UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA III
FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA
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Tesi di Laurea in Storia del Cristianesimo
Il diario conciliare di E.Florit
L’esperienza di un vescovo italiano al Vaticano II
Relatore:
Prof. ALBERTO MELLONICorrelatore: Prof. ROBERTO MOROZZO DELLA ROCCA
Candidato: PAOLO GIORGI
Anno accademico 1999/00
Indice
-Introduzione…………………………………………………. p.5
-Capitolo I……………………………………………………... 8
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1-Il votum preparatorio…………………………………………. |
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2-La commissione preparatoria per i vescovi e il governo delle diocesi………………………………………………………….. |
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-Capitolo II…………………………………………………….. |
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1-Un inizio spiazzante………………………………………….. |
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2- Contemperare "nova et vetera"……………………………… |
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3-Tra speranze di compromesso e "momenti drammatici"…… |
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-Capitolo III…………………………………………………… |
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1-L’ecumenismo e il dialogo: una visione tradizionale………... |
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2- Lo schema sulla Chiesa e la collegialità…………………….. |
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3- Un ruolo di mediazione: lo schema sulla Rivelazione divina.. |
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-Capitolo IV…………………………………………………… |
p. 67 |
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1- Una scissione interiore?……………………………………... |
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2- Il "De Ecclesia": ultime battute……………………………... |
77 |
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-Capitolo V…………………………………………………….. |
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1- Il ruolo nell’episcopato italiano……………………………... |
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2- I temi politico-sociali: ecumenismo, libertà religiosa, chiesa nel mondo………………………………………………………. |
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3- Il cerchio si chiude: la promulgazione della Dei Verbum…… |
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4- Il postconcilio in diocesi…………………………………….. |
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-Diario Florit (1962-1965)…………………………………….. |
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I sessione ……………………………………………………….. |
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I intersessione…………………………………………………... |
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II sessione………………………………………………………. |
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II intersessione…………………………………………………. |
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III sessione……………………………………………………... |
152 |
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III intersessione………………………………………………… |
p.160 |
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IV sessione……………………………………………………... |
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-Bibliografia…………………………………………………… |
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Introduzione
La storia del Concilio Vaticano II, il grande evento che segna il destino della moderna chiesa cattolica, è fatta naturalmente di correnti di pensiero, accesi dibattiti, contrapposizioni spesso anche virulente tra scuole teologiche. Ma, naturalmente, è fatta soprattutto da uomini, dagli oltre duemila vescovi di tutto il mondo che vi partecipano, e dagli innumerevoli teologi che di questi vescovi costituiscono l’ausilio, spesso insostituibile, per la comprensione dei problemi posti in aula.
E’ per dare risalto a questi uomini, a questi testimoni diretti dell’evento, che da qualche tempo pare accrescersi l’interesse per un tipo di fonte generalmente poco considerata, perché giudicata troppo soggettiva, quasi che non sia compito dello storico il trarre, per quanto possibile, l’oggettivo da una miriade di soggettività. Parlo naturalmente dei diari, delle memorie scritte per sé e quelle scritte per i "posteri", come si suol dire. Ora, nello studio del concilio Vaticano II, ci si imbatte nella fortunata circostanza di un’inusitata quantità di tali diari, scritti sia dai padri conciliari sia dai loro periti, ma anche da testimoni esterni all’aula, preziosi per la loro opera di collaborazione. Uno studio sui diari conciliari è stato già fatto da Alberto Melloni nella prefazione all’edizione del diario Chenu, alla quale si rimanda per un discorso più approfondito; basterà qui collocare, in questo ambito rapidamente tratteggiato, il diario di Ermenegildo Florit.
Si tratta di un documento per molti versi simile agli altri di questo genere: si concentra sugli eventi più importanti, soprattutto quelli che riguardano l’autore del diario, naturalmente; inoltre vi si riscontra una sproporzione tra lo spazio dedicato alla prima sessione, evidentemente oggetto di grande curiosità e stupore da parte di molti padri, e le sessioni successive. In questo va però detto che Florit "tiene duro" fino alla fine del Concilio, mentre molti altri diari si arrestano alla fine della prima sessione, o, come nel caso di Siri, giungono faticosamente alla terza, saltando però la seconda.
Dal diario di Florit, arcivescovo di Firenze, cardinale dal 1965, personaggio indubbiamente controverso e che gode di una cattiva fama, per i notissimi fatti della diocesi fiorentina di quegli anni, si possono cogliere gli stati d’animo del presule, le reazioni, le convinzioni e, soprattutto, i dubbi che attanagliano Florit spesso, per le posizioni difficili e contrastanti che, come vedremo, il prelato assume di volta in volta in aula.
Il presente lavoro si curerà di delineare l’apporto di Florit al Concilio, dagli inizi titubanti e preoccupati, alla fattiva opera svolta nell’elaborazione della Dei Verbum, con un accenno sia alla fase preparatoria, sia al travagliato periodo postconciliare a Firenze. Per seguire questo cammino ci si avvale con particolare interesse anche di alcuni altri diari conciliari, che consentono naturalmente di contestualizzare gli eventi trattati, sempre restando in un ambito soggettivo e "umano": una sorta di controcanto alla voce spesso angosciata, quasi mai serena, di Florit.
La seconda parte della presente tesi contiene proprio la trascrizione del diario manoscritto di Florit, conservato in copia presso l’Istituto per le Scienze religiose di Bologna. Ma si tratta di più di una semplice appendice: in realtà il diario, che si è cercato di accompagnare a dei riferimenti sia sull'attività di Florit sia sugli eventi del Concilio citati dal vescovo, costituisce il punto di riferimento, la costante traccia su cui si sviluppa la ricostruzione della vicenda conciliare di Florit e degli eventi e persone che lo riguardano.
Per svolgere questo lavoro ho potuto tra l’altro usufruire del prezioso aiuto di padre Umberto Betti, che è stato durante il Concilio il perito personale di Florit, e che con i suoi ricordi ha potuto confutare le tesi qui esposte e aggiungere nuovi dettagli, sia di carattere umano che prettamente storico, alla ricostruzione delle dinamiche conciliari toccate nella presente tesi. Colgo l’occasione per ringraziare anche la pazienza e la cortesia del personale dell’archivio dell’ISR di Bologna, nel quale sono custoditi i documenti conciliari di Florit e altri fondi che ho potuto consultare proficuamente.
Capitolo I
1-Il votum preparatorio
Alla fine di giugno del 1959 viene inviata una lettera, datata 18 giugno, a vescovi, vescovi titolari e prelati missionari di tutto il mondo firmata D.Tardini, il presidente della commissione antepreparatoria. La lettera formulava in maniera abbastanza generica la richiesta di "pareri, consigli e voti che la sollecitudine pastorale e lo zelo delle anime possa suggerire a Vostra Eccellenza in ordine alle materie e agli argomenti che potranno essere discussi nel prossimo concilio." Veniva specificato che "[…] Sua Santità annette la più grande importanza ai pareri, ai consigli e ai voti dei futuri padri conciliari: ciò sarà utilissimo nella preparazione degli argomenti del concilio."
A questa richiesta rispondono 1988 vescovi su 2594, ossia il 77% dei potenziali mittenti, ma le risposte differiscono molto per contenuto e per lunghezza, e alcune tardano ad arrivare. Infatti, se il termine ultimo per far pervenire il proprio votum alla commissione antepreparatoria era il 1 settembre 1959, si sarà costretti ad aspettare fino al giugno del 1960 per poter avviare la fase preparatoria.
Da Firenze giunge il voto congiunto di Dalla Costa e Florit, vista l’impossibilità del primo ad adempiere ormai da tempo ai suoi uffici. E’ l’ultima conferma di quanto appare evidente ormai da almeno cinque anni: a Firenze il governo della diocesi è in mano al solo Florit.
Il votum è datato 30 agosto 1959, quindi in teoria uno degli ultimi giorni utili, ed è di cinque pagine (nella media della lunghezza delle risposte) scritte, ovviamente, in latino.
E’diviso in cinque capitoli che costituiscono i temi principali da trattarsi al Concilio secondo l’autore, ordinati in modo certo non casuale: infatti il primo capitolo è sulla dottrina, poi via via sulla pastorale, sulla morale, sul diritto canonico e, ultimo, il capitolo sulla liturgia. A loro volta i capitoli sono suddivisi in paragrafi numerati, dando così al tutto un aspetto schematico e enumerativo, cosa comune a moltissimi altri voti dei futuri padri conciliari.
Il primo punto del capitolo "In re doctrinali" riguarda la regalità di Cristo e di Maria, la cui ulteriore affermazione non sembra necessaria a Florit. E’ significativo come ciò sia motivato anche dal timore che "definizioni di questo tipo possono in qualche modo inimicarsi l’animo dei cristiani dissidenti", denotando così almeno un minimo di sensibilità ecumenica totalmente assente in altre risposte di vescovi italiani.
Nel secondo punto Florit raccomanda di premettere alla futura discussione del Concilio le affermazioni dottrinali dei precedenti concilii, "praesertim in Tridentino et Vaticano", richiamandole in forma sintetica.
Nel terzo punto si torna a citare i "dissidenti con la chiesa cattolica" e ad auspicarne il rientro nell’alveo della Chiesa di Roma. E’ dunque da ribadire l’unità e la visibilità della chiesa, "Corpus Mysticum Christi", sotto la giurisdizione papale. Inevitabilmente cita poi alcuni moderni errori da condannare.
Il quarto punto auspica in maniera generica un approfondimento della dottrina sulle relazioni tra chiesa e poteri temporali; nel punto seguente Florit cita la dottrina sociale cristiana, da compendiare con le consuete condanne al laicismo in generale e in particolare a liberalismo, marxismo,ecc.
Nel settimo punto si prefigura il rinnovamento del diaconato permanente, riforma poi effettuata in Concilio, per far fronte alla carenza del clero, specie in zone "missionarie".
Il secondo capitolo, "In re morali", è più radicale del primo nel condannare , in quattro punti, molti aspetti della vita contemporanea che "christianos mores corrumpunt" quali certi spettacoli cinematografici, televisivi ecc., ma soprattutto il relativismo morale che rischia di incrinare una "sana dottrina morale", il "freudismo" (!) e una morale basata sul "senso comune della pubblica opinione".
L’ultimo punto si incentra sullo spinoso tema dell’educazione dei giovani, specie in materia sessuale sulla quale, secondo Florit, bisognerebbe distogliere un po’ l’attenzione, per evitare l’accusa "di una certa qual morbosa concentrazione della dottrina morale cristiana sulle questioni sessuali"
Il terzo capitolo, "In re pastorali"propone alcuni consigli tecnici per il clero: unificare i catechismi ottenendo un comune testo nazionale, nonché i programmi catechetici per gli adulti; semplificare anche il numero di riviste cristiane, affinché "viribus collectis, emineant qualitate", e dedicare più attenzione alle questioni radio-televisive e cinematografiche.
Florit suggerisce inoltre di considerare la teologia pastorale tra le discipline principali nei seminari rifacendosi a due costituzioni apostoliche di Pio XII, la Sedes Sapientiae e la Ad uberrimam.
Anticipa poi un tema ripreso dalla commissione preparatoria per i vescovi e il governo delle diocesi, di cui farà parte: lo snellimento del numero delle diocesi, facendole ove possibile sempre combaciare coi confini della provincia civile.
Anche nel capitolo IV, "In iure canonico", anticipa temi che saranno poi trattati in commissione preparatoria, come una limitazione del potere del clero "regolare" nelle diocesi a favore del vescovo e delle parrocchie, e l’abrogazione dell’inamovibilità dei parroci (can.454).
E’ importante l’affermazione, compiuta nel punto 5, della necessità dell’esistenza giuridica di una "Commissione episcopale permanente" nelle singole nazioni, per compattare i vescovi contro i pericoli della fede, in campo politico-sociale e catechetico,in un tempo nel quale "l’unione degli uomini è la legge suprema del buon successo". Stranamente questa richiesta non fu inserita nelle quaestiones inviate alla commissione preparatoria per i vescovi e il governo delle diocesi, ma fu ugualmente presa in considerazione, come vedremo.
Nel punto 6 auspica una maggiore definizione giuridica dei laici rispetto alla gerarchia ecclesiastica, soprattutto per quanto riguarda l’Azione Cattolica.
Infine, nel punto 9, Florit propone la semplificazione dell’abito del clero semplice, per distinguerlo meglio da quello dei vescovi.
L’ultimo capitolo, il quinto, è "In re liturgica", ossia tratta del tema che, come è noto, verrà invece affrontato per primo in Concilio.
Nel primo punto si prefigura la creazione di un unico Codice liturgico, che ordini "in un solo corpo principi e norme della pratica liturgica cattolica", per evitare "l’incertezza, la confusione, la dissomiglianza nel medesimo rito sacro". In sostanza Florit, aderendo all’orientamento tradizionale di gran parte dell’episcopato italiano, auspica un uniformamento dei riti nella chiesa cattolica che va a stridiere con le legittime recriminazioni di autonomia e di peculiarità delle chiese orientali.
Poi accenna alla riforma del breviario romano, su cui allega un testo inedito, in italiano, che contiene alcuni suggerimenti in proposito, e in cui si prefigge di "mantenere un sano equilibrio tra tradizione e necessaria semplificazione".
Anche sullo spinoso problema della lingua latina il votum è conforme alla concezione tradizionale del problema: antica, nobile e soprattutto "efficax unitatis ecclesiasticae instrumentum", la lingua latina va senza dubbio conservata nella messa, anche se si auspica un messale romano bilingue. Quello dell’introduzione del volgare nella liturgia era stato un problema controverso nel decennio precedente, e sarebbe troppo lungo il ripercorrerlo qui. Ci interessa apprendere dalla "sintesi finale" dei vota che moltissimi vescovi, ovviamente quasi tutti stranieri salvo prestigiose eccezioni, sono per l’introduzione del volgare per la parte catechetica, nell’amministrazione dei sacramenti e in altri riti. Solo una sessantina di vescovi sono decisamente per la conservazione del latino nella liturgia.
Il tema della varietà di rituali e di lingue usate evidentemente è un aspetto della vita ecclesiastica mondiale su cui Florit nutre grandi perplessità, visto che anche nei punti successivi chiede un libro rituale universale per evitare "l’attuale varietà di rituali bilingui, concessi da successivi indulti della Santa Romana Chiesa", indulti che evidentemente Florit stigmatizza.
Circa i canti liturgici, dopo un accenno a una necessaria razionalizzazione degli inni per i vespri, ma anche altri quali Miserere, Magnificat, De profundis ecc., critica il "movimento liturgico" , che in quel periodo progredisce proponendo forme paraliturgiche quali lettura biblica e recitazione dei salmi, cosa che "non è conveniente". Ancora ribadisce la ricerca dell’"auspicata uniformità" e dei "principi comuni" attraverso la pubblicazione di un "libro devozionale" ove si raccolgano per i fedeli di tutto il mondo i principali atti della sacra liturgia, inni compresi.
Conclude col decimo punto, richiamando ancora la riforma dell’abbigliamento ecclesiastico.
Questa sintesi analitica del votum di Florit può essere utile per capire le premesse dottrinali, le convinzioni ideologiche e pastorali con cui l’Arcivescovo di Firenze si appresta a partecipare alla fase preparatoria e poi al Concilio. Il votum, come più volte sottolineato durante la trattazione, non ha slanci innovativi, è monotono e ripetitivo, oltre che, ma questo risulterà chiaro solo durante il Concilio, antiquato. Va sottolineato, a riprova della personalità "moderata" dell’autore, che il votum non indugia troppo sulle condanne che secondo molti dovevano essere la finalità del Concilio. Si distingue per esempio dalla massa dell’episcopato italiano, spagnolo e latino-americano, per lo scarso interesse circa la questione "mariana"; per i quattro quinti delle petizioni in favore della vergine il tema fondamentale è quello della mediazione di ogni grazia da parte della Madonna. La preoccupazione per le ripercussioni che simili affermazioni potrebbero suscitare presso le chiese "separate", seppure vincolata, come detto, alla necessità di un mero ritorno alla chiesa madre, denota se non altro il tentativo di recepire le istanze ecumeniche giovannee, che sono il vero seme del Concilio futuro.
Nel campo dottrinale, il "suo" campo, Florit non può esimersi dal ribadire le tematiche di una vita di insegnamento teologico, ma anche qui abbastanza an passant. La chiesa come corpo visibile e compatto, e in quanto tale sottoposto a precise gerarchie, sarà uno dei punti di discussione più accesa durante il Concilio. La nonchalanche con cui Florit espone le consuete formule dimostra ancora una volta la convinzione di moltissima parte dell’episcopato italiano di andare incontro, come sempre, semplicemente a una serie di conferme di insegnamenti precedenti, magari adattati parzialmente ai tempi, ma comunque rigorosamente nei modi e nei tempi decisi a Roma. Vedremo in seguito con quale stupore e disagio Florit accolga le grandi possibilità di partecipazione attiva dell’episcopato offerte dal Concilio, in perfetta consonanza con la visione che del Concilio ecumenico aveva avuto da subito Giovanni XXIII.
2-La commissione preparatoria per i vescovi e il governo delle diocesi
Quando l’enorme lavoro della commissione antepreparatoria, che rielabora le proposte contenute nelle centinaia di vota pervenuti, volge al termine, comincia la seconda fase della preparazione al Concilio: l’istituzione di dieci commissioni preparatorie, stabilita con il motu proprio Superno Dei nutu, promulgato il 5 maggio 1960. E’ subito evidente la quasi perfetta corrispondenza tra tali commissioni e i dicasteri della curia romana: d’altronde, come è noto, gli stessi presidenti delle commissioni preparatorie, nominati il 6 giugno, sono quasi sempre i responsabili dei rispettivi dicasteri romani. E’ il caso anche della commissione dei vescovi e del governo delle diocesi, che qui ci interessa, presieduta dal card. Mimmi, segretario della s.c. concistoriale, cui succede dopo la morte il card. Marella. Il 29 luglio vengono nominati i 19 membri della commissione: tra questi i francesi Guerry, Villot e Veuillot, il belga Suenens, gli italiani Castelli e Florit.
Le riunioni si svolgono a partire dal settembre 1960, e hanno come argomenti generali lo studio dei criteri per la revisione delle circoscrizioni romane, il rapporto dei vescovi con i parroci e con i religiosi, la cura pastorale e la riorganizzazione delle parrocchie soprattutto nelle grandi città, e infine il problema degli emigranti.
L’apporto di Florit ai lavori della commissione consiste nell’elaborazione di due vota: il primo, abbastanza lungo, sulle relazioni tra vescovi e parroci, il secondo, assai più conciso, sulla cessatio del vescovo per limiti d’età.
Il tema del rapporto tra vescovi e parroci era molto presente nei vota antepreparatori: soprattutto in quelli italiani, e in special modo romani, l’esigenza di completare l’ecclesiologia del Vaticano I sulla dottrina dell’episcopato si traduce in un deciso rafforzamento del ruolo del vescovo, in una maggiore definizione della piena autorità di quest’ultimo su parroci e religiosi.
Su queste linee di pensiero si muove anche Florit nel suo votum intitolato Rationes episcopos inter et parochos, datato 10 marzo 1961. L’obbedienza dei parroci verso il vescovo è per Florit da accostare a quella di un figlio verso il padre, visto che "al posto del padre naturale, i parroci nella Chiesa di Cristo incontrano il vescovo come padre spirituale e giuridico." Auspica la creazione di forme di previdenza sociale per i parroci e i sacerdoti diocesani invalidi per malattia o per vecchiaia, affinchè "possano trascorrere il resto della loro vita serenamente".
Il successivo paragrafo riguarda il rapporto di tutta la comunità parrocchiale col vescovo, ricordando che la parrocchia, simile a una cellula nel corpo della Chiesa, viene affidata al parroco dal vescovo, che ne è il vero e unico responsabile: dunque il parroco governa e predica "soltanto attraverso la missione e la giurisdizione ricevuta dal vescovo." Anche i fedeli devono tenere presente, continua Florit, che qualsiasi loro attività esterna di apostolato è tale grazie al mandato del vescovo, "il quale solo è l’origine e la guida di qualsiasi apostolato." Dunque va ribadita con forza, e ricordata a tutti, laici e sacerdoti, questa stretta dipendenza di ogni forma di attività diocesana dall’autorità episcopale divinamente conferita, e va rafforzato questo vincolo perché sia un baluardo rispetto a "tanta varietà di cose mondane e in tanti disordini."
Il terzo paragrafo riguarda un altro tema molto discusso nella fase antepreparatoria: l’inamovibilità dei parroci; molti vota italiani avevano chiesto l’abolizione del vecchio principio dell’inamovibilità, o quantomeno il suo contenimento entro certi limiti, che consentano all’ordinario una maggiore libertà d’azione. A quest’ultima schiera appartiene anche Florit, che afferma: "l’inamovibilità deve essere per lo meno moderata".
