Università degli Studi di Perugia

Facoltà di Lettere e Filosofia

Corso di Laurea in Filosofia

 

 

 

I. SVEVO: CRISI DEL SOGGETTO ED ESTETICA DELLA CRISI

 

 

 

 

 

LAUREANDA RELATORE

Nicoletta Donati Prof.ssa Anna Giannatiempo

 

 

 

 

 

Anno Accademico

1999/2000

INDICE

Indice

p. 2

Introduzione. Estetica debole e soggettività infranta: la rappresentazione alla prova del limite.

3

Cap. 1. Il soggetto tra inettitudine e "volontà di vita"

12

§ 1.1. Alienazione e conflitto nel primo Svevo

12

§ 1.2. Inettitudine e senilità alla prova dell’esistenza

31

   

Cap. 2. Malattia ontologica e salute sociale

54

§ 2.1. Malattia e salute esistenziali

54

§ 2.2. Malattia e salute apparenti

67

 

Cap. 3. Il soggetto "debole" tra ironia e scacco della rappresentazione

88

§ 3.1. Vita e rappresentazione della vita

88

§ 3.2. Il soggetto disperso nell’esperienza della rappresentazione

112

Bibliografia

129

   

 

Introduzione

Estetica debole e soggettività infranta: la rappresentazione alla prova del limite

 

"Wie scheint doch alles Werdende so krank…"

(G. Trakl)

Che cosa resta all’uomo dopo che è stato studiato, catalogato, dissezionato in ogni suo aspetto e che la spontaneità nei confronti della vita è oramai lontana? Nulla, risponde Svevo, se non l’attesa di una "catastrofe inaudita, prodotta dagli ordigni" che sola può far ritornare alla salute. "Dio è morto" dice Nietzsche. "L’uomo è malato", risponde Svevo, di una malattia nuova e curabile soltanto con se stessa: "E’ malato chiunque rifletta, i ricercatori della verità che per la paura dell’oscurità si fingono una vita assoluta nell’elaborazione del sapere dicono: dolce il conoscere, sono già vinti dall’oscurità, sono già fuori dalla vita". Il vero rimedio è dunque il "vivere" senza il "conoscere", opportunità impossibile per chiunque sia davvero malato: il vero rimedio è la lontananza dalla malattia.

Malattia epistémica è quella che Svevo annota e riferisce, avendola ereditata da un secolo edificato sulla epistéme. "All’inizio di questo secolo le ricerche psicoanalitiche, linguistiche e poi etnologiche hanno spossessato il soggetto delle leggi del suo piacere, delle forme della sua parola, delle regole della sua azione, dei sistemi dei suoi discorsi mitici".

Tra esperienza autobiografica e arte narrativa, Svevo lascia i suoi personaggi al folle tentativo di ordinare l’esistenza, di sottrarla agli eventi imperscrutabili del caso tentando di dare una spiegazione logica agli accadimenti: attraverso una continua elaborazione di sistemi e teorie, che verranno puntualmente smentiti, essi cercano infine rifugio, quello della rappresentazione, della ri-scrittura della vita. Così emerge a poco a poco la disperante condizione degli uomini e di tutti quanti gli esseri che non hanno chiesto di vivere ma che si sono trovati, "per errore, perché l’uomo forse non vi appartiene", a lottare per la sopravvivenza. La vita si consuma tra dolore e noia, come Schopenhauer, che Svevo conosceva bene, aveva sostenuto, e tertium non datur ; così l’uomo malato cerca conforto nella letteratura, in esercizi di "igiene quotidiana", perché vuole illudersi di avere qualche possibilità di decidere, interpretando, in merito alla propria condotta, per scoprire alla fine che "non sei niente altro che la tua vita".

Il soggetto in Svevo è frantumato, è testimone della indecidibilità del proprio agire, ma "il testimone è ridotto egli stesso a puro sintomo". "L’uomo si è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio" – sostiene Svevo; l’uomo ha intasato lo spazio necessario per garantirsi la vita e lo ha fatto imponendogli una pienezza colma di presenza riflessa, quella della propria ostinata interpretazione. L’uomo moderno ha vinto le pretese dell’ontologia con una ermeneutica dell’ininterpretabile, del vissuto esistenziale; ha mediato l’immediatezza, ma "la vita è l’origine non rappresentabile della rappresentazione" e così si è precluso la via per una reale e consapevole interpretazione.

Alfonso, Emilio, Zeno e tutti gli altri piccoli e grandi pseudonimi di Ettore Schmitz sono personaggi in cerca di vita, all’inseguimento di una soggettività che è distrutta proprio nel momento della presunta affermazione. "L’io del soggetto dell’enunciazione (…) compare (…) quando un’enunciazione lo enuncia" e l’enunciazione finisce per sovrastare l’enunciante in un gioco di continue rincorse e sostituzioni nel quale l’io e l’altro, il soggetto e l’oggetto, restano sempre senza una posizione da occupare.

Zeno è prossimo ad Ulrich, "l’uomo senza qualità" di Robert Musil: anch’egli è un ottimo teorico, capace solo di misurarsi con i suoi schemi mentali e non con la realtà, testimone di un tempo nel quale il disincanto fa tutt’uno con il frammentarsi della coscienza, ridotta a provvisorio aggregato di relazioni psichiche. L’indagine introspettiva di tutti i personaggi sveviani si risolve dunque in un inutile tentativo di sistematizzare la vita, che non fa altro che portarli ancor più verso il disagio e l’estraneità a sé e al mondo. Appurato che non c’è nessuna logica razionale da cercare nel passato e che lo colleghi con il presente, tanto meno con il tempo a venire, questo scavarsi dentro allontana l’individuo da un rapporto immediato con gli altri e con le cose, lo sottrae alla vitalità naturale. Ecco il vizio dell’autocoscienza, che diventa irrinunciabile, come il fumo, per Zeno: lo scrivere diventa un pharmacon, ma allo stesso tempo è anche un sintomo della malattia, perché "la descrizione della vita, una grande parte della quale, quella di cui tutti sanno e non parlano, è eliminata, si fa tanto più intensa della vita stessa", più intensa, come una febbre, appunto.

La malattia, oscillante tra la possibilità dell’inettitudine e quella della senilità, resta un mistero fitto come quello della scelta. E’ probabilmente un’alternativa all’angoscia, vero cuneo conficcato nel nuovo secolo. L’individuo è in totale balìa del caso, retaggio anonimo della Volontà schopenhaueriana, "come se le vie familiari (…) potessero condurre tanto alle prigioni che ai sonni innocenti" e soltanto nella rappresentazione sembra possibile ricostruire un’ombra di solidità pro-gettuale. Anche il "buon vecchio", uno dei più tardi esiti della narrativa sveviana e forse il più estremo, si ostina a riordinare la sua condotta tramite la scrittura e, anzi, intraprende la stesura di un saggio che dovrebbe contenere i fondamenti della morale e del vivere correttamente. Ma "Nulla!" è la sola frase che annoterà sopra i tanti fascicoli accatastati in attesa di una conclusione: la letteratura non dà risposte, è impotente e muta, come per Kafka è muto il cielo; illude di poter ovviare ai dissidi dell’uomo, ma non fa altro che ingannare.

La letteratura, come scrittura del già vissuto, è cosa da "vecchioni", per i quali, non esistendo futuro, il passato e il presente sono da giudicarsi nella loro "vera e grande oggettività"; la rappresentazione dovrebbe ri-ordinare la vita, ma non fa che riprodurla come morta, "oggettivamente" vitale, ma morta nell’uomo. "Continuo a dibattermi tra il presente e il passato, ma almeno fra i due non viene a cacciarsi l’ansiosa speranza del futuro...", e la fatica della lotta lascia il posto ad un sorriso ironico, di chi osserva con il distacco della prossima ed inevitabile "dissoluzione".

Vita e rappresentazione della vita, scrivere e vivere sono possibilità che si elidono, "io sono assente perché sono il narratore" sembra dire Zeno e la sua stessa biografia pare rispondergli: "Tu sei colui che scrive e che è scritto". La pace, l’ordine e il senso impartiti alla vita possono soltanto essere l’effetto della distanza, dell’arbitraria assunzione di un punto prospettico che consente la fittizia composizione del caos; ma "caos è il nome che indica un peculiare pre-oggetto del mondo nella sua totalità e del signoreggiare cosmico", e, proprio nel momento in cui sembra sottostare alla ordinazione umana, rivendica un pre-ordinare che per l’individuo diventa un invalicabile muro intorno alla propria coscienza illusa: "Che differenza corre tra scegliere ed essere scelto quando non possiamo fare altro che sottometterci alla scelta?".

"E queste cose immobili avevano un’importanza enorme: l’anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti, il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso avrebbe potuto mettere di giorno"; Zeno rimprovera alla moglie l’attaccamento a cose e fatti insensati, dall’alto del suo disincanto. D’altra parte "la capacità di comprendere la propria vanezza è l’unico privilegio dell’uomo sui bruti. Lustro e inganno tutto il resto, le trovate dell’ingegno, le indagini del pensiero, le affermazioni della fede", ma davvero il disincanto è la soluzione, la tanto agognata salute? In realtà lo stesso disinganno affoga nella labilità della rappresentazione, poiché per esso la vita diviene sostanzialmente memoria di qualcosa che si svuota man mano che viene illuminata dalla riflessione. "Le monde – scrive Deleuze – n’est ni vrai, ni réel, mais vivant", il che, tradotto da Zeno, significa: "La vita non è né bella né brutta, ma è originale…". Ciò che dell’esistenza resta all’uomo è la sola successione di fatti, propriamente viventi e del tutto originali, ma cercarne il senso significa perdere anche quel poco che si ha in mano.

In Svevo la rappresentazione è destinata a restare incompiuta, oscura, non sistematizzata: la parola è caricata da un’enorme tensione, perché le viene richiesto di coincidere con l’esistenza, di estrarne l’essenza e di salvarla dalla distruzione che investe la filosofia. L’estetica dovrebbe raccogliere i cocci della filosofia, ma è anch’essa un’estetica debole per troppa potenza, per eccesso di socratismo.

Dall’inettitudine, alla senilità, alla malattia della rappresentazione: un destino ontologico ed esistenziale tracciato in modo netto, che non lascia spazio a speranze di uno scenario nel quale l’uomo e la sua individualità non siano votati alla crisi e alla distruzione. Nella rappresentazione, canto del cigno della vitalità "naturale", appare la violenza di un evento che si produce senza tuttavia essere. "Dire una cosa è troppo poco, le cose bisogna viverle". Alla fine resta la denuncia nei confronti della ragione dominatrice e razionalizzante, che ha ridotto tutto a sistema e ha preteso di indagare e incasellare l’animo e la spontaneità delle persone. Tolta ogni trascendenza emerge il vuoto, la distanza tra gli uomini e tra gli uomini e le cose, perché il limite al quale si doveva sottostare è stato profanato: quasi una torre di Babele che cade perché ha preteso di assurgere al divino, di penetrare l’essenza della vita, di carpirne i segreti. La soluzione per continuare a vivere la propria sfuggente rappresentazione è quella che Zeno Cosini può, infine, proporre ad Alfonso Nitti: l’ironia di una filosofia spinta al limite e poi, senza rimpianti, abbandonata. "Fumati una sigaretta. Farai tu il primo, un’altra volta".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo primo

Il soggetto tra inettitudine e volonta’ di vita

 

 

§ 1.1 Alienazione e conflitto nel primo Svevo

"A una data età nessuno di noi è quello a cui madre natura lo destinava; ci si ritrova con un carattere curvo come la pianta che avrebbe voluto seguire la direzione che segnalava la radice, ma che deviò per farsi strada attraverso pietre che le chiudevano il passaggio". Con queste parole Italo Svevo denuncia la stridente antinomia che esiste fra l’assetto economico e burocratico finalizzato al principio utilitaristico dell’efficienza, e l’individuo prigioniero del feroce ingranaggio della società. E’ un tema comune agli scrittori mitteleuropei che si trovano a vivere la crisi dei valori della civiltà positivista e naturalistica. Questa crisi, che sfocerà di lì a poco nella prima guerra mondiale, raggiunge il suo apice negli imperi austro-ungarico e guglielmino. Ad acuirla sono infatti le pressioni dei gruppi etnici che la politica imperiale cerca di contrapporre per preservare l’unità politica, a partire dai sussulti irredentistici di slavi e italiani.

La smisurata fiducia nella ragione, nella possibilità di trovare risposte nella scienza e nella tecnica, dopo che l’uomo è diventato capace di dominare la natura, si trova spiazzata da un senso di alienazione e di solitudine che appare sempre più irrimediabile. Questo è il quadro di fondo della narrativa di Svevo, che da un piano più superficiale di analisi sociologica, passa ad una prospettiva ontologica, pervenendo a una piena interiorizzazione della crisi che sconvolge la civiltà europea.

I primi racconti, Elio, Una lotta, L’assassinio di via Belpoggio, che precedono la stesura di Una vita, parlano di emarginazione sociale, descrivono la difficoltà di adattarsi ai clichés e di riconoscersi in certi valori, quelli del denaro e del prestigio: del resto, sono gli ultimi baluardi, le sole sicurezze che si danno ora che l’uomo, frantumato nel corso del progressivo articolarsi in classi, non sa e non può più imporsi come individuo. La vita intima e sentimentale è sacrificata al sistema "tendente a fare di noi…utili cittadini, parti di una cosa, mai la cosa stessa"_ L’unico obiettivo della persona sembra sia quello di "lasciarsi strutturare nella più feroce collettività" - osserva Svevo.

Elio è il suo primo abbozzo narrativo, una pagina sola scritta dopo la morte del fratello. Lo scrittore si accusa di pensare intensamente a lui "attraverso la poesia, anche attraverso la filosofia". La vita vera si esilia dal reale per rifugiarsi nella microanalisi della realtà, nella riflessione su se stessa: Svevo denuncia la propria aridità, ma intravede già, seppure vagamente, la grandiosa intuizione dei suoi anni più tardi, secondo la quale "nell’alienazione universale l’unica autenticità possibile è quella riflessa e relativa".

In Una lotta e ne L’assassinio di via Belpoggio i protagonisti sono degli incapaci, inetti, in quanto non riescono a conformarsi ai modelli sociali. Non hanno un posto da occupare perché privi di quelle qualità che li renderebbero uomini stimati, votati al riconoscimento e all’ascesa economica. Il protagonista di Una lotta, il poeta Arturo Marchetti, sognatore dalla fervida immaginazione, ingaggia una singolare tenzone con Ariodante Ghigi, uomo povero di fantasia ma disincantato, esperto delle cose del mondo, e che per questo riesce ad acquistare i favori della bella Rosina. Anche il protagonista de L’assassinio di via Belpoggio, Giorgio, è un emarginato che uccide perché si trova in stato di stretta necessità e per riuscire così ad impossessarsi del denaro dell’amico. Il disincanto del mondo, la desacralizzazione operata dal sapere, il dominio della scienza e della tecnica conducono, secondo Svevo, ad un’alienazione sociale, ma soprattutto di tipo esistenziale. Attraverso la divisione del lavoro imposta dal sistema capitalistico, si determina una necessaria "autoalineazione degli individui che devono modellarsi anima e corpo, secondo le esigenze dell’apparato tecnico". Il dramma costante in cui si dibatte il personaggio sveviano è quello dell’individuo inetto a vivere, condannato all’impotenza nel disumanizzante mondo borghese. Da una parte c’è il mondo borghese con le sue false certezze e i suoi ottusi rituali, dall’altra ci sono i testimoni del dubbio e della crisi, gli apostoli di qualche idea o del nulla, per dirla con Svevo, gli esiliati dalla vita dei borghesi "perché cercano la vita degli uomini". Per uno scrittore come Svevo la coscienza dell’esclusione è nel contrasto tra il mondo familiare borghese, dalle superficiali esigenze dello spirito e il suo mondo interiore, fatto di idee ma anche di alienazione intellettuale.

"La casa è quel frammento solido che l’uomo ha strappato dallo spaventoso infinito dello spazio; è il suo primo rifugio dal caos che minaccia sempre di travolgerlo. È il suo focolare che deve essere diviso soltanto con le persone a lui più prossime e più care"; Svevo si è lamentato di "non aver trovato nessuno ma nessuno che pigli interesse a quanto pensi e a quanto fai". Un tema radicato e sentito dagli scrittori mitteleuropei, che considerano come "la famiglia diventa una istituzione convenzionale e quindi soffocante, che non potenzia ma tarpa l’individuo". Si pensi al disagio di Franz Kafka, il quale, come e più di Svevo, vive l’esperienza della frattura tra la realtà e il proprio disumano mondo interiore. Il senso di distacco dell’individuo da un fuori "oggettivo" e tremendamente potente non fa che acuire la percezione d’opposizione e di alterità resasi inconciliabile in epoca di post-idealismo. Svevo non fa che rendere tale alterità l’indiscusso fondamento della propria scrittura.

In Una vita l’antinomia tra il singolo e la comunità è inconciliabile: Alfonso Nitti tenta, senza risultato, di adattarsi all’ambiente bancario, rispetta le regole che gli sono imposte dal vacuo quanto ambizioso mondo dei "cittadini". Intende farsi strada con le sue doti intellettuali, arroccato in una superiorità di pensiero che usa come alibi alle sue manchevolezze nella vita pratica. Anche se compie un enorme sforzo a restare in città, sempre in balia del ricordo e della nostalgia per il paese più a misura d’uomo, non si dà per vinto. Accetta di lavorare duramente, costringendosi a compiti poco stimolanti che gli sono attribuiti. Alfonso si nutre di saggi e scritti filosofici per sottrarsi per qualche ora alle triste realtà: "Dopo quell’ora passata con gli idealisti tedeschi, gli sembrava sulla via che le cose lo salutassero" ma è un rifugio oramai anacronistico, un vano tentativo quello di cercare valori e sicurezze in cui nemmeno lo stesso protagonista crede davvero. Da tale condizione di resa deriva anche il tema dello sdoppiamento tra un’etica pubblica e un’etica privata dell’individuo. Doppio comportamento sotto cui si cela l’insicurezza, l’incapacità di saldare il destino individuale a quello storico; "il personaggio esiliato, sradicato da se stesso e dalle sue origini sbaglia sempre i tempi del suo intervento pubblico. Ruolo buffo ma doloroso al tempo stesso".

L’estraneità dell’uomo alle cose è il prezzo che si deve pagare alla razionalità scientifica: la vera e propria tecnicità come dominio si nutre non tanto di enti e oggetti quanto di coscienze. L’ansia di conoscere al fine di poter trarre dei vantaggi ha reso l’individuo schiavo di un altro individuo, spinto dal conseguimento dell’utile. Così il sentimento autentico di Alfonso per Annetta viene visto solo come un facile sistema per avere accesso alle alte sfere dell’economia e del sistema bancario, e la stessa giovane dimostra quanto poco valesse la sua affezione per il Nitti. L’interiorità non conta, l’importante è fare in modo che tutto sia riordinato dall’autorità paterna, vero e unico potere dis-ponente, che affronta le questioni personali con lo stesso distacco di affari pubblici. Il privato, l’intimo non sono in fondo che il debole riflesso della manifesta attività pubblica; il soggetto resta impotente rispetto a ciò che sembra determinarne non solo il contenuto ma persino la struttura. L’individuo deve oggettivarsi per restare soggetto, deve offrirsi al mondo per tutelare la validità sociale del proprio agire.

Adorno nei Minima Moralia parlerà proprio del carattere di negatività che appartiene al moderno rapporto esistente tra l’uomo e il mondo, nonché tra individuo e individuo. In primo luogo, a partire dal disincantamento scientifico della natura, non è più possibile nessun rapporto diretto con la vita, la tradizione e il mondo. Tale rapporto deve infatti essere mediato dal lavoro, dalla coscienza, dal linguaggio. In secondo luogo, il rapporto tra l’uomo e il suo mondo è caduto vittima di uno sconvolgimento profondo, dovuto al fatto che i rapporti produttivi sono autonomi rispetto al lavoro "vivente". E la reificazione e lo sfruttamento della natura si ritorcono inevitabilmente contro l’uomo, che deve porsi il problema di dare "l’alt all’estremo male".

