozione di simultaneità, rompe con la cultura scientifica del suo tempo, o la solitudine del pensiero di Louis de Broglie che con il suo dubbio sull’unità del corpuscolo pone le basi della nuova meccanica ondulatoria; tuttavia, le intuizioni e scoperte di Einstein e de Broglie non sarebbero scientificamente rilevanti, il loro audace razionalismo non avrebbe alcun carattere scientifico se non avesse acquistato i caratteri della comunicabilità, se non fosse divenuto autentico razionalismo insegnante, se non fosse stato immesso e non avrebbe creato esso stesso una nuova comunità scientifica." Il pensiero teorico individuale, dunque, per raggiungere i canoni della scientificità deve, traducendosi in pensiero condiviso, essere sottoposto al giudizio dell’altro, confermarsi nella convalida intersoggettiva. Una teoria scientifica diventa tale nel momento in cui un numero rilevante di scienziati appartenenti alla comunità scientifica decide di interessarsi ad essa, di approfondire le problematiche specifiche che questa solleva e quindi, elevarla a guida della ricerca, a vettore epistemologico privilegiato. E’ in questo modo che una teoria si costituisce come strumento paradigmatico di riferimento. "La solitudine dello scienziato - scrive Sertoli - non è un destino come la solitudine del reveur, bensì è solo l’attimo di emergenza di una nuova congettura, di una nuova teoria; essa presto si abolirà nella costruzione attorno a sé di una nuova comunità scientifica, in una collaborazione e in una socialità rinnovate e più profonde. La scienza vive in questi due momenti che si succedono senza posa: l’emergenza e l’istituzionalizzazione (o, per dirla con Kuhn, la rivoluzione e il paradigma ormai divenuto scienza normale); se la prima è un gesto e un luogo di solitudine, poi essa si crea subito attorno una nuova collettività, nel momento in cui trapassa nella seconda. Lo scienziato può essere solo in un determinato istante, ma, se è veramente scienziato, non rimane mai solo."

In questo modo appare superato anche il complesso problema della demarcazione, non tanto perché questo trova una definitiva soluzione o un sicuro aggiramento, quanto perché si rivela, alla fine dei conti, un falso problema, un ostacolo nell’ostacolo, in quanto lo statuto scientifico attribuito ad una determinata costruzione teorica è sempre un’operazione posteriore alla determinazione della teoria stessa. Non a caso, l’accusa più frequente che viene mossa alla fisica quantistica è quella di costituire il prodotto di una ideologia di fondo, di una precisa visione metafisica che, secondo alcuni, ne ha permesso la particolare formulazione compromettendone gli esiti. Nella prima parte di quest’opera abbiamo voluto fornire anche un succinto riassunto bibliografico comprendente alcune opere tese a privilegiare questa tesi di fondo, dimostrandoci, tutto sommato, fondamentalmente d’accordo, sia pure con le riserve del caso, a condividere una visione di questo tipo. Quello che conta, tuttavia, è il fatto che nonostante ciò, la forte valenza progressiva della meccanica dei quanti ha spinto gran parte della comunità scientifica a trascurare l’inevitabile componente metafisica intrinsecamente presente nella teoria, accogliendo di buon grado le nuove possibilità interpretative che tale costruzione permetteva.

Il problema della valenza metafisica di una teoria scientifica, dunque, è una questione superata in partenza per due fondamentali ragioni: da una parte in quanto tali compromissioni sembrano esser ben accette nella comunità scientifica qualora la teoria si dimostri, come è il caso della fisica quantistica, in tutto il suo valore pragmatico e, dall’altra in quanto, come ha osservato Agazzi in una sua recente opera dal titolo emblematico, risulta impossibile compiere una totale divaricazione tra fisica e metafisica, pretendere di elevare uno spartiacque netto tra questi due campi. Nessuna costruzione epistemologica, per quanto elaborata può pretendere di cogliere la distanza infinitesima che separa questi due campi del sapere proprio perché essi non sono effettivamente distinti. Lo stesso rifiuto della meccanica quantistica in sede scientifica ed epistemologica risulta essere indice di una visione del mondo e della scienza opposta a quella espressa nella suddetta teoria. Qui, come ha mostrato efficacemente Bachelard, di fatto, entrano in gioco fattori di resistenza non solo metafisici, ma addirittura psicologici.

E’ chiaro, in questo senso, che la figura ideale di soggetto anonimo e depsicologizzato tracciata da Bachelard è ben lontana dal poter essere estesa ad entrambe le parti. Tuttavia, un’analisi accurata degli atteggiamenti filosofici mostrati dai fisici vicini alla scuola di Copenaghen tende a risultare sicuramente più aperta e libera da ostacoli, rispetto a quella parte della comunità scientifica impegnata nello sforzo di salvare certe modalità interpretative legate ad una visione unitaria e ontologicamente rilevante della scienza e dei suoi prodotti. "Forse - osserva Bachelard in proposito - si avrebbe una larga via di accesso ai problemi del fondamento dell’essere, se si cominciasse a studiare semplicemente i problemi della solidità dell’essere, cioè, se, invece di sviluppare una ontologia dell’intuizione immediata da parte di un cogito iniziale, si perseguisse la lenta e progressiva ricerca di una ontologia discorsiva in cui l’essere si consolida attraverso la sua conoscenza." Una ontologia scientifica, quella proposta da Bachelard, come rivela coerentemente Sertoli: "Il consolidamento dell’essere - dell’esistenza degli oggetti reali in quanto realizzati dalla scienza - è la definizione della conoscenza stessa come processo costruttivo. Una conoscenza fenomenologica sarebbe rivelazione progressiva di un essere già dato, mentre una conoscenza come fenomenotecnica (o noumenotecnica) è invece progressiva costituzione di un essere. Il consolidamento di questo, cioè di ciò che la ragione scientifica pone, è l’esito, il seguito delle verifiche approssimazioni in cui abbiamo visto consistere il processo della scienza."