Infatti il prelato ricorda che il Concilio di Trento in qualche modo aveva sancito che i benefici dati al parroco devono essere vitalizi, ma afferma con decisione che tali concessioni non sono conferite per un guadagno del beneficiario, ma per il bene pubblico e per l’interesse dei fedeli. Solo in base a questi criteri dunque si deve stabilire se convenga mantenere un parroco in una determinata parrocchia o no: "la suprema legge è la salvezza delle anime". Per cui sarebbe assurdo lasciare che la stabilità del parroco, introdotta per la salvezza dei fedeli, ricada a loro danno qualora il parroco stesso si dimostri incapace di soddisfare i bisogni della popolazione parrocchiale.
Oltre a questi argomenti Florit introduce anche un concetto giuridico: il "matrimonio" tra parroco e parrocchia non è tale per diritto divino, ma origina dal diritto ecclesiastico, e come tale naturalmente può essere sciolto dall’autorità competente. In questo senso propone un’aggiunta all’articolo relativo del Codice di diritto canonico: "i Vescovi ordinari possono rimuovere dalla parrocchia qualsiasi parroco, anche contro la sua volontà, a norma del diritto…". In questo modo la rimozione del parroco apparirà non più come un’arbitraria eccezione, ma come una regola.
Il seguito del votum è più tecnico, e tocca i diversi modi in cui deve avvenire la rimozione, soprattutto nel caso, ovviamente assai frequente, in cui il parroco dissenta da questa decisione, proponendo una revisione delle norme, per esempio, relative al ricorso del parroco in questione, e al processo che ne segue. Ricorda inoltre che il trasferimento di un parroco da una parrocchia a un’altra non va considerato come una punizione, ma anzi
come una promozione: in questo modo si raggiungono due obiettivi: "Nel trasferimento si realizza il bene delle anime e una quasi promozione del parroco verso il meglio." Florit insomma auspica una rimozione indolore, senza concorso esterno, che si risolva in un dialogo paterno tra vescovo e parroco, affinchè quest’ultimo "accetti volentieri" la cosa; questo passo fa venire in mente immancabilmente le vicende future nella diocesi fiorentina: quelle che Florit chiama "escardinazioni" verranno attuate in maniera arbitraria e estremamente conflittuale, senza traccia di "dialogo paterno". Tuttavia è propria di Florit una certa divaricazione tra proposte teoriche, che come in questo caso sono moderate e possibiliste, e applicazioni pratiche.
Questo votum di Florit, assieme agli altri sullo stesso argomento, porta all’elaborazione del quarto dei sette schemi portati dalla commissione sui vescovi e il governo delle diocesi in commissione centrale preparatoria. Lo schema riprende sostanzialmente le istanze espresse dal vescovo fiorentino, proponendo l’abolizione nel diritto canonico della distinzione tra parroco amovibile e inamovibile, tracciando a grandi linee la procedura con cui un vescovo può rimuovere qualsiasi parroco per una giusta causa, eliminando il diritto del parroco di appellarsi alla Santa Sede.
L’altro contributo di Florit ai lavori della commissione consiste in un breve voto sulla cessatio dei vescovi, datato 6 ottobre 1961.
Il problema del pensionamento dei vescovi era un altro argomento toccato spesso nei vota antepreparatori, soprattutto quelli francesi, che indicano un limite a cavallo tra i 70 e i 75 anni; molti altri vescovi avevano preferito limitarsi a proporre un’eventuale età pensionabile per i parroci, da collocarsi tra i 65 e i 75 anni. La congregazione concistoriale invece, come detto presieduta dallo stesso Mimmi, aveva preferito rinviare al Concilio ogni decisione, pur precisando che "l’introduzione del pensionamento episcopale comporterebbe gravami materiali di un certo rilievo".
Florit invece propone senza titubanza la remissione dell’incarico episcopale al papa, una volta raggiunti i 75 anni di età. Starà al pontefice accettare la rinuncia o prorogare il compito pastorale. In ogni caso tali vescovi devono decadere dalla giurisdizione ordinaria, affidata a un vescovo coadiutore, fatti salvi il titolo e il diritto di abitazione e di sostentamento per l’ordinario "logorato dalla vecchiaia o sofferente per malattia." Dunque Florit tiene a sottolineare il diritto dei vescovi decaduti ad avere una "decorosa abitazione" e un congruo sostentamento, attraverso i mezzi indicati dalle conferenze nazionali dei vescovi. Questi temi vengono accolti dalla commissione, che propone le dimissioni episcopali ai 75 anni, precisando però che tale norma dovrebbe valere solo per quanti saranno eletti dopo l’eventuale promulgazione.
L’argomento in questione entra a far parte del quinto schema, sui coadiutori e i vescovi ausiliari e le dimissioni dei vescovi, due temi peraltro non menzionati nelle quaestiones. Marella comunque testimonia in commissione centrale preparatoria lo scontro che la questione del pensionamento aveva provocato in commissione tra coloro che invocavano la tradizione della chiesa e la dignità dell’ufficio episcopale e i difensori del pensionamento, che ricordavano come la potestà episcopale è limitabile dal Sommo Pontefice non solo circa l’estensione territoriale, ma anche quella temporale.
Alla fine della discussione di questi testi in commissione centrale, testi che come abbiamo visto sono principalmente di carattere pratico, dato che la commissione aveva ritenuto opportuno non toccare temi dottrinali, da lasciarsi alla commissione teologica, i sette schemi vengono riuniti in due, De episcopis ac dioceseon regimine e De cura animarum.
Florit comunque non parteciperà alla rielaborazione conciliare di questi schemi da parte della commissione sui vescovi: verrà eletto, come vedremo, in una ben più importante commissione.
Capitolo II
1-Un inizio spiazzante
Pochi giorni prima dell’apertura del Concilio, il 30/9/1963, si tiene nel duomo di Firenze la messa di celebrazione dello stesso, che in un certo senso rappresenta anche il temporaneo congedo dell’arcivescovo Florit dalla sua diocesi. La giornata è rallegrata, per il prelato, dalle grandi dimostrazioni di affetto dimostrate dai fedeli sia prima della messa, nella processione penitenziale, che dopo, quando, una volta tornato in arcidiocesi, Florit dovrà riaffacciarsi a salutare la folla acclamante.
In Duomo, davanti alla classe dirigente della città, tra cui il sindaco La Pira col quale c’erano e ci sarebbero stati motivi di contrasto, l’arcivescovo di Firenze tiene un’omelia che può essere interessante per capire con quale spirito si avvicina all’evento che cambierà le sorti della Chiesa cattolica.
"In questo misterioso incontro di quasi 3000 "Padri conciliari", con lo spirito paraclito, promosso dal Cristo agli apostoli, la Chiesa dimostrerà […] di avere piena coscienza della situazione dei valori spirituali nel mondo presente […] e renderà manifesta la sua forza di orientamento pastorale lungimirante ed adeguato alla sua missione biblica. Anche voi farete uso della stampa buona e autorizzata, delle spiegazioni dei vostri parroci e di laici debitamente preparati. […] Intanto vi dirò,con S.Paolo, "da avariate dottrine non vi lasciate sviare." Perdura purtroppo la confusione delle idee e di principi in materia soprattutto morale e sociale." E conclude accoratamente "Il vostro arcivescovo vi esorta a non dimenticare Colui che ha creato il cielo e la terra […]; ogni giorno prego per voi, come S.Paolo per la comunità cristiana di Efeso, affinchè ben radicati nella fede…siate ripieni della pienezza di Dio."
Si notano quei passi che tradiscono l’impostazione tradizionale di Florit, la concezione del fedele bisognoso di essere indirizzato, inserito in un’apposita gerarchia che ne seleziona anche le letture. Emerge la preoccupazione delle "avariate dottrine", che permea molta parte dell’episcopato italiano, come si vedrà in aula conciliare.
Per affrontare senza trovarsi impreparati il periodo conciliare Florit istituisce una commissione pastorale diocesana, che imposti un lavoro pastorale comune utilizzando anche le lettere giunte dal clero diocesano su dottrina cattolica, pastorale, liturgia e diritto canonico. Tali lettere erano state richieste da Florit nella Lettera al clero fiorentino in preparazione al concilio ecumenico, nella quale si prometteva inoltre che l’episcopato toscano avrebbe esaminato insieme il materiale "per concordare una linea comune."
Prima di partire per Roma Florit si reca ad Assisi, il 5 ottobre, per recare l’olio sacro alla lampada votiva della basilica, compito affidato a turno ai vescovi di tutt’Italia. Il viaggio, di per se di nessun rilievo, ne acquista per un avvenimento non da poco: in quegli stessi giorni si reca ad Assisi anche Giovanni XXIII, in preghiera prima del Concilio. Non abbiamo notizie su un incontro tra i due, che non è molto probabile, ma deve apparire chiaro a Florit il significato simbolico di questo viaggio, l’ennesima dimostrazione di
apertura e di sensibilità al cambiamento di Roncalli, se si tiene presente che i papi non uscivano dal Lazio dal diciannovesimo secolo.
Finalmente il 9/10 l’arcivescovo di Firenze parte per Roma. Alla stazione di Firenze ancora una volta si tiene una breve cerimonia, con la consegna di una preziosa pergamena e il discorso del sindaco. Il clima sembra un po’ quello di una partenza per il fronte, e Florit sentirà spesso il peso della responsabilità che ha nei confronti dei suoi fedeli, che gli affidano, più che un ruolo di rinnovamento, il compito di tenere alto il prestigio della diocesi di fronte al mondo cattolico.
A Roma il presule alloggia presso l’ospizio di S.Marta, in Via Orsini 15 a due passi dal Vaticano, nel quale risiedono anche molti vescovi cileni. I contatti che si stabiliscono subito tra loro paiono amichevoli, e questo può essere importante in futuro, vista la spiccata propensione innovatrice dell’episcopato cileno e del suo leader Silva Henriquez.
E siamo alla grandiosa cerimonia d’apertura del Concilio, l’11 ottobre. Florit riporta con entusiasmo le impressioni suscitate dallo spettacolo imponente svoltosi nella "grandiosa basilica". Ignora completamente invece il discorso d’apertura di Giovanni XXIII, Gaudet mater ecclesia, in cui il papa introduce nel lessico conciliare la parola chiave aggiornamento, e, ricordando che il Concilio Vaticano II non sarà un concilio di condanna, sottolinea la libertà colla quale i padri conciliari dovranno essere protagonisti attivi del concilio. Va detto comunque che l’effetto immediato del discorso fu scarso, non se ne colse la portata innovatrice.
Dopo aver preso preliminari contatti con l’episcopato toscano e con mons. Castelli, segretario della CEI, per Florit il concilio entra subito nel vivo: il 13/10 infatti è scelto per celebrare, alle nove del mattino, la messa per la prima congregazione generale. La Pira nel telegramma di congratulazioni coglie l’occasione per sottolineare il fine ecumenico del Concilio, sottolineando il senso di una presenza fiorentina al concilio che richiama il tentativo unitario tra chiesa d’occidente e d’oriente del Concilio di Firenze del 1439.
L’impressione che si ha dalle prime pagine del diario è che Florit sia, come moltissimi vescovi italiani, abbastanza impreparato ad affrontare gli eventi del Concilio. In ogni caso si preoccupa tempestivamente di nominare il suo perito di fiducia nella persona di padre Umberto Betti, teologo francescano già consultore della commissione teologica preparatoria. Al momento si ignorano i motivi di questa scelta, che coglie di sorpresa lo stesso Betti.
Nei primi giorni Florit viene colto in contropiede dall’esito dei dibattiti assembleari, nei quali appare evidente la concertazione degli episcopati soprattutto centroeuropei. Infatti lo stesso 13 ottobre ha luogo il primo strappo al corso degli eventi come se l’era prefissato l’ala curiale, con Ottaviani in testa, che prevedeva un concilio breve e di mera approvazione dei documenti preparatori. In questo senso era stato distribuito l’elenco di padri che avevano composto le commissioni preparatorie, suggerendo implicitamente una loro riconferma nelle commissioni conciliari al momento delle elezioni da tenersi proprio nella prima congregazione. Il card. Lienart invece prende la parola per chiedere il differimento delle elezioni al 16 ottobre, per conoscere meglio i padri sfuggendo così alla logica "romana" di un’assemblea priva di vero potere di iniziativa. La proposta, appoggiata subito da Frings a nome dei tedeschi e accolta in aula da applausi provoca reazioni di stupore e preoccupazioni tra gli italiani. Siri per esempio, uno dei campioni della conservazione, nonché presidente della CEI, riporta il malessere che pervade molti padri che percepiscono confusamente la portata della svolta impressa subito al Concilio. Comincia così un’imprevista battaglia elettorale, alla base della quale sta ovviamente la formazione di liste di padri candidati a far parte delle dieci commissioni conciliari più i due segretariati. Il ritardo dell’episcopato italiano è evidente se consideriamo che già nei giorni precedenti gli episcopati francese, tedesco,ecc. avevano messo a punto i loro candidati, mentre solo il 14 ottobre si riunisce la CEI per stilare l’elenco dei candidati italiani. L’adunanza è la prima nella storia della CEI a veder partecipare quasi tutti i vescovi italiani, e segna l’inizio di un processo di compattamento di un episcopato tradizionalmente privo di strutture unitarie in funzione di un rapporto di estrema subordinazione con Roma. Per capire l’ambiente dal quale Florit proviene, e che influenza molte delle sue scelte future, basti pensare che Siri nella stessa adunanza del 14 chiede ai vescovi italiani di approvare in blocco il lavoro della preparazione, del quale si faceva personalmente garante, e fa distribuire uno scritto di Spadafora sull’esegesi cattolica per orientare i presuli sulle questioni dottrinali avvertendoli della pericolosità di certe posizioni assunte da esegeti europei ma anche italiani.
Gli italiani non prendono contatti quasi per niente coi rappresentanti degli episcopati centroeuropei, ma con le conferenze più "consone", ad esempio gli americani, i sudamericani, gli spagnoli. La lista della commissione dottrinale vede al primo posto proprio Florit, seguito da Peruzzo (Agrigento), Gaddi (Bergamo), Carraro (Verona), Poma (Mantova). La presenza di Florit a capo della lista fa pensare alla volontà di Ottaviani di assicurarsi le prestazioni in dottrinale di un teologo biblista considerato dai più del tutto conforme alle idee del prefetto del S.Uffizio. D’altro canto nell’udienza papale del 2 ottobre lo stesso Ottaviani aveva incluso Florit nell’elenco dei membri della commissione che papa Giovanni avrebbe dovuto nominare se non eletti in concilio; per perorarne la causa aveva elogiato la figura di Florit come biblista e insegnante.
I giorni che precedono le elezioni sono abbastanza frenetici: si tengono incontri tra episcopati per mettere a punto liste comuni, e tra questi l’incontro di una delegazione italiana coi vescovi americani, che ne approvano la lista, come si evince dal diario. Al contrario la lista escludeva francesi e tedeschi, ritenuti "poco sicuri tutti". Dagli eventi degli ultimi giorni la stampa italiana ricava la convinzione di una sorta di coalizione del gruppo centro-europeo contro quello italiano, ipotesi che Florit boccia stizzito, ribadendo l’unità dell’episcopato italiano.
La situazione in realtà è ancora abbastanza fluida, i blocchi non sono così definiti, e può capitare che esponenti che faranno parte di uno stesso schieramento esprimano pubblicamente opinioni diverse; è il caso della discussione del 16 ottobre circa le modalità di votazione. Mentre per Ottaviani è necessario ricorrere all’elezione a maggioranza semplice, per non perdere tempo, per Ruffini invece occorre prima sostenere due votazioni con la maggioranza assoluta, e solo alla terza, se non viene raggiunto il 50% più uno, ricorrere alla maggioranza relativa. Questa contrapposizione, tutto sommato di poco conto, ma avvenuta in piena congregazione generale, tra due "campioni" del cattolicesimo "romano" e curiale, sarà impensabile più tardi, quando la battaglia si farà aspra e non ci si potrà mostrare divisi.
Lo stesso 16 ottobre, dopo la decisione del S.Padre di procedere con un’elezione a maggioranza semplice, finalmente si vota. La lista italiana comprende 62 candidati, forte di un’area presumibile di consenso di circa 500 vescovi. Florit comincia a sentire il peso della responsabilità, e arriva addirittura ad augurarsi di non venir eletto in commissione. Invece i risultati sono per lui molto lusinghieri: viene eletto in commissione dottrinale al settimo posto, con 1244 suffragi, praticamente a metà dei 16 eletti. Stupisce viste le previsioni numeriche di cui sopra constatare come Florit abbia raccolto più del doppio di suffragi previsti; inoltre la sua affermazione ha un ulteriore duplice valore: 22 italiani sono gli eletti, un terzo dei candidati, e solo in due fanno parte della importantissima commissione dottrinale, vero crocevia di tutte le istanze del concilio. Se aggiungiamo che l’altro italiano eletto, Peruzzo, riceve 741 voti e staziona in ultima posizione, come con un pizzico di civetteria annota Florit, si intuisce l’importanza e il prestigio che Florit comincia ad acquistare presso l’episcopato italiano e non solo. Questo non può che aggravare in lui il "senso di angoscia che i santi in simili circostanze non avrebbero provato, perché pieni di fede nell’assistenza dello Spirito Santo."
Il 22 ottobre comincia la discussione del primo schema in esame, "De Sacra Liturgia", del quale l’arcivescovo di Firenze esprime un giudizio molto favorevole, contrariamente a molti altri vescovi "conservatori", come si vedrà durante le congregazioni generali. Ad esempio Ruffini e Ottaviani nei giorni successivi attaccano lo schema, soprattutto difendendo l’uso del latino nella liturgia. Così anche Parente, Staffa, Bacci nei giorni successivi. Insomma Florit può ben scrivere nel diario di "interventi massicci da parte italiana al concilio". Per lui invece questi sono giorni di ambasce, si trova a disagio per non aver potuto analizzare lo schema in maniera approfondita e giorno dopo giorno aumenta la sua preoccupazione di "non aver saputo corrispondere alle aspettative dei fiorentini […] e di quelle dei miei elettori".
Nel frattempo continuano le riunioni della CEI, che dal 27/10 si decide di tenere settimanalmente. E’ accettata la proposta di Florit di istituire una
commissione che aiuti l’episcopato italiano a orientarsi nelle discussioni in aula, e naturalmente che contribuisca a rendere omogeneo e compatto l’apporto italiano al Concilio. D’altro canto già Siri si era preoccupato di istituire delle piccole commissioni di esperti per affrontare le questioni che emergono da ciascuno schema.
Alla vigilia dell’intervento che segna il debutto di Florit negli atti ufficiali del Concilio, possiamo tirare le somme di questi primi giorni, e dell’impatto che gli eventi hanno avuto sull’arcivescovo di Firenze. Si tratta per quest’ultimo di affrontare esperienze totalmente nuove: anzitutto si trova proiettato in una dimensione assembleare, di tipo parlamentare, inedita per la Chiesa cattolica contemporanea, in cui l’episcopato è abituato ad avallare senza discutere le decisioni prese a Roma. Inoltre Florit appare all’oscuro delle manovre che si sviluppano ai margini dell’aula conciliare, alla continua ricerca di convergenze, di alleanze, di azioni comuni. Le note di questi giorni esprimono tutte le ansie e le preoccupazioni di un tipico vescovo italiano che si sente inadeguato a far fronte ad eventi che sfuggono alla sua logica, e che nel contempo intuisce in maniera ancora confusa come il convergere a Roma di padri di paesi tradizionalmente sensibili alle istanze innovatrici della dottrina cattolica cambia sensibilmente l’equilibrio immobile della curia romana e del S.Uffizio. Per il card. Ottaviani, il "baluardo" contro gli errori della modernità, per Ruffini e per Siri, grandi rappresentanti di una chiesa obsoleta, monarchica, intollerante, è già tempo di lottare per non perdere posizioni. Per i vescovi meno accorti, tra cui Florit, è ancora il tempo dell’adattamento alle dinamiche conciliari, nella progressiva consapevolezza che occorre smuoversi dal torpore per cercare di far valere le proprie istanze.
2-Contemperare "nova et vetera"
Il 30 ottobre finalmente per Florit arriva il momento del primo intervento in aula conciliare, intervento che riguarda il capitolo II dello schema "De Sacra Liturgia". Viene espresso un generale apprezzamento dello schema, così come annotato già nel diario, ma rilevate alcune questioni da puntualizzare. In primo luogo, si sottolinea come la distinzione tra sacramento e sacrificio non sia sufficientemente elaborata: viene proposta un’integrazione al primo paragrafo del n.37 atta a ribadire l’origine evangelica dell’Eucarestia come rito anche sacrificale parallelamente al sacrificio della croce. Su questo anche altri padri si erano espressi, tra cui Bea e Browne, citati da Florit nell’intervento, e anche Trinidade Salgueiro. Un altro punto da rivedere, secondo Florit, è quello sull’omelia, al n.39. Questa deve essere infatti non solo raccomandata, ma prescritta, specialmente nei giorni festivi e di precetto. Infatti "niente è più adatto a preparare la comunità all’azione sacrificale e all’assunzione della vita di Cristo che la parola della Verità di Cristo, cioè il suo Vangelo, spiegato nel dovuto modo agli astanti."Circa la comunione sotto le due specie Florit esprime delle perplessità soprattutto di carattere pratico, viste per esempio le difficoltà che si verrebbero a creare con l’uso del pane azzimo, oltre alle differenze culturali circa l’assunzione del vino che "costituirebbero non lieve impedimento per molti fedeli cristiani". L’ultima questione sollevata riguarda il n.43, soprattutto circa la validità della messa; infatti il testo prevede che il fedele possa assistervi anche solo a partire dal rito dell’offertorio senza che quella perda valore. Florit propone di specificare l’invito, posto che il precetto è soddisfatto anche da una simile ridotta partecipazione, affinchè "poiché le due parti della Messa sotto l’aspetto liturgico e pastorale sono così intrinsecamente collegate che costituiscono un atto liturgico, i pastori delle anime nella catechesi istruiscano con cura i fedeli affinchè siano presenti all’intera celebrazione della Messa."