Svevo avverte il senso del negativo come un peso incombente derivante sostanzialmente dal basso, dal puro ontico: è il sartriano "pratico inerte" che sovrasta l’uomo e ne mina la possibilità di giudizio. La negatività risiede proprio nella smisurata potenza che l’inessenziale assume in un’esistenza resa per se stessa inessenziale alla totalità, tanto da riuscire a mascherarsi da "coscienza sociale" o da valore comune. Intendere la alterità sociale sul piano ideale, ossia sul piano della costruzione teorica, significa in realtà dedurla e negativo, ossia come il rovescio possibile della cattiva sostanza, del mondo alienato. Ma l’idea di una possibile conciliazione deve collocarsi alla fine del processo dialettico, che obbliga a prendere coscienza che il "tutto" è il "non vero".

"Tutti i progressi della civiltà sono regressi dell’individuo. Ogni progresso nella tecnica istupidisce per quella parte il corpo dell’uomo…Così ai nostri giorni sono istupiditi ad esempio i fabbri, che un tempo da un blocco di ferro sapevano a forza di fuoco, di martello e di scalpello foggiare qual si volesse oggetto, che oggi sanno appena adattare e congiungere con le viti pezzi fatti che arrivano dalle fabbriche o dalle fonderie…E al loro posto sono subentrate le masse di tristi e stupidi operai delle fabbriche che non sanno che un gesto, che sono quasi l’ultima leva delle loro macchine".

Se l’universo positivista fondava le sue certezze nell’assolutezza dei concetti di spazio e tempo, di causa ed effetto, ora le nuove teorie relativistiche e psicanalitiche rimettono tutto in discussione. I vecchi schemi della cultura positivistica sono distrutti e totale è il ripudio dei miti consolatori dell’Ottocento. Il disagio delle masse, la povertà e la frustrazione di quanti lavorano nelle industrie, non consente più di credere alle costruzioni idealistiche di Hegel, che fa della storia la manifestazione dello spirito assoluto. Marx, che si fa interprete dei malesseri del suo tempo mostra come la persona si sia trasformata in lavoratore, considerata solo "una bestia da soma con la finalità del guadagno". E’ un uomo alienato, quello intrappolato nell’ingranaggio della società capitalistica, appiattito dalla logica dell’avere. "Conobbi un grande uomo d’affari. Tutta la sua vita è stata dedicata agli affari, tanto che l’uomo in lui non trovò altra espressione di vitalità che nell’immaginare continuamente nuovi mezzi per accumulare denari. Intorno a lui causa tale fenomenale attività, dilagò molta felicità; i figlioli, la moglie, furono portati addirittura in una classe superiore…". La riappropriazione di sé consiste nel recupero di un rapporto pieno fra uomo e natura come fra uomo e uomo; è recupero della totalità dell’individuo, di tutti i suoi sensi, fisici e spirituali, che non si esaurisce nel possedere e nell’avere. E’ dunque la vita che determina la coscienza e, in questo senso, si può dire che la morale, la metafisica, la religione, non conservano che una parvenza di autonomia. La coscienza porta la maledizione di essere infetta dalla materia.

Svevo nei suoi primi scritti lascia trapelare delle simpatie di carattere politico, che scompaiono del tutto nei successivi romanzi, a partire da Una vita. Ben lungi, dunque, da interpretare la condanna del mondo borghese con teorie di stampo marxistico, secondo quanto asserisce la critica di stampo comunista applicando la teoria del rispecchiamento, essa va letta piuttosto come una dichiarazione di impegno ideologico. Ne La tribù, unico racconto in cui la prospettiva e il tema sono dichiaratamente politici, lo scetticismo dell’autore nei confronti delle teorie politiche in generale e del socialismo scientifico risulta evidente. A suo parere l’egoismo personale di ogni uomo basterebbe ad inficiare una dottrina tanto utopica e astratta. Lo scrittore non ritiene possibile che gli uomini, in futuro, vivano liberi e uguali grazie a mutate condizioni economiche: l’impulso della "volontà" schopenhaueriana che vuole se stessa è tale da impedire un assetto in cui tutti abbiano uguali diritti e uguale libertà. Del resto di ideologie, di valori universali si servono le classi più potenti per mantenere il loro predominio sulle altre: un pensiero che si deduce dal comportamento di Achmed, il giovane della tribù nomade che dell’Arabia, dopo aver assimilato i sistemi dell’economia occidentale, vorrebbe imporli al suo gruppo convertendolo ad una produzione industriale, per potersi arricchire per primo. Ma il saggio Hussein comprende la catastrofe a cui andrebbe incontro e lo fa cacciare.

Nel sistema capitalistico la cosa domina sull’uomo, il prodotto sul produttore, non sono i mezzi di produzione ad essere utilizzati, ma l’operaio da essi. Di qui l’alienazione, perché la cosa viene personificata e la persona reificata. Si pensi al modo in cui Alfonso Nitti viene trattato al momento della morte, allorchè viene trovato suicida nella sua camera: egli viene trattato alla stregua di una cosa, tanto che nessuno si preoccupa di riferire della sua morte in paese, ma con un semplice telegramma la questione viene risolta. Del resto il compito dell’operaio, come quello di Alfonso, è solo quello di mediare il lavoro della macchina, nel caso del protagonista di riscrivere ciò che i superiori gli ordinano. Il lavoro, così, non è più espressione di un sapere, che invece è incorporato nella macchina; non sta più all’inizio del processo produttivo e di trasformazione, ma alla fine.

Profondo esaminatore della crisi che si sviluppa tra i due secoli, Freud, altro riferimento del retroterra sveviano, dedica un intero saggio al "disagio della civiltà", in cui si spiegano le motivazioni della sofferenza umana, costretta a reprimere le pulsioni vitali. La rivoluzione della teoria psicanalitica, infatti, consiste nella acquisizione della perdita di centralità della coscienza e infligge una profonda ferita narcisistica al sapere fino ad ora sistematizzato.

La dimensione dell’inconscio distrugge l’illusione di essere padroni della propria interiorità: la coscienza e la razionalità umane sono costantemente insidiate da emozioni e passioni che ne relativizzano il ruolo. Ma per vivere in società occorre inibire certe pulsioni sessuali e aggressive, sublimandole in mete e oggetti diversi da quelli originari. In questo modo l’individuo cerca di dominare e trasformare la realtà al fine di rendere la vita della collettività sempre più sicura e per certi versi appagante. Svevo trae dalla psicanalisi uno stimolo e una maniera più sicura di addentrarsi nei meandri dell’Io, ma non si lascia condizionare e travolgere. In alcuni passi de La coscienza di Zeno egli resta fedele alla dottrina freudiana, ma in linea di massima è solo una chiave esegetica globale che consente di vagliare meglio il suo "realismo critico". Freud, pertanto, è un pretesto per riaffermare la malattia dell’uomo, per descriverla e comprenderla meglio, tanto che quando le teorie psicanalitiche non gli sono più utili, se ne sbarazza con pungente ironia, quella che pervade tutta l’analisi del paziente Zeno. Ma la malattia di cui è colpito Zeno e con lui tutta la civiltà occidentale è anche una "malattia storica", nel senso usato da Nietzsche. L’uomo è stato ridotto a contenitore di coscienza storica, passivo spettatore degli eventi, incapace di vivere il presente. Il sapere non fine a se stesso, ma preludio dell’utile, la storia che grava sulle spalle della società moderna, vanno combattuti perché impediscono all’uomo di "fissarsi sulla soglia dell’attimo".

Il singolo è una enciclopedia ambulante, ha perso il contatto con sé, con la sua interiorità, indossa l’abito logoro delle convenzioni e dell’imitazione. "Dio è morto", proclama Nietzsche, operando un totale azzeramento di valori che decreta il rifiuto assoluto di ogni ideale e valore su cui la civiltà ha costruito per secoli la propria regola di comportamento. L’irruzione del nichilismo tradisce il nulla che ne era il fondamento nascosto; la terra si snatura e va verso la sua decadenza: se Dio è morto non ha più senso parlare di bene e di male, di giusto e di ingiusto, la verità stessa è labile, perché chi dovrebbe conoscerla o constatarla ha perso il potere di ri-conoscerla e fissarla come contenuto di coscienza. Lo constateremo con il cinico quanto disilluso Zeno che non sa più vivere ma si osserva vivere, perché ha perso per sempre la spontaneità nel rapportarsi alla vita e ha smascherato l’ipocrisia e l’egoismo che soli dominano incontrastati.

Ma Zeno è solo l’ultimo gradino della disillusione, talmente inoltrato nella crisi da non distinguersi da essa. Alfonso Nitti è invece un giovane povero di un paesino del Carso che si reca in città, a Trieste, per trovare fortuna: "Alfonso era venuto in città apportandovi un grande disprezzo per i suoi abitatori; per lui essere cittadino equivaleva ad essere fisicamente debole e moralmente rilasciato, e disprezzava quelle ch’egli riteneva fossero le loro abitudini sessuali, l’amore alla donna in genere e la facilità dell’amore". Alfonso vive di slanci ideali, lontano dalle invidie e dalle gelosie che si agitano nel posto di lavoro. E la sua alienazione viene proprio dal non poter trovare all’esterno uno sbocco alle sue ambizioni. "Stanchezza? Somigliava piuttosto a nausea. Lentamente il suo lavoro di giorno in giorno aumentava, ma in qualità di poco o nulla mutava. In un’intiera giornata egli aveva da costruire uno o due periodi; aveva invece da copiare innumerevoli cifre, ripetere innumerevoli volte la stessa frase". Ha una interiorità complessa, mista di egocentrismo e pavidità, voglia di imporsi socialmente e desiderio di rifugiarsi in un mondo sicuro, quello degli ideali, che legge sui libri. E’ costretto a scendere al compromesso più volte accettando i rimproveri dei capi e le esteriorità borghesi. Il disagio appare in tutta la sua forza nella lettera che invia alla madre. Dalle parole del Nitti traspare il suo stato d’animo dominante: l’insofferenza verso la città e i cittadini, "il disgusto e il rovello per la meschina e grigia esistenza quotidiana che contrasta con le sue attitudini di letterato, i suoi sogni di successo, le sue chimere e i suoi generosi slanci ideali". Alfonso si pone degli interrogativi, riflette sulla morale, sull’amore, sulla morte, pensieri che non interessano più nessuno se non nel loro aspetto pratico, come delle norme che la società Leviatano impone per regolare e garantire la convivenza tra gli uomini. Vuole cercare la verità, quella che si è persa dietro un sapere che ha solo uno scopo funzionale, che ha reso il pensiero estraneo a sé. "Gli uomini pagano l’accrescimento del loro potere con l’estraniazione da ciò su cui lo esercitano. L’estraniazione degli uomini dagli oggetti dominati non è il solo prezzo pagato per il dominio: con la reificazione dello spirito sono stati stregati anche i rapporti interni fra gli uomini, anche quelli di ognuno con se stesso".

Attraverso la sua trasformazione in epistéme che mira al dominio, il pensiero fa violenza a se stesso, smarrisce la sua vera essenza. Alfonso cerca di recuperare quelle verità che nulla hanno a che fare con l’utile o con il profitto e progetta addirittura un libro: "Il titolo intanto: l’idea morale nel mondo moderno e la prefazione in cui dichiarava lo scopo del suo lavoro. Era uno scopo teorico senza veruna utilità pratica…". Anche in questo caso dovrà però fare i conti con la realtà, più precisamente con il desiderio di successo di Annetta a cui si vede costretto a sacrificare la sua inventiva e i suoi propositi per un romanzo ciarliero e dai contenuti scialbi. "Ella rimase sempre ferma al suo primo giudizio, che Alfonso bensì disponesse di un maggior numero di idee elevate, ma che non sapesse unirle a farne un buon romanzo. Era troppo greve e troppo grigio. Prima o poi si sarebbe conquistato un bel nome con qualche buona opera filosofica, ma con un romanzo no, era cosa troppo leggera per lui". Ma per amore, perché lui crede che "una donna è la dolce compagna dell’uomo, nata piuttosto per essere adorata che abbracciata", si rimette ai desideri di Annetta, per vederla entusiasta e desiderosa di incontrarlo. Non considera che lui è un subalterno, che ci potrebbero essere difficoltà perché lei è ricca ed è la figlia del principale. Macario, cugino della Maller, lo redarguisce: "Che cosa ci ha da fare il cervello? E lei che studia, che passa ore intere a tavolino a nutrire un essere inutile! Chi non ha le ali necessarie quando nasce, non gli crescono più. Chi non sa piombare a tempo debito sulla preda non lo imparerà giammai e inutilmente starà a guardare come fanno gli altri".

Alfonso non ha le ali e nemmeno desidera averle. Semplicemente decide di non scegliere. Sta in questa inerzia la sostanziale inettitudine del personaggio, in balia di rimorsi e di una continua girandola di pensieri. L’individuo incapace rifiuta lo sforzo e ricerca il mito, non come piacere estetico ma come esperienza morale e drammatica, come tentativo di preservarsi da ogni forma di indebolimento, di degradazione e di annientamento.

Il malessere di Alfonso ha anche un risvolto sociale, perché si trova in continuo conflitto con la borghesia di cui vede i limiti e che qualche volta lo seduce tanto da desiderare di essere integrato: "Era stata una felicità strana….vedere gli altri tutti in lotta per il denaro e per gli onori e lui rimanere tranquillo, soddisfatto al sentirsi nascere nel cervello la genialità, nel cuore un affetto più gentile di quello che di solito gli umani sentono…Ora invece questi lottatori che egli disprezzava lo avevano attirato nel loro mezzo e senza resistenza egli aveva avuto il loro desideri, adottato le loro armi".

Sono i superiori che dimostrano di saper vivere, di assolvere con naturalezza al proprio ruolo raggiungendo il loro scopo di ascesa sociale, a sottolineare l’estraneità, l’emarginazione e la lacerazione tra mondo privato ed esperienza pubblica di chi non riesce ad essere realmente integrato. A riguardo commenta l’impiegato Nitti: "Non poco aumenta i miei dolori la superbia dei miei colleghi e dei miei capi. Forse mi trattano dall’alto in basso perché vado vestito peggio di loro. …Se mi dessero in mano un classico latino lo commenterei tutto, mentre essi non ne sanno nemmeno il nome". Ma ben presto si accorgerà che le sue doti, per la verità più supposte che reali, non gli servono e che è incapace di mettersi al passo con la vita degli altri. Il signor Maller, Macario, la stessa Annetta e persino Gustavo Lanucci rappresentano gli antagonisti vincenti, la possibilità accertata di far valere le proprie ragioni, di imporsi sugli uomini e sulle circostanze. Sono persone "pratiche", che non sanno di essere solamente degli ingranaggi nella macchina produttiva e che quindi lo sono meno di Alfonso, capaci di gioire nonostante i compromessi, l’ipocrisia, senza bisogno di voli idealistici o fughe nel sogno. "Alfonso non ha preso nulla: è stato preso; può accettare questa sorte, non può volerla per sua libera scelta. Potrebbe amare Annetta se lei volesse amarlo, se lei accettasse una parte in qualche modo subalterna nella loro vita comune, ma in nessun modo può ora rinunciare a vederne i difetti, in nessun modo gli riesce di intravvedere la possibilità di una sua condizione di principe consorte". Solo i cittadini, i superiori, gli altri possono scegliere, perché non ne hanno bisogno. Come funzionari di un apparato kafkiano essi semplicemente vivono per la parte che è concessa loro: in Svevo, in Alfonso, nella filosofia, questo è insopportabile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

§ 1.2. Inettitudine e senilità alla prova dell’esistenza

 

"Una vita" è il ritratto di un inetto. Ciò significa che Alfonso Nitti diventa l’emblema di un particolare rapporto dell’uomo con la vita. Il Nitti è un sognatore, con un "forte, irriducibile scompenso tra le facoltà pratiche, fra la sovrabbondanza della vita interiore (analisi costante di sé e dei propri stati d’animo, fantasticherie, impulsi generosi, ambizioni letterarie e filosofiche) e la scarsezza o l’inconsistenza della vita esteriore, a contatto diretto con la realtà". Alfonso è fiero della propria cultura e crede che prima o poi le sue doti intellettive gli consentiranno di ottenere consenso e stima. Ma si sbaglia. Il suo è un animo romantico fuori tempo, infatuato dalla letteratura, a cui si aggiunge il potere di credersi diverso da quello che è: tra accenni di superomismo (che Svevo condanna in quanto immorali) e segreta voluttà di pianto, il protagonista rinuncia piano piano alla vita che sa dirigere solo nel suo pensiero, nei suoi astratti sistemi da buon teorico. Appare come un impiegato di scarso rendimento, cosa che per lui è fonte di dispiaceri, continue umiliazioni e trasferimenti da un incarico all’altro. La coscienza di questa debolezza conduce da un lato al rifiuto sempre più radicale del mondo esterno, al rifiuto costituzionale della lotta e dell’impegno pratico, e dall’altro a un tormentato sentimento di inferiorità.

Non migliore è il suo ingresso in casa Maller, quando deve sottostare alle umiliazioni e alle beffe di Annetta, che altro non fanno se non acuire il suo senso di inadeguatezza. Quando poi la conquista, egli si illude che la notte d’amore trascorsa con la ragazza sia il risultato della sua azione, del suo temerario ardire. Nella scena della seduzione egli invece mostra la sua indole di spettatore passivo: è freddo, ragionatore, non riesce ad abbandonarsi alla gioia dell’attimo, pensa a fare congetture e a comportasi secondo quanto ha letto sui libri in merito ai cerimoniali d’amore (risponde al saluto di Annetta agitando il cappello; prima di andarsene sa che è suo dovere consolarla). Il suo candore, che lo rende ridicolo di fronte alle maliziose asserzioni dei colleghi, gli suggerisce di cercare una resa con i Maller, accettando la proposta di allontanarsi per qualche tempo da Trieste. Quando Francesca lo ammonisce di non partire, perché così per lui sarebbe stato tutto perduto, egli al contrario si acquieta sentendo scomparire i sensi di colpa e i rimorsi. "Era una soluzione felice perché, mentre gli aveva temuto di venir costretto a fare lui la parte di traditore, tutto ad un tratto diveniva il tradito e non gli restava altro compito che di dare generosamente il suo perdono, cosa facile e aggradevole". "L’inettitudine è il riflesso dell’inazione, dello stato di rinuncia e di quiete e della lontananza dalla lotta. È la rinuncia alla lotta a determinare l’inettitudine in Svevo, mai viceversa; è un punto di arrivo e mai di partenza e il suicidio non è che l’approdo ultimo di questa concezione, perché rinuncia definitiva all’azione".