Attraverso queste considerazioni riusciamo a comprendere a fondo lo stesso sforzo operato da Bachelard nel delineare una scientificità dialogata, un’oggettività che non può, in ogni caso fermarsi alla giustificazione soggettiva, ma deve allargarsi alla critica, al giudizio e, infine, all’approvazione della comunità: "Chiamiamo gli spiriti alla convergenza annunciando la nuova scientificità - dichiara il filosofo francese - trasmettendo ad un tempo un pensiero ed una esperienza, legando il pensiero ad una esperienza di verifica: il mondo scientifico è dunque la nostra esperienza di verifica. Al di là del soggetto e al di là dell’oggetto immediato, la scienza moderna si fonda sul progetto. La meditazione dell’oggetto attraverso il soggetto assume sempre, nel pensiero scientifico, la forma di un progetto." Così come la determinazione dell’oggetto scientifico avviene attraverso un opera di costruzione tecnico-razionale, allo stesso modo, l’attribuzione dei caratteri di scientificità, si costituisce come esperienza di realizzazione che trovando il suo momento iniziale nell’attività razionalizzante del soggetto, non può esimersi dal presentarsi come espressione condivisa, accettata in quanto pubblicamente verificata; non può essere staccata dai caratteri sociali della prova. L’oggettività scientifica deve fondarsi a partire dal controllo che l’altro compie nei confronti del soggetto individuale.

L’assunzione degli attributi di scientificità non è più un’operazione che possa concretizzarsi attraverso l’apertura di una determinazione teorica verso la realtà effettuale, verso un determinato stato di cose. Lo iato che separa la realtà effettuale da quella scientifica - la natura dall’universo constructo - rende sterile, non solo ogni possibilità di attribuire i caratteri di scientificità in maniera aprioristica, fondando la propria iniziativa su un insieme di assunti legittimamente accettati come regola generale, ma addirittura interviene a compromettere lo stesso momento di confronto sperimentale. Ogni possibilità di conferma o di falsificazione risulta essere vana in questa prospettiva delineata da Bachelard in quanto viene a cadere lo stesso termine di confronto, lo stesso riferimento primario attraverso il quale compiere l’opera di controllo. Nella fisica dei quanti, d’altro canto, siamo ben lontani dall’individuare una scientificità del concreto se è vero che la struttura ultima dell’universo quantistico, come si è rilevato in precedenza, è essenzialmente rintracciabile soltanto su un piano strettamente matematico. Ciò impone l’apertura "dia-lettica" e "dia-logica" della stessa soggettività epistemica. "Per molti filosofi - osserva Bachelard - i principi del razionalismo si limitano alle condizioni della logica. Le condizioni logiche , ammesse da ogni filosofia, inserite nelle regole stesse del linguaggio, non svolgono tuttavia, nessuna azione positiva particolare nello sviluppo della conoscenza scientifica." Solo l’immissione delle certezze soggettive in questo circuito allargato costituito dalla comunità scientifica, può garantire la conquista della scientificità, il riconoscimento intersoggettivo, cioè, del lavoro svolto. L’oggettività, perciò, si costituisce come una consolidazione intersoggettiva di atti e di quanto questi atti producono. Il vero razionalista si assicura la permanenza dell’oggetto attraverso un lungo lavoro di obiettivazione che, dall’abbandono della storicità personale, lo conduce verso la creazione di una giustificazione garantita dalla dialettica intersoggettiva.

Emerge, in questo senso, una caratteristica fondamentale del sapere scientifico alla quale Bachelard accorda una importanza fondamentale: quella della comunicabilità. La conoscenza, per presentarsi in termini scientifici, deve fare il suo ingresso nel circuito della comunicazione, luogo in cui, le conoscenze personali perdono il loro statuto privatistico divenendo discorsive, si presentano pronte per accogliere il favore o le critiche della comunità scientifica. Con un evidente atto di sfida nei confronti di tutte quelle epistemologie che pretendono di elevarsi aprioristicamente a modelli logici di giudizio, Bachelard scrive: "Siamo nel regno del sentimento o nel regno della conoscenza? Qualcuno più acuto di noi deciderà. Tutto ciò che possiamo affermare è che siamo qui al limite dei valori epistemologici e dei valori psicologici. In questa zona di valorizzazione, la cultura indica sempre la stessa direzione, quella che mostra come un valore psicologico diviene un valore epistemologico. E’ in questo passaggio che dobbiamo cogliere il differenziale di depsicologizzazione, determinando a quali condizioni una conoscenza personale ha qualche sicurezza di diventare una conoscenza della città scientifica, come una convinzione individuale diviene un fattore di propaganda del vero."