Il tanto atteso intervento pare rasserenare un po’ l’arcivescovo di Firenze dopo tanti giorni tribolati. D’altro canto non è stato certo un intervento su un terreno esplosivo: è vero che molte sono le voci contrarie allo schema in generale, ma le polemiche più accese si erano avute sul problema della lingua, tema nel quale Florit accuratamente evita di entrare. Inoltre il De Sacra Liturgia, unico schema preparatorio ad essere poi accettato dal Concilio, trova voci favorevoli da tutti gli schieramenti, anche da un conservatore come Siri. Certo, il prolungarsi del dibattito fa spazientire lo stesso Siri, preoccupato che emergano nelle pieghe della discussione velleità di rinnovamento pastorale che ledano la dottrina tradizionale, e lo stesso Florit, che nota come col passare dei giorni emerga un’eccessiva preoccupazione ad accontentare piuttosto che ad educare. Nella parte più tradizionalista del Concilio il timore insomma è che la volontà di adattarsi ai tempi a tutti i costi faccia perdere di vista l’obiettivo primario, cioè ribadire le verità assolute della cattolicità e, insegnandole, tramandarle.
Quello che era solo un vago timore diventa per il composito fronte conservatore un gravissimo rischio il fatidico 14 novembre, giorno di apertura della discussione sullo schema "De fontibus revelationis". I temi ivi affrontati, in particolare il rapporto tra scrittura e tradizione, con l’affermazione che quest’ultima contiene verità non contenute nella scrittura, erano stati al centro di un vivo dibattito teologico specialmente negli anni ’50. La parte più innovatrice, soprattutto di area franco-tedesca, aveva sostenuto che lo stesso Concilio di Trento non aveva contemplato un doppio canale nella trasmissione della verità, cosa che invece apparirà nello schema. Il problema, a seguito delle chiusure su questi temi del pontificato pacelliano, rimaneva se si potesse ammettere un rinnovamento dogmatico che ponesse al centro della riflessione cattolica la Scrittura e le tradizioni apostoliche. Era in gioco inoltre il tradizionale tema dell’inerranza biblica e della storicità dei vangeli, che da più parti si voleva ridiscussa attraverso i moderni strumenti storico-critici, tra cui la cosiddetta "storia delle forme" che aveva trovato in Florit un acerrimo avversario. Uno dei baluardi del fronte di resistenza a queste correnti di pensiero definite "neomoderniste" era costituito dall’Università Lateranense, presso cui Florit era stato insegnante e decano proprio della facoltà di teologia dal 1951 al 1954, oltre che vicerettore. E’ quindi semplice ricostruire il pensiero di Florit alla vigilia del dibattito conciliare che stravolgerà lo schema: d’altronde la sua trentennale attività di biblista non aveva mai abbandonato una rigida impostazione tradizionale.
Anni di polemiche e di idee che il Vaticano per tutto quel tempo era riuscito se non a sopire quantomeno a celare, trovano risonanza in aula a partire dal 14 novembre, in una seduta che "ha suscitato l’impressione di un terremoto". Lo schema elaborato dalla commissione teologica preparatoria del card. Ottaviani, e che nelle intenzioni degli ambienti romani doveva venire approvato magari con qualche correzione, viene travolto da un dissenso espresso da ben dodici intervenuti su quindici, tra cui Lienart, Frings, Leger, Alfrink, Suenens e Bea. Nei giorni successivi l’episcopato italiano assiste con un senso di impotenza al progressivo affossamento dello schema, bollato da Bea come buono per i seminari, non per il mondo moderno.
Il 16 novembre, in un momento che per Florit è "critico", l’arcivescovo di Firenze fa il suo intervento sullo schema, in un clima di tensione e di stanchezza che traspare anche dall’emozione del presule. Naturalmente Florit tenta nel suo intervento di difendere lo schema preparatorio, non approvando molte delle critiche che gli sono state rivolte. Si pone in una situazione di compromesso, ancora fiducioso nelle possibilità dello schema di salvarsi. Ma vediamo alcuni passi del suo intervento:
Venerabili padri conciliari, godiamo dell’intatta libertà di parlare in quest’aula conciliare, ma sia conservata intatta anche la fraterna carità e perciò un fraterno modo di discutere…Per quanto riguarda la sostanza dottrinale, penso che tutti noi siamo d’accordo, ma piuttosto siamo fortemente in dissenso sul metodo […]se non sia da ritenersi metodo la scolastica, fino a qui approvata dalla chiesa e per sua natura più sicura, ma meno gradita alla mentalità odierna […] o sia da scegliere un metodo che si è soliti chiamare positivo-storicistico, […] che sembra prevalere dove c’è discussione di temi teologici con i protestanti. E’ problema grande e urgente trovare una sintesi più alta, con la quale si possano integrare queste due tendenze dei cattolici. Si facciano tentativi, lo chiedo umilmente, per ottenere ciò. […] Il secondo modo di vedere, per sua natura, […] può aprire un varco a un pericoloso soggettivismo.
Continua invitando a tornare al testo del Concilio di Trento, che piace anche ad "alcuni fratelli separati". Risponde così idealmente ai sostenitori della teologia "vitale": "che cosa è più vitale di questo testo?". Passa poi alla disamina di alcuni punti: il primo riguarda l’origine del termine "paradosis" (tradizione) che, attraverso il concilio tridentino e prima ancora S.Tommaso, risale a S.Paolo. Nel secondo punto, notando come alcune delle obiezioni allo schema siano più facili a dirsi che a farsi, elogia il lavoro della commissione preparatoria, per cui prova una "sincera ammirazione". D’altronde è insensato contestare la visione della Chiesa "magistra" che emerge dallo schema, e che è obbligata vista la natura del soggetto. Infine sferra la per lui scontata critica alla cosiddetta "storia delle forme" , il metodo "a cui troppo indulgono anche molti esegeti cattolici". Tale metodo non fa altro che sovvertire il senso dell’ispirazione biblica e addirittura indebolire l’intera autorità storica dei Vangeli. D’altronde "è dovere del buon pastore anche quello di difendere il gregge dagli errori."
Da questo intervento si possono trarre alcune indicazioni circa l’orientamento di Florit in questo turbolento inizio di Concilio. La più importante senz’altro è la volontà di mediazione, espressa nella richiesta quasi supplice di cercare una "sintesi più alta" tra la scolastica tradizionale e i nuovi metodi storicistici, limitando la disputa a una mera contrapposizione metodologica, nell’ambito della quale Florit non fa mistero della sua posizione in favore del primo metodo. La speranza del prelato fiorentino di sdrammatizzare il dibattito introducendo alcune modifiche metodologiche ad una dottrina immutata, evidentemente condivisa da molti, subisce un duro colpo il 20 novembre, quando un largo numero di padri si pronunciano a favore dell’interruzione della discussione sul De fontibus. A questa per molti versi inaspettata votazione, se non altro nei suoi termini numerici, le reazioni sono diverse: il giorno prima Siri, dopo che per giorni aveva sottovalutato la disputa in corso, si lascia andare a querule preghiere per salvare lo schema di cui ormai presentiva l’affossamento. In seguito si avrà anche una lettera al papa firmata da 19 cardinali, in cui si chiede a Roncalli che il Concilio ribadisca alcuni "principi dottrinali per garantire la fede cattolica contro gli errori e le deviazioni dei nostri tempi, sparsi un po’ ovunque." Va dato atto a Florit di essere tra i pochi del fronte che per semplicità definiremo pro-Ottaviani che lucidamente coglie il significato della votazione, lasciando da parte molte illusioni: "bisogna ormai voltar pagina e lasciar adito alla cosiddetta ‘nuova teologia’ […]. E va bene, ma se si lascerà tramontare la scolastica […] si aprirà qualche sentiero al modernismo." La via da percorrere per Florit è quella di "contemperare nova et vetera" per non lasciare che tutte le formule tradizionali vengano spazzate via lasciando campo libero al modernismo e infine, insistendo su un’autonomia della sola Scrittura rispetto alla Tradizione, a Lutero. Occorre fornire "un nuovo rivestimento alla insondabile verità che forma il deposito della fede", ribadendo dunque una necessità di aggiornamento da limitarsi al campo formale e non sostanziale, una sorta di gattopardesco "cambiare qualcosa perché tutto resti com’è".
Il giorno dopo la votazione il papa decide per la formazione di una commissione mista dottrinale- unità dei cristiani che sblocchi l’impasse e su cui pende subito l’interrogativo: rivedere il vecchio schema o redigerne uno nuovo? La scelta del papa, come è noto, rappresenta l’evento di rottura del Concilio, una rottura madre dei successivi eventi per molti aspetti inaspettati e da molti temuti: la commissione dottrinale di Ottaviani non ha più in mano le sorti del Concilio, neanche sul tema che più prettamente è di sua competenza.
Nel frattempo continuano le adunanze della commissione dottrinale stessa, nelle quali vengono stabilite le sottocommissioni per la revisione del testo. Florit fa parte di quella che si occuperà del cap. IV dello schema, presieduta da Ruffini e Lienart.
In un clima ormai arroventato viene presentato in aula anche lo schema, attesissimo, "De Ecclesia". Anche qui ci sarebbe da fare un ricco discorso introduttivo, soprattutto sulle diverse concezioni di chiesa-mistero e chiesa-società visibile, su cui per qualche accenno si rimanda al cap. sul votum preparatorio, e sul rapporto tra potere papale e collegio episcopale, rimasto in sospeso con la brusca interruzione del Vaticano I. Questi ed altri argomenti costituivano un sicuro terreno di scontro nella discussione del documento, tanto da far dire a un amareggiato Ottaviani il giorno della presentazione di poter ben prevedere quale sarà la sorte dello schema ecclesiologico: si dirà che "non è ecumenico, è scolastico, non è pastorale, è negativo ecc.". Nota ironicamente che i relatori "parleranno inutilmente, perché la questione è stata già giudicata in anticipo."
L’intervento di Florit si pone al solito nell’ambito di una generale difesa dello schema, anche se resta in lui quel "solido complesso d’inferiorità" che lo tormenta dall’inizio del concilio. In effetti il discorso è spezzettato, quasi balbettante, e Florit confessa di non aver avuto il tempo di leggere bene lo schema. Si limita dunque ad alcune osservazioni generali, per noi però significative. Anzitutto sottolinea come siano "immutabili quei principi, quegli istituti, norme e mezzi che alla Chiesa sono necessari per conseguire il proprio fine", mentre le strutture giuridiche, di origine puramente ecclesiastica, possono venire modificate per rispondere alle "mutabili necessità della famiglia cristiana e di tutto il mondo". Ecco perché le virtù di adattamento della Chiesa possono manifestarsi nel Concilio, in questo e negli schemi che verranno. Florit si dice pronto a comprendere e a fare proprie le rivendicazioni di chi chiede "una maggiore semplificazione dell’apparato giuridico" per rendere "più spedita e più adatta alle condizioni presenti la cura delle Anime." Ritiene invece grave che i fedeli, ma anche alcuni sacerdoti, e qui probabilmente affiora la preoccupazione per gli eventi in diocesi, neghino che la Chiesa è una società visibile, e come tale necessita di norme giuridiche. A questo proposito Siri nel suo intervento sintetizza efficacemente la concezione tradizionale della Chiesa così ben rappresentata nello schema: "lo schema presenta, in maniera ottimale, la verità sulla chiesa visibile e giuridicamente costituita dal Signore stesso, alla luce della verità del corpo mistico di Cristo." Su questo punto dunque c’è una totale identità di vedute tra Florit e gli altri intervenuti in difesa dello schema. C’è per Florit semmai da limare, soprattutto alleggerendo un po’ lo schema da uno stile troppo giuridico, e aumentarne "l’afflato pastorale" aggiungendovi più citazioni dai Padri orientali, anche per fare cosa gradita ai "fratelli orientali". Su questo aspetto si era già pronunciato in particolare Frings, che però ne aveva fatto uno dei cardini del suo discorso di forte opposizione allo schema, accusato proprio di aver trascurato la tradizione greca e quella latina antica. Florit suggerisce poi alcuni temi che andrebbero meglio trattati nello schema: Cristo fondatore della Chiesa, questione importante anche per i "fratelli separati"; il fine escatologico a cui la Chiesa tende; la maternità della Chiesa. Dopo una dissertazione su specifici punti da modificare del cap. I, soprattutto con l’introduzione di una frase che specifichi che "nella Chiesa continua il mistero di Cristo capo […] di tutta l’umanità e di Cristo centro di tutto l’universo", si vede costretto a concludere per mancanza di tempo, e consegna alla segreteria alcune osservazioni sul cap. IV, che per lui è il "cardine di tutto lo schema", nelle quali si sottolinea la relativa autonomia del potere dei vescovi, che nelle loro chiese particolari sono centro e fondamento dell’unità in nome e per l’autorità di Cristo, e questo vale anche per il papa nei confronti della Chiesa universale in quanto vicario di Cristo stesso. E’ solo un timido accenno ai problemi inerenti la potestà episcopale e il suo rapporto con quella papale, problemi che esploderanno più avanti.
Sullo schema De Ecclesia com’è noto non si giunge neanche ad una votazione, avendo il papa invitato le commissioni a rivedere gli schemi per adeguarli allo spirito conciliare. Finita una prima fase "distruttiva", ne comincia una di rielaborazione nella quale le fazioni in lotta si compatteranno e si faranno anche numericamente palesi.
L’intento di Florit di giungere a dei compromessi accettabili e di sdrammatizzare il dibattito in corso trova riscontro nella lettera che invia alla diocesi fiorentina, nella quale viene attribuita parte della colpa della drammatizzazione degli eventi alla stampa, accusata di usare "un linguaggio quasi parlamentare e profano, non […] perfettamente adeguato." Florit si premura di tranquillizzare i fedeli fiorentini: "Più che di scontro di tendenze e di opinioni, è opportuno, mi sembra, parlare di incontro, che arricchisce ed allieta gli uni e gli altri, come un approfondimento dell’adorabile parola di
Dio." Torna quindi alla sua linea di continuità tra i lavori preconciliari e il concilio, auspicando che "nella saggia contemperazione fra i valori tradizionali e le nuove forme essi [sacerdoti e fedeli] vedranno adempiuti i loro voti e le loro aspirazioni." L’intento e la speranza è quella di giungere ad una "sintesi superiore che esponga gli elementi perenni della dottrina cristiana in una formulazione e in un linguaggio più aderente alla moderna mentalità, secondo quanto rilevava il S.Padre nel mirabile discorso d’apertura del Concilio[corsivo mio]." D’altronde ribadisce ancora il senso positivo che vuole dare alle aspre dispute conciliari del primo periodo: considera "produttivo un colloquio che faccia incontrare elementi nuovi e vecchi, secondo la parabola evangelica qui profert de thesauro suo nova et vetera" . La lettera pare essere ben accolta a Firenze.
La ricerca di un compromesso e di un modus vivendi di Florit si pone in continuità con una nota della radio vaticana del 18 novembre, e una di Montini dello stesso giorno. Entrambi i testi tendono a confermare la legittimità del pluralismo e di una discussione così vivace, auspicando, proprio come l’arcivescovo di Firenze, una "sintesi superiore" che permetta di superare le contrapposizioni, soprattutto riguardo allo schema "De fontibus revelationis". Saranno vari i tentativi in questo senso, con interventi diretti anche di Florit, ma come vedremo le posizioni sono meno sanabili di quanto egli speri.
3-Tra speranze di compromesso e "momenti drammatici"
Sullo schema De Ecclesia, duramente colpito da più parti nella sua impostazione ritenuta troppo dogmatico-giuridica e troppo poco pastorale, Florit mantiene un certo ottimismo, confermando la sua tesi che basti forse ristrutturarlo. Umberto Betti, col quale a Firenze trascorre due giorni di studio sugli schemi, non è dello stesso avviso: "se lo schema non sarà addirittura buttato a mare, dovrà tuttavia esser vestito di altri indumenti, […] come già sta accadendo per lo Schema sulla Rivelazione."
Intanto durante la prima intersessione, che vede all’opera le commissioni per un’alacre revisione degli schemi, comincia proprio la rielaborazione del De Ecclesia, nella quale Florit ha un ruolo attivo, essendo eletto presidente della sottocommissione "De Laicis", ossia il cap. III dello schema. Sulle sedute della sottocommissione, tenute in camera di Florit a S.Marta, non sappiamo molto nel dettaglio, se non che si tengono dal 1 al 4 marzo e che il 9 marzo si ha la seduta che "andò bene e fu conclusiva". Il testo elaborato dalla sottocommissione serve come base per le discussioni che si tengono in commissione mista (dottrinale-apostolato dei laici) il 25 maggio. La versione emendata viene stesa da Philips, che introduce in commissione i singoli paragrafi, mentre la relazione generale è tenuta da Franic, in assenza di Florit, nel frattempo colpito da bronchite. Tuttavia quest’ultimo aveva steso una relazione, nella quale elogia il testo redatto, frutto dell’unanime approvazione della commissione; passa poi a descrivere i singoli punti, tra cui il primo, aggiunto ex novo per sottolineare chiaramente l’uguaglianza e la fratellanza di tutti i fedeli. Nel n.39 del primo paragrafo non vi è la definizione dei laici, come molti chiedevano alla sottocommissione, ma la descrizione, anche perché alla sottocommissione sembra da omettere una definizione di laico in mera opposizione al religioso. Specifica che il par. 3, sull’attiva partecipazione e l’apostolato dei laici, è stato introdotto in base al testo tedesco, elaborato da Schauf. L’ultimo paragrafo, il quinto, è interessante in quanto tocca un problema annoso e molto dibattuto in quel momento: il rapporto tra laici e gerarchia. Il testo è molto chiaro: il laico deve avere sacro rispetto di chi rappresenta il Cristo Pastore, e "obbedire con cuore semplice"; deve obbedire "con pronta volontà" facendo la volontà di Dio quale "servo di Cristo".
La concezione del laicato che ha Florit corrisponde più o meno a queste ultime proposizioni. La lettera pastorale della quaresima 1963, subito successiva all’elaborazione del capitolo, riguarda proprio i laici nella Chiesa. In essa il tentativo teorico di adeguarsi alle novità di temi emersi in Concilio soccombe di fronte alla tradizionale concezione del laico visto in funzione della "consacratio mundi" secondo la prospettiva di Pio XII, alla quale si richiama esplicitamente. Inoltre, anche se Florit ammette i laici ad intervenire sui problemi ecclesiali, le sue parole tradiscono un’antica diffidenza: "neppure si vuole negare o togliere ai laici il diritto o talora il dovere di esprimere un loro meditato e sereno giudizio; ma vogliate farlo, diletti figli, con competenza e senza arroganza, presunzione o scetticismo." D’altronde Florit aveva partecipato alla vigilia del Concilio a un’assemblea del laicato fiorentino, organizzata dalla delegazione per l’apostolato dei laici, nel quale erano stati discussi molti argomenti importanti, tra cui temi sociali e liturgici. Florit in quest’occasione era apparso desideroso di ascoltare un dibattito vivo si, ma "sotto controllo", mentre appariva molto più diffidente verso il convegno organizzato da la Pira su "il Concilio nella prospettiva cristiana della storia", iniziativa da Florit sostanzialmente ignorata.
A settembre del 1963, a conferma dell’importanza che Florit comunque attribuisce a questo tema, si tiene la seconda asssemblea del laicato fiorentino, stavolta presieduta dallo stesso arcivescovo, nella quale vengono affrontati numerosi problemi, ma significativamente evitato quello, così tristemente attuale, dell’obiezione di coscienza. In un’intervista Florit sottolinea il clima di dialogo tra il vescovo e i laici fiorentini, ma tralascia le polemiche e le difficoltà che si sono create.Il rapporto tra Florit e il laicato fiorentino sarà sempre più teso e difficile, anche per via di una posizione del prelato rigidamente legata alla vecchia concezione del laico come umile esecutore degli ordini della gerarchia, come abbiamo visto, che si riflette anche nelle accese polemiche sul caso Balducci, e il problema della libertà di coscienza da esso sollevato.