Alfonso, quindi, risolve di tornare al paese natio dove gli si prepara un’altra sciagura: la madre è gravemente ammalata e in breve tempo sopraggiungerà la morte. Le cose non andranno meglio al ritorno a Trieste, dove l’accoglieranno solo il rifiuto e il disprezzo dei superiori, fino alla sfida a duello di Federico Maller, per riscattare l’onta subita. Sebbene più vicini alla sua condizione sociale, Alfonso si sente distante anche dai Lanucci, incapace di condividerne i desideri e le avversità quotidiane. Si improvvisa educatore di Lucia ma ben presto si troverà di fronte al fallimento dei suoi sforzi perché la giovane non ha le capacità per rispondere adeguatamente alle sue aspettative. E lui dimostra di essere un insegnante poco attento e affatto interessato a trasmettere il suo sapere, piuttosto, al contrario bramoso di essere ammirato e adulato. Sarà proprio Lucia nella sua qualità di scolara testarda e piagnucolosa a dargli un’ulteriore prova del suo astrattismo, insinuando che non basta aver studiato per saper insegnare. Ancora una volta è in scena la sua incapacità di vivere, di capire il nocciolo della situazione e di agire di conseguenza. "Con l’inazione o rifiuto dell’azione si vuole dunque evitare lo stato di sofferenza e di disagio del singolo inserito nell’ingranaggio sociale moderno…Come per l’ascesi di Schopenhauer il procedere casuale dell’impassibile natura conferisce legittimità all’inazione e all’assenza della vita": una estraneità alla vita che si traduce in disposizione alla morte. Così il romanzo termina con il suicidio del Nitti, un gesto di natura razionale, degno di un teorico qual egli è. Un atto che "rappresenta il trionfo della ragione che punisce e doma per sempre un organismo incapace di competere e lottare eppure irrimediabilmente attratto dall’istinto della vita, causa prima della sua umiliazioni e delle sue sciagure". Togliendosi la vita egli ricompone il suo dissidio individuale, di cui è pienamente consapevole. Eppure non vi aderisce con la tranquillità d’animo di chi compie una conquista spirituale, ma dopo un procedimento deduttivo teorico e razionale: "No, egli ragionava calmo! Schierava dinanzi alla mente tutti gli argomenti contro il suicidio, da quelli morali ai predicatori, a quelli dei filosofi più moderni; lo facevano sorridere! Non erano argomenti ma desideri, il desiderio di vivere…Quella era la rinunzia che aveva sognata. Bisognava distruggere quell’organismo che non conosceva la pace; vivo avrebbe continuato a trascinarlo nella lotta, perché era fatto a quello scopo ". In questo caso Svevo si distacca da Schopenhauer, che sa che togliersi la vita non annulla la volontà, e considera la differenza che intercorre tra l’individuo privato e quotidiano delle sue storie e l’individuo filosofico di Schopenhauer. "Il suicidio, lungi dall’essere negazione della volontà…è un atto di forte affermazione della volontà stessa…me deriva che la distruzione di un fenomeno isolato è azione in tutto vana e stolta". Così il suicidio che non è accettabile per l’uomo concepito dalla filosofia, deve invece essere tollerato e perdonato all’uomo come singolo, come individuo concreto e limitato. "La morte è l’ammirevole liquidazione della vita. Quando il filosofo amaro ghigna che il suicidio non è altro che un palliativo, come tutti coloro che per vedere meglio s’innalzarono di troppo. Vedono il paese, non l’albero, non la casetta. Il destino del singolo è piccolo anche dinanzi alla morte. Per la morte il piccolo singolo rientra privo di ogni responsabilità nella vita generale e vi si annulla. Come non riconoscere che la morte cancella ogni dolore per le nostre sventure, per le nostre debolezze e per i nostri errori? La debolezza è memoria" sembra ribattere Svevo proprio a Schopenhauer.

Nel Dialogo di Plotino e Porfirio di Leopardi il filosofo greco è intento a dissuadere il suo discepolo Porfirio dall’intento di suicidarsi. A Porfirio, che ha constatato l’assurdità del vivere, il maestro non controbatte da una prospettiva filosofica o morale, ma in nome di quel sentimento che fa sentire solidali con gli altri uomini costretti alla stessa sventura. "Il destino dell’uomo è piccolo anche dinanzi alla morte" sostiene Svevo, e in effetti il suicidio, una volta divenuto "il solo autentico problema filosofico" resta imbrigliato nelle miserie di una soggettività ormai frantumata e non può trovare antidoti che nelle stesse, non teorizzabili, debolezze umane.

Alfonso è la personificazione dell’affermazione schopenhaueriana della vita tanto vicina alla sua negazione. "Gli argomenti che il protagonista considera pro e contro il suicidio sono l’estremo tentativo di ricomporre, su un piano razionale, la frattura fra organismo fisico e volontà morale, tra desiderio istintivo di vita e il rifiuto totale della vita e dell’azione". Solo con la morte l’individuo cessa di essere in balia di dubbi e lotte perché l’esistenza del Nitti fino all’ultimo è estranea al suo proprietario. Scrive Svevo: "E pensando che quando morirò morrà con me il dubbio, la mia lotta con me stesso e gli altri, tutta la mia curiosità e tutta la mia passione, io, davvero, penso che il mondo avrà dalla mia morte una grande semplificazione". Con la morte muore l’eccezione, il non-vivente della vita e resta, a seguito del suicidio, non un vuoto nel mondo, quanto la restituzione di quel pieno originario che un soggetto tormentato non può coprire con la propria osservazione esclusiva e, quindi, propriamente esclusa.

"Era possibile che in quella casa qualcuno lo osservasse per gioire del suo dolore. Era un’idea sciocca, nessuno più di lui si occupava, neppure per fargli del male". Il mondo rivela, dietro l’apparenza razionale del suo essere fenomenico (il mondo come rappresentazione), una essenza, un fondo oscuro e irrazionale, non coglibile con l’intelletto. Ogni decisione di Nitti sembra non avere gli effetti sperati sulla realtà, che in verità sono sconnessi, e di caricarli di significati diversi, più rassicuranti, che diano l’illusione di poter dominare l’esistenza. Alfonso è sempre pronto a rimuginare, tenta di rimettere ogni cosa al suo posto per poter rasserenare il suo animo.

All’inizio della sua avventura a Trieste è pieno di buoni propositi, è certo che si imporrà all’attenzione della collettività, non quale prezioso dipendente della banca Maller, ma come letterato. Sente il desiderio di amare una donna anche se, da pavido, rinuncia alla conquista appena scorge un piccolo segnale di insofferenza: dopo aver avvicinato Maria e essere riuscito a fissare un appuntamento, non sa risolversi ad abbandonare la biblioteca e perde l’occasione di conoscerla. Nitti, dunque, è convinto di vivere in piena autonomia la propria centralità di soggetto. Ma il suo animo, presto in dissidio con ciò che è altro, non riesce mai a scegliere con serenità e chiarezza, con adesione totale. "L’abboccamento era stato fissato per quelle ore e all’ultimo momento egli aveva deciso di non andarci. Ebbe poi un cocente rimorso della sua azione, ma non potè ripararvi perché non la rivide mai più". E’ la vita a determinare l’esistenza del Nitti, una eventualità che detta ogni scelta e gesto e a cui egli cerca invano di resistere. L’intelletto stesso, con la riflessione che smorza l’azione, diventa servitore della vita, la quale non rivela scopi e finalità passibili di una comprensione intellettiva, ma si offre cieca e irrazionale, e non si propone altro scopo che la propria continuazione. Proprio come la volontà di vita in Schopenhauer.

"Fenomeno è rappresentazione e nulla più; e ogni rappresentazione , ogni oggetto di qualsiasi specie è fenomeno. Cosa in sé è soltanto la volontà che a tal titolo non è affatto fenomeno, anzi ne differisce toto genere…La volontà è la sostanza intima, il nocciolo di ogni cosa particolare e del tutto; è quella che appare nella forza naturale cieca, e quella che si manifesta nella condotta ragionata dell’uomo…". Alfonso ne ha consapevolezza ma vorrebbe svincolarsi da questa ferrea necessità, non riuscendo ad assecondarla come farà invece Zeno, l’"uomo onda": per questo motivo è uno sconfitto già in partenza.

La volontà vuole se stessa, sfrutta ogni occasione per affermarsi, senza avere di mira un fine ordinato e comprensibile nella logica umana. L’unica soluzione che il protagonista pensa di aver trovato è scegliere di non scegliere, intendendo sottrarsi a questa drammatica lotta. "Si trovava, credeva, molto vicino allo stato ideale sognato nella sue letture, stato di rinunzia e di quiete. Non aveva più neppure l’agitazione che gli dava lo sforzo di dover rifiutare o rinunziare. Non gli veniva più offerto nulla; con la sua ultima rinunzia egli si era salvato, per sempre, credeva, da ogni bassezza a cui avrebbe potuto trascinarlo il desiderio di godere". Credeva, sottolinea Svevo, perché solo con la morte può cessare l’alternanza di dolore e noia; Alfonso avverte spesso "quello stato di noia in cui le cose gli apparivano grigie". L’uomo tende al piacere, ma questo stimolo ha per condizione uno stato di bisogno e quindi di dolore; poi, soddisfatto questo desiderio, subentra la noia, fino ad un ulteriore stato di agitazione. "…Un eterno divenire, una corsa senza fine, ecco la caratteristica con cui si manifesta l’essenza della volontà. Di tal natura sono infine gli sforzi e i desideri umani, che ci fanno brillare innanzi la loro realizzazione come fosse il fine ultimo della volontà; ma non appena soddisfatti, cambiano fisionomia; dimenticati, o relegati tra le anticaglie, vengono sempre, lo si confessi o no, messi da parte come illusioni svanite".

La legge naturale non è che l’esplicazione necessaria e infallibile della forza: nel suo modo di manifestarsi la volontà si presenta infatti lacerata da una insuperabile conflittualità. La natura, a tutti i livelli, mostra uno spettacolo desolante di lotta e sopraffazione. Alfonso ne avverte tutto il dolore quando si sente in colpa per lo stato ansioso in cui è ridotto il collega Fumigi, a cui Annetta si è rifiutata come sposa. Questa lotta per la sopravvivenza non è intesa darwinianamente, perché chi ne esce vincitore non è il migliore, ma il più furbo, il più scaltro, il tipico prodotto della società capitalistica, il saccente Macario. "Il conflitto interno della volontà oggettivandosi in tutte queste idee si manifesta nella implacabile guerra di sterminio che si fanno a vicenda gli individui di quelle specie…Il teatro e l’oggetto di questa lotta è la materia, di cui gli avversari cercano di strapparsi a viva forza il possesso; è il tempo e lo spazio, la cui riunione nella forma di causalità costituisce propriamente la materia". È la natura matrigna di Leopardi, non portatrice di valori perché essa stessa per prima è cinica e indifferente al dolore umano. "Il fine della natura universale è la vita dell’universo, la quale consiste egualmente in produzione, conservazione e distruzione dei suoi componenti" scrive il poeta nello Zibaldone. La natura è nemica dell’uomo e dell’intero universo, mossa da forze cieche e non si può dare spiegazione del dolore, della vita, dell’infelicità, del fine dell’esistenza. A suo modo (senza le motivazioni apparenti che si danno all’intelletto, direbbe Schopenhauer), ogni essere, anche inanimato, è inciso dalla sofferenza, come unica e reale dimensione dell’esistere; allora il giardino descritto ne "Il giardino del male", dove tutto è dolore e sofferenza, appare la metafora allegorica dell’universo e della nostra drammatica presenza.

Anche l’individuo descritto da Freud è destinato all’infelicità, perché in lui agiscono le pulsione sessuali e quelle di realtà, che sono sempre in contrasto. Le prime, riferibili al principio di piacere, hanno quale finalità ultima la conservazione delle specie, mentre le altre si propongono di assicurare la sopravvivenza dell’individuo; entrambe sono mosse dalla medesima energia libidica che però è disponibile in quantità finita. Ciò significa che il conflitto nasce per appropriarsi di maggiori quantitativi possibili di energia; in altri termini, si tratta dell’opposizione tra processo primario e secondario, l’uno legato al pensiero inconscio, l’altro al preconscio e alla coscienza. Ma lo scontro, la lacerazione del soggetto avviene anche in meccanismi che regolano il funzionamento dell’apparato psichico. Alfonso è costretto a sottostare alle pressioni della società che lo vorrebbe produttivo, pratico, rapido, un mero esecutore di quanto gli viene ordinato. La madre ha la funzione di un Super-Io, anch’essa protesa a vedere il figlio ben inserito e con un solido stipendio. Il Nitti fatica non poco a sottrarre qualche energia e convogliarla verso il suo Es, dando sfogo ai suoi desideri, giusto il tempo riservato al sonno quando gli capita di sognare l’incontro con Maria: "Sognò fantasticamente di Maria… Gli diceva ch’ella già sapeva ch’egli all’appuntamento non aveva potuto venire per forza maggiore. Lo scusava e l’amava".

"Alfonso Nitti è un personaggio complesso e contraddittorio, in cui convivono le sollecitazioni più contrastanti: pensa in un modo e agisce in un altro, vuole e non vuole, crea e distrugge, è calcolatore e disinteressato, timido e ardito, ha complessi di inferiorità e si sente al di sopra degli altri, a volte goffo e sventato, a volte controllato nella parola e nel gesto, ora sciocco e ingenuo, ora perspicace e scaltro, ora indolente e privo di senso pratico, ora abile e intraprendente, ora astratto sognatore, ora lucido ragionatore, c’è in lui un pizzico di vittimismo e uno di titanismo". La sua interiorità è inconciliabile, caratterizzata dall’incoerenza, dalla contraddizione, dal dubbio: non è mai totalmente disinteressato o sognatore, né lucido e spietato; quando sembra essersi risolto verso una condotta da adottare, quando c’è da prendere posizione, non va mai fino in fondo. Non riesce ad essere certo di nessuna cosa, è preda degli umori e degli accadimenti del mondo, senza riuscire a farsi un’opinione di se stesso e dei suoi sentimenti. "Sempre ancora egli si trovava nella sue azioni in contraddizione con le sue teorie". Anche in questo caso emerge la teoria schopenhaueriana della volontà che una, eterna, incausata, senza scopo, troneggia sull’esistenza di ogni essere vivente, in modo particolare sull’uomo che può diventare consapevole di quanto gli accade. Infatti, questa radice noumenica, che si oggettiva secondo gradi ascendenti, dagli esseri inanimati all’uomo, trova proprio nell’essere pensante il suo culmine, perché gli si manifesta immediatamente nell’autocoscienza. Ma ciò che acquista in coscienza, egli perde in sicurezza, perché la ragione guida della vita è meno efficace dell’istinto e fa sì che l’essere umano risulti sempre un animale malaticcio.

Il Nitti ha squarciato il velo Maya dell’illusione, non riesce più ad ingannarsi godendo di momentanei piaceri o stati di benessere. Se intorno a lui tutto sembra essere regolato da una precisa logica, egli si accorge che non può condurre le sue scelte in modo libero: non solo le pressioni sociali, ma l’inferno degli egoismi non lascia spazio ad alcun sentimento di amore e di unione.

Emilio Brentani può essere considerato, a buon diritto, un fratello maggiore di Alfonso Nitti, perché anche lui deve fare i conti con la sua incapacità e debolezza. L’inettitudine in questo caso diventa senilità perché non c’è più totale frattura tra individuo e società, ma una soluzione di compromesso e intenzione di inserirsi nel flusso della collettività: "la valenza del romanzo si sposta sempre di più sul terreno ontologico, dell’essenza dell’individuo: malati e vecchi non sono che gli uomini tutti in quanto tali".

Emilio è meno eroico e meno puro di Alfonso e dimostra maggiore disponibilità di fronte all’esistenza, all’amicizia, all’amore. Rimane il suo disagio esistenziale, il potere e abuso dell’introspezione, una inconcludenza che gli impedisce di agire, acuita da profonda autocritica. Anche Emilio, come Alfonso, appartiene alla schiera degli uomini che pensano e non degli uomini che agiscono, "Ma d’improvviso (…) ecco che l’Uno divenne Due": Emilio accetta lo sdoppiamento e cerca di imparare dall’amico Balli a godere delle gioie degli affari di cuore. Vincendo quella sua "debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa", intraprende un’avventura amorosa con la bella e sfrontata Angiolina Zarri, senza comprendere il rischio a cui si espone. "Mi piaci molto ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo", questa è la misura con cui cerca di tutelare le sue certezze: non si avvede di essere uno sprovveduto, privo di malizia e incapace di nuocere agli altri se non involontariamente. Si viene così a creare una situazione di tragico umorismo pirandelliano, perché a fronte del suo autoinganno la stessa Angiolina si rivela sempre più astuta ed egoista, desiderosa solo di ricevere attenzione e ammirazione da tanti uomini. Il Brentani crede che, indossando la maschera del cinico e ispirandosi all’amico artista potrà dominare gli eventi e sottrarsi alla sua implacabile coscienza votata alla responsabilità e costituzionalmente negata alla spensieratezza. È un modo, in fondo, non solo per vivere almeno l’ultima parte di quella giovinezza che sta passando (ha 35 anni), ma soprattutto per dimostrare a sé che può vivere come gli altri, che è normale. Inizia così la frequentazione di Angiolina, o Ange, come lui da buon sognatore la chiama: ecco le notti di dolce sentimento, che ben presto lasceranno il posto a inseguimenti e dispiaceri. Infatti, Giolona, (come l’occhio più attento del Balli la vede), manifesta sempre più apertamente il piacere di disporre appieno della sua libertà ,di non rinunciare ai favori che le vengono accordati perché intende trarre vantaggi da ogni situazione. L’intento di non subire tante umiliazioni e di lasciar perdere la relazione resta teorico, impraticabile, visto che Emilio, a dispetto delle sue stimate precauzioni, si è innamorato di Angiolina. Dalla gioia al dolore, vede trascinare nella sua storia anche il destino della sorella Amalia che muore di cirrosi perché da tempo dedita all’alcol e lui troppo preso da altro per accorgersene. "Lungamente la sua avventura lo lasciò squilibrato, malcontento. Erano passati per la sua vita l’amore e il dolore e, privato di questi elementi, si trovava ora col sentimento di colui cui è stata amputata una parte del corpo… Anni dopo egli si incantò ad ammirare quel periodo della sua vita, il più importante, il più luminoso. Ne visse come un vecchio del ricordo della gioventù". E’ questo atteggiamento senile, di distacco, che lo differenzia da Alfonso, che è chiuso in sé, nella sua autentica singolarità, che vede precluso qualsiasi rapporto dialettico con il mondo perché troppo diverso dalla mentalità borghese. Invece Emilio è più aperto e meno tragico e totalizzante, ha un vero amico, lo scultore Stefano Balli, anche se costretto ad una posizione subalterna; è più saggio del Nitti, quella saggezza dei vecchi che gli permette di salvarsi e di trovare rifugio nell’evasione simbolica dalla realtà. "Una vecchiaia metafisica quella di tali personaggi, alla quale essi sembrano essere giunti senza aver conosciuto la giovinezza (ancorché anagraficamente giovani) e alla quale sono perpetuamente legati, come il condannato alla propria catena…Egli è meno unilaterale di Alfonso, in cui la dolente consapevolezza di non saper vivere si trasforma in una tensione disperata alla morte: la sua vicenda è più larga e aperta, come più ricca e matura è la sua esperienza umana. Sicché dal naufragio del suo amore non deriva per conseguenza diretta il fallimento della sua intera vita…per quanto fuori dalla realtà il Brentani riesce a conseguire, nel tempio segreto della coscienza, attraverso una intellettuale e volontaristica evasione, la propria liberazione e il proprio riscatto".

Una risoluzione, a conclusione del romanzo che chiarisce la natura del sogno come strumento di verità morale, nettamente superiore alla realtà e alle convenzioni borghesi. "La verità del singolo è più autentica di quella della storia, anche se più fragile e difficile a difendersi e ad amarsi e, in definitiva, meno reale". Al singolo malato e inetto viene contrapposta la società moderna, intenta a conseguire il mito ottimistico dell’evoluzione della specie, ma indifferente alla crescita morale dell’uomo. I sintomi di disagio, le nevrosi, non vanno rimossi, ammonisce Svevo, perché sono parte inalienabile della sostanza individuale. Di contro alle teorie psicoanalitiche, che tentano di rimuovere o reprimere i sintomi psichici o sostituirli con qualità il più delle volte estranee alla vera natura del soggetto, attraverso il raccoglimento interiore si devono acquisirli perché sono la contraddizione della realtà più profondamente umana. Per lo scrittore "non si tratta di reperire i sintomi di una malattia più o meno rara, bensì di comprenderla e raffigurarla", perché dove per Freud comincia la malattia per Svevo inizia la scoperta della verità.

"La conoscenza è mentale, sovente oscilla tra errore e verità, sebbene di regola venga sempre più a rettificarsi, se pure in grado assai diverso, col procedere della vita" sostiene Schopenhauer ne Il fondamento della morale, ed è proprio la mancata conoscenza di sé che provoca nell’animo umano una scia di errori e di fallaci illusioni, causa di tutti i dolori.