Nel presentare una propria convinzione, lo scienziato non si limita ad esprimere se stesso, ma sostiene una rivendicazione; egli tenta di trovare un modello capace di soddisfare determinati requisiti fattuali, la cui realizzazione non può essere garantita in anticipo. Una nuova proposta, infatti, apre una precisa problematica e proponendo un certo credo scientifico implica il riconoscimento non della sua esattezza, ma la sua plausibilità; tutto ciò significa, di fatto, concepire la personalità individuale hic et nunc come collegata, attraverso un potenziale dialogo, ad altri, le cui differenza di luogo e opinione permettono, tuttavia, un discorso comune e l’accesso ad un universo significativo condiviso. Questa condivisione equivale all’apertura di una critica intesa come strumento di controllo, al potenziamento di quelle qualità di imparzialità e di distacco proprie del soggetto impegnato scientificamente. La genesi di una nuova teoria non può essere sorretta da un metodo di giustificazione stabilito. Il pensiero teorico individuale, per essere scientificamente rilevante, deve tradursi in sapere comunicabile, deve confermarsi nel dialogo, nella critica, avere una convalida intersoggettiva.

"La proprietà dei fatti della ragione - osserva Bachelard - è di essere comunicabili; mostreremo che essi danno una azione interpsicologica molto particolare: assolvono altri dai loro errori o, grazie ad essi, altri ci assolvono dai nostri. Sono, fra i fatti dell’io-tu, quelli che portano la certezza di ridurre gli errori di un terzo soggetto." Il rapporto interpersonale, tuttavia, è bene precisarlo, è riconsiderato da Bachelard esclusivamente sul versante epistemologico. "Il dialogo scientifico, infatti - come evidenzia Vinti - non realizza il fenomeno della proiezione psicologica, esso non è nell’ordine della comunione, ma in quello della comunicazione, cioè, è visto come fondamento della razionalità e dell’oggettività scientifica." La relazione con l’altro, cioè, è intesa, in questo senso a rivendicare il carattere sociale del pensiero scientifico come conseguenza del suo statuto intersoggettivo: "In queste condizioni - scrive ancora Bachelard - ci sembra che il cogito ad obbligazione reciproca, sotto la sua forma più semplice, dovrebbe esprimersi così: io penso che tu penserai ciò che ho or ora pensato, se ti informo del dato di ragione che mi ha obbligato a pensare prima di ciò che io pensavo. E’ questo il cogito di induzione reciproca obbligatoria. Questo cogito, del resto, non appartiene propriamente, all’ordine dell’interconstatazione. Si forma prima dell’accordo dell’io e del tu, perché appare, nella sua prima forma, nel soggetto solitario, come una certezza d’accordo con l’altro razionale, una volta stabilite le premesse pedagogiche. Si può obbligare alla constatazione: poiché riconosco che ciò che ho pensato è una normalità per un pensiero normale, ho i mezzi per costringerti a pensare ciò che io penso. Difatti, penserai ciò che ho già pensato nella misura in cui ti renderò cosciente del problema di cui ora ho trovato la soluzione. Saremo uniti nella dimostrazione appena avremo la garanzia d’aver posto chiaramente lo stesso problema. Del resto, per ricorrenza, la soluzione di un problema determina una nuova chiarezza nel suo enunciato. Il rapporto problema-soluzione è una istanza epistemologica che domina l’empirismo di constatazione. A qualunque livello si ponga questa constatazione - sia questa constatazione sensibile o psicologica - appena è constatazione della risoluzione del problema, beneficia dei valori della scoperta ben ordinata. C’è consacrazione di un metodo, prova di efficienza di un pensiero, socializzazione della verità."

 

 

 

 

5. La natura della comunità scientifica

La cité savante costituisce il luogo privilegiato in cui il dialogo scientifico si realizza producendo i suoi frutti. Questa comunità, nella trattazione bachelardiana conserva, pluralizzandoli, i caratteri propri della soggettività epistemica. Anzi, il carattere intersoggettivo proprio della comunità scientifica tende ad amplificarli realizzando compiutamente quella purezza posta a garanzia dell’oggettività scientifica. Questo statuto di soggetto molteplice, di unità plurima che contraddistingue questa costruzione, tuttavia, ne rappresenta, al tempo stesso, il suo limite più marcato. Lo stesso soggetto impegnato scientificamente, infatti, nella sua assoluta impersonalità si determina come costruzione ideale, limite e modello del soggetto reale. Questi caratteri, naturalmente, riflettendosi nella costruzione di una comunità scientifica che trova la sua ragion d’essere proprio dall’unione di questi soggetti idealizzati, svincola la costruzione bachelardiana da ogni compromissione empirica, rendendola però, allo stesso tempo, incapace di rilevare in senso fenomenologico quei rapporti che nella realtà dei fatti intercorrono tra gli individui che partecipano attivamente alla comunità. Quello che Bachelard coscientemente rifiuta è l’addentrarsi in problematiche di tipo sociologico, lo sviluppare una analisi precisa delle relazioni interpersonali che si instaurano all’interno della comunità scientifica o, dei rapporti altrettanto importanti, che la stessa comunità intrattiene con l’esterno. La visione bachelardiana risulta governata da un rigido internismo difficilmente riscontrabile nella realtà.

Quali sono, dunque, le motivazioni che spingono il filosofo francese a conservare questa impostazione di fondo? Un modello idealizzato di comunità scientifica come quello definito da Bachelard, i cui membri, a loro volta, costituiscono una ulteriore idealizzazione di soggetti realmente impegnati nella ricerca scientifica, si presenta, agli occhi di chi scrive, non solo come l’istituzione di un modello metodologico a cui ogni comunità scientifica deve ispirare la propria attività, ma soprattutto, come un tentativo di evitare ogni possibilità di avviare un processo di regressione infinito. Un modello di sviluppo come quello delineato dal filosofo francese, infatti, può lasciare aperta una ulteriore possibilità di critica: fondando l’oggettività di una teoria scientifica sul suo statuto intersoggettivo e, quindi, sull’accettazione della stessa da parte di un considerevole numero di individui, potremmo ancora chiederci, quali sono i criteri attraverso i quali i singoli soggetti decidono di aderire ad un determinato campo di ricerca? Questo ulteriore interrogativo, dunque, non fa altro che riportare il nostro discorso alle premesse.