Intanto, dal 25 novembre 1962, si tengono le riunioni della commissione mista, dalla quale viene anzitutto deciso di mutare il titolo dello schema da De fontibus revelationis a De divina revelatione, per eliminare il termine "fonti" che era stato al centro delle polemiche. La sottocommissione IV cui appartiene Florit si riunisce il 27-28 novembre e infine il 3 dicembre, giungendo alla formulazione di un testo presentato alla commissione dopo un’ultima revisione di Ruffini.
All’interno della commissione mista si ricreano le stesse contrapposizioni dell’aula conciliare: c’è chi, come Parente, è a favore dell’inserzione di testi che sanciscano la duplice fonte della rivelazione, la portata più larga della tradizione rispetto alla scrittura e insomma una presa di posizione a favore della tradizione costitutiva, tutte tesi già bocciate in concilio. L’altro fronte, con in testa i padri nordeuropei (Rahner, Semmelroth, Leger ecc.) e Agostino Bea, è contrario ad un irrigidimento su queste posizioni, anche in funzione ecumenica. Le riunioni che si succedono, e che non è necessario qui analizzare nel dettaglio, dimostrano come le divisioni tra queste due posizioni siano pressocchè insanabili. Una delle proposte emerse, quella di Charue, che attribuisce "pari pietatis affectu ac reverentia" a scrittura e tradizione, di fatto ridimensionando quest’ultima e tenendo come aspetto centrale l’unità della rivelazione, è approvata da Florit, che vi scorge evidentemente le qualità di equilibrio e moderazione necessarie a far uscire la commissione dall’impasse. Alla fine invece viene votato un testo di compromesso proposto da Garofalo, e si chiude così il primo periodo, lasciando insoluto il nodo della formula sul rapporto tra scrittura e tradizione. Su questo punto cruciale si accavallano le proposte di nuovi testi: all’inizio di febbraio 1963 circolano in commissione dottrinale 4 formule sul tema, cui Parente aggiunge una quinta.
Di fronte a tutto questo Florit continua a sperare in una soluzione che raccolga la più ampia adesione e stemperi lo scontro; a questo scopo formula una sua ipotesi, quale "tentativo personale di conciliare le due tendenze" che sottopone a Bea e Ottaviani che però non viene presa in considerazione. Ma Florit non si scoraggia: il 22 febbraio, giorno in cui si vota per una delle cinque formule di cui si è detto, presenta un nuovo testo, andando così a complicare ulteriormente il quadro. A Florit pare poco convincente la proposta di Bea, appoggiata dalla maggioranza della commissione, di escludere dal testo qualunque riferimento alla maggiore ampiezza della tradizione rispetto alla scrittura, come appare dalla formula più votata, la seconda; per l’arcivescovo di Firenze è importante stabilire con chiarezza se la tradizione sia costitutiva o no. Su questo Florit trova l’appoggio di Parente, mentre ancora più estremisti si rivelano Browne e Ruffini, per i quali non c’è dubbio al riguardo. A questo punto viene eletta una piccola sottocommissione per la redazione di un nuovo paragrafo, composta da Charue, De Smedt, Florit e Jaeger, che si raduna il 23 e il 24 febbraio. Qui Florit fa ancora una volta la sua proposta di compromesso, sulla quale, con alcuni interventi di De Smedt, viene raggiunto l’accordo: in essa è ribadita l’unità della rivelazione, "fons […] salutaris veritatis et morum disciplinae" e si sottolinea l’uguaglianza di scrittura e tradizione, alle quali la chiesa rivolge "pari pietatis affectu et reverentia", riprendendo così la proposta Charue del dicembre scorso. Si nota qui una piccola contraddizione tra quanto espresso in commissione da Florit circa la necessità di una dichiarazione a favore della tradizione costitutiva e il testo proposto, dove questo tema viene prudentemente evitato. Anche in seguito spesso le opinioni personali in materia divergeranno dalle proposte concrete, quest’ultime subordinate alla necessità di riscuotere il massimo possibile di suffragi.
Il 25 febbraio la formula proposta da Florit e gli altri membri della sottocommissione apposita non viene neanche discussa in commissione mista, dove lo scontro tra Ottaviani e Bea e i rispettivi schieramenti è insanabile. Il primo insiste per inserire l’espressione "latius patet" contro la quale, in sua assenza, si era già pronunciata la commissione, come fa notare Bea; la seduta agli occhi di Florit ha "momenti drammatici", la tensione ormai è palpabile, tanto da non giungere ad un accordo neanche sulle modalità di votazione.
In seguito viene presentata una formula Parente-Browne avallata dal papa che, pur recependo alcune istanze dei conservatori, alla fine scontenta tutti. Durante la prima settimana di marzo la commissione mista porta così faticosamente a termine il suo compito, ed elabora un nuovo schema inviato alla commissione di coordinamento. Alla fine pare ai più che il nuovo testo risulti insoddisfacente teologicamente, frutto di eccessivi compromessi e mediocre persino stilisticamente. Betti lo considera "più come un punto di partenza che di arrivo."
Il ruolo crescente di Florit all’interno dell’episcopato italiano in campo teologico è suggellato dall’elezione a membro della commissione dottrinale per i vescovi italiani nella seduta CEI del 28 agosto. Tale commissione ha il compito di mandare alla CEI quelle osservazioni sugli schemi che ritiene opportuno far conoscere a tutto l’episcopato.
Per concludere il quadro della prima fase del concilio resta da ricordare il particolare rapporto che si viene a creare tra Florit e alcuni vescovi francesi. I contatti hanno origine nei giorni convulsi delle discussioni sul De fontibus revelationis; Florit partecipa ai tentativi, vani, di convincere i padri d’oltralpe a non affossare lo schema. Successivamente si stabilisce un rapoorto piuttosto intenso, scandito dagli incontri al Seminario francese, nei quali si discetta di teologia, e dove Florit cerca di moderare quantomeno le aspirazioni progressiste dei suoi ospiti. A conferma di questi rapporti ormai amichevoli, Florit viene designato dalla CEI agli inizi del 1963, nell’ambito dell’iniziativa di Siri di istituire delegazioni per gli incontri cogli episcopati stranieri, a curare i rapporti con l’episcopato francese. Questi rapporti culminano con un incontro a Firenze dal 26 al 28 settembre 1963, alla vigilia dell’apertura della seconda sessione. All’incontro partecipano Calabria, Baldassarri e Carli, oltre ovviamente a Florit accompagnato da Betti quale perito della delegazione italiana. Viene raggiunto un importante accordo di massima: incorporare il De divina revelatione nel De Ecclesia. Dal diario Betti si trae l’impressione di un incontro molto amichevole, che dimostra una convergenza anche ideologica tra le due delegazioni. A prescindere dall’importanza complessiva dell’evento, ci interessa qui sottolineare il progressivo cambiamento di Florit in termini di rapporti interpersonali: se all’inizio del concilio era chiuso e diffidente verso gli episcopati stranieri, in seguito fa tesoro degli inevitabili contatti presi durante il primo anno di Concilio, comincia ad essere conosciuto anche fuori dei confini nazionali, e tutto sommato dimostra una discreta capacità di apertura teorica alle rivendicazioni dei padri d’oltralpe, contrariamente a molti altri vescovi italiani. Più tardi sintetizzerà felicemente questo ruolo assunto dal Concilio definendolo "supermezzo di trasmissione sociale", cogliendone così la grande potenzialità di far venire a contatto idee e persone altrimenti difficilmente al corrente gli uni degli altri.
Capitolo III
1-L’ecumenismo e il dialogo: una visione tradizionale
Dal 18 novembre 1963 si discute in aula lo schema De Oecumenismo, redatto dal segretariato per l’unità dei cristiani. Lo schema rappresenta uno dei temi fondamentali del concilio, uno dei principali obiettivi per i quali il concilio stesso era stato indetto. Nel corso del dibattito si manifestano con chiarezza due mentalità: la più avanzata esprime l’esigenza di una testimonianza comune della fede cristiana, nel nome della tolleranza e dell’apertura; la più conservatrice, in nome della tradizione contro-riformista, concepisce l’unità dei cristiani come ritorno puro e semplice degli "altri", i "fratelli separati", all’ovile della Chiesa cattolica. Quest’ultima concezione viene rappresentata soprattutto da Ruffini, il quale nel suo ascoltatissimo intervento ribadisce le tradizionali concezioni dell’ecumenismo, termine che tra l’altro il cardinale non apprezza, e pone delle distinzioni tra la ricerca di dialogo con gli ortodossi e quella, ben più difficile per la loro ormai definitiva lontananza, con i protestanti.
Florit interviene il 21, giorno in cui comincia la discussione sul cap.I, Principi dell’ecumenismo cattolico. L’arcivescovo dimostra una sostanziale identità di vedute coll’ala tradizionalista, e incentra il suo intervento su una rilettura pessimistica delle analisi presenti nello schema circa gli elementi comuni tra le varie confessioni. Per Florit infatti tali elementi, "se consideriamo la cosa teologicamente", dimostrano più la divisione che l’unità. Anche le preghiere comuni, considerate dallo schema come un efficace strumento per giungere all’unità, sono per Florit comuni solo "esteriormente". Insomma la lunga premessa vuole smontare tutte le presunte somiglianze tra le confessioni cristiane, che lo schema pone a fondamento di un futuro ampliamento di convergenze, per ribadire che, in concreto, il cattolico non può far altro che "chiedere l’ingresso o il ritorno di tutti i cristiani nell’unica Chiesa cattolica". Significativa appare la conclusione dell’intervento, affidata al testo scritto e non pronunciata: di fronte alla pastoralità, colla quale si possono trascendere le categorie giuridiche, di fronte allo spirito ecumenico, col quale accostarsi alla mentalità di coloro che Florit continua a chiamare "fratelli separati", si staglia la verità, dalla quale non si può transigere dal punto di vista dogmatico.
Queste rigide prese di posizione in parte sono contraddette da quanto Florit va annotando sull’ecumenismo nel diario; già nella prima sessione sembrava cogliere le novità in questo senso: "bisogna sempre muoversi su raggio ecumenico"; "l’ecumenismo è un fenomeno di dimensioni sempre più larghe"; inoltre anche nella lettera pastorale del 1962 e nell’intervento sul De Ecclesia mostra di avere a cuore il problema dei "fratelli separati".
Al solito, insomma, Florit si divide tra aperture teoriche ai problemi che emergono dal concilio (lo si è visto anche sul tema del laicato), e ritorni ai dettami tradizionali della Chiesa post-tridentina; il tema dell’ecumenismo è affrontato in maniera piuttosto aperta e possibilista nella lettera pastorale del 1964, dedicata all’unione dei cristiani, anche per via del rapporto creatosi in
commissione mista con Bea, a capo del segretariato per l’unità. Ma se facciamo un passo indietro, nel gennaio del 1963, Florit aveva organizzato una "settimana per l’unità della chiesa" nella quale, se si eccettua la prima relazione del card. Lercaro "Per l’unità di tutti i cristiani", tutte le altre avevano come unico filo conduttore il tema del "ritorno" alla chiesa cattolica. Si erano così avute le giornate "per il ritorno" degli ortodossi, degli anglicani, dei protestanti, per la conversione degli israeliti e per il ritorno dei non praticanti "alla vita cristiana".
D’altro canto le diffidenze di Florit verso un dialogo sullo stesso piano con le altre chiese rientrano nell’atteggiamento classico di "difesa della verità" che lo accomuna a molti vescovi italiani e che inevitabilmente porta a una significativa divaricazione rispetto alla svolta cominciata e profetizzata da Giovanni XXIII. La concezione dell’unica verità, da difendere contro gli errori della modernità pluralista e democratica, si ripercuote su tutti i temi sociali, nonché sulla politica. Vedremo più avanti questa concezione palesarsi riguardo allo schema sulla libertà religiosa; vale la pena concludere con la dura critica sferrata da Florit al commento della Pacem in terris apparso su "Politica", nel quale si sottolineava l’apertura giovannea al dialogo: "Parlare di possibilità di dialogo, non soltanto politico e programmatico, ma ideologico e culturale con tutte le correnti di pensiero e di azione del mondo contemporaneo" è per Florit "una tesi inaccettabile per la valutazione storica su cui si regge". Di sfuggita notiamo come la censura al periodico sia avvenuta durante la vacanza del soglio pontificio, dopo la morte di papa Roncalli avvenuta il 3 giugno 1963.
D’altronde la linea di "resistenza strisciante e passiva, priva di prospettive alternative" dell’episcopato italiano di fronte alla svolta di Giovanni XXIII prosegue in parte anche con Paolo VI: basti pensare che l’unica enciclica montiniana commentata in una lettera al clero da Florit è l’Humanae vitae, mentre riguardo alla Populorum progressio vengono biasimate interpretazioni ritenute pericolose per la dottrina tradizionale.
2-Lo schema sulla Chiesa e la collegialità
All’apertura della seconda sessione, il 30 settembre 1963, lo schema in discussione è il De Ecclesia, che come abbiamo visto era stato modificato durante l’intersessione. Dopo l’introduzione di Ottaviani e Browne, e vari interventi tra cui quello di Frings che chiede una più esplicita sottolineatura della chiesa come "sacramentum" e un’espressione più ampia dei nodi di riforma disciplinare, è la volta di Florit, "a nome di molti vescovi italiani". Dopo aver genericamente lodato lo schema, l’arcivescovo di Firenze si sofferma ad analizzare quei punti che vanno perfezionati. Anzitutto chiede che al titolo venga aggiunta la parola "di Cristo", per sottolineare l’unicità della vera Chiesa fondata da Gesù e distinguerla dalle altre, come d’altronde aveva fatto il Concilio Vaticano I. Poi Florit considera pericoloso e foriero di fraintendimenti il presentare la Chiesa come "mistero", soprattutto rivolgendosi al popolo per il quale "mistero" equivale a "inconoscibile". Occorre invece per il presule sottolineare l’aspetto visibile della Chiesa, riprendendo così il tema della Mystici corporis. D’altro canto già da anni in diocesi Florit aveva ribadito il concetto di chiesa "societas perfecta", in funzione difensiva rispetto ai pericoli che egli credeva di scorgere. Infatti l’invito "ad identificare la chiesa visibile con quella invisibile […] alla luce della fede" sulla base della Mystici corporis era la premessa alle esortazioni a non "cedere alla tentazione di criticare la Chiesa."
Un altro tema "caldo", che diventerà tra poco fonte di accese discussioni, è quello della collegialità episcopale. Anzitutto Florit invita a distinguere tra Concilio e collegio episcopale, visto che al primo partecipano anche prelati non vescovi. Occorre poi ribadire le affermazioni del Vaticano I, contenute nella Pastor Aeternus, anche se Florit specifica come quest’esigenza nasca non tanto dalla necessità di riaffermare le prerogative del papa, quanto da quella di chiarire la collegialità episcopale secondo lo schema ottocentesco. Conclude sottolineando come la dottrina sul magistero sembri "monca", priva com’è di un accenno alla divina rivelazione, alla quale la Chiesa deve "la sua divina presenza".
Sulla collegialità in particolare il dibattito si tiene dal 4 al 16 ottobre. Il 7 Florit interviene nuovamente, esprimendo al riguardo una posizione oscillante: ammette che la collegialità esiste, ma si preoccupa, come Siri che interviene lo stesso giorno, che non ne venga data lettura in diminuzione del primato papale. La sua preoccupazione dunque è chiarire il rapporto tra i poteri del collegio episcopale e il primato del romano pontefice.
Il 23 ottobre Florit interviene ancora in aula, stavolta sul capitolo III riguardante popolo di Dio e laici, un tema su cui come abbiamo visto si era già pronunciato e nel quale aveva avuto un ruolo attivo. Sul tema si registrano come di consueto due tesi contrapposte: quella di chi propone di estrapolare il capitolo sul popolo di Dio per anteporlo a quello sulla gerarchia, stabilendo così una necessarietà della trattazione anticipata del popolo laico per poi definire la gerarchia posta al suo servizio; e quella di chi, come Ruffini e Siri, insiste per un’antecedenza dell’autorità, dietro la quale si compagina la comunità dei fedeli. Florit si muove nell’ambito di queste posizioni, incentrando parte del suo intervento sul termine "carismi", che a suo parere è ambiguo e rischia di favorire pericolose tendenze di "soggettivismo" o "intuizionismo". La sua preoccupazione è per il senso che il termine "carismi" potrebbe assumere tra i fedeli discostandosi dal significato originario, per esempio quello datogli da S.Paolo.
Nei giorni successivi al Concilio prende piede la polemica sulla collegialità episcopale che era latente dall’inizio della sessione. Cinque quesiti votati dai padri il 30 ottobre a stragrande maggioranza sanciscono l’autonomia e la dignità dei vescovi successori degli apostoli e la potestas conferita al vescovo dalla consacrazione. L’ala conservatrice, in primis Ottaviani, contesta da subito la validità del voto, che si fondava su testi non approvati in commissione dottrinale, e nei giorni seguenti esprime il proprio dissenso verso la collegialità, vista anche in funzione anticuriale.
In effetti il dibattito, che continua anche nelle discussioni su un altro schema, il "De episcopis", tocca anche la struttura stessa della Curia e i suoi dicasteri in rapporto all’autonomia del vescovo. Nasce la proposta, per esempio da parte del patriarca melchita Maximos IV Saigh, di istituire una sorta di "sacro collegio della chiesa universale" composto a turno da vescovi e patriarchi di tutto il mondo, da affiancare al papa nel governo della chiesa. Questa ipotesi riscuote successo, e molti saranno gli interventi che auspicano la creazione di un nuovo organismo della collegialità, un corpo permanente dei vescovi del mondo intero. Florit stesso, nel suo intervento del 7 novembre, propone, a nome di "50 vescovi italiani e non", la creazione di una nuova congregazione romana, superiore a tutte le altre già esistenti, allo scopo di attuare la collegialità nel governo della chiesa universale. D’altronde per il prelato fiorentino questa è l’unica proposta concretamente applicabile che risponda al principio della collegialità: tale nuova congregazione sarebbe insomma "nel contempo la massima applicazione concreta della collegialità episcopale e la sua adeguata esplicitazione". Florit resta infatti diffidente verso la collegialità episcopale in senso stretto, sottolineando come la votazione del 30 ottobre avesse un valore esclusivamente orientativo, per dare alla commissione dottrinale, ritenuta ancora da Ottaviani e i padri a lui vicini l’unica garante dell’ortodossia in Concilio, un suggerimento circa l’orientamento dei padri sulla questione. La dottrina della collegialità, insomma, per Florit è di "difficile acquisizione", visto che andrebbe a ledere l’autonomo potere papale, l’unico d’altro canto del quale si era occupato il Vaticano I. Tali affermazioni erano condivise da molti vescovi italiani, che su questo tema sono storicamente più refrattari di altri episcopati per la tradizionale subordinazione al pontefice romano. I circa 60 vescovi che sottoscrivono la proposta di Florit , tutti italiani tranne Seper di Zagabria, non sono di primo piano, se escludiamo Nicodemo di Bari e Zinato di Vicenza, ma dimostrano il credito di cui Florit gode quale unico membro italiano con Peruzzo della commissione dottrinale e quale illustre teologo. Inoltre i suoi interventi ripetuti sul tema della collegialità pongono Florit in continuità con il "fuoco incrociato" tenuto in questi giorni da parte del "Coetus Internationalis Patrum ", il gruppo informale che rappresenta la minoranza conservatrice più radicale. Infatti la resistenza tenace alla "nuova" dottrina della collegialità accomuna padri come Ruffini, Ottaviani e Mayer, a Lefebvre e Carli, i due leaders del Coetus. Lo stesso dicasi per la cavillosa opposizione al voto "d’orientamento" del 30 ottobre. Eppure non si hanno prove di rapporti di collaborazione diretta tra Florit e questi presuli, se escludiamo ovviamente Ottaviani, che però non fa parte integrante del C.I.P. Inoltre Florit continua ad avere dei ruoli attivi nell’elaborazione degli schemi del Concilio nei quali non eccede in rivendicazioni di tipo radicalmente reazionario.
Dal 4 ottobre fa parte di una speciale sottocommissione di revisione per seguire gli emendamenti proposti al De Ecclesia, presieduta da Browne. In essa si era premurato di far includere anche Betti, "quasi a rivalsa" di altre nomine di periti di segno opposto. Il lavoro di revisione dello schema viene diviso in sette sottocommissioni; Florit entra a far parte della più numerosa, e forse la più importante: la V, che si occupa della revisione dei nn. 16-21 del cap. II (De collegio et ministeriis episcoparum) che diventa III (De constitutione hierarchica ecclesiae et in specie de episcopatu), ossia i numeri riguardanti il collegio episcopale e le tre funzioni dei vescovi di insegnare, santificare e governare. Gli argomenti sono scottanti, e la turbolenza del dibattito consente alla sottocommissione di tenere solo tre sedute tra novembre e dicembre; la fase finale di revisione si terrà a gennaio. Tale lavoro fu "complesso e prolungato, a causa dell’importanza e della delicatezza della materia stessa".