Sia Alfonso che Emilio soffrono perché vittime degli "astratti pensieri: sono questi che spesso ci gravano insopportabilmente e creano pene, di fronte alle quali assai piccole sono tutte le sofferenze della animalità". Il Brentani non riesce subito a capire che Angiolina è diversa da ciò che lui pensa, non sa di avere proiettato in lei le proprie illusioni, spinto dalla volontà di vivere. Ma poi comprende che può aggrapparsi alla finzione che lui stesso ha creato.

Angiolina subisce allora una strana metamorfosi: conserva inalterata la sua bellezza, ma acquista anche tutte le qualità di Amalia, che in lei muore una seconda volta. Se, dunque, Emilio non è sano e forte come Stefano, ha trovato un metodo di difesa, un escamotage per sopravvivere, rifugiandosi nel conforto della memoria e del sogno. Una senilità che non solo è destino, ma rifugio nella rinuncia, nell’inerzia, nella dolente e rassegnata accettazione della sconfitta.

"Angiolina, una bionda dagli occhi azzurri, grandi, alta e forte, ma snella e flessuosa, il volto illuminato dalla vita, un colore giallo di ambra soffuso di rosa da una bella salute, camminava accanto a lui, la testa china da un lato dal peso di tanto oro che la fasciava…". Angiolina aderisce con immediatezza e senza riserve alla vita, ha una psicologia elementare priva di complicazioni. La sua esistenza è improntata all’azione e all’istinto, abbandonata alle sollecitazioni dell’imprevisto, ed è caratterizzata da passeggeri stati d’animo. Le sue esperienze si fondano sulle emozioni sensoriali, sono abbassate a quel livello, tanto che i soli problemi che la toccano sono quelli della moda e del denaro. Non si ferma a riflettere sul senso della vita, non le interessa dare una impronta personale alle proprie scelte, bensì opera nel tempo presente, nell’immediatezza delle situazioni. Il suo carattere è schietto e solare, gioviale, di popolana poco astuta anche nell’arte della seduzione e rappresenta l’emblema della salute, del vivere bene, in armonia con sé e gli altri. È una creatura "sana, infingarda, bugiarda per difendere a oltranza la propria libertà di tradimento, volgare, bella, imperturbabile, scaltra e infantile al tempo stesso, sensibile al denaro e al chiaro vigore del rapporto amoroso", che dichiara compiacente e orgogliosa di stare sempre bene e che, per tale motivo, le è impossibile comprendere la sofferenza degli altri. Una ragazza "già perduta nel ventre della madre", che sa adattarsi e affrontare con ottimismo la sua miseria, la pochezza del padre e dell’intera famigliola.

"In Angiolina c’è "uno sfibrante prevalere dell’irrazionale, trionfalmente incarnato nella sensualità dell’animale sano di fronte al cocciuto, patetico, scolastico ragionare di Emilio, è la sostanza poetica del romanzo". Non la sfiorano i disagi e le problematiche connesse all’era industriale, sia di tipo sociale che esistenziale; non ha coscienza di quanto accade intorno e, anzi, al generoso sogno umanitario di giustizia, proprio di Emilio, fa riscontro l’angusto utilitarismo plutocratico della Zarri, "tanto che la figlia del popolo teneva dalla parte dei ricchi". Un personaggio creato per dare risalto alla figura di Emilio, vittima della potenza vitale e crudele della realtà.

Un quarto personaggio, Amalia, sorella di Emilio, debole e sognatrice come suo fratello, umile e grigia, costituisce un altro importante elemento dialettico nella struttura del romanzo: Amalia ed Emilio da una parte (malattia, senilità, contemplazione, non vita), Balli a Angiolina dall’altra (salute, giovinezza, azione, vita). Al tripudio di colori e di luci con cui viene rappresentata Angiolina, corrispondono le tinte sobrie, quasi ascetiche, del bianco, del grigio e del nero : "la signorina Amalia non era stata mai bella. Lunga, secca, incolore - il Balli diceva che era nata grigia - di fanciulla non le erano rimaste che le mani bianche, sottili, tornite meravigliosamente, alle quali ella dedicava tutte le sue cure". Ha due anni meno di Emilio, quindi 33 anni, ma il suo destino di infelicità e di morte sembra già tracciato. La sua esistenza è indissolubilmente legata a quella del fratello, ha quasi la funzione di rafforzarla: il volto pallido e smunto, discreta, pronta al sacrificio di sé per vederlo sereno, anche lei in balia del malessere. "Amalia diventa una metafora di Emilio: la malattia dell’una corrisponde alla progressiva decadenza dell’altro, il delirio in lei corrisponde ai sogni e al comportamento di lui".

Fin dal primo capitolo Amalia è scossa dalla relazione di Emilio con Angiolina, perché teme, come in effetti avverrà, che le saranno sottratte anche le attenzioni che egli le riservava, unico ad interessarsi di lei. Allo stesso tempo, però, si sente affascinata da un’emozione nuova, quella dell’amore, che adesso veniva a scuoterla: fratello e sorella entravano nella medesima avventura. Vive in modo schivo, piena di pudore, avvolta da una atmosfera silenziosa e limbale; è la figura anti-romazesca per eccellenza, visto che nessun tratto e nessun gesto attirano su di lei l’attenzione del lettore. Il colore bianco predomina e caratterizza sia la figura fisica, dal pallore del volto al candore delle mani sottili e fragili, che lo spessore morale: denota l’assenza dalla vita, la sofferenza, ma anche una tranquilla rassegnazione e volontà di dissolvimento e di morte.

Nell’accudire Emilio, Amalia trova l’oscuramento del proprio egoismo, una dedizione assoluta la sottrae alla ricerca del piacere e al desiderio di volere. Quando si innamora del Balli non rivela niente a nessuno, ciò che spera segretamente rimane celato, tanto che il fratello lo scopre perché ascolta mentre parla nel sonno. Poi, disillusa in questa aspettativa, trovando una risposta nell’assenza dello scultore, che smette quasi del tutto di frequentare la casa, cerca di sopprimere i sogni di gioia nell’alcool, fino alla fine ultima, la morte. "L’eterna giovinezza è impossibile. Anche se non ci fossero altri impedimenti, l’osservazione di se stessi la renderebbe impossibile".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo secondo

Malattia ontologica e salute sociale

 

 

§ 2.1. Malattia e salute esistenziali

 

"Un giovane educato in un collegio religioso si volge per reazione a tutto quanto sa di ribelle alle leggi umane, e matura il cervello nelle speculazioni della psiche dell’uomo e del mistero della natura. Egli troppo vede e nel suo animo amareggiato la fonte del sentimento inaridisce. Egli lo sente e ne prova dolore, vuole perciò lanciarsi nella vita per eccitarne con le sensazioni più forti le fibre paralizzate dell’animo suo. E lo fa. Ma non può riacquistare la spontaneità perduta e si accorge d’essere sempre il medesimo. E con la crudele, abituale sincerità verso se stesso, esamina il proprio intento, lo analizza, quindi con calma e ragionata risoluzione si uccide restituendo alla madre terra le energie che in lui combattono inutili". Michelstaedter è un esempio di partecipazione totale alla vita e alla morte, aderendo senza scollature alla sua teoria filosofica che indica l’impossibilità di trovare un terreno di compromesso tra la realtà e l’idea. Ne Il dialogo della salute egli parla dell’uomo sano come di colui che vive e muore senza compromessi, che accetta il proprio essere, il mondo e gli altri senza illusioni, senza aspettarsi nulla, senza temere nulla. La maggior parte degli uomini si autoinganna invece con falsi ideali che li rendono malati. "S’affannano a parlare, e con la parola si illudono di affermare l’individualità che loro sfugge. Ma gli altri vogliono parlare e non ascoltare, così l’un l’altro macella e contraddice. Non importa loro che la cosa sia detta, ma ad ognuno importa d’essere lui ad averla detta. E’ ben perciò che le particelle introduttive del discorso hanno preso le armi e sono venute avversative". La lingua, le "parole nella nebbia" riflettono le limitazioni , la malattia dell’uomo nel descrivere "il mondo elementare della realtà congiunta". Michelstaedter fornisce un’immagine significativa che Svevo avrebbe potuto fare propria in quella inesausta polemica contro il soggetto, descritta ne La coscienza di Zeno. "Se dico è malato chiunque rifletta. Non ho attuati questi riferimenti, ma la necessità inerente al riflettere per la quale mi riferisco a tutte queste persone… I ricercatori della verità che per la paura dell’oscurità si fingono una vita assoluta nell’elaborazione del sapere dicono: dolce il conoscere, sono già vinti dall’oscurità, sono già fuori dalla vita e della qualunque salute del loro organismo già non hanno più la dolcezza d’alcun sapere… La loro coscienza non è più un organismo vivo, una presenza della cose nell’attualità della propria persona, ma una memoria". In sostanza, " è male certo a ognuno l’essere nato" e l’unica soluzione è "uscire dal mondo senza conoscere la morte… La vita è il bisogno, la morte la negazione del bisogno... La morte appare inesorabile a chi vive, soltanto perché gli appare come coscienza senza bisogno… la morte mi darà la libertà, la mancanza di bisogni, la pace…". È evidente l’influsso di Schopenhauer anche in Carlo Michelstaedter, che parla dell’uomo sempre in balia dei bisogni, mai libero, mai felice. Ma egli ammette la morte come unica cura, come affermazione autentica e possibile della individualità, se ad essa si perviene dopo aver assaporato la nausea di "te stesso che sei e non sei"; non si tratta di darsi la morte per pietà di sé, per sottrarsi ai dolori, per bisogno del riposo, ma per affermare il valore del non valore (visto che i valori sono vane illusioni create dalla mente dell’uomo). Anche in Svevo la malattia è la vita e la salute coincide con la morte: "a differenza della altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure". Se in Michelstaedter è presente la possibilità di guarigione, di raggiungere l’autenticità, la "persuasione", anche se invero in modo piuttosto utopico (con l’individuo che possa essere persuaso e persuadere, avere nel possesso del mondo il possesso di se stesso), in Svevo non c’è alcuna via d’uscita. Al termine de La coscienza di Zeno egli preannuncia una catastrofe inaudita, che riporterà la salute. Mentre l’evoluzione darwiniana può spiegare il progresso nel regno animale, l’uomo è andato verso l’involuzione, il regresso. È una malattia ontologica, determinata dalla società moderna, dall’alienazione, dal fatto che "l’uomo si è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio". Zeno Cosini non crede in nulla, non ha valori da affermare perché ha capito che niente ha senso, è un "uomo onda" che si lascia trasportare con totale disimpegno; ha raggiunto (a differenza degli altri protagonisti) la consapevolezza che nell’esistenza "l’originalità della vita", cioè la sua costante problematicità, è dovuta alla sua sostanziale imprevedibilità e quindi alla sua mancanza di scopo, alla sua realtà di malattia.

Nell’ultimo romanzo è raggiunta la consapevolezza che l’uomo non può essere sano, proprio perché malato alla radice. "Ogni pessimismo tragico, ogni ingenuo ottimismo, ossia posizione angustamente passionale o polemica, sono annullate e superate in ben diversa idea dalla realtà, e cioè nella consapevolezza disincantata, obiettiva, che la vita è una ridevole farsa, nella quale ogni uomo è chiamato a recitare una parte…". Infatti, non è in grado di autodeterminarsi, non è libero; è espressione e manifestazione della necessità; ogni uomo si crede presente in ciascuno dei suoi attimi, s’immagina di potere ad ogni momento iniziare un nuovo tenore di vita, cioè diventare un’altra persona. "Soltanto a posteriori, dopo l’esperienza, s’accorge con sua meraviglia che non è libero, ma soggetto alla necessità: che a dispetto di tutti i suoi propositi e di tutte le sue riflessioni, non può cambiare la sua condotta, che dalla culla alla tomba è costretto a svolgere un carattere da lui stesso condannato, e a compiere fino alla fine il compito che ha sulle spalle". Zeno ha raggiunto questa consapevolezza e con sorriso ironico si assesta sulla piatta mediocrità della realtà borghese, conscio che è inutile lottare, cercare una elevazione nei cieli dell’ideale.

"La vita non è né bella né brutta, ma è originale…Se l’avessi raccontato a qualcuno che non fosse stato abituato e fosse perciò privo del nostro senso comune, sarebbe rimasto senza fiato dinanzi all’enorme costruzione priva di scopo…". La vita, senza più la possibilità di un progettare proficuo, resta come un complicato e inutile affaccendarsi, visto che non è in potere dell’uomo dirigerla a suo parere. Unica conseguenza possibile è il pessimismo umoristico, la tendenza a "ridere delle cose più serie", o almeno apparentemente tali, e un atteggiamento di disimpegno morale e, più in generale, esistenziale.

La malattia è dunque il vero status ontologico di tutte le creature pensanti, e la coscienza diventa, per dirla con Michelstaedter, una pura memoria di vita senza possibilità di vera appercezione riflessa. Anzi, è proprio l’iperattività di pensiero e di riflessione che manifesta la totale balìa della coscienza al dominio dell’evento. E nell’evento, mai veramente compreso dall’uomo, ma soltanto subìto o accettato, si trova l’unico briciolo di salute; questo perché il mondo "esterno" al soggetto è morto senza quell’unico punto di vista indagatore che dovrebbe essere il soggetto. La salute è la morte, e solo morendo, in vita o fuori dalla vita, si può essere sani. Zeno, adattandosi, sceglie di morire così come Alfonso, morendo, aveva preferito la vita. Eppure la malattia ha anche origini storiche, nel cammino cioè che l’umanità ha percorso a ritroso, sulla via dell’inconsapevolezza.

Svevo inizia la sua analisi della crisi parlando del dissidio tra l’individuo e la società, e conclude affermando che oramai l’uomo è malato nel suo essere, che non può guarire perché giunto ad un punto di non ritorno: "Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo…Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventa, quasi sempre manca in chi li usa". Non si tratta più del singolo che è inetto e non sa e non vuole agire, ma la situazione di tracollo ora è generale e estesa a tutta l’umanità. Anzi, Zeno, e di riflesso anche Emilio e Alfonso, sono gli ultimi baluardi che pongono l’individuo come singolo, considerato come contraddizione positiva al monolitismo della collettività. La loro inerzia, la non condivisione dell’attivismo borghese, testimoniano che è preferibile la malattia agli alibi della moderna società, che pretende di vivere con ideali e valori da essa dettati.

I personaggi sveviani guardano a fondo in sé e nel mondo che li circonda e scorgono solo desolazione e perdita di salute, quella anteriore alla ragione che domina sulle cose e sulle persone alterando incontrovertibilmente l’equilibrio e la possibilità di guarigione. "A differenza della borghesia affaristica i personaggi sveviani sono dei borghesi irregolari che preferiscono la contemplazione al mondo competitivo degli affari… Attraverso la vergogna di mostrare agli estranei i sintomi della personalità singola si finisce per trasformare gli stessi in piaghe o colpe da nascondere… La ricerca della propria singolarità si incontra in altri termini con l’esigenza di autodifesa individuale". La natura diventa a questo punto un inevitabile accidente nel destino umano, ma ha anche una forte significazione di autodifesa, estremo mezzo per "l’autodifesa del singolo nei riguardi della famiglia borghese e, in senso più generale, della vita pubblica".

Il destino dell’umanità è dunque in declino e per Svevo non si tratta unicamente di destino sociale particolare ma anche e soprattutto di una effettiva condizione umana. La poetica di Svevo diviene l’interprete assoluta della dissoluzione di ogni valore universalizzato, espressione del crollo assoluto di una struttura economica che si localizza nella impossibilità di costruire la propria storia, nella disperazione individuale di fronte ad una condizione generalizzata. Oramai assumono significato soltanto i frammenti validi della dimensione interiore, i riflessi del passato e l’eco di un futuro impossibile nella riflessione concreta del presente. La possibilità astratta prevale sulla possibilità concreta e la autoriflessione, il momento interiore, si fa sistema consapevole, unico elemento accessibile all’uomo per stabilire la propria presenza. Ciò che conta ora per Svevo è il mistero dell’individuo, il mistero della sua solitudine, della sua fallita socialità. La sua condanna, il tragico senso del proprio tempo si fanno interpreti di una disperazione universale e si storicizzano proponendosi come sintomi efficaci ed irripetibili di tutto un mondo giunto alla sua liquidazione.

Se è vero che l’uomo ha perso la spontaneità verso le cose, una freschezza nel vivere che il troppo conoscere ha precluso, dall’altra parte la società stessa non offre altro che falsità, conformismo e assenza di ideali, di moralità. Da un lato sta dunque l’individuo e l’incapacità di avere un contatto autentico e assoluto con sé, con il mondo, perché non c’è scienza che possa penetrare nelle strutture più intime della coscienza, dall’altro canto, invece, la società borghese tende a identificare la salute con il successo e non fa che aggravare la malattia mortale.

L’inetto Alfonso, giovane e passionale, non può trovare altra via d’uscita se non la morte; Emilio si rifugia nell’ideale, nel sentimento contemplativo della senilità; da ultimo Zeno, che è totalmente disincantato e consapevole della situazione e con sguardo ironico e distaccato sopravvive al relativismo di valori in cui è inserito. Svevo passa progressivamente dal considerare la malattia riducibile e circoscrivibile a un’epoca e a una classe sociale, alla presa di coscienza che si tratti invece di una patologia ontologica. Zeno aspetta l’imminente catastrofe che libererà il mondo da ogni parassita e da tutte le malattie e di lì prenderà il via un nuovo ciclo vitale. La ragione indagatrice ha mostrato la realtà dei fatti e l’ineluttabilità di un destino che pare segnato.

Zeno non si cura di lavorare, di seguire i suoi affari, ma non si cura nemmeno delle sue vicende personali. Egli è pervaso da una superiore consapevolezza, di cui gli altri personaggi sono all’oscuro: è il caso che domina gli eventi e per quanto ci sforziamo di indirizzarli in una certa direzione, essi volgeranno sempre in modo inaspettato: "In fondo io sono l’uomo del presente e non penso al futuro quando esso non offuschi il presente con ombre evidenti". Anche quando viene respinto da Ada, che andrà sposa a Guido Speier, Zeno non se la prende e va avanti nel suo proposito di prendere moglie, chiedendo la mano di Alberta ed infine della brutta Augusta, senza pensare a che cosa questa scelta potrebbe portare. È un distacco dalle passioni, che il caso premia quasi a voler ridere di tanti che si affaccendano credendo di poter essere artefici del proprio destino. Infatti, Ada si troverà presto in crisi con Guido, che la tradisce con la domestica e il marito poi verrà sommerso dai debiti e sull’orlo del fallimento. Al contrario, Zeno riesce a trovare pace e serenità accanto ad Augusta e, nonostante la sua incuria verso i propri affari, riesce ad ottenere ragguardevoli successi. "Bastava ricordare tutto quello che noi uomini dalla vita s’è aspettato per vederla tanto strana da arrivare alla conclusione che forse l’uomo vi è stato messo dentro per errore e che non vi appartiene". È chiaro che si tratta di un caso di derivazione schopenhaueriana: è la volontà di vita irrazionale che fa dell’esistenza un "gioco a cui noi diamo troppa importanza". Ciò significa, in altre parole, che ogni pessimismo tragico e ogni ingenuo ottimismo, ossia ogni posizione angustamente passionale o polemica, sono annullate e superate in una ben diversa idea della realtà, e cioè nella consapevolezza amara, disincantata, obiettiva che la vita è una risibile farsa nella quale "ogni uomo è un giocattolo in mano di forze sregolate della natura" o di "un oscuro enigma, un caso dove tutto può accadere, dove ogni soluzione, anche la più strana e imprevedibile, non può mai a priori essere esclusa". Di conseguenza, le teorie e i miti della società borghese, che vuole definirsi "la società della salute" altro non sono che "sogni di questa specie di nuovi profeti, che alligna sotto il nome di scienziati". Una curiosità che investe anche la morale allorchè Zeno si sorprende nel provare non più odio nei confronti di Guido, come quando era stato geloso di Ada, ma anzi, con un gesto di generosità cerca di riscattarlo dopo la morte: "Io invece ricordai che in quel luogo l’avevo voluto uccidere, e confrontando i miei sentimenti di allora con quelli di adesso, ammiravo una volta di più l’incomparabile originalità della vita". Il destino invece gioca una triste beffa a Guido che, nel simulare una seconda volta il suicidio, muore davvero per il ritardo del medico: "La vita più intensa è raccontata in sintesi dal suono più rudimentale, quello dell’onda del mare che, dacchè si forma, muta ad ogni istante finchè non muore! M’aspettavo perciò anch’io di divenire e di disfarmi…come l’onda". Zeno ha intuito che l’arbitrio del caso ama sovvertire le pretese finalistiche dell’uomo e che è votato allo scacco chi pretende di regolare a suo piacere gli impulsi del possibile. Questa convinzione diviene a poco a poco certezza, e attraverso la ricapitolazione degli eventi capitati a lui e ai conoscenti si convince che la mancanza di un punto fermo, di un qualsiasi ideale, l’instabilità di propositi, l’incapacità di autodeterminarzione e di scelta, invece di essere sintomi di malattia, sono la sua vera e unica forza, in una vita "originale", né bella né brutta. "E’ ben questo l’eterno sarcasmo del destino che fa i suoi giochi con la nostra fame, che ci alletta nei suoi cerchi e di noi ingannati si fa ludibrio; ma per sempre ci tiene per la nostra fame in sua balia". "Ma ci avviene a nostra maraviglia di vedere come, per più tornar che facesse a ciò che lo trastullava, non si sia più trastullato; come anzi ciò che prima gli era argomento di trastullo gli divenisse poi insipido".