La presa di posizione bachelardiana, la delineazione di un soggetto epistemico depsicologizzato e spersonalizzato sembra in parte sopperire a questa empasse, tuttavia, questa condizione, non solo non risolve compiutamente tutti i nostri dubbi, essa risulta oltretutto poco aderente alle reali modalità attraverso le quali il soggetto conoscente agisce. Analizzando l’evoluzione di una teoria da un punto di vista strettamente storico, infatti, non è difficile intravedere come certi condizionamenti psicologici o sociali influiscano in maniera più o meno diretta sulle scelte dello scienziato. Il modello ideale tracciato da Bachelard ha certamente un suo valore euristico nel delineare lo sviluppo di una determinata realtà teorica, esso, tuttavia, va svincolato dal rigido internismo in cui Bachelard lo ha sviluppato. Per essere veramente funzionale ed epistemologicamente stimolante, cioè, va inserito, di volta in volta, nell’idoneo contesto socio-culturale in cui i soggetti impegnati scientificamente si trovano ad operare.

Una determinata dottrina scientifica non si sviluppa mai in una asettica cornice di soggetti inumani, ma nella poliedricità di un contesto sociale e culturale di cui questi stessi soggetti risentono in maniera rilevante. Ciò, a ben vedere, non costituisce un problema insormontabile e non necessariamente ci porta verso un regresso infinito in quanto questi stessi fattori culturali e sociali, sempre mutabili, rappresentano un naturale, quanto imponderabile strumento di scelta. Se ci spingiamo ancora una volta verso un’analisi storica della scienza, non è difficile notare come lo sviluppo di determinate convinzioni possa avvenire soltanto in seguito ad adeguamenti culturali estranei alla stessa disciplina scientifica.

Quando Thomas Kuhn ne La rivoluzione copernicana presenta le cosmologie primitive come concezioni dell’universo "modellate in primo luogo da eventi terrestri" in cui "i cieli sono disegnati semplicemente per inquadrare la terra", evidenzia, come una determinata interpretazione teorica rifletta necessità legate ad un preciso ambito culturale, confermando come l’astronomia tolemaica e, in secondo momento la teoria eliocentrica, costituiscano il frutto di una profonda rivoluzione che prima di essere scientifica è stata sociale e spirituale. Nello stesso modo, possiamo procedere all’individuazione di numerosi casi analoghi: dimostrazioni teoriche e prove sperimentali sviluppate in modo coerente e matematico, capaci di dimostrare la sfericità della superficie terrestre, erano state avallate già diversi secoli prima di Cristo, eppure, questa intuizione, seppur vera, fu tranquillamente dimenticata dalla storia per molti secoli. Conseguentemente, quando Sertoli afferma, con chiaro riferimento alla fisica quantistica che "la scienza dell’Ottocento aveva ancora un centro" mentre "la scienza del Novecento non lo ha più - perché non lo ha più la società", vuole semplicemente affermare che questa teoria è figlia del suo tempo, e che probabilmente non avrebbe potuto svilupparsi in un ambiente culturale diverso da quello in cui effettivamente si è costituita come tale.

Comprendere ciò significa in primo luogo affermare la possibilità di sviluppare il modello ideale tracciato da Bachelard fino a farlo coincidere con determinate peculiarità, proprie di una comunità scientifica reale, immersa in un preciso contesto storico. In questo modo, il modello di riferimento, nella sua intrinseca purezza, svolgerà essenzialmente la funzione di costruzione paradigmatica capace di guidare una determinata comunità verso un preciso standard normativo. In questo passaggio dall’ideale al reale, tuttavia, non verrà compromesso lo statuto scientifico della stessa comunità, anche se si dovrà ammettere di buon grado che le scelte di un determinato gruppo di lavoro risulteranno, in ogni caso, compromesse da fattori esterni che, proprio in virtù di questa caratterizzazione, costituiscono un elemento decisionale difficilmente quantificabile. Quello che si vuole raggiungere in questo modo non è, nel modo più assoluto, un modello di sviluppo non cognitivista che affida il progresso della scienza alle determinazioni del caso, tutt’altro. Ciò che si vuole dimostrare è, semmai, ancora una volta, l’impossibilità di raggiungere certe decisioni attraverso l’applicazione di un semplice modello referenziale, possibilità peraltro cara a quella filosofia della scienza che lo stesso Bachelard rifiuta. E’ bene comprendere dunque che se l’indugiare su un semplice modello ideale equivarrebbe a vanificare quello sforzo di avvicinamento alla dinamica realtà del sapere scientifico, d’altro canto, il naturale tentativo di giustificare la scienza, comporta inevitabilmente il superamento delle stesse categorie razionali attraverso le quali questa disciplina trova la sua azione.