Le adunanze di gennaio sembrano più fraterne, anche se "un po’ vivaci", cominciano a collaborare in maniera costruttiva Betti, Rahner e Philips, giungendo a un testo di compromesso ma solido, attenendosi "scrupolosamente alle osservazioni dei padri": tra le modifiche più importanti al testo precedente, l’introduzione della formula ove sono indicati i due requisiti per diventare membro del collegio episcopale: la consacrazione sacramentale e la comunione col capo e gli altri membri del collegio stesso. Inoltre viene sviluppata la dottrina della comunione interecclesiale maggiore, è data una spiegazione più pertinente della formula del Vaticano I circa le definizioni del papa irreformabili "ex sese et non ex consensu Ecclesiae", cosa di cui si è fatto carico Betti, esperto del Vaticano I; infine in un testo nuovo si parla della comunione interecclesiale minore.
La preoccupazione di Florit, che all’inizio era piuttosto diffidente verso i membri della commissione, e di Betti che deve redarre il testo, è quella di rispondere agli interventi dei padri preoccupati che le affermazioni sulla collegialità mettano a repentaglio le prerogative personali del romano pontefice. Florit sembra più convinto rispetto agli interventi dell’ottobre 1963 sulla collegialità episcopale; in un appunto specifica che il Collegio episcopale ha la suprema potestà sulla Chiesa universale assieme al romano pontefice, ma non può esercitarla senza l’approvazione o la libera accettazione del papa. Malgrado questa affermazione potrebbe portare a sminuire detta piena potestà episcopale, Florit acutamente nota che il papa, essendo "di istituzione divina che la Chiesa universale […] è sottoposta anche al potere collegiale dell’Episcopato", non può sottrarsi dall’obbligo di valersi dei membri del collegio episcopale per governare la Chiesa, non come "semplici consiglieri o esecutori", ma come "compartecipi, sia pure subordinati, alla suprema potestà". Insomma si arriva a una sorta di "cogubernatio" della Chiesa, e Florit tiene a sottolineare, distaccandosi in parte dal suo intervento del 7 novembre, che detto collegio episcopale non governerebbe la Chiesa come una congregazione di Curia, ossia "come se" si trattasse del papa, bensì "cum et sub" il papa, "compartecipi della sua autorità e potestas".
Dopo l’approvazione della sottocommissione centrale del testo, da alcune parti si levano voci di opposizione: Browne ad esempio afferma che il testo suggerisce un diritto dei vescovi al cogoverno della chiesa, cosa che diminuisce i poteri personali del papa. Ma questa ed altre obiezioni non hanno seguito: ormai anche Parente, il presidente della sottocommissione V, accetta gli argomenti a favore della collegialità, sebbene anch’egli come Florit fosse inizialmente e quasi pregiudizialmente dubbioso.
Per Florit si tratta ora di difendere lo schema e giustificarne le affermazioni sulla base della retta dottrina, "per dissipare i dubbi sulla collegialità". Da gennaio in poi si preoccupa anche di respingere le richieste di modifiche che giungono pressanti da varie voci.
Uno dei più importanti attacchi allo schema giunge in commissione dottrinale ancora una volta da Browne, secondo il quale con la collegialità episcopale il pontefice non avrebbe la pienezza di poteri prevista dal Vaticano I, in quanto associato a tutti gli altri vescovi in un esercizio collegiale del potere. La risposta di Florit è contenuta in un fascicolo di 19 pagine destinato al papa, in cui si specifica ancora con forza che "quanto si dice in detto numero [il n.16 poi divenuto 22] è in tutto conforme alla dottrina cattolica". Si passa poi a specificare tre punti: anzitutto l’affermazione "il collegio dei vescovi è soggetto della piena e suprema potestà ecclesiastica" è pienamente fondata, in quanto erede del collegio apostolico, eredità di cui il vescovo entra a far parte con la consacrazione. La strategia seguita da Florit e Betti è quella di sottolineare con puntuali citazioni di testi la continuità e l’omogeneità tra lo schema e le deliberazioni del Vaticano I, proprio cioè il tema che costituiva motivo di critica. Sulla base di questi testi si specifica che "la suprema potestà del papa non è affatto diminuita da quella altrettanto suprema del collegio episcopale", e si giunge alla conclusione che l’affermazione che "attribuisce la suprema potestà ecclesiastica sia al Papa da solo sia all’intero collegio episcopale, è implicitamente contenuta nella definizione vaticana dell’infallibilità pontificia."; il documento si chiude col confronto tra i due testi per evidenziarne la correlatività.
Ancora a settembre del 1964 ci sono molti che dubitano del fondamento biblico della collegialità, e Florit si preoccupa di persuaderli ad accettare lo schema, per non far crollare un lavoro frutto di "lunghe e stressanti discussioni". Ma il dibattito sullo schema non è finito, e un più autorevole intervento rimetterà in discussione il lavoro della commissione.
3-Un ruolo di mediazione: lo schema sulla rivelazione divina
Sullo schema De divina revelatione Florit mantiene un’opinione abbastanza oscillante. Infatti gli pare tutto sommato "uno schema buono, dal punto di vista pastorale, accessibile a tutti", ma "la brevità dello Schema nuoce alla chiarezza; la Tradizione è certamente sacrificata; sarebbe stato meglio citare il testo del concilio tridentino". Florit stenta, alla vigilia di una nuova rielaborazione dello Schema, essendo considerato da tutti insufficiente quello della commissione mista, ad "abbandonare la convinzione che la Tradizione trasmetta qualche verità rivelata che in nessun modo sia attestata dalla Scrittura", come annota Betti, che però sottolinea la necessità di cambiare questa visione alla luce delle novità del concilio, visto che "pensare di non aver più niente da imparare sarebbe come congelare la propria intelligenza, metterla in pensione per invecchiamento precoce."
Nel voto sullo schema Florit suggerisce un indice per una nuova versione del De Revelatione, che recepisca i progressi compiuti dall’esegesi cattolica in linea però con i precedenti concili. Florit poi torna sulla richiesta di un’esposizione più ampia sulla tradizione, con però un adattamento alla situazione contemporanea della tradizionale dottrina sul rapporto Scrittura-tradizione. Nella ricostruzione di Betti, questa proposta, "di ampio respiro", che "suggerisce una via di mezzo", è la base progettuale su cui Florit costruirà il suo "ruolo di primaria importanza nei futuri sviluppi" dello schema. Betti sottolinea chiaramente come il voto di Florit sia "un segno di contraddizione in certi ambienti, che in passato erano stati anche suoi, e che ora eran soliti sbottare in sortite fin troppo retrive."
Il 7 marzo viene creata la commissione De divina revelatione per la revisione dello schema. Presidente ne è Charue, cui viene affiancato come vicepresidente Florit. Ai vertici della sottocommissione vengono rappresentate così le due anime del concilio. L’11 marzo la sottocommissione divide il lavoro in due gruppi: il primo deve prendere in esame il proemio e il primo capitolo dello schema; a questo gruppo viene posto come presidente Florit, grazie anche a Charue, che lo propone conoscendo il suo valore, col ruolo di segretario si potrebbe dire naturalmente ricoperto da Betti. L’altro gruppo, presieduto da Charue, si occupa dei restanti quattro capitoli. Florit è conscio dell’importanza del compito affidatogli e sa che non sarà facile redarre un testo equilibrato per la presenza in sottocommissione del nutrito gruppo di "lovanienses", come egli stesso li definisce per la provenienza della maggior parte di essi dalla scuola teologica di Lovanio, i quali potrebbero proporre testi non perfettamente allineati con l’ortodossia.
Fino al 20 aprile, giorno in cui comincia il lavoro delle due sottocommissioni, i periti rielaborano i testi loro affidati. Il proemio, nel quale doveva essere formulata la dottrina della rivelazione, fu redatto da Smoulders, mentre il primo capitolo, quello col valore della tradizione, è di pertinenza di Betti. Il testo è pronto il 15 aprile, alla vigilia di una settimana importante che vede Florit "molto preoccupato per l’andamento della sottocommissione "De Revelatione". Che il tema della rivelazione susciti ancora molto interesse lo dimostra anche il tempo ad esso dedicato durante l’assemblea CEI del 14-16 aprile, nella quale vengono fatte circolare le osservazioni di Florit inviate il 18 gennaio alla segreteria del concilio.
Dal 20 al 25 aprile si tengono le sedute della sottocommissione, un momento decisivo per la rielaborazione dello schema e per Florit stesso, alle prese, da presidente e quindi primo responsabile, con uno degli argomenti più delicati dell’intero Concilio. Già il primo giorno emergono contrasti e diffidenze tra il gruppo belga-olandese e la coppia Florit-Betti; infatti la nuova versione del primo capitolo redatta da Betti, nella quale diplomaticamente il perito spiega di aver tenuto conto dei testi proposti da Congar e Rahner, viene messa in discussione da Heuschen, che presenta una nuova versione, che Betti stizzito deve aggiungere alle altre proposte sul tavolo. Ciò conferma il timore dei "lovanienses" che Florit approfitti del suo ruolo istituzionale per presentare un testo vicino alla tradizionale posizione della dottrina cattolica. Il 21, nella discussione sul proemio, Betti e Florit riescono a far passare la proposta di inserire un passo del Vaticano I a completare la parte sulla conoscenza naturale di Dio. Il 22 aprile si torna a parlare del primo capitolo, che diventa secondo, con la trasformazione del proemio in capitolo. Tra i testi in esame (Betti, Congar, Rahner e gruppo belga), Florit si schiera a favore di quello di Betti, capace per il vescovo di raggiungere un equilibrio tra scrittura e tradizione, affermando che da ambedue scaturisce la rivelazione e costituiscono insieme il sacro deposito della parola di Dio, verso le quali la Chiesa rivolge "pari pietatis affectu ac reverentia". Nel testo il paragrafo sulla tradizione è completamente nuovo, e considera questa come viva, ne ha un concetto dinamico, ispirandosi in questo passo, come ci dice Betti, al testo Congar. L’intervento di Florit dimostra la compattezza della coppia Betti-Florit, nel cercare di imporre alla sottocommissione il proprio lavoro. Tra l’altro il testo di Betti è molto simile come ispirazione proprio al voto di Florit del 18 gennaio. Il 23 aprile scoppia un nuovo caso sul capitolo II: Philips legge una sua versione che si allontana dal testo Betti per inserire passi dal testo Heuschen. La reazione di Betti e Florit è violenta nel chiederne l’immediata rimozione. I padri della sottocommissione biasimano questo atteggiamento, che sembrava loro confermare la volontà del presidente e del suo segretario di voler "ingessare" la discussione imponendo i loro testi. Anche Rahner nota la pervicacia di Florit a difesa delle sue tesi. In realtà la reazione piuttosto scomposta di Florit e Betti tradisce ancora una volta la paura che gli interventi dei lovaniensi modifichino un testo che Florit ritiene il migliore possibile, per imporre un testo del quale lo stesso Florit non si sentiva di poter garantire la piena ortodossia. Da qui il complesso di accerchiamento di Florit che nel diario semplifica la contrapposizione: da una parte i "lovanienses", cioè tutti; dall’altra lui e Betti.
Nei due giorni successivi la sottocommissione De divina revelatione torna a riunirsi in plenaria. Tra "non poche difficoltà ed emendamenti" i testi approntati vengono approvati per essere discussi in aula; alla fine Florit non riesce a inserire un passo che limitasse l’accesso alla Scrittura per le persone più semplici, proposta ribattuta con successo da Butler. Ha così termine il lavoro della sottocommissione, un lavoro giudicato positivamente da molti, ma viziato per alcuni dagli interventi palesemente parziali del presidente Florit per imporre la posizione di compromesso sull’estensione della tradizione della quale Betti si era fatto interprete. Per altri ancora invece gli interventi di Florit avevano migliorato il testo proposto da Betti, rendendolo accettabile anche ai belgi. Lo stesso Betti tira le somme del lavoro svolto difendendone l’equilibrio: "Due furono gli obiettivi principali: l’arricchimento dottrinale e il culto dell’equilibrio. L’arricchimento dottrinale […] consiste soprattutto nel numero sulla tradizione [n. 8], il più nuovo e il più ampio di tutti gli altri. Il mantenimento dell’equilibrio appare evidente dal fatto che nessuna espressione autorizzava ad affermare o negare l’eccedenza quantitativa della scrittura o della tradizione."
L’analisi del nuovo De divina revelatione ha luogo in dottrinale dal 2 giugno. In questi giorni Florit è assente perché in convalescenza a seguito dello strappo della retina dell’occhio destro. Emerge con chiarezza da parte di Ottaviani e di altri padri della minoranza, quali Franic e Schauf, l’intento di ripensare lo schema aggiungendo nuovamente una frase che sancisca la maggiore ampiezza della tradizione rispetto alla scrittura. Il 3 giugno un grave episodio contribuirà a turbare l’animo di Florit: alla richiesta di inserire un passo sulla tradizione costitutiva risponde Charue, che si rifà all’autorità di Florit quale presidente che aveva avallato un testo privo di tale passo. A questo punto Ottaviani ricorda come 300 vescovi italiani si fossero pronunciati contro la formula usata, e tra questi c’era anche Florit. Non solo: per Ottaviani proprio lo scritto di Florit del 18 gennaio di cui si è brevemente parlato sopra aveva contribuito ad orientare i vescovi italiani verso la tradizione costitutiva illimitata; è dunque impossibile che a distanza di pochi mesi Florit sostenga una tesi opposta. Il povero Florit, in clinica, certo non può essere contento di una simile disputa circa i suoi orientamenti, che lo vedeva inevitabilmente a disagio: infatti, seppure la rivendicazione di Ottaviani era esagerata, fa leva su un dato di fatto: Florit era stato per tutto il primo periodo e oltre tra gli assertori della necessità di una dichiarazione sulla tradizione costitutiva. La risposta che dà tramite Betti alla commissione è coraggiosa e dà il senso di tutto il suo operato:
Le riserve, alle quali alludeva ier sera il Card. Ottaviani, risalgono a data anteriore alla composizione del nuovo testo; dando priorità alla coscienza di padre conciliare rispetto a quello che poteva essere il suo punto di vista personale, egli [Florit] approva il nuovo testo e vivamente lo raccomanda.
Dunque resta insoluto il problema principale circa la condotta di Florit: le sue posizioni mutano realmente col tempo, o i testi presentati rispondono a criteri di opportunità e all’esigenza di trovare compromessi accettabili dalla grande maggioranza, come sembrerebbe da questa lettera? Probabilmente la risposta sta nel mezzo, è indubbio che qualcosa delle precedenti convinzioni cambi col tempo in Florit, come è normale che sia. D’altronde Betti rileva che la presa di posizione del 4 giugno, che dalla fazione minoritaria è bollata come un "voltafaccia a sorpresa", viene anche "da molti altamente apprezzata", per la capacità di Florit di saper sfruttare il Concilio come una scuola "che vale più di ogni altra scuola frequentata o tenuta". Lo stesso Florit ammette il cambiamento di mentalità su questi temi, dei quali dirà: "ego ipse fortasse progressus sum hac in re consulendo illa opera."
L’importante per Florit è mantenere e salvaguardare un testo che "permette di tenere l’una e l’altra posizione". Ad esempio laddove si dice che la Predicazione Apostolica viene espressa nella Scrittura "speciali modo", si usa un’espressione "laconica e, se si vuole, fredda, ma sufficiente (ci sembra) per significare che non si insinuano confronti quantitativi" tra scrittura e tradizione. E’ un esempio dell’importanza attribuita da Florit a un testo aperto, in grado di essere accettato da ambedue gli schieramenti teologici presenti nel dibattito contemporaneo.
Il 9 giugno Ottaviani decide che saranno due le relazioni in aula per lo schema: una di Florit, per la maggioranza, e una di Franic, uno dei più accesi membri della minoranza.
Finalmente il 3 luglio il nuovo testo viene inviato ai padri, in un fascicolo in sinossi con lo schema della commissione mista, ma i tentativi di modifica non finiscono certo qui; molte osservazioni di padri chiedono modifiche più o meno importanti. Nel frattempo cresce l’attesa e l’inquietudine di Florit per la relazione che dovrà tenere in aula, e si intensificano i rapporti con Philips, in nome di una convergenza tra la posizione belga e quella di Florit nata faticosamente in commissione; tra i due si concertano le strategie per difendere i punti, quale quello su tradizione e Scrittura, sui quali ci si aspetta un attacco da parte della minoranza. Intanto Ottaviani chiede pressantemente a Florit l’invio della relazione, che viene stilata in agosto e definitivamente rivista dall’arcivescovo con Betti il 25 settembre. Sono per Florit momenti pieni di ambasce, Betti lo dipinge come "turbato da ritornanti ripensamenti", e il 28 settembre quando la dottrinale approva la relazione, da tenersi in aula due giorni dopo, la sua soddisfazione è velata da "qualche ritorno di tentennamenti." Inoltre Florit teme la relazione di Franic, che critica duramente in commissione per aver implicitamente supposto nel suo testo da presentarsi in aula una volontà della maggioranza di limitare l’importanza del magistero ordinario della chiesa e di disconoscere la tradizione costitutiva. Per Florit la paura più grande è passare come il responsabile di un testo che si allontana dalla dottrina tradizionale, e probabilmente l’essere comunque noto presso la maggior parte dei padri come un rappresentante dell’ala conservatrice del concilio lo pone in una difficile situazione di disagio; il senso della responsabilità lo attanaglierà fin dentro l’aula, e la sua relazione avrà un effetto importante e costituirà una sorpresa per molti padri conciliari.
Capitolo IV
1-Una scissione interiore?
Il 30 settembre 1964 giunge il momento delle relazioni in aula sul nuovo De divina revelatione. I dubbi che da mesi attanagliano Florit non lo abbandonano neanche alla vigilia della sessione conciliare, anzi aumentano con l’avvicinarsi dell’evento, come Betti ci testimonia. Lo stesso Florit teme che la relazione sia troppo "ardita" e sente il peso della responsabilità non di poco conto che si è assunto.
Nel suo intervento l’arcivescovo di Firenze ripercorre le tappe della nuova versione (che secondo lui erano parallele e in qualche modo esemplari del Concilio stesso), a partire dalla commissione mista, che aveva elaborato un testo nel quale si evitavano i punti più controversi. Da qui la richiesta di molti padri di un capitolo sulla natura e sull’oggetto della rivelazione, per rendere evidente che Dio si era rivelato per mezzo di parole ma anche di azioni. Il preambolo serve a Florit per sottolineare come la nuova formulazione rispecchiasse la volontà della maggioranza dei padri, al contrario, come implicitamente si fa notare, della commissione mista. Con queste allusioni critiche Florit spera probabilmente di guadagnarsi il consenso di quei padri che da tempo non perdono occasione per criticare la mista, in particolare dato il coinvolgimento del segretariato per l’unità dei cristiani, considerato colpevole di aver rallentato i lavori di revisione.
Poi Florit passa ad elencare e commentare le modifiche introdotte allo schema: era stato trasformato il proemio in primo capitolo, era stato aggiunto un proemio più breve ed erano stati rivisti anche gli altri capitoli. Ci tiene a sottolineare che su ogni punto si era raggiunta l’unanimità in sottocommissione. Invece in dottrinale si era avuta una piccola spaccatura, e Florit la circoscrive quantificandola numericamente per sottolineare davanti all’aula come si trattasse della difficoltà di una limitata minoranza ad accettare un passaggio privo di una dichiarazione sulla maggiore estensione della tradizione. Insomma, alla luce del grande numero di consensi che il nuovo schema aveva ottenuto in sede di rielaborazione, Florit chiede ai padri di votare tale schema in quanto punto di equilibrio tra le due opposte scuole teologiche, che erano considerate due estremi inconciliabili. Su questo punto dunque Florit rivendica in aula di aver contribuito attivamente a giungere alla sintesi superiore che già, seppur confusamente, auspicava ai tempi burrascosi del De fontibus revelationis. Alla fine della relazione Florit passa a esporre punto per punto i nuovi primi due capitoli dello schema, indicando nel cap.II il centro dell’intero schema. In particolare, come sottolinea Betti, il punto 9, sul cruciale rapporto scrittura-tradizione, lascia aperto il dibattito su un eventuale maggiore estensione dell’una o dell’altra, "non solo quanto alla sostanza, ma anche quanto alla terminologia usata finora"; infatti il termine "fonte" non viene usato, come qualcuno aveva chiesto, riferito a Dio, proprio per non precluderne l’uso in futuro in relazione alla scrittura e alla tradizione.
Il timore di Florit circa le reazioni dell’aula è tutto sommato giustificato: una parte dell’assemblea, quella che rappresenta la minoranza, non gli perdona di aver avallato e difeso uno schema per molti versi lontano dalle sue personali convinzioni: aleggia ancora su di lui l’accusa di voltafaccia e di doppiogiochismo lanciatagli implicitamente da Ottaviani in giugno.