È l’uomo che tenta di dare ordine ad una serie slegata di eventi, che cerca di rassicurarsi con le costruzioni razionali che vi fa sopra. Alfonso prova continuamente di incasellare ciò che gi accade, di ridurlo a una medesima linea logica, finchè si accorgerà che non è un fine a guidare la volontà, ma un cieco e irrazionale impulso, che non segue nessuna regola. Emilio si rifugerà nel mito immobile e puro di Angiolina, in cui può, per un attimo, sottrarsi al caso e allo scorrere degli eventi. Infine, Zeno, perché ne ha coscienza, irride al suo destino con superiore distacco; proprio per questo, ironia della sorte, ne uscirà vincitore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

§ 2.2. Malattia e salute apparenti

 

"Ma nell’organismo umano in generale c’è già il germe della malattia. E’ un germe il quale sorvegliato razionalmente produce una virtù; occorrono certe condizioni speciali acciocchè produca la malattia". In Una vita la malattia ha una connotazione per certi versi naturalistica: la signora Carolina, madre di Alfonso, muore per una affezione cardiaca che viene descritta in tutte le sue manifestazioni. Il corpo piagato, i turbamenti del sistema nervoso, un organismo divenuto incapace persino di provare dolore: attraverso questi particolari lo scrittore parla di come la morte prende possesso dell’anziana donna. Ma il gusto del dettaglio non ha funzione descrittiva, bensì è il riflesso esterno delle vicende interiori di Alfonso e sottolinea la sua inettitudine. Al capezzale della madre egli trova il pretesto per autocompiangersi; dopo aver sedotto Annetta si ritrova febbricitante mentre è travagliato da dubbi e pensieri. Ancora più palese è il contrasto malattia-salute in Senilità, con Emilio e Amalia simbolo di senilità e malattia e Angiolina e Stefano ritratto di giovinezza e salute. Già in questa opera, però, parlando di Angiolina che ha mal di denti e che indica il punto dolente, Svevo ci avverte che la perfetta salute umana è impossibile. Ma è ne La coscienza di Zeno che il circolo si chiude, con una malattia che è propria di ogni uomo e che presto, preconizza Svevo, dominerà senza possibilità di soluzione.

La malattia assume nel romanzo tre precise forme: psicoanalitica, sociologica e ontologica. Tutti gli acciacchi del protagonista, dalla bronchite all’insonnia, sono di carattere psicosomatico, il riflesso del suo vero male che è di carattere psichico e nervoso. Però, è una malattia che non si lascia definire ed esaurire nell’analisi psicoanalitica, perché trova riscontro nella vita sociale e nello stesso essere del protagonista.

Svevo è inserito in un contesto borghese imprigionato nei suoi stessi ingranaggi, in una società reificata nella quale, come dice Lukacs, "i rapporti sociali sono sfuggiti al controllo degli uomini stessi assumendo la forma di cose". Similmente, Montale aveva scritto "Come poeta della nostra borghesia, si può considerare Svevo un continuatore di Verga, che ci ha dato l’epica di una borghesia in crescita, ormai prossima alla dissoluzione". "Nella letteratura italiana contemporanea c’è un altro autore che forse più degli altri può servire a spiegare Svevo in rapporto alla funzione metaforica e sociologica del patologico, Paolo Volponi. Egli invertendo i termini della situazione in cui Svevo aveva ritratto Zeno (perché il suo protagonista è realmente ammalato di tubercolosi), rende evidente il significato strutturale del patologico, quel significato che era stato colpito in termini critici da Auerbach e Lukacs". In questo contesto si capovolge il rapporto salute-malattia e spesso accade che l’unico davvero sano ci sembra Zeno, che almeno vive con consapevolezza il non senso di tanti sforzi per raggiungere l’agiatezza economica ed il prestigio sociale. "In Svevo il ceto sociale e i suoi limiti sono alla fine diventati simboli di una condizione umana ontologica dalla quale non c’è verso di uscire, tanto meno quando si è stati così lucidi da capire a fondo come stanno le cose". Inizia la parabola narrativa in cui Zeno espone le sue considerazioni di saggio che lo portano ad affermare che "la vita è malattia e la vera salute è in realtà la morte(…) E’ importante per me ricordare di aver rintracciata la malattia dove un dotto vedeva la salute e che la mia diagnosi si sia poi avverata".

Tutto il romanzo di Zeno altro non è che la trascrizione di ciò che la sua coscienza registra, delle sue riflessioni su quanto accade, della malattia psicosomatica e ontologica del protagonista, ora autocosciente. Ciò non gli consente di prendersi sul serio: passa dagli studi di legge a medicina e poi a chimica senza raggiungere la laurea; si interessa poco degli affari di famiglia; vive con distacco il matrimonio, non ponendosi questioni cruciali sull’amore provato nei confronti di Augusta e moralmente è sempre disimpegnato, poco fedele ad ogni proposito. Un relativismo assoluto domina la sua esistenza, tanto che si distingue nettamente dagli altri per questa condotta, visto che tutti quelli che gli ruotano accanto sembrano perseguire determinati fini e adeguarsi a precise norme etiche e sociali. Zeno, al contrario di Emilio, è blando nel pentimento, deciso e previdente nell’accalappiare la bella preda, la giovane Carla. In realtà Zeno ha compreso che la vita è essenzialmente e per sua natura assurda e non riesce ad illudersi che qualcosa abbia ancora senso di per sé, a prescindere dai punti di vista e dalle aspettative che vi si proiettano: sono lontani i tempi degli eroi romantici che lottavano per la patria, per difendere un amore oppure per la conquista della libertà.

Nessuno è libero e il Cosini lo sa, ogni condizione è precaria e ogni stabilità solo temporanea e apparente. Di qui il suo cinismo, anche spietato, nel formulare le sue considerazioni, un’amarezza dovuta alla perdita di spontaneità, perché era meglio non sapere per poter continuare a vivere. "Svevo prende atto che il centro del mondo si è reso irreperibile, ma ne prende atto con dolore, sia pure dissimulato nell’ironia". Zeno è un uomo dalla morbosa sensibilità, acuita da un instancabile demone autocritico che lo costringe a sezionarsi impietosamente e a demistificare ogni idolo della tribù, ovvero ogni giustificazione idealistica del comportamento proprio ed altrui, dietro il quale egli scopre un invariabile e poco edificante impulso egoistico.

Avido di esperienze, curioso e soggetto ai più mutevoli umori, Zeno in potenza è dotato di molte, addirittura troppe qualità, al punto da risultarne affatto privo. Malgrado ciò egli resta un inetto, sia pure di stampo diverso dai suoi predecessori Alfonso ed Emilio: inetto per troppa grazia, si potrebbe dire, perché non si sente di sacrificare nessuna delle sue attitudini per realizzarsi appieno in una sola direzione, non riuscendo a sottrarsi ad alcuna sollecitazione che la vita gli offre. Un aut-aut a cui non vuole dare risposta, che lo lacera al punto da preferire la non scelta, la perenne indecisione. Una "scheggia nelle carni", come la definisce Kierkegaard, di chi sente in sé le possibilità annientatrici e terribili che ogni scelta decisiva prospetta.

L’impossibilità di ridurre la propria vita a un compito preciso, di scegliere tra le alternative opposte, di riconoscersi e attuarsi in una possibilità unica, getta l’uomo nell’angoscia e nella malattia mortale, la vita non vissuta. È l’immediatezza con cui si affronta la vita a salvare quel poco di genuinità che vi è rimasta, a permettere di vivere con tranquillità: ne è un esempio il ritratto del padre, in aperto contrasto con le caratteristiche di Zeno: "Un uomo forte e sano, pratico, mai sfiorato dal dubbio, pago di poche e salde certezze, di poche letture insulse e morali, la cui coscienza si acquietava nell’adesione sincera alla virtù", tratto che ritroviamo in tutti i personaggi che svolgono il ruolo di antagonisti nella dialettica debolezza-forza, malattia-salute. Ne sono indice i sentimenti ambivalenti di avversione e affetto che si erano instaurati fra lui e il genitore e che si ritrovano nei confronti del suocero Giovanni, un vecchio dalla vitalità rozza ed esuberante, e il cognato Guido, pieno di fascino e ammirato da tutti. Si tratta di sottrarsi alla "rettorica" per diventare persuasi, perché non esiste altra via d’uscita oltre queste due soluzioni, afferma Michelstaedter: "O l’uomo prende consapevolezza del limite intrinseco alla propria condizione e affronta con animo intrepido il peso del suo dolore, o è condannato a sfuggire se stesso come un nemico, a chiudere gli occhi di fronte all’immagine che uno specchio impietosito per caso gli rifletta, ad abbrancarsi allo strumento della qualunque alienazione come all’unica ancora di salvezza….il dilemma di Michelstaedter si configura nei termini di un’opposizione irriducibile: o la persuasione o la rettorica, e tertium non datur…Allo sfaldarsi della coscienza in una successione di momenti irrelati, corrisponde infatti, secondo l’analisi michelstaedteriana, un tentativo di composizione surrettizia da parte dell’uomo. Questi adatta al suo volto la maschera offertagli da qualsiasi contingenza, preoccupandosi unicamente di ciò che è utile al suo sussistere". Per il filosofo non è dunque possibile sottrarsi a questa realtà di fatto, perché prima o poi "un inciampo fa cessare il triste gioco… quando la trama dell’illusione s’affina, si disorganizza, si squarcia, gli uomini, fatti impotenti, si sentono in balia di ciò che è fuori della loro potenza, di ciò che non sanno: temono senza sapere di che temano. Si trovano a voler fuggire la morte senza più avere la via consueta che finge cose finite da fuggire, cose finite cercando".

Dalla conoscenza della vita, quale ci appare nello stato di inettitudine di Alfonso, si passa dunque alla vita senza conoscenza, quella accettata da Zeno e Augusta, che vince la malattia con le sue stesse armi, quelle della casualità e dell’affaccendarsi.

Augusta, ossia la donna comune, così come uomo comune è Zeno Cosini; antieroina, come antieroe è lui; e tuttavia modello di saggezza e di sollecitudine nello sbrigare le faccende domestiche e nell’allevare i figli, esempio di senno pratico e di affettuoso attaccamento alla famiglia, sì da suscitare, per le sue doti di buona moglie, la reticente ammirazione di Zeno. E poi Augusta, col suo "occhio sbilenco e la sua figura di balia sana", è la salute personificata: la donna senza complessi e senza sofisticazioni, tutta espressa nel gesto e nella parola, conscia dei propri limiti, ma anche delle sue, se non eccezionali, certo apprezzabili virtù. La figura di Augusta è indubbiamente la più felice e originale del romanzo, l’unica che possa essere collocata accanto a quella di Zeno, ed è insieme incarnazione e simbolo di una concezione conformisticamente borghese dell’esistenza, con la sua tranquilla convinzione, mai sfiorata dall’ombra del dubbio, che "ci siano alcune cose indiscutibili, alcune cose assolutamente certe e sicure nella vita: la famiglia, il marito, i figli, le brighe domestiche, i legami con i parenti, e ancora la fiducia nello stato, nella giustizia, nelle medicine, nella fede religiosa".

Le cose e il mondo in generale appaiono negli scritti sveviani molto lontani dalle persone che dovrebbero modificarli e agire su essi, alle volte si ha l’impressione che l’individuo sia impotente di fronte ad essi e non riesca ad imporsi perché dominato invece che dominatore. Non si tratta solo di una reificazione di carattere sociale, dovuta al modo produttivo capitalistico che ha ridotto anche gli uomini a prodotti, ma è chiaro che il malessere deriva dal troppo indagare e rimuginare, dal fatto che si è preteso di razionalizzare e concettualizzare tutto.

La meraviglia, lo stupore, la spontaneità nei rapporti e soprattutto nel proprio sentire hanno lasciato il posto ad un sistematico pensare, accomodare, rimuginare, che toglie il gusto e il sapore ad ogni situazione. "Io sto analizzando la sua salute [della moglie Augusta] ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia (…), la salute non analizza se stessa e neppure si guarda nello specchio. Solo noi malati sappiamo qualcosa di noi stessi", si legge in un passo che è esplicativo del pensiero dell’autore. "E’ questo il punto cruciale della Coscienza di Zeno: la consapevolezza che solo il malato può conoscere se stesso e che comporta la revisione, tipicamente sveviana, del concettto di malattia".

"Il Malfenti aveva allora circa cinquant’anni, una salute ferrea, un corpo enorme grande e grosso del peso di un quintale e più. Le poche idee che gli si movevano nella grossa testa erano svolte da lui con tanta chiarezza, sviscerate con tale assiduità, applicate evolvendole ai tanti nuovi affari di ogni giorno, da divenire sue parti, sue membra, suo carattere", dice Zeno a proposito del suocero. E ancora: "Io amavo la sua parola semplice, io, che come aprivo la bocca svisavo cose o persone perché altrimenti mi sarebbe sembrato inutile di parlare. Senz’essere un oratore, avevo la malattia della parola. La parola doveva essere un avvenimento a sé per me e perciò non poteva essere imprigionata da nessun altro avvenimento", afferma Zeno, denunciando la perduta immediatezza anche nel dialogo, visto che di ogni cosa si è cercata la motivazione e il perno, una giustificazione trascendente, anche di quelle che non ne hanno, servendosi di spiegazioni pretestuose.

È un chiaro monito all’hegelismo che pretende di giustificare tutto attraverso un astratto formalismo e una sistematizzazione che, se poteva aderire a una determinata realtà storica e culturale, adesso manifesta i suoi limiti. "Mi pareva di gridare che io non avevo voluto uccidere e mi pareva anche di gridare che non era colpa mia se non avevo saputo farlo. Tutto era colpa della mia malattia e del mio dolore…". Il fondamento lascia il posto ad un totale sfondamento decostruito in mille lembi di senso, ciascuno contraddittorio per l’altro.

"La salute spinge all’attività" dice Zeno costringendosi ad assecondare le richieste di Augusta di visitare i musei e i negozi durante il viaggio di nozze. Egli preferisce l’inazione: "vivevo in una simulazione di attività. Un’attività noiosissima", ma del resto "bisogna moversi. La vita ha dei veleni, ma poi anche degli altri veleni che servono di contravveleni. Solo correndo si può sottrarsi ai primi e giovarsi degli altri. La mia malattia fu un pensiero dominante, un sogno, e anche uno spavento. Deve aver avuto origine da un ragionamento: con la designazione di perversione si vuole intendere una deviazione dalla salute, quella specie di salute che ci accompagnò per un tratto della nostra vita. Ora sapevo cosa fosse stata la salute di Ada". Solo correndo si può sottrarsi ai primi, dice Zeno; bisogna "secondare la vita", dice Kafka. In entrambi i casi la malattia può essere aggirata (mai sconfitta) attraverso la via del divertissement. Il problema è che non tutti riescono ad accettare il frutto della vita senza aver colto il frutto della conoscenza; i personaggi di Svevo sono, tra questi, i più ostinati contestatori.

Zeno si ammala perché troppo fermo, statico, perché sceglie di essere passivo spettatore di quanto gli accade e si limita a dissezionarlo. E poi si accorge che "in verità, (…) col suo aiuto (del dottor S.), a forza di studiare l’animo mio, vi abbia cacciato dentro delle nuove malattie. Sono intervenuto a guarire della sua cura. Evito i sogni ed i ricordi. Per essi la mia povera testa si è trasformata in modo da non saper sentirsi sicura sul collo", finché giunge alla considerazione finale che capovolge le cose. Tutti gli uomini sono malati e ammette che "per avere la persuasione della salute il mio destino dovette mutare e scaldare il mio organismo con la lotte e soprattutto col trionfo", al genere umano non resta che una catastrofe per poter ritornare alla salute.

"Quello che insomma Svevo vuol dirci è che nella nostra moderna società non c’è più nulla di naturale. e non c’è neppure motivo di affligersene. Noi possiamo essere perfettamente felici, parlare, fare l’amore, concludere degli affari, fare la guerra, scrivere romanzi, ma niente di tutto questo si potrà più fare senza riflettervi sopra, come si respira. Ciascuna delle nostre azioni si riflette su se stessa e si grava di interrogativi. Sotto il nostro sguardo, il semplice gesto che noi facciamo per stendere la mano diviene bizzarro, maldestro; le parole che sentiamo pronunciare suonano false all’improvviso; il tempo del nostro spirito non è più quello degli orologi e la scrittura del romanzo, a sua volta, non può essere innocente".

Zeno è l’emblema del disimpegno, della vita trascorsa trovando pretesti e passatempi per non sforzarsi seriamente in niente perché per nessuna cosa vale la pena di prendersela e lottare, perché anche ciò che consideriamo serio non lo è per nulla. Risolto il contingente problema del denaro, visto che il padre gli ha lasciato una cospicua eredità e un bravo amministratore, si lascia sedurre prima dalla passione per la psicanalisi, per poi passare le sue lunghe giornate alla ricerca di storie passeggere con belle donne, non tanto per il desiderio o la volontà di tradire Augusta, "quanto piuttosto per una strana forma di filantropia mista a sensualità". Ecco, allora, con la stessa valenza, il vizio del fumo e della difficoltà di liberarsene, che costituisce il filo conduttore di un intero capitolo, con il protagonista che cerca di corrompere l’infermiera mentre una cocente quanto infondata gelosia lo fa evadere dalla casa di cura.

"Adesso che son qui ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter ravvisare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente. Io avanzo tale ipotesi per spiegare la mia debolezza giovanile, ma senza una decisa convinzione. Adesso che sono vecchio e che nessuno esige qualche cosa da me, passo tuttavia da sigaretta a proposito, e da proposito a sigaretta. Che cosa significano oggi quei propositi? Come quell’igienista descritto dal Goldoni, vorrei morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita?". E’ una chiara confessione di questo vizio dell’autocoscienza, di chi si per mascherare la propria abulia.

La sigaretta non è che un misero pretesto formulato dalla sua cattiva coscienza, come la paura del tradimento di Augusta mentre lui è chiuso in clinica. "Parlandomene mia moglie ora sorrideva ed ora clamorosamente rideva. La divertiva l’idea di farmi rinchiudere…il suo sorriso che io amavo tanto mi parve una derisione e fu proprio in quell’istante che nel mio animo germinò un sentimento nuovo che doveva far sì che un tentativo intrapreso con tanta serietà dovesse subito miseramente fallire…Una folle, amara gelosia per il giovine dottore. Lui bello e libero!". In questo modo, Zeno si fornisce una scusa per scappare e non provare rimorso, tanto che la usa anche con la moglie per spiegare la sua fuga inaspettata. Ma non una diversa radice hanno, al di fuori dei motivi accennati e svolti rispettivamente nei capitoli "Il fumo", "La morte di mio padre", "Storia del mio matrimonio", "La moglie e l’amante" e "Storia di un’associazione commerciale", i continui propositi non mantenuti di Zeno, le sue intenzioni mai tradotte in realtà, gli scompensi fra le sue aspirazioni e i risultati raggiunti, le autogiustificazioni e gli autoinganni, i cavilli e i pretesti escogitati per approvare anche moralmente le sue azioni di fronte al tribunale della coscienza e, soprattutto, la sua strana malattia, insieme fisica e psichica, "misteriosa come la colpa del protagonista del processo di Kafka".