Il sentiero epistemologico tracciato da Bachelard, se percorso fino al suo limite estremo, sembra condurci verso una visione del tutto nuova della scientificità, una visione che tuttavia si apre verso una dimensione altra dalla scienza, una dimensione in cui il soggetto impegnato scientificamente è chiamato ad operare una scelta, ad esprimere un giudizio di valore. L’accettazione di una determinata problematica di lavoro, compiuta da un gruppo di scienziati comporta questa scelta. Il soggetto che opera scientificamente, in definitiva, non può esimersi dall’assumere questa decisione di fondo che per tutti quei motivi che abbiamo elencato in precedenza non può essere affidata ad un semplice calcolo logico. E’ in questo senso che questa scelta acquista una sua valenza etica e, quindi, il riconoscimento di precisa responsabilità da parte del soggetto. La conclusione, infatti, non è infallibile; non esiste, a priori, nessuna garanzia certa riguardo agli sviluppi di un determinato programma. Non esistono, altresì, garanzie che la decisione di una comunità scientifica sia unanime nei confronti dello stesso. E’ possibile che soggetti dotati di adeguate informazioni deliberino sull’argomento senza raggiungere la medesima decisione, proprio perché la scelta, come notavamo in precedenza è compiuta da soggetti reali e non puri, e compromessa, quindi, in maniera imponderabile da elementi estranei alla stessa razionalità scientifica. Ciò, tuttavia, è ben lontano dal configurarsi come un processo arbitrario e irrazionale e risulta determinato in tal senso dalla rilevata impossibilità di concepire un processo rigoroso attraverso il quale delineare una linea di sviluppo infallibile e necessaria. Anziché evidenziare semplicisticamente l’irrazionalità attraverso la quale, la comunità scientifica esercita il proprio potere decisionale, dunque, dovremmo comprendere come una simile opera ci pone di fronte ad un ulteriore caso paradigmatico di pensiero razionale.

CONCLUSIONE

 

1.

Gran parte dei tragitti metodici proposti dall’epistemologia classica costituiscono una sorta di itinerarium mentis capace di collocare il pensiero a contatto diretto col terreno, ritenuto stabile, delle esperienze pure o delle nature semplici. Questi procedimenti cercano di isolare al di sotto della complessità e mobilità fenomenica la semplice evidenza di principi costanti e universali. La natura indeterministica e acausale della meccanica quantistica ha imposto, da questo punto di vista, un generale ripensamento di tutte le categorie epistemologiche adottate nella descrizione e nell’interpretazione della dinamica scientifica. Un ripensamento dovuto all’individuazione di un accrescimento non cumulativo della conoscenza scientifica così come si è dimostrato nel passaggio dalla fisica classica alla meccanica quantistica, illustrato nella prima parte di quest’opera.

Alla luce di tale evidenza, nell’analisi sulla natura delle teorie scientifiche siamo stati costretti ad ammettere un’ esistenza atomica dei vari tessuti interpretativi. Un atomismo teorico che, grazie al crescente fenomeno della specializzazione è individuabile sia in senso diacronico che in senso sincronico. Ecco emergere in tal modo una dimensione plurale delle scienza costituita dal susseguirsi e dal coesistere di campi razionali distinti e tra loro inconciliabili. E’ la fine di un modello univoco di razionalità, ma è la fine, allo stesso tempo, di un preciso modello di scienza che si presentava come il frutto migliore e lo specchio più fedele di questa razionalità medesima. E’ la fine della scienza esatta che si arrogava il compito di produrre una conoscenza apodittica e definitiva. E’ la fine di una scienza che vedeva nell’ordine naturale precostituito un universo referenziale attraverso il quale fondare le proprie astrazioni matematiche.

Il sorgere della fisica quantistica accompagnata dallo sviluppo di logiche alternative, in questo senso, costituisce il momento essenziale di una rivoluzione scientifica destinata a minare dall’interno le stesse fondamenta della scienza classica. Una scienza in cui, come si è visto, lo stesso oggetto di indagine perde i propri attributi sostanzialistici, la propria caratterizzazione a livello ontologico e fenomenologico per determinarsi unicamente all’interno di un universo altro, un universo constructo in quanto pensato matematicamente e tecnicamente realizzato. Un universo che costituendosi in diretta dipendenza di un determinato tessuto teorico, è lontano dal poter essere interpretato come elemento di confronto e quindi fondamento e giustificazione del sapere scientifico, un argomento, questo, che abbiamo trattato nell’ultima parte dell’opera.

A livello filosofico, l’aspetto più immediato e rilevante di questo esito paradossale, consisterà proprio nella necessità di abbandonare ogni possibilità di realizzare un modello metadiscorsivo in maniera prettamente conforme al modello scientifico. Più in concreto, ciò vuol dire che l’epistemologia, cioè, il discorso che ha per oggetto la forma del discorso scientifico, non ha più possibilità di produrre alcun metodo privilegiato in quanto l’epistemologia sistematica, proprio nel tentativo di portare a compimento l’esautoramento del discorso filosofico a favore di quello scientifico, mostra, anche laddove si tenta di mascherarlo, l’infondatezza dell’assunto che regge l’intero movimento teoretico capace di affidare un valore pregiudiziale al sapere nomologico deduttivo proprio delle discipline scientifiche. Nell’impossibilità di raggiungere una giustificazione scientifica, dunque, al termine di questo processo di eliminazione di tutti i dogmi metodologico-epistemologici non resterà fermo altro assunto se non quello che ne aveva costituito il presupposto originario, e cioè la struttura del discorso scientifico-razionale come discorso bisognoso di giustificazione. La relativizzazione del discorso epistemologico altro non è se non la realizzazione di quella tendenza squisitamente scientifica alla deposizione di ogni privilegio ingiustificato, o meglio, esso costituisce la risposta ad una precedente assolutizzazione sistematica del discorso sulla scienza fondato su un modello di scientificità preconcetto.