Il lavoro fatto da Florit viene invece apprezzato dalla parte per così dire "progressista". Infatti in aula aveva fatto scalpore e destato reazioni diverse il fatto che un teologo "romano" avesse sposato la posizione della interpretazione aperta della tradizione, sostenuta proprio dalla maggioranza conciliare. Per il vescovo di Volterra Bergonzini, si può tranquillamente parlare per Florit di una "conversione alla maggioranza conciliare". Si potrebbe qui azzardare un paragone tra il ruolo tenuto da Florit e quello ricoperto da Parente per lo schema De Ecclesia: ambedue di origine conservatrice, devono sottoscrivere e presentare in aula due schemi piuttosto avanzati, e lo fanno con correttezza e onestà. Lo stesso Bergonzini accosta le due figure; più tardi vedremo che questa interpretazione è quantomeno semplicistica.
Altri commentatori apprezzano lo schema proprio per ciò che non afferma: il non pronunciarsi in maniera netta e rigida su questioni ancora al centro di lunghe controversie non può essere che un bene. Per L.Vischer, osservatore del Consiglio ecumenico delle chiese, "la confusione che regna sul cap. II" può essere una "beata confusio".
Nei giorni successivi il dibattito è acceso, e si evidenzia in aula una piccola ma decisa pattuglia di padri della minoranza che in tutti i modi chiede un’integrazione dello schema con esplicite dichiarazioni circa la tradizione, convergendo così con la relazione di minoranza presentata da Franic prima di Florit. Tra gli intervenuti che si dichiarano contrari allo schema, si registra un alto numero di italiani, tra cui Ruffini, Compagnone e Carli, come nota amaramente lo stesso Florit. Tuttavia gli interventi a favore dello schema risultano essere la grande maggioranza.
Finita la discussione in aula, ha luogo una nuova revisione sulla base degli interventi e delle osservazioni scritte dei padri. Il 20 ottobre infatti si riunisce la sottocommissione De divina revelatione, che si divide ancora in due gruppi. Il primo, sempre presieduto da Florit, ha gli stessi membri dell’aprile precedente con l’aggiunta di Trapè, Salaverri e Schmaus. Già il primo giorno il relatore del secondo capitolo, ossia p.Betti, deve rintuzzare gli attacchi dell’agguerrito terzetto composto da Tromp, Schauf e Trapè, che chiedono l’inserimento di una dichiarazione sulla tradizione costitutiva. Di fronte a queste vicende Florit tarda a reagire, e lui stesso si rammarica di essersi "mostrato forse un po’ debole". Anche il 21 ottobre le discussioni proseguono lentamente e faticosamente soprattutto per i continui interventi di Tromp. Se Florit nota preoccupato la vivacità degli interventi Betti tende a sdrammatizzare: per lui si tratta solo di "qualche ritorno di fiamma, ma senza ustioni di alta gradazione".
Quando il testo modificato viene sottoposto al vaglio della commissione dottrinale continuano gli interventi a favore di una decisa modifica soprattutto dei primi capitoli, i più controversi. Stavolta la risposta di Florit è decisa: per lui non si deve toccare lo schema, perché ciò distruggerebbe l’equilibrio raggiunto da un testo che lascia aperta la questione, non pronunciando asserzioni definitive né condanne. Florit si fa garante dell’ortodossia del paragrafo, respingendo le critiche di debolezza dottrinale, criptoprotestantesimo e neomodernismo piovute addosso al testo in quei mesi. E’ evidente come ormai Florit abbia decisamente imboccato la strada della strenua difesa del testo, che continua a ritenere l’unico possibile, anche se non perfettamente coincidente con la sua visione. Ciò continua a stupire chi assiste alle sue ripetute dichiarazioni a difesa dell’ortodossia dello schema, per esempio l’intervento in commissione di cui sopra, definito da Semmelroth "vigoroso". Su questa linea Florit è assistito con tenacia e coerenza da Betti, assieme al quale rintuzza le critiche provenienti dalla minoranza, ma anche quelle espresse dalla maggioranza, ciò a dimostrazione che, più che di una conversione di Florit alla maggioranza conciliare come osservato da Bergonzini, si deve parlare di una posizione di compromesso e di equilibrio alla quale per tutto questo periodo Florit si attiene scrupolosamente. La sua costante preoccupazione è raccogliere quanti più consensi possibili; alla fine della revisione di novembre auspica che "lo schema emendato soddisferà di più". Il nuovo schema viene distribuito ai padri il 20 novembre, pronto a ricevere durante l’intersessione eventuali modi, e poi ad essere votato e promulgato nell’ultima sessione del Concilio. Nel presentare lo schema emendato, Florit ne ricorda i pregi, per lui abbondantemente superiori ai difetti:
Il linguaggio positivo e il sapore biblico che lo pervade; l’indole cristocentrica della dottrina esposta; la fermezza e la chiarezza nell’affermazione della dottrina cattolica; la precisa enunciazione, per la prima volta in un documento del supremo magistero, della natura, dell’oggetto e dell’importanza della sacra Tradizione; la libertà, in cose ancora disputate o non assolutamente necessarie, lasciata ai teologi per più approfondite ricerche.
Durante l’intersessione gli attacchi contro lo schema continuano, anzi si moltiplicano, rendendo sempre più difficili le difese dei responsabili dello schema stesso, per i quali è sempre più arduo impedire le modifiche da più parti auspicate.
Una delle iniziative più significative è ancora una volta quella del Coetus Internationalis Patrum, che si adopera perché venga messa all’ordine del giorno del quarto periodo una nuova discussione del De divina revelatione; fallito questo tentativo, vengono fatte circolare tra i padri le osservazioni di Carli per chiedere il loro appoggio. In più veniva allegata una lettera di Lefebvre, de Proença Sigaud e Carli stesso, nella quale si diceva essere impossibile approvare "in tuta coscientia" lo schema allo stato attuale. Florit reagisce allarmato a questo scritto, allorchè viene diffuso presso i vescovi toscani, che lo informano di tale esposto; dunque, come scrive Betti, "i più diretti responsabili del testo direttamente non furono informati di quanto stava accadendo non molto lontano da loro"; lo stesso Florit infatti ne viene a conoscenza dello scritto solo alcune settimane dopo l’inizio della sua diffusione .
Il 22 febbraio 1965 Florit viene creato cardinale da Paolo VI, una nomina legata al tradizionale prestigio dell’arcidiocesi fiorentina, ma giunta con un significativo ritardo di tre anni rispetto all’insediamento di Florit quale arcivescovo: è forse una dimostrazione della scarsa fiducia che gli ambienti vicini a Paolo VI ripongono in un prelato vicino alle posizioni più intransigenti e più affini con il modello di Chiesa pacelliano.
Seppure con ritardo, Florit entra così a far parte di un collegio cardinalizio mai così ampio: 103 sono i cardinali presenti, di cui 27 di nuova nomina, la prima tra l’altro di papa Montini. La gioia per la nomina è velata per Florit dagli attacchi allo schema, per controbattere i quali Betti deve addirittura disertare la cerimonia del conferimento del cardinalato. Una delle ipotesi in ballo per ovviare alla presa di posizione del C.I.P. è quella di una nuova relazione, che dia una soddisfacente risposta alle osservazioni "di più facile impatto".
Il timore più grande per i difensori dello schema è che si giunga ad una relazione di minoranza in aula conciliare che riprenda le tesi del Coetus e che preluda inevitabilmente ad una nuova discussione del De divina revelatione, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Uno scambio di lettere tra Charue e Florit conferma questa preoccupazione. Charue aveva ricordato ad Ottaviani che l’eventualità di una nuova discussione in aula era stata "nettamente rifiutata dalla commissione di coordinamento", e incita Florit affinchè intervenga anch’egli in questo senso; inoltre auspica una nuova riunione della sottocommissione prima dell’inizio della quarta sessione. Prosegue dunque apparentemente il clima di "collaborazione armata" tra il teologo di Lovanio e il cardinale di Firenze, anche se nella lettera Charue inserisce un sibillino "faccia la sua scelta" a proposito dell’ipotesi di nuovo dibattito, cosa che potrebbe far trasparire una certa diffidenza sull’atteggiamento che Florit avrebbe effettivamente
tenuto. Assieme comunque concordano per una nuova relazione, la terza, "che tenga conto di quanto di solido e vero ci sia nelle ultime ‘animadversiones’ e ‘modi’ e serva ad orientare la votazione dei padri".
Nel frattempo infatti, oltre alle osservazioni del Coetus , circolavano da gennaio dei modi redatti da alcuni professori dell’Istituto Biblico, di segno opposto rispetto a quelli del CIP: vi si chiede infatti un’ulteriore riduzione dello spazio dedicato alla tradizione e un ampliamento della presenza della Scrittura. Dell’esistenza di tali modi Florit viene a conoscenza solo il 10 luglio, ma non ne conosce ancora il contenuto. La strategia da seguire è quella di tener presente quanto più possibile delle osservazioni dei padri, anche se, per la verità, solo con i modi era possibile indicare eventuali modifiche. La piccola deroga al regolamento è per Florit giustificata anche dalla sensazione, fondata, che dietro le richieste del C.I.P. e di altri padri si celi un ampio dissenso su alcuni punti dello schema, dissenso che comprende anche il papa. Lo stesso Colombo, considerato una sorta di portavoce di Paolo VI, in aprile aveva reso edotto Florit sul parere del papa, che chiedeva un ripensamento di alcuni punti sulla definizione dell’importanza della tradizione nella dottrina cattolica. Dunque l’impressione dei difensori dello schema è che Montini sia progressivamente sempre più sensibile alle rivendicazioni della minoranza; alla fine di luglio il Coetus scrive direttamente al pontefice chiedendo una relazione di minoranza, seguito di lì a poco anche da Siri.
Intanto il 29 luglio si ritrovano alla "Verna", il convento nei pressi di Arezzo dove risiede Betti, lo stesso perito francescano e Florit, per mettere a punto la cosiddetta "relazione 3a" del De divina revelatione, anche se l’idea prevalente ormai è quella di non inasprire lo scontro prendendo un’esplicita posizione contro il Coetus . Lo stesso Betti va verso la convinzione che "sia meglio astenersi da qualunque intervento, per non dare troppa importanza a voci stonate." D’altronde persino Charue si convince che sia meglio tenere un basso profilo sulla vicenda, tanto da suggerire a Florit di non anticipare l’andata a Roma, "perché non si abbia a pensare a una specie di congiura".
A questo punto la situazione parrebbe più favorevole a Florit per tentare di introdurre nello schema quei passi da lui stesso eliminati per raggiungere la larga maggioranza che si era poi ottenuta in commissione. Infatti ora ci sarebbe il sostegno non solo della minoranza conciliare, che aveva abituato il Concilio alle sue rivendicazioni spesso impraticabili e demagogiche, da vero "sindacato degli scontenti" come li definisce Betti; ma anche del papa, di cui è chiara l’intenzione di dare in qualche modo una concreta risposta alle lamentele di quella parte di padri conciliari. Sui punti che Florit ritiene da sempre deboli dottrinalmente, specie sul valore della tradizione, sull’estensione dell’inerranza e sul carattere storico dei vangeli, si può forse intervenire curandosi di rendere evidente che il cardinale si è mosso per una preoccupazione di carattere dottrinale che risponde a un sentimento diffuso. Nell’attuazione di questa strategia Florit è avvantaggiato dall’indubbio prestigio accumulato nei mesi precedenti, nei quali si era dimostrato attento moderatore e imparziale relatore di uno schema che aveva guadagnato i consensi dei settori più attenti al rinnovamento dell’esegesi.
Il 16 settembre alla CEI vengono presentati e approvati 4 modi per modificare il De divina revelatione, frutto dell’elaborazione di Betti e Florit. I primi due, sui nn.8 e 9, consistono nell’inserimento di alcune espressioni per rendere più chiaro il ruolo particolare del magistero nel progresso della comprensione della tradizione; a volte si deve far ricorso a questa per attestare verità di fede che non possono essere rilevate facendo ricorso alla sola Scrittura, della quale dunque si nega la sufficienza materiale. Il terzo modo chiede l’eliminazione dell’espressione "veritas salutaris", che lede l’inerranza della scrittura. Nell’ultimo modo si sottolinea l’importanza della lettura della parola di Dio, da tenersi con la mediazione del magistero per impedire interpretazioni errate. Dunque non a caso Florit e Betti scelgono la CEI quale strumento delle richieste di modifica dello schema, in nome di un prestigio sempre maggiore dello stesso Florit presso i vescovi italiani, dei quali da qualche tempo, come vedremo, è copresidente, e in funzione della risaputa convinzione di molti di essi che il De divina revelatione vada modificato perché troppo lontano dalla teologia romana e troppo vicino a quella, temutissima, d’oltralpe.
Quella che poteva sembrare una scissione interiore di Florit durante l’elaborazione dello schema e la travagliata relazione in aula, trova ora un senso nuovo grazie al clima mutato attorno al De divina revelatione. Con le nuove proposte Florit ha l’occasione di sanare almeno in parte la frattura consumatasi tra lui e il suo ambiente d’origine, compreso il suo mentore Ottaviani. Nel quarto periodo del Concilio si tratterà di rendere concrete le modifiche proposte, e solo un padre conciliare potrebbe farlo e lo farà: il papa.
2-Il "De Ecclesia": ultime battute
L’iter della costituzione dogmatica sulla Chiesa ricalca in parte quello seguito dal De Revelatione. Infatti anche sul De Ecclesia, dopo una lunga e travagliata elaborazione, piovono critiche spesso pesanti, sopratuttto in relazione al controverso cap. III sulla colllegialità episcopale. Questi attacchi si moltiplicano con l’avvicinarsi della discussione in aula, prevista per settembre 1964, e il papa diventa fatalmente oggetto di pressioni per intervenire e modificare lo schema. Ai primi di settembre Paolo VI si trova così a dover rispondere a tali critiche, che rischiano di minare l’esito stesso del Concilio, ma nel frattempo avvia delle consultazioni per sincerarsi della fondatezza o meno dei rilievi contenuti nelle numerose osservazioni giuntegli. Su Montini tra l’altro cresce la diffidenza da parte della maggioranza: Congar dopo un udienza in giugno annotava "Mi è parso che non abbia, sul piano ecclesiologico, la visione teologica che richiederebbe la sua apertura. E’ molto legato a una visione romana."
Nell’immediata vigilia dell’inizio delle votazioni interviene anche il Coetus Internationalis Patrum, che addirittura fa distribuire dei fogli per indicare ai padri i punti su cui apporre il non placet, e cioè quelli sulla sacramentalità dell’episcopato, sulla collegialità e sui ruoli dei vescovi.
Un’altra affinità col De divina revelatione è la duplice relazione in aula: una della maggioranza, letta da Konig, Parente ed Henriquez, ed una della minoranza, letta ancora una volta da Franic.
Il 22 settembre si vota sulla collegialità, e i risultati sono rassicuranti per la maggioranza conciliare: solo il 15% dei padri condivide le preoccupazioni degli avversari della collegialità stessa. Lo stesso giorno il papa, nell’ambito di una serie di consultazioni circa il cap. III, che costituisce da qualche tempo una sorta di "dibattito dilenzioso" sullo schema, chiede "paternamente" un parere anche a Florit. La risposta dell’arcivescovo si colloca, come già avvenuto in intersessione, nell’ambito di una generale difesa del capitolo. Nell’esposizione rispecchia abbastanza fedelmente il dattiloscritto in risposta alle osservazioni di Browne che abbiamo visto redatto nel giugno del 1964: difende soprattutto la dottrina che attribuisce il supremo potere al papa e al collegio episcopale in quanto "già implicitamente contenuta nella definizione vaticana dell’infallibilità pontificia". Prosegue così la linea tenuta da Florit con il fondamentale ausilio dell’esperto Betti circa la dimostrazione di una implicita continuità tra il Vaticano I e il Vaticano II su questo punto, teoria che è molto utile evidentemente per convincere gli avversari dello schema o quantomeno zittirli proprio su un punto caratterizzante della loro critica; non a caso la frase citata sopra è l’unica del documento che il papa sottolinea.
Vediamo i due testi che Florit pone uno a fianco all’altro; uno è un brano della Pastor Aeternus, cap.IV, DENZ. 1839, l’altro è il testo del Vaticano II dello schema De Ecclesia, cap.III, p.21, lin. 9-25
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Romanum pontificem… ea infallibilitate pollere, qua divinus redemptor Ecclesiam suam in definienda doctrina de fide vel moribus instructam esse voluit. |
Romanus enim Pontifex habet in Ecclesia plenam, supremam et universalem potestatem. Ordo autem episcoporum…subiectum quoque supremae ac plenae potestatis in universam Ecclesiam exsistit. |
Florit resta così annoverabile tra i difensori dello schema, ma malgrado le numerose voci a sostegno dello stesso continuano a essere ripetute fino alla nausea le obiezioni sulle tre questioni che da tredici mesi angosciano la minoranza: sacramentalità dei munera; consacrazione e collegialità; rapporto tra piena e suprema potestà del collegio e primato papale. In Paolo VI comincia a prendere piede l’idea di accogliere parte di queste richieste, sotto forma di precisazione al testo e non di correzione. Il 12 novembre, dopo una serie di discussioni e dibattiti interni attorno al papa, che non è questo il luogo per esaminare, Ottaviani comunica alla commissione dottrinale riunita che il giorno dopo in plenaria dovrà discutere di "alcuni ritocchi…desiderati in ‘altissimo loco’": si tratta della "nota explicativa praevia", che dovrebbe servire a chiarire il significato e il valore degli emendamenti apportati al testo, e in definitiva a tranquillizzare coloro che ne contestano l’ortodossia. La nota infatti spiega 4 punti: il significato della parola "Collegio" e il parallelismo Pietro-Apostoli e Papa-vescovi; i requisiti per divenire membro del collegio episcopale; la ragione della pienezza della suprema potestà episcopale e infine l’esercizio permanente della suprema potestà del Romano Pontefice e l’esercizio intermittente di quella del collegio episcopale.
L’intervento del papa dunque, che avrà un seguito per quanto riguarda il De divina revelatione, come vedremo, è risolutivo. Paolo VI è andato incontro alla minoranza conciliare affinchè "in questo concilio non ci siano né vincitori né vinti […], perché l’unanimità finale non sia solo apparente, ma anche adesione del cuore." Su questo dunque è evidente la preoccupazione comune con Florit circa la promulgazione di testi che abbiano la massima approvazione possibile.
Finalmente dopo due anni di lavori lo schema viene votato e promulgato col nome di Lumen gentium. Florit ne è entusiasta, tanto che per lui lo schema "da solo basterebbe a giustificare il presente Concilio." Lo stesso Paolo VI nel discorso conclusivo si sofferma sul cap.III chiamandolo "il capitolo più difficile e memorabile di questa spirituale fatica".
E’ difficile capire cosa Florit pensi esattamente del, per certi versi, clamoroso intervento del papa; certo l’aggiunta allo schema di una nota che ne chiarisce le posizioni dottrinale e per di più aggiunge un buon numero di emendamenti farebbe pensare che le rassicurazioni date da Florit a Paolo VI non sono bastate di fronte ai numerosi attacchi della minoranza. D’altronde proprio l’intervento papale potrebbe far pensare che lo schema non era poi così ortodosso come Florit sosteneva da tempo in diverse circostanze. Questa tesi viene sostenuta a gennaio 1965 da un perito olandese, p. Schillebeeckx, che appunto attribuisce alla nota explicativa praevia lo scopo di liberare il testo conciliare dalle "tacite implicazioni o potenzialità in favore della collegialità papale", la quale conferirebbe al papa la suprema potestà solo in quanto capo del Collegio episcopale.
La reazione di Betti e Florit è immediata nel sostenere, in linea con le precedenti prese di posizione, che il testo è perfettamente ortodosso ed "esclude positivamente quanto immaginato da Schillebeeckx". Questo episodio dimostra come tutto sommato lo schema fosse davvero apprezzato da Florit e Betti, che probabilmente alla luce di ciò ritengono superflua l’aggiunta papale. Evidentemente Florit stesso si era convinto delle argomentazioni di Betti riferite alla collegialità in rapporto alle deliberazioni del Vaticano I: forse non sarebbe azzardato ipotizzare in questo senso un’azione quanto meno di "aggiornamento" del perito francescano nei confronti di Florit, ma andando oltre si entrerebbe nel campo delle ipotesi. E’ comunque certa l’importanza della consulenza di Betti, il quale redige a partire dal secondo periodo buona parte degli interventi letti poi in aula da Florit, e in un certo senso contribuisce a spingere il prelato fiorentino verso le posizioni possibiliste che caratterizzano i suoi interventi conciliari, pur conservando intimamente opinioni diverse, legate a una visione tradizionale dei temi teologici trattati.