Si consideri l’ironica considerazione che lo stesso protagonista fa su di sé, prima di iniziare la relazione extraconiugale con Carla: "La mia coscienza è tanto delicata che, con le mie maniere, già allora mi preparavo ad attenuare il mio futuro rimorso" e ancora "Ella (Augusta) mi ricordò che le avevo promesso di dirle la ragione del mio malessere. Io finsi una malattia, quella malattia che doveva darmi la facoltà di fare senza colpa tutto quello che mi piaceva" . Se, però, si indaga più a fondo, esaminando anche l’episodio della morte del padre e dello schiaffo affibbiatogli in punto di morte, si rileva un aspetto drammatico della personalità di Zeno, e cioè un diffuso senso di colpa e di insicurezza nei confronti di chi, come il padre, ha vissuto con decisione e coerenza. Zeno ha il sentimento della propria superiorità intellettiva, ma teme di dover essere smentito qualora la mettesse in pratica e gli è quindi preferibile lasciare tutto nell’ambito delle possibilità. "Con uno sforzo supremo arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano alto, come se avesse saputo ch’egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso e la lasciò cadere sulla mia guancia. Poi scivolò sul letto e di là sul pavimento. Morto! Non lo sapevo morto, ma mi si contrasse il cuore dal dolore della punizione ch’egli, moribondo, aveva voluto darmi".

"Augusta…dichiarò che ch’io non ero altro che un malato immaginario… Malato immaginario? Ebbene, io preferisco di essere un malato reale - disse il Copler - Prima di tutto un malato immaginario è una mostruosità ridicola eppoi per lui non esistono dei farmaci mentre la farmacia, come si vede in me, ha sempre qualche cosa di efficace per noi malati veri!". Zeno non è un malato reale, alla maniera dell’amico Copler, colpito da nefrite, e non ha nulla da spartire con la cognata Ada che ha il morbo di Basedow , ma soffre di acciacchi fisici che lo colgono in occasioni particolari: "Fu allora che conobbi la malattia dolente, una quantità di sensazioni fisiche sgradevoli che mi resero tanto infelice. S’iniziarono così. Alle una di notte circa, incapace di prendere sonno, mi levai e camminai nella mite notte finchè non giunsi ad un caffè di sobborgo nel quale non ero mai stato e dove perciò non avrei trovato alcun conoscente, ciò che mi era molto gradito perché volevo continuarvi una discussione con la signora Malfenti, cominciata a letto…la signora m’aveva fatti dei rimproveri nuovi…". Ma è solo la ripercussione dei suoi stati d’animo sul suo fisico, tanto che la moglie e quanti lo conoscono non la giudicano una vera patologia. Zeno, però, intende liberarsene e inizia così il suo percorso di psicanalisi, alla ricerca di cause remote. Gli acciacchi da cui Zeno è colpito (irrigidimento del ginocchio perché un amico gli ha parlato dei 54 muscoli della gamba) e di cui soffre per il resto dei suoi giorni, sono di tipo psicosomatico, prodotti dalla sua cattiva coscienza che crea una caterva di menzogne per non adeguarsi alle sue responsabilità e, del resto, la salute che gli è contrapposta è quella della bontà, della purezza, dell’innocenza e dell’armonia dell’anima di Augusta. Egli sa che la medicina ha scarsa efficacia sui suoi malesseri, in sostanza sulla sua proverbiale accidia, e già nei suoi primi appunti dimostra di averne capito la natura: "la malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione" ; egli ha perduto del tutto le illusioni romantiche, ma non se costruisce altre, né approda alla celebrazione compiaciuta delle sue raffinatezze e dei suoi immoralismi. Non ha nemmeno una malattia esistenziale, un disagio vissuto perché escluso dai favori della società borghese, visto che per nascita ha acquisito prestigio e denaro. La sua crisi non dipende dalla mancata adesione a un moto storico di trasformazione del mondo, ma dal fatto che sa di potersi realizzare solo con l’ubbidienza incondizionata alle imperscrutabili leggi dell’universo. Del resto, se la sua malattia è apparente, non meno lo è la salute di quanti lo circondano.

Zeno non condivide le sicurezze a cui tutti si ancorano, e le smantella e le corrode con la sua pungente ironia; critica quelle che appartengono ad una condotta borghese della vita, che svelano il loro limite nelle incomprensioni e nelle ostilità covate all’interno di una stessa famiglia. "D’altra parte, il fatto che nella Coscienza di Zeno risulti soccombente la bella Ada, sfigurata dal male, tradita dal marito, preoccupata per il modo disinvolto con cui egli tratta gli affari e per la sua strana maniera d’impiegare il tempo libero, rimasta vedova con due bambini, e presa dal rimorso di non aver amato abbastanza Guido e dalla convinzione dolorosa che tutti in famiglia l’abbiano odiato, e che sia invece la scialba e strabica Augusta a impersonare la salute e a vivere, pur nella provvida ignoranza, dell’effettiva realtà e del suo in apparenza pacifico, normale mondo familiare e borghese e in ispecie, del vero rapporto di Zeno con lei, è una manifestazione ulteriore dell’ironia dello scrittore, dell’arbitrario, immotivato, casuale procedere dell’esistenza, e documenta una volta di più il messaggio contenuto nel romanzo". Del resto, la stessa polemica di Svevo contro l’istituzione medica si identifica strettamente con quella contro le convenzioni e le mediocri certezze del mondo borghese di cui Augusta Malfenti rappresenta la tipica figura di moglie per la quale tutta la vita si regge su capisaldi indiscussi che hanno le rispettive basi sia su questa terra, sia fuori di essa. "C’era un mondo di autorità anche quaggiù che la rassicurava. Intanto quella austriaca o italiana che provvedeva alla sicurezza sulle vie e nelle case…Poi i medici, quelli che avevano fatto tutti gli studi regolari per salvarci quando, Dio non voglia, ci avesse a toccare qualche malattia…".

Non vale cercare rifugio in un gesto disperato ed estremo di fiducia, "l’ancoraggio dell’uomo in crisi in un qualche terreno materno; così la psicanalisi, come origine delle religioni, non trova altro se non ciò che costituisce le malattie del singolo… e qui si vuol curare?"; la sola consolazione che rimane è il pensiero della morte: "Non si poteva vivere senza pensare alla fine. La natura dell’uomo lo esigeva. Il pensiero della morte era quello che agli altri forniva la religione. In lui non s’era evoluto. Era rimasta una religione accettata e conservata come perfettamente corrispondente ad ogni bisogno…il pensiero della morte mitigava tutto. L’ardore della lotta per la vita si mitigava nella decisione di prepararsi alla morte".

La morte diventa l’unica arma di superiorità concessa agli esclusi, la "religione accettata e conservata come corrispondente a ogni bisogno", come rottura della volontà di vivere, senza più il rischio di potersi inserire in un mondo di estranei, così estranea al mondo borghese che cerca in qualunque modo di poterne sfuggire l’angoscia. "Portare sui volti e sui corpi i segni della dissoluzione è un fatto spirituale: significa che sono degli uomini perché sofferenti; che sono autentici perché sono malati e rifiutano il sano mondo delle magnifiche sorti progressive".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo terzo

Il soggetto "debole" tra ironia e scacco della rappresentazione

 

 

§ 3.1. Vita e rappresentazione della vita

Zeno tenta di dare ordine e di risolvere le contraddizioni della sua esistenza e della sua coscienza nella memoria che consegna al suo psicanalista, il dottor S., e si sforza di ricomporre in essa tutti i tasselli delle sue esperienze tramite il ricordo; "Annoterò quello che mi torna in mente". Ma ben presto si accorge che, quella che doveva essere un’opera di ricomposizione e di ordine, per trovare il bandolo della matassa, non fa che disgregare e scomporre. Tale è la letteratura per Svevo, memoria dal sottosuolo.

Lo sforzo di catalogare e riunire è incessante: come il signor Aghios in Corto viaggio sentimentale, Zeno si propone non solo di fare ordine nelle sue tasche, ma anche di tenere in una di esse un bel registro comprendente la pianta delle tasche con l’elenco degli oggetti contenuti. È la denuncia dell’assurdità di ogni tavola classificatoria, è lo svanire di ogni identità che si dissolve di continuo in sotto-unità sempre più piccole. Il pensiero, lontano oramai dal compiere quella "violenza metafisica che costringe e comprime le dolorose dissonanze del mondo ed anche le sue diversità liberatorie nella compatta armonia delle forma e del significato", non può e non vuole più risolvere in una sua propria unità le contraddizioni del reale. "Esistono tre odori a questo mondo: l’odore del padrone, l’odore degli altri uomini, l’odore di Titì, l’odore di diverse razze di bestie…e infine l’odore delle cose" sostiene il cane Argo, tentando di fare ordine, ma dimostrando che le categorie con le quali la narrazione e l’intelligenza cercano di fare ordine nel mondo non sono più coerenti di quelle usate da un cane.

Né il pensiero, né il linguaggio possono dare una gerarchia e un senso alla vita e in Svevo è continuamente presente questa dialettica, che pone vivere e scrivere ora in continuazione tra loro ora in totale e assoluto contrasto. "La vita è una malattia della materia, un processo infiammatorio che in un dato momento e chissà perché ha fatto suppurare la materia morta e in un dato momento tornerà a spegnersi nella purezza dell’inorganico e dell’inanimato". Come per Musil la vita non dimora più nella totalità, un’anarchia dei singoli atomi corrode le grandi unità del discorso e dell’esistenza, ogni particolare acquista autonomia a spese del tutto.

L’ordine impartito e un possibile senso all’esistenza provengono da un punto di vista che il singolo assume a propria difesa, ma resta pur sempre arbitrario e fittizio; il soggetto si sente privato della sua autonomia in quanto soggetto e, incapace di agire, si accorge di essere un semplice anello della catena, immerso in un turbinio di caos e di passioni che lo travolgono. Esemplare il sogno del signor Aghios mentre si trova in treno: "Ogni nucleo, nell’atto che subiva tale distruzione, pareva si spogliasse e tradisse l’esistenza entro di lui di una testa, un grugno, un essere animato…".

In Svevo la rappresentazione della vita, il romanzo, è destinato a restare incompiuto, oscuro, non sistematizzato: la parola è caricata da una enorme tensione perché le viene richiesto di coincidere con l’esistenza, di estrarne l’essenza e di salvarla dalla distruzione che investe la filosofia.

All’inizio del secolo la filosofia dimostra di non essere più capace di comporre il mondo in unità di significato: già con Nietzsche, con Marx e Freud sono crollate le fondamenta del sapere moderno, sono essi i padri del decentramento della soggettività e della sovranità dell’autocoscienza, di cui seguiranno le orme Foucault, Blanchot e Derrida. Il postmoderno nasce proprio dalla frantumazione del soggetto e dalla relativa fatica del pensiero a mantenersi epistèmico fino in fondo. Estetica, letteratura, arte riescono ad accogliere i frammenti residui della soggettività forte, ma lo fanno soltanto al prezzo di dover sacrificare il proprio senso forte di ideazione strutturata e coerente. Svevo rappresenta bene questo cambiamento e ne offre un cammeo di lucida analisi estetica.

Ciò che gli affari furono per Zeno a livello narrativo, la letteratura è per Svevo. L’autore si occupa del processo letterario, non di quello psicanalitico: quest’ultimo, al massimo, potrebbe essere (come infatti fu) un pretesto per il primo: "Il dottor S. non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto. Una confessione in scritto è sempre menzognera. Con ogni nostra parola toscana noi mentiamo. Se egli sapesse come raccontiamo con predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase e come evitiamo quelle che ci obbligherebbero di ricorrere al vocabolario! È proprio così che scegliamo dalla nostra vita gli episodi da notarsi. Si capisce come la nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto…". Le parole sono composte di lettere nello spazio e nel tempo, i segni grafici, le parole scritte (sia pure in toscano) contrapposte a quelle parlate (sia pure in dialetto), "tutto indica la differenza fra la letteratura e la vita". Il dizionario contiene e organizza in successione armoniosa, cioè alfabetica, tutte le parole possibili, eccetto forse quelle che contano maggiormente: "Chi mi avrebbe fornito il vero vocabolario?", chiede Zeno al dottor S. , e del resto molti sono i riferimenti all’alfabeto. Da Ada a Zeno, la massima distanza possibile, ci sono tutti gli spazi tra e le vicende in cui il protagonista cerca di mettere ordine, di dare un senso logico, ma si renderà conto che è impossibile da trovare e che, quando sembra esistere, si rivela irrimediabilmente spostato rispetto al disordine irrazionale della vita. Per esempio, non vi è alcun rapporto logico tra le due proposte di matrimonio, tra il desiderio di sposare Ada e il matrimonio con Augusta. Come il dizionario e la grammatica, anche il calendario cerca di organizzare il tempo, ma riesce solo a fissare il vero disordine del tempo in un ordine solo apparente. L’università procura a Zeno diversi saperi, dalla legge alla chimica ma è sintomatico che sia impossibile per lui completarne almeno uno; il dizionario, l’alfabeto, il calendario, l’università, sono elementi della ricerca che l’uomo occidentale compie verso il sapere assoluto, di un’impossibile totalità che alla fine viene definita soltanto dalla sua assenza.

Derrida nota che tutta la cultura occidentale, basata su parole scritte, fonetiche che non sono parola originale, parlata, e su un sapere enciclopedico che è solo una parodia del sapere assoluto, dovrebbe essere consapevole delle sue limitazioni e pronta a cercare diversi modi di sviluppo: dovrebbe essere "le livre ouvert".

"L’unità e del pensiero e della poesia non risolvono la lacerazione del reale, ma segretamente quel pensiero e quella poesia desiderano ancora, vietandosi perfino di formulare tale desiderio per la consapevolezza della sua impossibilità, l’unità e l’integrità del senso… Il vento che si infrange sul muro di cinta reca ad Argo tanti odori indistinti che gridano tutti insieme e il frastuono che lo fa impazzire gi fa venire il desiderio di arrivare là sul muro, dove gli olezzi sono ancora divisi". Del resto, la rappresentazione della vita che cerca il suo ordine e la sua razionalità nella letteratura non può che offrire un ombra di vita e per di più fissata in linee di fuga tutt’altro che naturali: "Si può godere e amare, ma essa [la letteratura] ci rammenta inesorabilmente di essere soltanto una rappresentazione, di essere lì in rappresentanza e in supplenza della vita vera".

"Lo scrivere contrapposto al dire (spero che le mie carte conterranno le parole che usualmente non dico) è chiaramente indicato come qualcosa di diverso dalla vita, anzi, come qualcosa che dovrebbe curare la vita, come una medicina. Lo scrivere diventa un pharmacòn: serve come misura d’igiene, ma nello stesso tempo è anche un veleno o una malattia in se stesso, perché la descrizione della vita, una grande parte della quale, quella di cui tutti sanno e non parlano, è eliminata, si fa tanto più intensa della vita stessa, dice Svevo".

Ne Le confessioni del vegliardo, l’anziano protagonista capisce che la sola cosa importante è la parte della sua vita che ha descritto e che è divenuta tale in quanto egli l’ha fissata. Scrivere significa trasformare la vita in passato, cioè invecchiare; liberarsi dal presente, pieno di ostacoli, per trovare un altro presente, sospeso in un trascorrere indeterminato: quello della vecchiaia e della scrittura. Nel ciclo del Vecchione, che comprende una serie di racconti, dalla Novella del buon vecchio e della bella fanciulla a Le confessioni di un vegliardo, si riduce il tempo misto di passato e futuro, per lasciare il posto ad un eterno presente. Nel tempo, il presente è privilegiato, un presente che non è certo l’etere della metafisica, utilizzato solo perché un tempo ultimo manca nella grammatica, ma fino a un certo punto prevale su passato e futuro che costituiscono il tempo misto dell’uomo, ineludibile, a cui non può sottrarsi che nella staticità della morte, mentre "la grammatica ha invece i tempi puri che sembrano fatti per le bestie le quali, quando non sono spaventate, vivono lietamente in un cristallino presente".

E’ un presente contrastato, amato e dissacrato dallo stesso autore, un tempo dell’ironia, perché "l’ironista non vuole appartenere al suo passato" se ne distacca per vederlo comprenderlo.

I protagonisti che Svevo ci presenta nel ciclo dei racconti più tardi sono la prosecuzione della figura di Zeno, uno Zeno ultrasessantenne che trascorre le sue giornate di ozio a studiarsi meticolosamente, a scavare nei propri ricordi, a raffrontare il passato con un presente che si avvicina a passi rapidi all’estremo futuro della morte. "Continuo a dibattermi tra il presente e il passato, ma almeno fra i due non viene a cacciarsi la speranza, l’ansiosa speranza del futuro".

La vecchiaia è già di per sé uno scacco alla malattia, perché si è liberati dall’obbligo di conquistare e dominare ciò che mai in realtà si può avere, cioè il futuro; è riduzione a ozio svuotato di doveri e di significati. Nessuno si aspetta più niente dal vecchio, dalla sua vitalità, dalle sue potenzialità; è libero dalla necessità di essere vitale, ha il diritto di essere un debole. Così, non ha più bisogno di sublimare il suo disagio nelle nevrosi, che permettono a Zeno di difendersi e di trovare in esso un rifugio ed allo stesso tempo un rimedio. I vecchi di Svevo sono intenti a scribacchiare giornalmente, come misura d’igiene per preservare la salute: infatti scrivendo ci si libera dal caso del passato e del presente, dalla mancanza di totalità e di senso. "Quando la nostra memoria ha saputo levare dagli avvenimenti tutto quello che in essi poteva produrre sorpresa, spavento e disordine, si può dire che essi si sono trasferiti nel passato".

La memoria è correzione della vita, colma il dissidio tra gli eventi e li ricompone in una tranquilla e calma unità; anche la scrittura serve a correggere la vita. Il vegliardo completa, scrivendola e rileggendola, la sua esistenza, mettendo le cose al loro posto giusto: ricordare e scrivere servono per arginare l’inettitudine, per reinventare la propria esistenza e tentare, (solo dopo ci si può provare), di darle un senso, una direzione, la decenza di un ordine, anche se solo immaginario e frutto di costruzioni ipotetiche del pensiero.

Il vegliardo si augura che tutti "letturizzino" la propria vita, che la si trascorra a scriverla e leggerla; una considerazione desolante, che viene dalla amara consapevolezza della vita "orrida vera" che assesta colpi e dolori in ogni istante del suo trascorrere. Ma anche la possibilità di un insperato rifugio che protegge dalle insensate ferite, che sottrae all’angoscia dell’attimo immediato in cui viene vissuta.

La scrittura offre la possibilità di ripararsi dalle intemperie del presente rifugiandosi nel disteso territorio del tempo già trascorso, nel racconto, ossia nel ricordo, e nell’immagine, nella sicurezza che offre l’irrealtà. "E ora che cosa sono io? Non colui che visse ma colui che descrissi…Quando tutti comprenderanno con la chiarezza ch’io ho, tutti scriveranno. La vita sarà letteraturizzata…E il raccoglimento occuperà il massimo tempo che sarà così sottratto alla vita orrida vera…Ognuno leggerà se stesso. E la propria vita risulterà più chiara o più oscura, ma si ripeterà, si correggerà, si cristallizzerà".