 

 

 

 

 

2.

Se la filosofia, in questo senso, rinuncia formalmente a fraintendersi per una scienza come la fisica o la chimica o per una disciplina teoretica che avrebbe il compito di fondare le forme del sapere attraverso un preciso reticolo concettuale, di discriminare ciò che è cognitivo da ciò che non lo è, essa allora diviene chiarificazione, illuminazione del pensiero vissuto nella causalità e nell’accidentalità dell’attività scientifica. Pensare l’attività filosofica in questo senso è comprenderla "in situazione", nel flusso inarrestabile di una nuova concettualizzazione; è il tracciare una nuova possibilità di pensiero estranea alla sclerosi di realtà paradigmatiche fondate e protette. Significa porre realmente la filosofia al servizio della scienza nella maniera indicata dalla speculazione bachelardiana: renderla contemporanea ad essa pur nella sua irrinunciabile ed irriducibile alterità. La filosofia in questo modo si prepara a tracciare contorni nuovi e connessioni impreviste nel suo incontro con l’esercizio dell’attività scientifica, attraverso la soddisfazione di una esigenza che è propria della scienza stessa. La profonda frattura che si determina con l’avvento della fisica quantistica lascia infatti l’epistemologia tradizionale totalmente impreparata, tenacemente ostinata nella pratica e nella manovra di categorizzazioni e classificazioni normali e letterali la cui operatività, secondo Gargani, non è "più significativa di quanto lo sia il rito di mettere le posate, i bicchieri e i piatti al loro posto in vista di un pranzo."

Il principio di indeterminazione da un lato, i teoremi di incompletezza e di limitazione nella logica e nella matematica dall’altro, costituiscono il passo decisivo della scienza verso il riconoscimento di un avvenuto passaggio da una cultura referenzialista ad una condizione di autoreferenzialità. In questo passaggio è chiara l’emergenza di una circostanza avulsa alla tradizione sistematica in cui l’osservatore si scopre parte del sistema relazionale proprio della struttura simbolica che impiega nella descrizione del fenomeno, perché egli stesso è parte costitutiva di esso. E’ in questo ambito problematico che la filosofia può determinare una straordinaria varietà di ragioni per comprendere nella verità l’essenza di un accordo, la giustificazione che storicamente comunità o gruppi di individui hanno ritenuto di stabilire di fronte alle teorie, alle proposizioni e ai loro sistemi. La verità nella comunità scientifica assume lo statuto di condizione immanente a conclusioni alle quali si è pervenuti "nel linguaggio", nella conversazione, al di là di ogni tentativo di saldare la parola alla cosa, al di là di ogni tentativo di ontologizzare il linguaggio, attraverso un movimento spirituale che si configura in primo luogo nella sua valenza etica, nell’espressione di un giudizio di valore. Un passaggio questo che non può essere non letto, alla luce di quanto si è affermato in precedenza, come una conseguenza diretta della rivoluzione spirituale e concettuale prodotta all’interno del panorama scientifico contemporaneo, nel momento in cui, caduto ogni fondamento metodologico supposto a garanzia della scienza, diviene necessariamente urgente un ripensamento di tutte quelle categorie epistemologiche che su tale supposto erano pensate e costruite.

L’emergenza della decisione, il richiamo alla dimensione etica, non è tuttavia caratterizzabile nei termini di un relativismo culturale o di un prospettivismo, così come non è commisurabile alla verità come corrispondenza con la realtà esterna quieta, poiché essa non è relativa se non al tempo, alla frontiera che essa stessa traccia. La decisione comincia come una organizzazione e come una deviazione di un complesso di ingredienti in una direzione che porta inevitabilmente lontano da una posizione di equilibrio e quindi assolutamente distante dal poter essere commisurata ad un criterio sistematicamente predeterminato. Essa è concomitanza più che relazione di causa ed effetto; coesistenza comunitaria piuttosto che relazione inferenziale. La decisione si esprime come disordine e il disordine le è francamente associato. Questo disordine stabilisce frontiere fluttuanti nel decorso del tempo, connaturandosi alla decisione proprio perché quest’ultima si forma nelle situazioni lontane dallo stato di equilibrio, nelle quali un percorso, una traccia individuale prendono il sopravvento sulle altre possibilità.

Siamo chiaramente vicini al determinare un nuovo senso, un significato del tutto originale al concetto di verità scientifica nella misura in cui falso, allora, non è il termine che indica una mancata corrispondenza, ma il segnale di una nuova decisione. Falso è ciò rispetto a ci si produce una lacerazione. E’ la dimostrazione che la verità scientifica emerge, in questo senso, solo a posteriori, solo al di là della decisione preventiva attraverso la quale se ne determinano i confini e quindi l’orizzonte linguistico trascendentale nel quale sarà possibile riconoscere questa verità. La possibilità di riconoscere il vero, cioè, scaturisce e acquista senso soltanto all’interno della dimensione linguistica propria della scienza stessa e, precisamente, all’interno di un determinato orizzonte significativo che prende forma in un altrettanto delineato contesto teoretico. La verità, in questo senso, è chiaramente figlia della teoria e di quell’universo artificiale che la tecnica scientifica produce attorno ad essa. Quello che viene a cadere all’interno della prospettiva bachelardiana è, in primo luogo, l’idea della natura teleologica della conoscenza scientifica in quanto diviene impossibile parlare del valore di una ipotesi se non all’interno di una struttura paradigmatica preliminarmente ammessa come valida, all’interno, cioè, di un campo di razionalità ben delimitato e precedentemente assunto. Tuttavia, essendo il riferimento teorico assunto al di là di qualsiasi processo referenziale propriamente detto, si presenta, esso stesso, incapace di porsi in una dimensione metalinguistica giustificativa ed autofondante, motivo per cui non resta che assumere come referente ultimo del vero, in senso scientifico, l’assoluta emergenza dell’atto decisionale compiuto all’interno della comunità scientifica.