Capitolo V
1-Il ruolo nell’episcopato italiano
Come abbiamo visto più volte, il ruolo di Florit nell’ambito dell’episcopato italiano sembra accrescersi sempre più col passare del Concilio. Vengono spesso distribuiti i suoi interventi o le sue osservazioni nelle assemblee, nelle quali si cerca di sfruttare il suo prestigio per orientare (e influenzare) nelle scelte i vescovi. Ottaviani gli aveva addirittura attribuito la capacità di convincere gli oltre trecento presuli sull’opportunità di una dichiarazione sulla tradizione costitutiva, e Florit nella sua difesa dall’accusa di aver tradito questa impostazione non nega il fatto, ma sottolinea semplicemente la differenza tra le sue opinioni personali e il suo ruolo istituzionale.
Nelle assemblee della CEI, che dal 1964 si trova a dover fare fronte alle prime applicazioni conciliari, Florit interviene spesso. Sulla riforma liturgica, per esempio, per quanto riguarda la questione della lingua, il futuro cardinale chiede che le traduzioni dal latino all’italiano vengano fatte bene, perché "abbiamo alcuni laici a Firenze (e credo in ogni diocesi) un po’ presuntuosi, forse, anche se santamente, che vogliono controllare, criticare, confrontare." Florit rivela che questi laici sono addirittura andati da lui a mostrargli gli errori scoperti. Porta quindi anche alla CEI la sua tradizionale diffidenza per il laicato, ma soprattutto mostra interesse particolare per la questione, che si pone urgente dopo la riforma, delle traduzioni in italiano dei testi sacri. Già almeno dal luglio 1965 progetta una nuova traduzione in latino della Bibbia, per poi farne la traduzione italiana. Dall’ottobre 1965 entra a far parte di una commissione per preparare un piano di lavoro circa la traduzione italiana della Bibbia: vi partecipano Colombo, Calabria e Piazza. Della cosa si fa carico specialmente Florit stesso, che già il 14 ottobre convoca i futuri membri della commissione, per illustrare il suo "progetto di una ‘Volgata ufficiale italiana’ della Bibbia per uso liturgico, catechetico e pastorale." Il cardinale specifica poi che la parte biblica sarebbe curata da lui, mentre la parte prettamente letteraria da Colombo.
Su tale progetto Florit ha un ruolo decisivo, visto che dirige l’opera complessiva di traduzione dal 1965 al 1972, anno del suo completamento.
Un altro tema che interessa e preoccupa Florit è quello della partecipazione collegiale dell’episcopato italiano al concilio, che non si verifica quasi mai, a differenza di altre conferenze episcopali. Per orientare il grosso dei vescovi italiani era stata costituita, come abbiamo visto, una commissione teologica alla vigilia della terza sessione di cui fa parte anche Florit, ma evidentemente ciò non è servito a molto, se è vero che Spanedda, pur apprezzandone il lavoro, ne definisce i membri "un gruppetto di vescovi eroici, i quali però non erano sostenuti dai loro confratelli, dalla collettività dell’episcopato italiano." E sottolinea come "il nostro intervento potrà essere più valido ed efficace se collaboriamo tutti con la Commissione Teologica della CEI, se siamo uniti." Lo stesso Florit si lamenta della mancanza di unità dell’episcopato italiano, mancanza che già intuiva e paventava nelle prime battute del concilio, come si è visto. Il fatto è, per Florit, che
A differenza dei voti dell’Episcopato Italiano, i voti collettivi degli altri episcopati sono stati imponenti, e si doveva tener conto di questi dati, del tenore, del contenuto dei voti ed anche della veste sotto cui si presentavano. Voti di interi episcopati hanno avuto il loro peso nella scelta degli emendamenti, che si trovano nel testo presentato […] quando ci si trovava divisi su materia delicata, i nostri Confratelli, specialmente gli stranieri, chiedevano: fiat suffragatio; e si faceva la suffragatio, che dava quell’esito le cui conseguenze si possono ravvisare nello schema attuale.
Nella stessa occasione Florit interviene sul ruolo dei periti, criticandone l’eccessivo spazio nell’elaborazione degli schemi.
Un altro argomento su cui Florit interviene alla CEI è quello, sempre nell’ambito della riforma liturgica, dell’adozione del clergyman, il nuovo abito eclesiastico. Già dal 12 ottobre 1964 la segreteria di Stato aveva dato mandato alla CEI di sentire l’episcopato sull’uso del clergyman in Italia. Su 226 pareri ben 116 sono non placet, e 108 tra placet e placet iuxta modum. "un nuovo abito può spingere all’evasione" era uno dei motivi addotti dai contrari. Nella riunione del 16 novembre 1965, all’analisi dei voti Ruffini aveva sottolineato che dal sondaggio "la grande maggioranza dei vescovi italiani è contraria al clergyman." Nella riunione CEI del primo dicembre Colombo propone di inviare alla Segreteria di Stato una chiara risposta: per i vescovi italiani il mutamento dell’abito ecclesiastico è quantomeno prematuro. Alla fine viene deciso di presentare alla S.Sede un fascicolo con tutte le risposte dei vescovi accompagnato da un "voto" della conferenza in cui si propone che la talare rimanga l’abito ufficiale del clero italiano, tranne che in occasioni profane, al di fuori del sacro ministero. Florit invece è tra i pochi a sostenere l’uso del clergymen, ma come si vede la sua posizione viene sconfitta nettamente nell’assemblea CEI del 1/12/1965, l’ultima tenutasi a Concilio in corso.
In qualche modo questa presa di posizione ha un parallelo nella volontà di ridurre in generale il fastoso guardaroba cardinalizio, come proposto al papa nell’aprile del 1965. Florit, che si dice d’accordo con altri padri, chiede inoltre a Paolo VI di "fare a meno di corte, e di gentiluomini". Il papa esaudirà questa richiesta con la riforma della Curia, dopo il Concilio.
All’inizio dell’ultimo periodo conciliare vi sono alcune importanti novità alla CEI: finisce l’era Siri, che guidava da sei anni i vescovi italiani. Le sue dimissioni poco prima della scadenza del secondo mandato triennale, per motivi di salute ma soprattutto per contrasti col pontefice, lasciano un vuoto di potere in una CEI ancora in attesa degli adattamenti statutari conformi alle nuove disposizioni conciliari. Paolo VI dispone così che la direzione della CEI venga assunta temporaneamente da un piccolo comitato di cardinali composto da Urbani, cui spetta di guidare il gruppo per anzianità, Florit e Colombo. Il loro mandato comprende due compiti principali: "1) assistere i vescovi italiani durante la IV Sessione del Concilio; 2) predisporre quam primum il nuovo statuto per l’approvazione". I tre cardinali inviano il primo settembre una lettera a tutto l’episcopato italiano, chiedendo una "saggia, costruttiva e cordiale collaborazione".
Il periodo di copresidenza di Florit alla CEI dura un anno, periodo nel quale ne viene strutturata la composizione e viene messo a punto il nuovo statuto.
Il ruolo di rilievo assunto da Florit nell’ambito dell’episcopato italiano non si concretizza solo nella carica di copresidente CEI; infatti dopo la nomina a cardinale viene costituito membro di alcune congregazioni romane, come quella dei Seminari e quella per le Cause dei santi. Inoltre sempre dal 1965 fa parte della pontificia commissione per la revisione del codice di diritto canonico, nella quale sembra tenere al solito una posizione di compromesso, propendendo per "il Codice Angelico (Chiesa latina e Orientali) con in comune un codice fondamentale-costituzionale". Inoltre Florit è membro della commissione cardinalizia per l’esame del Catechismo olandese, sospettato di scarsa conformità alle norme dettate dal Vaticano; in quell’occasione, il cardinale fiorentino auspica anche la stesura di un catechismo per tutta la Chiesa.
Eppure proprio quando Florit raggiunge il vertice di potere e importanza tra i vescovi italiani è ormai evidente che il clima è cambiato: le nuove nomine montiniane creano pian piano il vuoto attorno all’arcivescovo di Firenze, andando a costituire un episcopato nuovo, avanzato, pronto a realizzare il Vaticano II. Basta notare, come fa Riccardi, quante importanti diocesi hanno ormai un vescovo del nuovo orientamento: Colombo a Milano, succeduto a Montini stesso; Pellegrino a Torino, vicino ai laureati cattolici, che sostituisce Fossati, morto a novant’anni; Ursi a Napoli, già collaboratore di Montini a Milano; Pappalardo a Varese; Poletti nuovo vicario di Roma: e infine Ballestrero a Bari.
E’ lo stesso Montini, d’altronde, a dipingere la nuova immagine ideale di vescovo: "Il vescovo di ieri poteva essere riservato e difeso dalla sua stessa autorità […]. Il vescovo oggi ritorna padre, pastore, fratello, amico, consolatore in mezzo al popolo di Dio".
L’isolamento in cui si viene progressivamente a trovare Florit si nota anche in diocesi: inviato a Firenze per mettere ordine, per controllare l’effervescenza ecclesiale fiorentina, ora l’arcivescovo è motivo d’imbarazzo per il papa, che cerca di mitigarne le rigide ed impopolari prese di posizione. Lo stesso sostituto Benelli, inviato dal papa per dirimere la questione dell’Isolotto, spiega l’imbarazzante condizione di Montini a chi gli chiedeva un intervento più deciso: "il papa non può distruggere l’arcivescovo." Vedremo più avanti un po’ più nel dettaglio le vicende post-conciliari in diocesi; ora ci interessa sottolineare ancora una volta le contraddizioni presenti in Florit: leader dei vescovi italiani ma alquanto isolato; pronto ad accogliere la riforma liturgica, anche su un punto spinoso come l’adozione del clergymen, e rigidamente chiuso su altre questioni emerse in diocesi a seguito del Concilio. Nel prossimo paragrafo elencheremo le prese di posizione di Florit sui temi politico-sociali trattati in Concilio, che lo vedono, contrariamente alle due costituzioni dogmatiche sulla Chiesa e sulla Rivelazione, pregiudizialmente ostile a qualsiasi innovazione.
2-I temi politico-sociali: ecumenismo, libertà religiosa, Chiesa nel mondo
Le teoriche aperture ecumeniche di Florit nel terzo e quarto periodo del concilio si differenziano dagli altri interventi in ambito sociale proprio perché vi si scorge una volontà di andare incontro alle nuove tendenze espresse dal Concilio in questo senso. Abbiamo già visto come Florit a partire dal secondo periodo cominciasse a considerare l’ecumenismo come un obiettivo importante della Chiesa contemporanea, ma che in pratica questa aspirazione si concretizzava nella richiesta di "rientro" dei "fratelli separati" nell’alveo della Chiesa cattolica. Progressivamente le posizioni del cardinale fiorentino sono anche nella pratica più aperte a un dialogo non subordinato alla pretesa di ammissioni di errore o di ritrattazioni da parte degli interlocutori non cattolici. E’ il caso del rapporto indiretto che si viene
a creare nel 1964 tra Florit e una delle figure più prestigiose dell’Ecumenismo mondiale, il patriarca di Costantinopoli Atenagora, che proprio in questo periodo crea una serie di contatti molto significativi tra Fanar e Vaticano assieme a Paolo VI.
L’occasione per un accostamento tra Florit e Atenagora si crea nella quaresima del 1964, allorchè l’arcivescovo di Firenze aveva inviato al patriarca in dono la sua lettera pastorale "Per l’Unità dei cristiani". Atenagora rispondeva con una gentile lettera dopo Pasqua. Infine un pellegrinaggio di un gruppo di fiorentini a Costantinopoli e Gerusalemme offre l’occasione a Florit per donare al patriarca una pubblicazione relativa ai rapporti stabilitisi tra Firenze e l’oriente cristiano durante il Concilio fiorentino del 1439. Su questa visione ideale di Firenze come tramite tra cattolici e ortodossi in eredità perenne del concilio del 1439 insisteva molto, come abbiamo visto, il sindaco La Pira; evidentemente per una volta sindaco e arcivescovo si trovano d’accordo nell’assegnare tale funzione alla città. I rapporti tra Florit e Atenagora continuano con una lettera di quest’ultimo del primo novembre 1964, nella quale ringrazia per i doni ricevuti e auspica un giorno di poter far visita al cardinale, a Firenze. Poche cose, insomma, ma importanti per un vescovo come Florit e per il collegamento che si viene a creare tra Firenze e l’ecumenismo rivolto verso gli ortodossi, verso i quali come è noto c’era un atteggiamento più benevolo da parte della parte più conservatrice della cattolicità rispetto ai protestanti.
Questo clima trova un altro riscontro esattamente un anno dopo, nel novembre del 1965, in occasione delle celebrazioni dantesce a Firenze, per il settimo centenario della nascita del poeta. L’evento, al quale partecipano oltre 500 padri conciliari invitati da Florit, è coronato da un altro gesto di apertura ecumenica: Florit e Cicognani si recano il 13 novembre alla tomba del patriarca di Costantinopoli Giuseppe II, morto proprio durante il concilio fiorentino del 1439, deponendo una corona di fiori con la scritta "Sua Santità Paolo VI al patriarca Giuseppe di Costantinopoli".
Alla fine del Concilio Florit apprezza il discorso di Paolo VI, introdotto da una dichiarazione comune del papa e di Atenagora. Per Florit il discorso è "mirabile. Atto di riconciliazione tra oriente e Occidente che prelude ad altri eventi di importanza ecumenica."
Se vogliamo più sorprendente è, alla luce di quanto detto poc’anzi sulle differenze tra ortodossi e protestanti nell’ottica romana, il rapporto che si viene a creare tra Florit e gli esponenti al Concilio della comunità di Taizè, che, seppure ormai vicina alla chiesa cattolica, era pur sempre una comunità calvinista. Florit viene a conoscenza di Schutz e Thurian, priore e sottopriore della comunità, dall’inizio del 1962, e ha modo di incontrarli più volte quali osservatori durante il Concilio. Nell’ultima sessione i rapporti si intensificano, con evidente curiosità di Florit di confrontarsi dottrinalmente con i due monaci calvinisti. Alla vigilia della chiusura del Concilio Florit è incaricato di presentare l’ultimo libro di Schutz, La Dynamique du provisoire, a riprova dei rapporti ormai amichevoli. Nel suo discorso Florit identifica nella comunità di Taizè "un segno dell’unità di tutti i cristiani di domani, che dobbiamo realizzare nonostante le attuali nostre divisioni." Auspica l’impegno di ciascuno a "riformare sé stesso", per raggiungere l’unità, riferendosi in un certo senso anche alla personale esperienza; l’evento è foriero di altri incontri: vi partecipano infatti anche il luterano Silen, il protestante Patric e il patriarca melchita Maximos. Il priore Schutz per gratitudine regala a Florit una copia del suo libro; nella dedica suggela il rapporto di amicizia e stima che accomuna i due a tutti coloro che auspicano la "unité visible des baptisés dans l’Eglise une".
Se dunque sul tema dell’ecumenismo si può registrare una certa apertura da parte di Florit, lo stesso non si può dire per la libertà religiosa. Lo schema, che il prelato già nella terza sessione aveva definito "non maturo", viene fortemente criticato da Florit e dai componenti della cosiddetta "scuola romana" nella quarta sessione. Tale linea di pensiero parte dal principio che solo la verità ha diritto alla libertà, mentre all’errore può essere concessa solo una relativa tolleranza. La netta contrapposizione tra questa tendenza e quella a difesa della libertà di coscienza, e in definitiva della dignità della persona umana, resta inalterata per il terzo e il quarto periodo. Nel dibattito dell’ultimo periodo conciliare, che si apre proprio con la discussione dello schema in questione, Florit prende la parola il 17 settembre 1965. La sua è una dichiarazione molto chiara di opposizione alla concezione di libertà religiosa: infatti il diritto alla libertà è comune a tutti gli uomini, ma alla Chiesa spetta il diritto tutto particolare di professare la "religione divinamente rivelata". Per cui non si possono mettere sullo stesso piano cristiani e non cristiani: questi ultimi hanno diritto soltanto alla libertà naturale, mentre i primi possiedono il diritto soprannaturale che "è proprio dei credenti in Cristo, e che di gran lunga supera il diritto fondato sulla sola dignità della persona umana." Date queste premesse, ecco le proposte di Florit:
L’intervento rispecchia dunque fedelmente i dettami tradizionali in difesa dell’unica verità, quella divinamente rivelata: Ottaviani, nella medesima seduta, si richiama esplicitamente all’intervento di Florit, affermando che "repetita iuvant", e insiste sulla lunga tradizione esistente nella chiesa in difesa dei "diritti della verità" mettendo in guardia dal rischio di soggettivismo e di "irenismo".
D’altronde è il concetto stesso di libertà di coscienza, alla luce di queste tesi, a non rientrare nell’ottica di Florit. Già nel marzo del 1965, nel discorso ai fiorentini in occasione della nomina cardinalizia, Florit era stato molto netto su questo: "lasceremo ormai trionfare il relativismo morale in nome di una libertà di coscienza senza confini, o si troverà il coraggio e la forza di protestare?". E ammoniva: "nel respingere gli errori e le ingiustizie non temerò affronti, resistenze, impopolarità". Si tratta quasi di una dichiarazione programmatica, che non esita a mettere in pratica in diocesi, come vedremo. Nell’aprile del 1965 Florit interviene in diocesi sul tema dell’obiezione di coscienza, che stava sollevando moltissime polemiche a seguito della lettera aperta di don Milani ai cappellani militari.
Nella lettera pastorale, dedicata a questo tema, l’arcivescovo ribadisce la sua concezione sulla libera scelta del singolo individuo:
Vale il principio che il singolo cittadino non può essere giudice competente, giacchè è praticamente impossibile all’individuo valutare i molteplici aspetti relativi alla moralità e all’ingiustizia degli ordini che riceve. […] se i sudditi non fossero tenuti ad obbedire o a subire le conseguenze penali delle loro scelte, le leggi emanate dallo stato resterebbero dipendenti dall’opinione soggettiva del singolo, il che, in questo come in tutti gli altri campi del diritto, equivarrebbe a togliere il fondamento all’ordine sociale, cioè porterebbe all’anarchia.
Dunque per Florit l’importante è ribadire i diritti dell’autorità e stigmatizzare quanti cerchino di sovrastare tali diritti in nome di opinioni personali discutibili, riferendosi nel caso specifico soprattutto a padre Balducci e a don Milani, che l’anno precedente aveva definito quello di Florit un "settecentesco modo di concepire l’autorità". In un altro capitolo vedremo più dettagliatamente le travagliate vicende in diocesi, mentre qui ci interessa sottolineare l’ostinazione e la pervicacia colle quali Florit difende la sua concezione di libertà religiosa, che abbraccia anche quella sul laicismo. Infatti alla lettera di don Milani, redatta insieme a don Borghi, l’arcivescovo risponde immediatamente con un’altra circolare nella quale ricorda "l’attualità" delle analisi espresse dai vescovi italiani nel 1960 a proposito del laicismo, nella quale si ribadiva tra l’altro che "il cattolico non può prescindere mai dall’insegnamento e dalle direttive della Chiesa, ma in ogni settore della sua attività deve ispirare la sua condotta privata e pubblica agli orientamenti e istruzioni della Gerarchia". Gli ultimi eventi in diocesi vengono attribuiti da Florit alla "penetrazione anche fra noi di principi e di atteggiamenti già ivi riprovati, e certo non conformi allo spirito sacerdotale". La chiusura insomma è totale, e lo schema De Libertate religiosa, con queste premesse, non può che essere bocciato da Florit, che di fronte alla sua votazione lo giudica "molto migliorato, ma non del tutto soddisfacente", e si augura l’intervento del papa come già avvenuto per il De Ecclesia e per il De divina revelatione. D’altronde lui stesso ammette che tra tutti i testi redatti dal Concilio quello sulla libertà religiosa "è il testo conciliare che mi ha lasciato perplesso". Su questo le sue posizioni combaciano con l’ala più retriva dell’intero Concilio, se è vero che anche il Coetus Internationalis Patrum si muove, senza successo, per bloccare in qualche modo la promulgazione del testo.
Oltre al laico anche il sacerdote deve avere, naturalmente, un rapporto di ferma obbedienza rispetto alla gerarchia. E’ quanto Florit tiene a sottolineare nel suo intervento del 16 ottobre 1965 sullo schema de ministerio et vita presbyterorum. Nell’ambito di un generale apprezzamento dello schema, Florit afferma che
La cosiddetta problematica del sacerdote moderno, di cui ieri molto si è parlato e che sarebbe determinato dalla crisi di obbedienza e di autorità, nonché dalla solitudine in cui esso vive in mezzo a una moltitudine scristianizzata, può essere risolta solo attraverso la fede e mediante una vita sempre più ricca di grazia: queste, però, difficilmente possono svilupparsi nell’animo di chi si dibatte nella problematica.
Il cardinale invita dunque il clero a limitarsi ad una vita spirituale conforme ai dettami provenienti dall’alto; anche questo argomento ha dunque un riscontro nei fatti della diocesi fiorentina.
Lo schema che per definizione si accosta di più ai temi sociali è il cosiddetto schema XIII, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Nell’ambito della revisione di tale schema da parte della commissione mista (apostolato dei laici-dottrinale), revisione che si tiene dal 29 maggio al 6 aprile 1965, Florit ha modo di esporre la sua posizione sul tema del comunismo, assai contrastato. Infatti il relativo paragrafo, quello dedicato all’ateismo in genere, non piace ai molti padri che chiedono una rinnovata condanna del comunismo, e giudicano il testo troppo pastorale. Nella riunione dedicata a questo tema Florit si discosta dagli interventi più radicali in tal senso, auspicando " non una nuova condanna del comunismo, ma una segnalazione per i fedeli dell’essenza ateistica del comunismo e della pericolosità grave del medesimo".