Nella scrittura la vita appare attutita e purificata; soltanto esiliandosi dall’immediatezza del presente Zeno riesce a cogliere la bellezza dell’amore, perché mentre sta facendo queste esperienze è troppo occupato dalle cure quotidiane e preso dall’ansia di vivere. "La vita che sgocciola dalla penna è vita che si depura in teoria, come per il signor Aghios che non conosceva Venezia ma la teoria su Venezia o come la vita del buon vecchio, nella Novella del vecchio e della bella fanciulla, si trasferisce, insieme col suo respiro, nella penna ch’egli tiene in bocca mentre stende il trattato della sua avventura amorosa e che finisce per succhiargli anche l’ultimo respiro".

Ogni capitolo scava il passato in un posto diverso, si pensi alla Coscienza di Zeno: non solo è incentrata di volta in volta su un segmento specifico della vita del protagonista, ma è scritta dal punto di vista di un presente che si sposta sempre in avanti nella comprensione e nell’elaborazione. Lo Zeno che ha scritto il primo capitolo si trova ad essere ben diverso da quello che ha iniziato la narrazione. L’eroe sveviano cerca dunque di cristallizzare non già uno stato inerte, bensì una continua tensione sempre aperta. "Vecchiaia e scrittura sono la corrosione anarchica di ogni organizzazione già definita dell’esistenza; esse culminano non nel momento della realizzazione, ma in quello della possibilità: nella disponibilità del vecchio sortita dall’inferno familiare o nella felice attesa dello scrittore". Così lo scrittore Mario Samigli, in Una burla riuscita, rivive grazie alla narrazione una seconda infanzia, lontano da qualsiasi faticosa esperienza. Ecco che appare chiaro l’intento di tutti i personaggi sveviani, votati alla non scelta, all’inettitudine, al disimpegno: soltanto l’elusione della decisione può permettere di sopravvivere più a lungo. Da perdenti nella vita pratica, diventano gli unici a resistere contro l’appiattimento delle molteplici vitalità nell’universo razionalizzato e reificato della pianificazione borghese.

Al culto del principio di realtà in ogni versione, hegeliana o freudiana, viene opposto il senso della possibilità. Nel vecchio, questa difesa diventa consapevole astuzia. "L’eroe sveviano non ha paura di non essere amato, bensì di non amare; non teme che il suo desiderio resti inappagato, ma che esso si spenga". Svevo ha compreso che l’uomo contemporaneo si sente insidiato non soltanto nella sua possibilità di essere felice, ma anche in quella di tendere alla felicità ed è timoroso di venir leso alle radici stesse della vita e dell’istinto. "Non è la ragione a venir minacciata, bensì l’inconscio, la profondità del desiderio; l’umanissima ragione dei personaggi sveviani è intenta a elaborare una strategia per bloccare o almeno per differire il pericolo di non amare più, di non desiderare più".

"Bisogna crearsi artificialmente un gusto per la vita borghese e le sue micrologie: amarla senza stimarla e, per quanto essa rimanga così al di sotto dell’umano, goderla tuttavia poeticamente come un’altra, diversa ramificazione dell’umano, così come si fa con le rappresentazioni della vita che si incontrano nei romanzi". Così spiega il limite della finzione narrativa Jean Paul, uno scrittore che Svevo leggeva negli anni giovanili trascorsi nel collegio bavarese di Segnitz. Il vecchio che spera di sanare i contrasti e le ferite della vita, di risistemare e riorganizzare le vicende passate in una armonica unità, a guardar bene non fa che illudersi, perché si sottrae alla lotta, che è davvero dura, ma pur sempre reale, ontologicamente superiore.

L’esistenza prevale sull’essenza, è questa che detta le regole, che supera ogni enciclopedia della vita, fittiziamente e illusoriamente compilata. "La penna non sembra più rappresentare la vita, bensì le categorie, mobili e tortuose, che cercano invano di d’aver ragione della vita crudele e inafferrabile" , che cercano di riprodurre la mobilità dell’esistenza nella possibilità, ma depurata dalle soffocanti pressioni del reale. Il vecchio è il grande anarchico che gioca con la sua facciata ed è l’unico a sapere che il contegno è l’abito della doppiezza; è l’unico a tentare una tragicomica via d’uscita dall’ordine mentre gli altri, i giovani, sono soltanto smaniosi d’integrarsi. Ma la rappresentazione della vita è malattia essa stessa, perché sottrae il confronto seppur penoso con il disagio vitale, impedisce l’autenticità dei rapporti con le persone e le cose.

Il riso zarathustriano di Zeno si rivolge non solo verso le convenzioni e la superficialità del modo borghese, ma anche contro se stesso, contro l’ambiguità della propria intelligenza che affonda le radici in quel medesimo inganno che essa pretende di smascherare.

Svevo è consapevole della differenza che intercorre fra la letteratura e la vita, tuttavia il lettore non è ben sicuro di quale sia la preferenza dell’autore. Perché certamente la vita è imprevedibile e originale, ma senza la letteratura non è proprio completa: la letteratura è l’espressione della vita ma ne è anche il completamento, il supplemento. Se da una parte Svevo poteva scrivere nel dicembre 1902 "Io a quest’ora e definitivamente ho eliminato dalla mia vita quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura", nel 1899, d’altra parte aveva scritto "Insomma, fuori della penna non c’è salvezza" e nel 1928 fece scrivere al suo vecchione, al suo vegliardo Zeno: "Perciò lo scrivere sarà per me una misura d’igiene cui attenderò ogni sera prima di prendere il purgante. E spero che le mie carte conterranno anche le parole che usualmente non dico, perché solo allora la cura sarà riuscita. Un’altra volta io scrissi con lo stesso proposito di essere sincero che anche allora si trattava di una pratica di igiene perché quell’esercizio doveva preparami ad una cura psicanalitica. La cura non riuscì, ma le carte restarono. Come sono preziose! Mi pare di non aver vissuto altro che quella parte di vita che descrissi…Il tempo vi è cristallizzato e lo si ritrova se si sa aprire la pagina che occorre. Come in un orario ferroviario". Prendere in mano la penna è un sacrificio determinato dall’incapacità di pensare in altro modo. Ma questo sacrificio infrange immediatamente la regola: per guarirsi dal vizio di scrivere Svevo deve capirsi meglio, trovare la radice malata; non può farlo che scrivendo; deve rincarare la dose con la speranza di autoimmunizzarsi. Contro la letteratura, allora ricorre quella forma spuria che è il diario. Come sostiene Blanchot, il diario è un mezzo ambiguo perché si serve sempre della parola scritta, ma composto nel momento in cui si ha paura e angoscia di ciò che può venire dal comporre un libro. Si tratta di contrapporre il diario, il frammento o la lettera al romanzo, la letteratura alla letteratura.

"Se percepiamo più facilmente l’idea nell’opera d’arte che nella contemplazione diretta della natura e della realtà, ciò si deve al fatto che l’artista, il quale non si fissa che nell’idea e non volge più l’occhio alla realtà, riproduce anche nell’opera d’arte l’idea pura, distaccata dalla realtà e libera da tutte le contingenze che potrebbero turbarla". Così Schopenhauer considera come le diverse arti possano, secondo gradi più o meno tendenti al totale distacco dal mondo, condurre verso la liberazione dalla necessità e verso la noluntas.

Mentre la conoscenza e la scienza sono irretite nelle forme dello spazio e del tempo, e piegate ai bisogni della volontà, l’arte è in Schopenhauer conoscenza libera e disinteressata, che si rivolge alle idee, ossia alle forme pure, ai modelli eterni delle cose. Il soggetto che contempla le idee diventa il puro occhio del mondo, e sfugge alle esigenze pratiche della volontà, cogliendo gli aspetti universali della realtà, l’essenza immutabile dei fenomeni. "Mentre per l’uomo comune il proprio patrimonio conoscitivo è la lanterna che illumina la strada, per l’uomo geniale è il sole che rivela il mondo". Per Svevo, invece, lo scrivere non fa altro che aggravare la propria malattia, inserendola in un circolo vizioso da cui è difficile uscire.

"Ricordo tutto ma non intendo niente" dice Zeno mentre compila l’autobiografia che dovrebbe condurlo alla salute. Il solo risultato sarà la constatazione che "io sono sano, assolutamente. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute non poteva essere altro che la mia convinzione e ch’era una sciocchezza degna di un sognatore ipnagogico di volerla curare anziché persuadere…ammetto che per avere la persuasione della salute il mio destino dovette mutare e scaldare il mio organismo con la lotta e soprattutto col trionfo. Fu il mio commercio che mi guarì e voglio che il dottor S. lo sappia".

La letteratura è vizio, prodotta dall’ozio morale dell’intellettuale apatico, di cui gli scrittori francesi e russi, ben noti a Svevo, avevano offerto illustri esempi. E’ l’art pour l’art dei nuovi intellettuali decadenti, che non sono più poeti vati, non sanno tracciare una direzione sicura da seguire, visto che tutto è rimesso in discussione. "E perché voler curare la nostra malattia? Davvero dobbiamo togliere all’umanità quella che essa ha di meglio? Svevo parla per sé, per il romanziere che si annida dentro di lui: in questo sembra pensare come Saba e cioè che la guarigione completa equivarrebbe all’abbandono della letteratura… Svevo si attacca alla propria malattia, ne riconosce lucidamente tutti i possibili vantaggi: la letteratura è un compenso troppo alto per rinunciarvi… per stabilire poi l’origine di quella discutibile equazione tra malattia e letteratura, basterebbe guardarsi intorno nel romanticismo; o magari, attenendosi alle letture certe di Svevo, sfogliare la terza parte del Mondo come volontà e rappresentazione. Le citazioni non mancherebbero". E infatti proprio in Schopenhauer rinveniamo dei tratti che ben si addicono alle opere dello scrittore triestino "Così nella tragedia vediamo le creature più nobili rinunziare, dopo lunghi combattimenti e lunghe sofferenze, ai fini perseguiti con accanimento, sacrificare per sempre le gioie della vita, oppure sbarazzarsi liberamente con gioia del peso dell’esistenza medesima…bisogna tenere bene a mente, se si vuol comprendere l’insieme delle considerazioni presentate in quest’opera, che quest’opera suprema del supremo genio poetico ha il fine di mostrare il lato terribile della vita, i dolori senza nome, le angosce dell’umanità, il trionfo dei malvagi, il poter schernitore del caso, la disfatta irreparabile del giusto e dell’innocente; nel che si ha un indice significativo della natura del mondo e dell’esistenza".

La funzione dell’opera d’arte, in Svevo, non è di catarsi e liberazione dai lacci del mondo, bensì ne è essa stessa sintomo, metafora del disagio e della malattia. La controversa definizione di tragedia e di tragico fornita da Schopenhauer ben si addice ai romanzi di Svevo perché questi sono tutto tranne che tragedie. Sono piuttosto antefatti di tragedie, così come le vite degli eroi sveviani non sono vite vere e proprie, sono prefazioni di vita.

"La poesia non vuole più essere un corposo ritratto della vita, illusoriamente e fittiziamente fedele alla sua immediatezza naturale, ma diventa un trattato dell’esistenza, una articolata enciclopedia della vita, aperta e reattiva ai suoi fuggiti richiami sensibili ma ironicamente persuasa di poterli afferrare o, meglio, di poterne afferrare l’eco e l’esigua traccia, solo nello struggente catalogo che la penna inquieta stende, di quegli echi e di quella traccia, sulla carta".

Zeno, con la penna in mano, crede di avere il potere di sintesi e di raccolta incessante di tracce della sua vita passata. Taglia e ricompone, sfronda e aggiunge, a seconda dell’importanza che attribuisce a certi fatti. Alfonso credeva di poter davvero dare ordine alla sua esistenza studiando e confrontandosi con i classici, per poi applicarsi a lavori di suo pugno; Emilio è più concreto, e ben presto capisce che la sua precarietà ontologica non è facilmente colmabile.

Zeno è disilluso e sa già che la sua malattia non va curata con la sottile analisi di sé ma con la prassi, perché a niente vale il percorso a ritroso e lo scritto che deve consegnare al dottor S. , "perché come si può abbandonare un presente simile per andare alla ricerca di cose di nessuna importanza?". Nella scrittura non è rintracciabile la sincerità e la verità, e Zeno è costretto a confessarlo al suo medico che non si è accorto che il paziente sta mentendo. "Il dottore presta fede troppo grande anche a quelle mie benedette confessioni che non vuole restituirmi perché le riveda" dice Zeno. E ancora "è così che a forza di correr dietro a quelle immagini, io le raggiunsi. Ora so di averle inventate. Ma inventare è una creazione, non una menzogna. Le mie erano invenzioni come quelle della febbre, che camminano per la stanza perché le vediate da tutti i lati e che poi anche vi toccano… E il dottore registrava". Kafka allo stesso modo dice: "Confessione e bugia sono la stessa cosa. Per poter confessare, si mente. Ciò che si è non lo si può esprimere, appunto perché lo si è; non si può comunicare se non ciò che non siamo, la menzogna".

La ricerca che va scandagliando tra i meandri della memoria non solo, dunque, non riporta le cose come stanno, perché mutate dalla luce riflessa del presente, ma cerca di ricongiungerle attraverso una sola logica, dando un assetto falsamente razionale. Così, mentre Zeno ha rinunciato a calcolare le conseguenze delle sue azioni, affidandosi più all’istinto che non all’intelletto, a considerazioni precise, intorno a lui vede chiaramente che tutto viene perseguito secondo finalità incomprensibili all’umano agire. Nonostante ciò, si affida all’illusione di poter rimettere ordine al caos della sua vita, che ha prodotto il suo malessere psichico, andando a sondare il suo animo. "Vedere la mia infanzia? Più di dieci lustri me ne separano e i miei occhi presbiti forse potrebbero arrivarci se la luce che ancora ne riverbera non fosse tagliata da ostacoli di ogni genere, vere ed alte montagne. I miei anni e qualche mia ora".

Sul segno grafico il pensiero si posa per lavorare alterandone a piacere parte o tutto. Ecco che nella cura si cerca di mettere insieme fatti rintracciando a fatica qualcosa che li accomuni profondamente, e il protagonista ben presto si accorge di questa farsa e interrompe la terapia; Zeno tra le righe è sempre alla ricerca di giustificazioni alla inettitudine e alla mancanza di etica, le quali gli consentono di vivere in funzione di se stesso e, addirittura, arriva a presentare la relazione con Carmen come un favore fatto ad Ada. Né si può sperare di arrivare a capire la trama dell’esistenza, perché ogni avvenimento non ha niente a che fare con il successivo, a volte provoca risultati del tutto inimmaginabili: "La causalità non può di per sé essere rappresentata in modo intuitivo: simile rappresentazione non è possibile che per una relazione causale determinata. D’altra parte, invece, ogni fenomeno dell’idea, poiché assume, come tale, la forma del principio di ragione, o del principium individuationis, deve manifestarsi nella materia e come qualità della materia…".

Il padre muore e colpisce Zeno con uno schiaffo: vendicarsi e riparare il vuoto che si determina costituiscono i poli contrastanti in cui si muove il Cosini. La sua preoccupazione, ora più che mai, è quella di assolversi, cioè di trovare dei capi espiatori o dei responsabili. Il modo che sceglie è di certo singolare, perché arriva a costruirsi una malattia per legittimare le proprie azioni e per infrangere liberamente il codice morale. Ecco che inizia la terapia con il medico e redige il suo diario, con il palese intento di mettere al sicuro la sua patologia, perché si rende conto che la diagnosi proposta non ha colto nel segno e che il dottor S. non è capace di curarlo. Scrivendo si dimostra malato ed espugna la sua coscienza da tutti i tarli che lo assediano; ma i tentativi che compie per riordinare la propria vita vengono smascherati dai sogni che gli capita di fare, che rivelano la sua personalità complessa, "i punti che sfuggono alla sua amministrazione di verità e del falso… vicino al ritratto ufficiale di Zeno se ne delinea uno clandestino, ambiguo, che propone un’altra storia. I due volti appaiono sovrimpressi…Non è il solo mezzo di cui Svevo disponga per sottrarre il suo personaggio al destino che tenta di costruirsi e di accreditare, per rendere dubbio il suo controllo delle azioni, dei gesti, delle parole, della storia in genere che rivendica a sé".

Lo scrivere diventa per Zeno un vizio irrinunciabile, così come il fumo, ed entrambi non sono che un miraggio, un misero alibi escogitato dalla propria cattiva coscienza per mascherare la inettitudine, la patologica abulia.

Zeno ha già vagamente intuito che il vizio del fumo è il frutto di un istintivo antagonismo scatenatosi in lui, fin dalla più lontana infanzia, nei confronti del genitore. Obbedendo ora ai dettami di un impellente processo di associazione, egli orienta la sua inflessibile autoinchiesta sul terreno dei difficili rapporti con quel padre che era il suo esatto rovescio: un uomo forte e sano, pratico, mai sfiorato dal dubbio, pago di poche e salde certezze, la cui coscienza si acquieta nell’adesione alla virtù. Egli giunge per questa via alla conclusione che l’insanabile conflitto caratteriale con il vecchio ha lasciato nel suo animo un solco indelebile, un diffuso senso di colpa che è "la prima radice della sua insicurezza ".

Zeno associa il vizio del fumo alla sua prima infanzia, quando sottraeva gli spiccioli dal taschino del panciotto del padre per procurarsi le sigarette ed era costretto a mentire per non essere sgridato. Poi, il proposito di liberarsene diventa l’inseparabile compagno della sua esistenza, un altro pretesto, insieme all’analisi: "Anzi, la mia antipatia per lo stile di Freud fu interpretata…come un colpo di denti dato dall’animale primitivo che c’è anche in me per proteggere la mia malattia". Del resto, "l’animale malato non lascia guardare nei pertugi pei quali si potrebbe scorgere la malattia, la debolezza". Tale debolezza della volontà si riscontra nel tentativo di essere mascherata dalla letteratura e dalla vecchiaia, che hanno addirittura il compito di giustificarla. Naturalmente, tutto è finzione e gioco delle parti: significa procacciarsi a buon mercato l’indulgenza per i propri vizi e le proprie debolezze, riservarsi come scrittore un mezzo d’ironia dissacrante anche verso la più piccola e insignificante delle proprie ambizioni.

 

 

 

 

 

§ 3.2. Il soggetto disperso nell’esperienza della rappresentazione

 

"La mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai, il futuro, rende la vita più semplice, ma anche tanto priva di senso". Commenta così il "vecchione" che si confida ne Le confessioni di un vegliardo, quando oramai vede sopraggiungere la fine di ogni lotta, quando si libera dall’ansia dei doveri e si rifugia in un sereno ricordo. Il vecchio si muove con la libertà e con il cinismo del puro disimpegno, di chi riassume la vita nella contemplazione, nella conoscenza, diventando un teorico a pieno titolo che non fa altro che aggiungere qualche nuova scoperta alla sua già ricca esperienza. In questa direzione agisce il protagonista de La rigenerazione, in cui l’anziano protagonista, nonostante la prepotenza dei familiari, riesce a sopravvivere grazie ad un istinto quasi "selvaggio", perché connaturato alla sua avanzata età. Allo stesso modo, il buon vecchio inizia la frequentazione della bella fanciulla ponendosi alcune riserve morali, ma ha già pronta la giustificazione per fare ciò che più gli piace: ha diritto ad essere almeno per qualche anno felice, prima che la morte cancelli tutto, ogni possibilità, per sempre.