Ogni accertamento conclusivo di verità, cioè, avviene solo sulla base di una preventiva accettazione di un sistema di riferimento interpretativo, il quale, non può essere istituito per mezzo di un procedimento fondazionale dello stesso genere di quello mediante il quale si accerta la verità di un discorso, cioè, attraverso una procedura squisitamente logica. Il tutto semplicemente perché ogni processo di scelta si presenta diffusamente inquinato da elementi incommensurabili rispetto alla logica del conoscere scientifico, anche se perfettamente connaturati a quella del fare scienza. Se, cioè, il privilegiamento del pensiero, del discorso e della verità si configura in una certa qual indipendenza nei confronti della realtà effettuale e diveniente, il rilevamento della essenziale linguisticità e storicità della verità scientifica, non può non imporre la rinuncia ad ogni pretesa di conoscenza assoluta e quindi, per conseguenza, aprire l’indagine epistemologica ad un ripensamento complessivo di quei canoni di riferimento che alla disciplina scientifica erano stati indebitamente espropriati.

Assistiamo, in questo modo, alla progressiva divaricazione tra la scienza e il suo fondamento, che tutta la filosofia razionalista e lo stesso empirismo logico hanno concepito in senso scientifico. La verità che la scienza contemporanea ritiene di dover rivendicare non si costituisce come il frutto di una indebita trasposizione metodologica come quella che poco sopra è stata delineata, ma dall’affermazione di una responsabilità di fondo da parte del soggetto immerso nel dialogo scientifico, all’interno di una comunità storicamente individuata. Quello che si invoca è l’emergenza dell’assoluta contingenza dell’atto decisionale, di quella distanza incolmabile che separa la procedura scientifica dalla determinazione etica in un senso già espresso dalla filosofia aristotelica. La comunità scientifica, nella sua irrinunciabile valenza intersoggettiva non è chiamata, quindi, a deliberare su "l’incommensurabilità della diagonale col lato del quadrato", ovvero sulla natura razionale e coerente di una determinata teoria scientifica, operazione che si compie già all’interno di una prospettiva di lavoro già delineata.. Il problema sorge nel momento in cui la comunità è chiamata ad esprimere un giudizio di valore su un determinato indirizzo teoretico. L’accettazione di una determinata problematica di lavoro, compiuta da un gruppo di scienziati comporta una scelta, una decisione di fondo che per tutti quei motivi che abbiamo elencato in precedenza non può essere affidata ad un semplice calcolo logico, allo sviluppo di un preciso algoritmo.

La valenza etica della comunità scientifica, dunque, è funzione di una operatività esterna alla stessa dinamica della scienza. Essa non può emergere nella discussione tecnica, nella comunicazione che insiste in un contesto paradigmatico ormai assodato e sul quale il gruppo di lavoro è chiamato a dare delle risposte precise. Il momento fondante, in questo senso, si pone fuori dal tempo della scienza, in quanto emerge al di là della scienza, in un quadro storicamente individuabile in cui il dialogo propriamente scientifico deve ancora imporsi. Se la ricerca non può non presentarsi in un legame indissolubile con la determinazione teorica, o, in modo più generale, con un patrimonio di conoscenze acquisite e comunemente accettate - in quanto porre lo scienziato di fronte al tutto indistinto equivarrebbe a porlo di fronte al nulla - allora sarà necessario determinare una via verso la quale la ricerca deve essere indirizzata, decidere sulla validità, o meglio, sulla plausibilità, di questo dominio conoscitivo che dovrà costituire il filo rosso attraverso il quale l’attività successiva trova la sua giustificazione e il suo fondamento.

Ma è rilevabile, a questo punto, come il fondamento non possa essere scientifico, in quanto frutto di uno strappo interno al tempo stesso della scienza, esito dell’assunzione di un metalinguaggio che non consente di operare attraverso la categoria di necessarietà logica, ma nell’assoluta contingenza di un universo possibile, il quale, per essere ricondotto all’unità razionale deve passare attraverso l’applicazione di un atto decisionale. Il legame logico-analitico che caratterizza l’attività scientifica propriamente detta, l’identità, è qui sostituito dalla coesistenza, dalla differenza, dall’intenzionalità del soggetto che agisce nella comunità scientifica in una aggregazione di fattori paralleli incoesi, non legati, cioè, in maniera necessaria. Questa situazione di non identità, di non legame ci fa apparire in nuova luce ogni impresa cognitiva che, in maniera più o meno consapevole da parte dei membri di una determinata comunità scientifica, si inserisce a fondamento dell’attività della stessa. E’ in questo senso che la realizzazione di un qualsiasi compito di ricerca risulta così diversa dall’intenzione consapevole che l’ha guidata. E’ in questo senso che la scienza trova una decisa apertura e un solido fondamento in un ambito altro dalla stessa dimensione scientifica. Tutto il problema si inquadra nel rapporto di paradossale incommensurabilità tra queste due istanze fondamentali attraverso le quali, lo scienziato si trova impegnato in attività specifiche ad una determinata problematica proprio in virtù della sua precedente uscita dalla specificità, del suo incontro con la contingenza dell’atto decisionale, con l’emergenza della possibilità al di là di ogni calcolo logico scientificamente ponderabile.

Questa svolta, tuttavia, come si è visto, va inquadrata a sua volta nella capacità di riconoscere nella scienza una attività di creazione, di produzione fenomenotecnica, concependo l’intero processo scientifico come un programma di costruzione anziché di esplicitazione. Riconoscere con Heisenberg la fine della tradizione scientifica democritea significa concepire un’attività di ricerca che nel suo concretizzarsi attraverso l’ausilio tecnico, determina in maniera completa il proprio universo referenziale, differenziandolo da ogni degenerazione naturalistica o da ogni contaminazione semplicemente empirica. Ecco che il trattare una verità scientifica si configura come operazione assolutamente altra dal parlare di una verità in sé, in quanto, se un processo referenziale esiste, in un simile contesto, esso ci indirizza verso un approccio completamente diverso da quello che certi indirizzi epistemologi vorrebbero farci condividere. L’universo scientifico si determina attraverso l’opera della scienza, in una sua irriducibile specificità e in una altrettanto irriducibile molteplicità e purezza come prodotto specifico della comprensione e della creazione razionale. Se esiste la possibilità di realizzare un legame diretto tra la determinazione teorica e l’ordine cosmico, dovremmo affrettarci a precisare che questo cosmo, ben diverso dalla sua immagine tradizionale, si presenterà nella sua assoluta artificiosità come universo referenziale ordinato secondo i criteri propri della determinazione teorica a cui fa riferimento, un cosmo puro, construtto in quanto determinato dalla stessa attività della scienza. L’emergenza, appunto, di quella pureté bachelardiana al di là della souillure propria della dimensione naturale. Pretendere di scendere più a fondo, di trovare una giustificazione più forte, di cercare un ulteriore legame con la cosa, al di là, dunque, dell’ente scientificamente determinato, al di là del costruito e concettualizzato, significherebbe per la ragione, compiere un salto nel vuoto, significherebbe chiedere alla scienza ciò che la scienza stessa non possiede in quanto non lo ha pensato e quindi non lo ha costruito. Ogni possibilità di ritorno al dato, ogni possibile verifica di una determinata teoria è sempre interna alla scienza stessa e alla sua produzione. E’ in questo senso che assume una valenza decisiva il controllo intersoggettivo, nel momento stesso, cioè, in cui dobbiamo rinunciare ad ogni possibilità di istituire un confronto tra la teoria scientifica e la realtà in quanto tale, sia che tale termine venga compreso in senso fenomenologico, sia che esso assuma la più decisa connotazione ontologica.

Tutto questo non può e non deve portarci a conclusioni banalmente scettiche e relativistiche. Sotto un determinato aspetto gli stessi valori sono suscettibili di analisi razionale, ma non nel senso che vi siano principi formali e trascendenti prestabiliti che richiedono di essere adeguati o approssimati; ma nel senso che i valori sono immersi nella rete della comunicazione scientifica e soltanto a confronto delle giustificazioni e delle motivazioni addotte essi vengono riconosciuti, condivisi o respinti. Sarebbe una conclusione davvero grossolana quella secondo cui, dal momento che i nostri giudizi, le nostre analisi concettuali e persino le ricerche scientifiche sono connesse a scelte, ad assunzioni di valore, allora non esisterebbe più alcuna obiettività. Emerge lo spazio, in questo senso, per una forma differente di razionalità, connessa a valori che vengono riconosciuti e giustificati. Si tratta di una razionalità più debole in quanto legata assiologicamente, e non logicamente, a significati che assumono rilevanza nel corso del dibattito scientifico. Una debolezza, tuttavia, che emerge solo se vissuta nel contrasto con una concezione della conoscenza quale sistema di verità stabilite definitivamente.

Una volta liberatici del convincimento secondo cui la scienza possa stabilire delle verità definitive - e ciò non trova smentita soltanto nell’odierna ricerca epistemologica, ma in primo luogo nella storia della scienza - e ammesso, invece, che la scienza può tutt’al più sperare di raggiungere un consenso razionale provvisorio sulla base dell’evidenza disponibile, diventa privo di senso chiamare tutto ciò relativismo, dando al termine un senso peggiorativo. La difficoltà maggiore di questo tipo di obiezione è di fondarsi proprio su un approccio epistemologico che abbiamo respinto in precedenza. Il nostro esame della conoscenza scientifica ha mostrato che l’insieme tradizionale dei concetti epistemologici non è adeguato per analizzare i modi in cui le teorie scientifiche si sviluppano, sono accettate e sono scalzate. E’ per rimuovere questa inadeguatezza di fondo che siamo stati costretti ad introdurre un nuovo senso di verità, una verità idonea ai prodotti della conoscenza scientifica, ad un universo di significati che, attraverso l’opera della scienza si configura in una dimensione ontologica geneticamente distante da quella di ogni altra ricerca volta all’individuazione di una realtà ultima e data per sempre. Una dimensione che, in definitiva, al di là di ogni certezza e al di qua di ogni prospettiva dichiaratamente scettica, ci pone nell’universo della decisione, nella responsabilità della scelta e, quindi, nella filosofia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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