"Quando vuole una donna ricorda re Davide che dalle giovinette si aspettava la gioventù…quando, abbandonato l’ufficio, il vecchio, per risparmiarsi l’attesa inerte in casa, andò a passeggiare lungamente alla riva e al molo, vi fu nel suo petto un lieve sobbolimento morale, che non passò senza lasciar traccia di sé nella sua anima. Non ebbe però alcuna influenza sul corso delle cose perché egli, come tutti i vecchi e i giovani, fece quello che gli piacque pur sapendo meglio", sottolinea Svevo con ironia. Avvalendosi di questa liceità il vecchio soprassiede al proposito di ricoprire il ruolo solo di filantropo e accetta con grande entusiasmo di vivere questa avventura, che, si faccia attenzione, ha la pretesa di essere autentica perché "secondo il linguaggio dei vecchi è vera un’avventura in cui c’entri anche il cuore". Fa cadere ogni resistenza considerando che si tratta della "prima avventura dopo la morte di mia moglie" anche se lo scrittore subito annota "i vecchi quando amano passano sempre per la paternità e ogni loro abbraccio è un incesto di cui ha l’acre sapore". Così, preoccupandosi che la sua avventura resti vera, collaborando volenteroso alla falsificazione perché ama credere alla fanciulla che dice di amarlo, vive intensamente quelle ore di felicità senza preoccupazioni né rimorsi. Ben presto la relazione con la ragazza diventa per l’anziano un problema, perché il suo corpo debilitato non sopporta di venire esposto a tanti vizi. Colto dal rimorso di aver corrotto la giovane, cerca di riparare e di dare un’altra direzione alla sua condotta: "Ed è proprio così che nei suoi tardi anni il mio buon vecchio divenne scrittore. Quella sera scrisse solo degli appunti per la conferenza ch’egli voleva tenere alla giovinetta… egli credette tutt’ad un tratto di aver qualche cosa da dire e non mica alla sola giovinetta". Dal tentativo di sedare la sua coscienza dal rimorso di quanto ha fatto, soprattutto dal timore di averla corrotta, il vecchio inizia la stesura di un manoscritto, prima con l’intento di ricondurre la ragazza alla virtù, poi per educare il mondo intero alla legge morale.

"Non scriveva più per la giovinetta…egli credeva di scrivere per la generalità e forse anche per il legislatore. Non ricercava egli una parte importante delle leggi morali che, secondo lui, dovevano reggere il mondo?". Ecco che la teoria dedicata ai "Rapporti fra vecchiaia e gioventù" diventa la sua principale occupazione e sente di avere un compito importante, un monito da lasciare alle generazioni future. La sua esistenza si riduce alla sola scrittura, ad un’indagine serrata del suo passato e delle sue responsabilità, di come avrebbe potuto agire ma non lo ha fatto, fino alla grande scoperta: "Ciò significa soltanto che il vecchio è debole. È infatti nient’altro che un giovine indebolito. L’aveva trovata. Questa scoperta andava a far parte della sua teoria …perché e acciocché la sua debolezza non si converta in malattia ha bisogno di una morale ben solida…come si poteva credere che la vecchiaia, che non era altro che la continuazione della gioventù, fosse una malattia? Doveva pur essere intervenuto un altro elemento per mutare la salute in malattia; quell’elemento il vecchio non sapeva trovarlo".

Il vecchio si illude di poter correggere la vita intera con questo suo trattato anche se presto si moltiplicano i dubbi e la domande a cui non sa trovare risposta. Anche il protagonista di Vino generoso ha oramai abbandonato la lotta, il tentativo di sondare la vita e di trovarne il senso: è giunto al termine dei suoi anni e non pesa più il fardello di realizzarsi, di trovare la direzione giusta che possa conquistare la salute. Oramai tutto è risaputo, e non c’è che il passato e il presente da forgiare a piacimento, da riordinare e da considerare come unica possibilità: il vecchio è il grande anarchico che può sovvertire gli schemi e le convenzioni in modo libero, perché non è più oppresso dall’ansia di vivere del giovane. Il suo sguardo rivolto a cose lontane lo tiene distante dalle passioni, e lo fa essere un grande teorico, quello che invano aveva sperato di divenire in tutta la sua vita.

Il mondo in cui si muove il vecchio protagonista degli ultimi racconti è la famiglia, gli inferi domestici entro i quali si sviluppa un tortuoso intreccio di affetto, sopraffazione, egoismo, inibizione, reticenza, tenerezza…secondo una tipica ottica borghese la famiglia appare un concentrato dell’universo, un labirinto di lacci e passioni, fecondo e letale come le arterie che pulsano e si sclerotizzano: come la vita, sveviana malattia della materia. "La famiglia è la borghesia camuffata da universale-umano e tradotta in sentimenti e gesti quotidiani. Il vecchio, guardando la moglie che dorme, riposando ignara nel suo affetto (negli appunti intitolati Nietzsche), pensa che lei s’era messa "nei lunghi anni fra me e la vera vita per interdirmela"…eppure il vecchio sa che, accanto al suo odio, c’è per la moglie anche pietà ed anche vero amore, amore per la vicinanza della lunga vita insieme perduta". Con gli "occhi stanchi di sole" ed "incline all’inerzia" il vecchione lascia che le cose arrivino a lui e vadano via prive di senso, oramai scansa anche ogni tentativo di protesta contro l’orrore della "vita orrida vera". Egli è pronto ad ingaggiare una autentica sfida con la morte: si prende un’amante per truffare la natura, vista la debilitazione del suo organismo; trasforma l’inettitudine in medicina, perché la sua debolezza diventa cautela che protegge la salute. È l’unico a conoscere la verità, quella del sogno e dell’inconscio che trascendono i limiti fittizi dell’io cosciente e infatti è sempre alle prese con incubi che gli mostrano gli errori commessi e lo riconducono alla retta via. La saggezza del vecchio, non in quanto vecchio ma in quanto uomo, malato non perché vecchio ma perché uomo, sta nel sapere che non c’è salvezza al di là dello scrivere, unico luogo in cui ricercare l’autenticità morale: "Voglio soltanto attraverso queste pagine arrivare a capirmi meglio. L’abitudine mia e di tutti gli impotenti di non saper pensare che con la penna in mano…"

Zeno ha troppe qualità, tanto da risultarne privo perché non riesce a scegliere, a determinarsi, le possibilità che gli si offrono lo tengono nel dubbio e nell’incertezza, nell’impossibilità di dare una risposta definitiva alla relatività del reale. Così appare anche Ulrich, l’"uomo senza qualità" descritto da Musil, contraddittorio e problematico, che non si lascia illudere dai bagliori della ricca classe borghese.

"Un uomo che vuole la verità, diventa scienziato; un uomo che vuol lasciare libero gioco alla sua soggettività diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio fra i due?". L’individuo immerso nel caos della vita crede di poter trovare un ordine e una sequenza, un senso agli avvenimenti: "Quel che ci tranquillizza è la successione semplice, il ridurre a una dimensione, come direbbe un matematico, l’opprimente varietà della vita; infilare un filo, quel famoso filo del racconto, di cui è fatto il filo della vita, attraverso tutto ciò che è avvenuto nel tempo e nello spazio! (…)Quasi tutti gli uomini sono dei narratori… a loro piace la serie ordinata dei fatti perché somiglia a una necessità, e grazie all’impressione che la vita abbia un corso si sentono in qualche modo protetti in mezzo al caos". Anche Svevo avverte la stessa precarietà; una precarietà che si fa esistenziale, che viene dissolta attraverso una pungente ironia. Però, in Musil, il riso derisorio risparmia i valori che consentono l’ordine a cui resta sempre attaccato. "La tecnica di Musil consiste essenzialmente nello scrivere dappertutto ‘allorché’, ‘prima che’, e ‘dopo che’, ma è inserendo tanti ‘perché’ e ‘affinché’ che ciò che questi avverbi esprimevano viene ad essere ironicamente annullato, che il corso della vita viene a rivelarsi irrisorio" e dietro di esso si afferma la verità che "le stesse cose ritornano" e non c’è protezione contro il caos e l’assenza di significato.

"Idealità e morale sono i mezzi migliori per colmare il gran buco che si chiama anima" : se l’uomo seguisse solo ciò che gli detta la sua anima, senza essere guidato da morale, filosofia e religione, insieme ad una approfondita educazione borghese, commetterebbe orribili efferatezze: "E poiché possedere delle qualità presuppone una certa soddisfazione di constatarle reali, è lecito prevedere come a uno cui manchi il senso della realtà anche nei confronti di se stesso, possa un bel giorno capitare di scoprire in sé l’uomo senza qualità".

Ulrich, come Zeno, ha perduto il contatto diretto con la vita, le cose, le persone, tutto impegnato a dissezionarle dopo che la scienza ha consentito insperati progressi sulla via del dominio tecnico ed epistemico. "E’ un uomo senza qualità - esplose Walter - ve ne sono milioni oggigiorno. E’ il tipico prodotto del nostro tempo…ad eccezione dei preti e dei cattolici, nessuno oggigiorno ha l’aspetto che dovrebbe avere, perché noi adoperiamo la nostra testa ancor più impersonalmente che le nostre mani".

"La matematica però è il colmo, quella è ignara di se stessa come in futuro gli uomini, che si nutriranno di pillole invece che di pane e di carne, saranno ignari di prati, galline e vitelli! …Egli [Ulrich] è un pericolo per te! Oggi quello che più ci è necessario è la semplicità, la salute, lo star vicini alla terra… fare una passeggiata, scambiare qualche parola coi vicini…la vita umana è questo!". La presenza dell’anima costituisce infatti l’elemento perturbatore: "L’anima, che è la prima causa di malcontento ed i insoddisfazione, è anche il motore dello sviluppo umano…l’evoluzione dell’uomo non si arresta proprio perché è condannato ad essere imperfetto, proprio perché il suo corpo non raggiunge mai quell’assoluto equilibrio che renderebbe superflua l’anima".

"Quale bruciore! Aveva invaso nel mio organismo tutto un vasto tratto che sfociava nella gola…ogni posizione sacrificava una parte del mio corpo…della corsa avevo l’affanno e, anche, nell’orecchio, il calpestio dei miei passi…". Il vecchio personaggio di Vino generoso è afflitto da malattie fisiche, tanto che il dottore gli ha prescritto di bere e mangiare con moderazione soltanto perché si trova al matrimonio della nipote, ottiene di potersi liberare da qualche divieto. Così inizia la sua ribellione contro l’opprimente moglie e la figlia che tanto sono distanti da lui nel modo di sentire la vita, di avvertire le situazioni. "Come potremo ottenere dai nostri figli il perdono di aver dato loro questa vita? - Ma lei sempliciona - I nostri figliuoli sono beati di vivere - La vita che io allora sentivo quale vera, la vita del sogno, tuttavia m’avviluppava e volli proclamarla - Perché loro non sanno niente ancora". Lo spostamento del disagio dalla coscienza ai dolori reali, del corpo, ha un significato importante, che rinvia alla favorevole condizione del vecchio, che vive nella vecchiaia "la stagione più vicina al grande mutamento; l’inconscio che nel sogno del vecchio emerge da profondità a lui ignote è - come la morte - un’anticipazione dello scioglimento del suo io". Dopo aver avvertito l’abisso e il dolore che si celano dietro le sicurezze della vita borghese, "che diviene il velo steso ad occultare l’inesistenza di una vita intensa e profonda", cessata la lotta che lo sottrae alle sue aspettative, insieme al tormento di cercare la verità e affermarla, adesso tutto quanto si poteva e doveva fare è stato fatto, è passato. Non c’è più la premura del futuro e nel presente egli ha elaborato una sottile tattica di accomodamenti con l’impossibilità di vivere. Senza essere immerso nel turbinio dell’esistenza, il vegliardo può ora sentirsi più libero anche della stessa paura di invecchiare, che tanto lo aveva oppresso: ora è realtà, come prossima è la morte sentita in modo ambivalente, a volte come liberazione, altre volte come tremenda voragine che nullifica ogni tentativo di eternarsi: "Ebbi il sentimento che se morissi non me ne importerebbe niente… io stavo a guardare me come morivo ad occhio asciutto. Scomparivo e il mondo continuava… io ebbi in quell’istante la completa sensazione della mancanza d’importanza mia e anche di tutto il resto".

I dolori del corpo fanno dimenticare il continuo arrovellarsi di Zeno, riportano ad un presente oggettivo e impellente, ma la coscienza continua implacabile a trasmettere i suoi messaggi attraverso il sogno: ecco che l’elegante uomo sessantenne che seduce la fanciulla è più volte scosso dalla sua colpa, dal fatto di averla corrotta, anche se in ogni modo cerca un risarcimento alla propria condotta. Ma, purtroppo, natura non vincitur, e sia il vecchio seduttore che Giovanni, personaggio principale della Rigenerazione, soccombono di fronte al proprio fisico debilitato: "Il medico disse che era sicuro che il male non si sarebbe ripetuto a patto che il vecchio avesse saputo vivere in riposo, prendere regolarmente ogni due ore una certa polveretta e si fosse astenuto dal vedere l’oggetto del suo amore o anche pensarci". E ancora si legge: "Orrenda macchina, questa nostra, quando è vecchia! Se ho assistito allo sforzo di Augusta, pavento quello che incombe a me e non raggiungo il sonno se non mi concedo una doppia dose di sonnifero…essere vecchio il giorno intero, senza un momento di sosta! E invecchiare ad ogni istante! M’abituo con fatica ad essere come sono oggi, e domani ho da sottopormi alla stessa fatica per rimettermi nel sedile che s’è fatto più incomodo ancora. Chi può togliermi il diritto di parlare, gridare, protestare? Tanto più che la protesta è la via più breve alla rassegnazione". Se, dunque, la vecchiaia rende più inclini alla rinuncia e alla pacifica accettazione dei dissidi interiori, sapendo che oramai è "ora di dormire quieti", nemmeno allora si può vedere la propria esistenza ordinata, rimessa a posto. Allo stesso modo "Il vecchione" (Zeno qualche anno più tardi), non riesce a ricostruire una parte consistente della sua vita, al solo scontrarsi con la vita nella sua manifestazione più chiara: la gioventù di una donna: "Al disordine del presente si sostituì il disordine del passato…", e quest’ultimo finisce per prendere possesso persino del residuo di vita che il presente sembra lasciare.

"All’inizio di questo secolo le ricerche psicoanalitiche, linguistiche e poi etnologiche hanno spossessato il soggetto delle leggi del suo piacere, delle forme della sua parola, delle regole della sua azione, dei sistemi dei suoi discorsi mitici". Già con la psicoanalisi, lo storicismo integrale di Marx e la genealogia nietzschiana, sono crollate le fondamenta del sapere moderno: il soggetto non è più l’uomo ma, a seconda dei casi, la nevrosi, il sistema produttivo e la genealogia della morale. "Il fatto paradossale è che proprio la passione per la verità, la coscienza, nella sua ricerca del vero, è giunta a mettere in crisi se stessa: ha scoperto, appunto, di essere solo una passione come le altre".

Non è il soggetto che parla nella nevrosi; piuttosto è la nevrosi stessa che parla attraverso il soggetto. L’ironia sagace di Svevo nei confronti del tentativo di incasellare la persona entro uno schema fisso e prestabilito emerge in primo luogo nel rapporto Zeno - medico, ma soprattutto negli ultimi scritti. "Ravvolse di nuovo le vecchie e le nuove cartelle nel lenzuolo sul quale era scritta la domanda a cui non sapeva rispondere. Poi affannosamente sotto a quella scrisse varie volte la parola: Nulla!": il vecchio, e con lui Svevo, intuiscono che la ricerca non approda ad una riposta definitiva, che la letteratura non può fare altro che denunciare una invalicabile impotenza: "Sto per parlare, e so dire, ma quale eco ostile mi interrompe?".

Niente si può asserire in modo definitivo, perché ogni cosa è sottoposta alla relatività dei punti di vista. Così in De Saussure e Levi-Strauss questo processo di decentramento del soggetto si esplica nella nozione di struttura come sistema regolato da un ordine interno e da un gruppo di trasformazioni possibili che la caratterizzano. Un procedere che si propone di andare al di là dell’empirico e del vissuto, per essere assolutamente oggettivo: studiare l’uomo dal di fuori e ripudiare i dati della coscienza come via di accesso alla verità. In tal modo, però, la sovranità del soggetto viene scossa dal profondo e rimossa: "L’uomo non può darsi nella trasparenza immediata e sovrana di un cogito". L’uomo stesso, che vorrebbe farsi padrone della verità e della sua storia, viene mostrato come un oggetto epistemologico recente, una piega dei saperi e dei linguaggi. Dal vuoto del soggetto emerge che, anziché essere il fondamento degli enunciati, l’individuo ha solamente una funzione enunciativa. Il soggetto non pre-esiste alle diverse funzioni; non c’è un soggetto che pre-esista al suo essere chiamato e nominato. Egli "è" in quanto viene indicato in tal modo dagli altri; il suo essere soggetto si incarna in diversi modi che fanno parte del sistema e costituiscono la stessa sostanza dell’essere soggetto. Così gli enunciati di tipo ideologico, che l’individuo ritiene propri, fanno invece parte di un apriori storico, di un sapere archeologico e archivistico. "L’originario dell’autocoscienza, la continuità trascendentale di una voce che dice la verità è tolta. E di fatto la stessa filosofia è tolta, in quella che è stata sotterraneamente per millenni la sua condizione di possibilità". A differenza di Pirandello, dunque, non ci sono maschere da togliere per arrivare a se stessi, perché se andiamo a fondo l’individualità è inesistente, tutto è struttura e sistema e la coscienza non è portatrice di alcuna verità propria. Si potrebbe affermare, con Blanchot, che l’uomo è spogliato di ogni verità poiché uomo "è proprio ciò che nasconde in sé la verità non umana dell’uomo".

Il soggetto non è più in grado di cogliere la domanda della domanda e questo è il suo invalicabile limite. Dopo essersi interrogato sulla morale, sull’alienazione dell’individuo moderno, sui percorsi dell’anima, Svevo non lascia niente che documenti una linea da seguire, un indizio certo che porti alla verità e alla salute. L’uomo non conosce né l’incipit né l’esitus della sua esistenza, il suo esserci è già stato posto e non può coglierlo. Nel pensiero contemporaneo la crisi del soggetto emerge all’interno di ogni domandare e rispondere della parola. Infatti, tra la parola e le altre cose, tra locutore e uditore, si insinua un distanza invincibile, che è data da questa ignoranza incolmabile circa la sua origine e il suo fine. Il soggetto autoconsapevole non scalfisce il mistero che si cela dietro tutte le domande e che riguarda la loro provenienza.

Il problema dei soggetti è che essi parlano e la parola è la maledizione dell’uomo: infatti tramite il linguaggio si illude di riempire quella distanza incolmabile da tutte le cose e dagli altri, visto che il suo fondamento è nel non avere fondamento. In tal modo sono presi nella logica dell’altro, rinviati a un nulla di senso che è il fondo stesso della sensatezza apparente del parlare. La crisi del soggetto, del soggetto donatore e fondatore di senso, è al tempo stesso la crisi del mondo: la ragione si perde nella impensabilità dell’origine e del senso.

Derrida parla del potere della voce come illusorio, perché minacciato dall'estraneità del segno, della scrittura, che da sempre abita dentro la parola, lavora nell’intimità del pensiero. Rifacendosi alla differenza ontologica heideggeriana tra essere ed ente, egli sostiene che l’essere è costitutivamente una differenza irriducibile ad ogni identità originaria. In quanto differenza non presentificabile nel linguaggio, l’essere risulta una sorta di assenza di cui non si danno delle rappresentazioni, ma solo delle tracce. Per cui, al posto della metafisica e del suo primato della voce, presenza, sulla scrittura, assenza, Derrida difende il primato della scrittura sulla voce, proponendo una nuova post-metafisica nella scienza della scrittura. La stessa decostruzione che denuncia la crisi può solo percorrere il di fuori delle parole, rappresentare la rappresentazione, senza potersene affrancare. "Un giorno - scrive Svevo ne L’imperio - per una via di campagna, egli vide una lumaca avanzare lentamente, rigando di bava il cammino… se la lumaca avesse avuto coscienza, avrebbe presunto di rettificare e beneficare il mondo con la qualità della sua bava; l’esperienza, reciprocamente, insegnava all’uomo che tutta la sua attività era altrettanto fruttuosa quanto quella dell’animale. Vide anche le formiche e le api intente ad un‘opera più intelligente, ma vana del pari…la capacità di arrivare a comprendere la propria vanezza era l’unico privilegio dell’uomo sui bruti. Lustro e inganno tutto il resto; le trovate dell’ingegno, le indagini del pensiero, le affermazioni della fede". Dunque, tolta agli uomini la presunzione, cosa resta loro in realtà? Cosa sanno del mondo, della prima origine delle cause, dell’ultima fine di tutti gli effetti? "Nulla", nulla.

 

 

 

 

 

 

 

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