Il cardinale fiorentino si trova invece in linea con i conservatori sulla questione di Galileo; la sottocommissione che aveva rielaborato il testo aveva infatti incluso un paragrafo specifico sul grande scienziato, al quale ci si riferiva con parole di rammarico per la condanna e si chiedeva perdono per l’accaduto. Ciò viene contestato dai padri della minoranza, e Florit trova un alleato in Parente nel considerare inutile e superata la citazione. Insieme riescono a eliminare dallo schema la citazione di Galileo, inserendo in nota un riferimento a un recente libro di Paschini, che ricostruiva le vicende dello scienziato. Tuttavia il libro era stato pesantemente rivisto dal S.Uffizio, e la sua citazione nel documento era ormai innocua.
Anche su altre questioni Florit ha modo, nelle varie fasi di rielaborazione dello schema, di affermare le sue posizioni conservatrici: sulla guerra, sostiene che si debba dichiarare lecita quella difensiva, mentre illecita quella offensiva, come tradizionalmente sostenuto dal pensiero cattolico; sull’obiezione di coscienza si dichiara, naturalmente, contrario; circa il matrimonio, biasima il capitolo relativo per una sopravvalutazione dell’amore come base dell’istituto matrimoniale, cosa che sottintenderebbe la liceità del divorzio qualora venisse meno il sentimento.
Insomma Florit sembra avere molte riserve sullo schema via via che questo viene redatto: da subito lo giudica, al solito, troppo "giornalistico" e poco dottrinale. Inoltre si preoccupa che dal testo non traspaia un’eccessiva discontinuità tra passato e presente, che potrebbe toccare anche l’ambito morale: si devono invece limitare alcune affermazioni contenute nel testo in base a considerazioni morali e religiose: ad esempio per Florit occorre specificare che l’attività umana partecipa al piano della creazione, come detto nello schema, ma solo se condotta "mediis honestis".
L’intervento in aula di Florit sullo schema XIII, riprendendo il discorso tenuto in commissione mista, si preoccupa soprattutto dell’ateismo.
Quest’ultimo non è per Florit un aspetto accidentale del materialismo dialettico, ma coinvolge tutta la vita umana permeandola di una concezione monistica, che esclude ogni forma di dignità spirituale e di divino.
Per cui sono da biasimare quei cattolici che ritengono di poter aderire alla dottrina marxista senza per questo accettare ateismo e materialismo. L’arcivescovo di Firenze chiede che il documento denunci, con parole chiare ed univoche, l’impossibilità di tale distinzione. Occorre indicare le cause dell’ateismo, da ricercare anche in quel "principio di immanenza comune a quasi tutte le filosofie moderne, che sta all’origine della negazione di un dio personale", e i principali rimedi.
Viene così ribadita la necessità di un’analisi generale del problema senza la mera emissione di condanne che non servono a molto, ma con la ricerca della radice del fenomeno dell’ateismo ormai così diffuso. D’altronde anche nel diario Florit apprezza l’orientamento del Concilio di "invitare gli erranti" piuttosto che promulgare condanne di errori. Sullo schema XIII nello specifico il giudizio di Florit è, alla fine del Concilio, oscillante: da un lato lo considera "non troppo emendato e scritto in un latino che non si fa leggere volentieri"; dall’altro però vi trova "enunciazioni di eccezionale importanza" e constata con soddisfazione che il paragrafo sull’ateismo sia stato modificato anche in base alle sue richieste.
L’intervento di Florit, malgrado come detto non esprima la necessità di ulteriori condanne, risulta affine con la mentalità più conservatrice presente al Concilio: uno dei leaders del Coetus Internationalis Patrum, Provença Sigaud, chiede addirittura al prelato fiorentino il permesso di pubblicare in Brasile ed altri paesi americani il testo dell’intervento, ritenuto una summa delle motivazioni e degli obiettivi del fronte anticomunista all’interno del mondo cattolico.
E’ opportuno notare che quest’intervento non è frutto della penna di Betti, ma è scritto direttamente da Florit: quando si tratta di esprimere liberamente e schiettamente la propria opinione, il cardinale fiorentino evidenzia insomma le sue convinzioni e la sua formazione conservatrice, altrove mitigate da Betti stesso.
La preoccupazione di Florit di dissuadere quei cattolici che si accostano al comunismo e al marxismo è motivata anche dall’esistenza a Firenze di un gruppo di cattolici che facevano del dialogo coi comunisti una delle loro battaglie ideali. Nella rivista "Testimonianze" si era infatti sviluppato un ricco dibattito, da cui era nata una concezione di dialogo teso alla "ricerca di nuove forme di solidarietà morale", come scriveva Danilo Zolo, e che soprattutto si proponeva di eliminare "il nesso solo apparentemente necessario fra ideologia ateista e programmi economico-sociali", come asserriva Mario Gozzini. Specie quest’ultima argomentazione sta come abbiamo visto in cima alle preoccupazioni di Florit per una sorta di "promiscuità" ideologica che certo non poteva venire apprezzata dall’arcivescovo.
In questo senso si possono leggere anche le diffidenze e gli scontri tra Florit e il sindaco La Pira: la politica di quest’ultimo infatti, che mirava a un dialogo con le forze politiche di sinistra a partire dai socialisti ma non escludendo pregiudizialmente neanche i comunisti viene considerata dal cardinale una pericolosa deviazione dagli ordini della gerarchia. Già nelle elezioni del 1964 La Pira era stato biasimato da Florit per essersi distaccato
dagli ordini provenienti da Roma; la contrapposizione a Firenze delle due visioni, che in definitiva riguardano il rappporto tra cattolico e vita politica, viene suggellata dallo stesso Florit che con stizza scrive a Betti: "chi a Firenze non è tutto con quel tale [La Pira], è dal suo entourage considerato come un arretrato." d’altronde come è noto le posizioni di La Pira finiranno per costargli care: il sindaco in carica verrà infatti escluso dalle elezioni amministrative del 1966. La sua progressiva emarginazione porta a una grave frattura nella diocesi fiorentina: alcuni cattolici firmano una nota che conclude: "noi sentiamo quindi in coscienza il dovere di non votare DC". La risposta del partito è durissima, con una nota intitolata L’ora di Giuda. Su questa linea si colloca anche la curia fiorentina, confermando il sospetto che Florit avesse appoggiato attivamente l’azione tendente ad emarginare il sindaco. Uno dei sacerdoti responsabili della nota oggetto dello scandalo, don Borghi, merita per Florit addirittura la sospensione a divinis. Ancora una volta l’intervento del papa tramite mons. Costa, inviato a Firenze appositamente, evita il peggio. Sull’atteggiamento di Florit è lapidario il giudizio di un altro sacerdote impegnato nella ricerca del dialogo, don Rosadoni: "Abbiamo visto il vescovo trasformarsi in un politico della DC, e imporci l’unità dei cattolici. E poi ricatti, diffamazioni, intimidazioni. […] Che pena! Tanta tristezza che dovrà trasformarsi in un discorso puntuale sul modo di essere presenti e incisivi in questa sventurata diocesi!"
Dunque il comportamento rigido di Florit porta a una spaccatura all’interno della diocesi fiorentina, nell’ambito della generale politicizzazione del cattolicesimo italiano di quegli anni. Certo le decise prese di posizioni del cardinale in Concilio contro la libertà religiosa e di coscienza, contro chi prova a porsi in posizione critica nei confronti della gerarchia e contro ogni forma di dialogo e di accostamento alle dottrine marxiste e materialiste lasciano presagire un post-concilio a Firenze quantomai burrascoso e conflittuale, e così sarà, tra processi, esili più o meno volontari, pamphlet e interventi sempre più preoccupati e imbarazzati dal Vaticano, per cercare di sanare i contrasti. A tutti questi problemi e alle rivendicazioni di una parte cospicua del clero e del laicato fiorentino Florit sembra non voler prestare attenzione, convinto che l'unica soluzione sia allontanare i sacerdoti scomodi e nel contempo ribadire con note e lettere pastorali la necessità dell’unità dei cattolici e dell’obbedienza alla gerarchia. Don Milani scrive amareggiato: "La chiesa fiorentina non ha un vescovo, cioè non ha un padre che difenda i suoi figli, un episcopo (ispettore) che difenda la verità senza badare a calcoli terreni e senza cercare la sua personale pace." Più avanti vedremo l’inasprirsi delle polemiche della seconda metà degli anni sessanta.
3-Il cerchio si chiude: la promulgazione della Dei verbum
Fin dai primi giorni del quarto periodo il comportamento di Florit conferma quanto accennato nelle pagine precedenti: per il cardinale lo schema sulla rivelazione può ancora essere modificato in un senso che vada incontro alla minoranza conciliare. Già nella definizione del calendario delle attività Florit lavora in questo senso, chiedendo che la relazione sullo schema preceda la votazione preliminare; in questo modo si lasciava alla minoranza l’opportunità di presentare ancora la proposta di una relazione sulla tradizione costitutiva. La proposta di Florit non viene però accettata, e si comincia subito con le votazioni, che danno un esito abbastanza favorevole allo schema del novembre 1964, pur con parecchi placet iuxta modum. Allo scopo di esaminare i modi presentati viene formata una piccola "commissione tecnica" composta da Charue, Florit, Heuschen, Tromp, Philips e Betti. E’ quest’ultimo a cercare di introdurre in commissione le proposte di modifica avanzate alla CEI il 16/9/1965. la prima, come detto, chiede l’inserimento di un’espressione sul progresso della tradizione, mentre la seconda vuole ribadire che non tutte le verità rivelate possono essere dedotte solo dalla Scrittura. Su questo punto la discussione si accende, avendo come nodo cruciale ancora l’opportunità di inserire o no nel testo una frase sulla tradizione costitutiva. Il 29 settembre la dottrinale prende in esame il lavoro della commissione tecnica, e anche in questa sede le discussioni non mancano. Emerge dai lavori della commissione un fronte, favorevole all’inserimento di una frase sulla tradizione costitutiva, che va ampliandosi, includendo Fernandez, Colombo, Betti e Florit stesso.
Malgrado ciò la maggioranza della commissione si dichiara contraria a qualsiasi modifica del testo, che sembra così passare indenne attraverso la revisione. Tuttavia le voci di un possibile intervento del papa come già avvenuto per il De Ecclesia prendono piede, anche in relazione all’atteggiamento di Florit, come si è detto. Appare evidente la crescente preoccupazione del vescovo fiorentino di soddisfare le istanze della minoranza inserendo formule più vicine al tradizionale insegnamento della Chiesa cattolica; questo suo atteggiamento potrebbe fornire un valido appoggio a Paolo VI nel caso decidesse di intervenire. A questo punto le manovre si infittiscono. Betti il 4 ottobre, d’intesa con Florit, redige un promemoria di tre pagine in cui "si insiste sulla opportunità di precisare il ruolo della Tradizione per la conoscenza certa di tutta la Rivelazione". Nello stesso giorno il testo viene consegnato a Florit. Intanto continuano le discussioni in dottrinale, che Betti definisce lapidariamente come "mischie", e viene approvata la relazione di Florit letta in commissione l’11 "quasi senza convinzione" da parte del cardinale. Franic al solito manifesta il suo disappunto per l’eccessiva debolezza della relazione di Florit nella parte dedicata alla tradizione, che secondo il vescovo croato non dava spazio alla pluralità di posizioni emerse sul tema. La discussione si chiude con un senso di precarietà dell’equilibrio raggiunto faticosamente, e col timore di molti di un intervento dall’alto.
Parallelamente alla discussione ufficiale si dipana il "piano" per favorire l’intervento di Paolo VI. L’8 ottobre il promemoria di Betti è stato già trasmesso da Florit a Colombo, che provvede ad inoltrarlo al papa. A questo punto possiamo presumere che venga concordato in anticipo l’incontro del 12 tra il papa e Florit, tenendo all’oscuro l’altro relatore Charue sui veri motivi della convocazione. Lo stesso 12 ottobre Florit riceve due lettere che criticano alcuni punti della relazione: la prima è di Franic, e biasima la scelta di campo dello schema in favore della sufficienza oggettiva della Scrittura; l’altra di McGrath, di senso opposto, che teme la riaffermazione velata del "latius patere" della Tradizione rispetto alla Scrittura. Questi interventi dimostrano la necessità sentita da più parti di non porre fine alla discussione sullo schema che invece, a revisione completata, è ormai pronto per la votazione finale.
Ma il 12 ottobre il papa si muove, convocando in Vaticano Florit e Charue. Dal diario di Florit tale colloquio sembrerebbe inaspettato e improvvisato, mentre come detto è probabile sia stato concordato da qualche giorno; in ogni caso è noto a Florit almeno dalla mattinata del 12, come si evince dal diario di Betti. Dopo aver ricevuto Charue, per informarlo dei suoi dubbi sull’ortodossia dello schema e quasi per blandirlo cercando di convincerlo della correttezza del suo imminente intervento, Montini in serata convoca Florit, che illustra al papa il famoso Promemoria, che in realtà abbiamo visto essere sulla scrivania papale da alcuni giorni. Le proposte di modifica vertono sull’estensione della tradizione (n.9), sull’espressione "Veritas salutaris" (n.11) e sul valore della storicità dei vangeli (n.17). Il promemoria di Florit propone un’espressione da aggiungersi nel n.9 dopo le parole "atque diffundant": la frase in questione è "quo fit ut non omnis doctrina catholica ex sola S.Scriptura probari queat". Lo scopo dell’aggiunta, come sottolinea Florit, è di
ulteriormente precisare, lasciata da parte la questione della quantità numerica, che la tradizione ci dà una più esplicita e completa manifestazione della divina Rivelazione, fino al punto che questa può, in alcuni casi, esser determinante per averne l’esatta conoscenza e comprensione.
La formula proposta ha per Florit il vantaggio di essere in linea col Concilio di Trento e di lasciare comunque aperta la questione dell’insufficienza della Scrittura sul piano costitutivo. L’incontro di Florit con Paolo VI offre al papa quella "copertura dottrinale" che questi cercava, rassicurandolo "a procedere sulla via che già riteneva doversi intraprendere", secondo la ricostruzione compiuta a pochi mesi dai fatti da Caprile. Florit poi contribuisce a dare l’impressione di un’azione concordata col papa non informando Charue dell’esito e del contenuto dell’udienza, tagliandolo in sostanza fuori dalla rielaborazione di un lavoro del quale erano entrambi corresponsabili. A questo punto la "collaborazione armata" tra Florit e il vescovo belga viene decisamente sostituita da una crescente diffidenza soprattutto di quest’ultimo nei confronti del collega italiano, che col suo comportamento ambiguo e cospiratorio palesa ormai le sue intenzioni.
Il 15 ottobre Paolo VI ufficializza la sua intenzione di intervenire sulla tradizione costitutiva, l’inerranza e la verità storica dei vangeli. Oltre alla collaborazione di Florit, vanno ricondotti tra i motivi di tale decisione anche altri fattori, altre manovre di pressione sul papa che non è questo il luogo per trattare. I cosiddetti lovaniensi sono indecisi sulla condotta da tenere a seguito dell’annuncio papale, se si esclude Congar, che il 15 e il 16 ha uno scambio epistolare con Florit nel quale ribadisce che il testo già approvato nel 1964 andava sostanzialmente mantenuto così com’era, senza potenziare il peso della tradizione, come invece propone Florit. Ormai è certo che la commissione dottrinale dovrà intervenire sui tre punti indicati dal papa: il 18, tra lo sconcerto di molti padri non ancora al corrente degli eventi degli ultimi intensi giorni, si comunica ad Ottaviani che il papa chiede una nuova riunione della dottrinale per rivedere il testo del De divina revelatione. Tale riunione è preceduta da una più ristretta al mattino del 19 cui prendono parte solo Ottaviani, Florit, Charue, Browne, Tromp e Philips. Nel pomeriggio alla riunione partecipa anche Bea, che ha un ruolo notevole nel convogliare i voti dei partecipanti su una delle sette formule inviate da Paolo VI da introdurre al n.9: si tratta della formula terza, che recita "quo fit ut Ecclesia certitudinem suam de omnibus revelatis non per solam Sacram Scripturam hauriat". L’importanza dell’intervento di Bea è notata da Florit la sera stessa, e pare a molti che il cardinale di origine tedesca abbia agito su preciso mandato papale per far approvare in tempi brevi e con vasta maggioranza una delle formule proposte. Questa azione così incisiva (e senza dubbio sorprendente per coloro che partecipano alla riunione) viene ripetuta da Bea anche per gli altri due punti in questione, cioè l’espressione "veritas salutaris" e la storicità dei vangeli. Pur essendo evidente che il papa approva lo schema emendato, ancora il 21 ottobre Colombo chiede a Florit un’ultima opinione sullo schema per sapere se le modifiche del giorno prima fossero sufficienti a rendere il testo più forte dal punto di vista teologico. Ricevuta dal cardinale fiorentino l’ennesima tranquillizzazione dottrinale, Paolo VI può finalmente mandare alle stampe il De divina revelatione.
Florit vede così coronato il suo disegno: lo schema sulla rivelazione ora è parzialmente corretto verso una concezione più tradizionalista, senza intaccare il complesso lavoro di equilibrio tra le diverse scuole cui lo stesso Florit ha attivamente partecipato. Le aggiunte introdotte danno finalmente soddisfazione a parte dell’ala minoritaria del Concilio, e sono per Florit dovute vista la grande quantità di placet iuxta modum che sono stati espressi in tal senso. Ora si tratta per Florit di presentare la versione definitiva dello schema in aula, affrontando la questione spinosa proprio dei ritocchi in extremis, dei quali molti padri non capiscono il senso e l’utilità.
Il 29 ottobre Florit e van Doodewaard tengono le attese relazioni sul De divina revelatione, preceduta dall’ennesima iniziativa del Coetus tesa a convincere i padri a votare non placet per uno schema debole dottrinalmente. Il testo della relazione di Florit era stato approvato, come detto, dalla dottrinale l’11 ottobre; il documento era poi stato integrato da Betti con le aggiunte dovute agli eventi della settimana successiva. In aula Florit spiega il senso degli emendamenti principali introdotti, soprattutto in due casi: nel n.8 viene menzionato esplicitamente il magistero tra i fattori del progresso della Tradizione, mentre circa la modifica del n.9 Florit ne chiarisce il senso e le motivazioni, sintetizzate in alcune considerazioni: con le parole aggiunte sono spiegate le parole precedenti con le quali si dice che la tradizione trasmette integralmente la parola di Dio, e viene ulteriormente giustificata l’affermazione seguente secondo la quale Scrittura e Tradizione vanno accolte e venerate con uguale sentimento di pietà e rispetto. Florit si preoccupa di sottolineare la piena ortodossia cattolica dello schema: la Chiesa raggiunge la certezza di tutta la Rivelazione dalla Scrittura congiunta con la Tradizione; quando la Scrittura non basta da sola, la tradizione può offrire la prova decisiva. Insomma, dall’insieme dello schema non risulta né che la tradizione è un supplemento quantitativo della Scrittura né che quest’ultima è la codificazione di tutta la Rivelazione. Il relatore sottolinea così come il testo sia stato perfezionato nell’espressione ma resti immutato nella sostanza ("Patet igitur textum schematis immutatum manere quoad substantiam, perfici autem quoad expressionem"). Non viene fatto alcun riferimento né da Florit né da van Doodeward all’intervento del papa e alle divisioni nella commissione; Florit evita quello che giustamente considera un "terreno scabroso": ed è soddisfatto dell’effetto della sua relazione, che gli pare "essere stato buono". In effetti, come è noto, lo schema riceve una più che lusinghiera approvazione: 2081 placet, 27 non placet e 6 voti nulli, ed è pronto per la definitiva promulgazione, per la gioia sincera di Florit. Il 18 novembre la costituzione dogmatica Dei verbum viene votata solennemente col voto favorevole di 2344 padri su 2350 presenti.
Per Florit è un momento di grande soddisfazione vista la fatica che l’elaborazione dello schema è costata e le numerose difficoltà affrontate. Ma c’è ancora un ultimo ostacolo: ai primi di dicembre Florit si reca da Ottaviani denunciando la sostituzione nel testo latino di communicantes con communicans, in modo tale che il soggetto della trasmissione, al singolare, diventa Cristo e non più gli apostoli. Non ci vuole molto a capire che la modifica è voluta: per Florit l’errore "si dubita sia di stampa" mentre Betti ne aveva intuito il "colpevole" da subito, visto che da giorni l’espressione originale "restava indigesta" a Tromp. Sarebbe stato proprio Betti insospettito a notare la modifica e a segnalarla a Charue, "che si fece livido", a Florit "che rimase allibito" e infine a Ottaviani, segnalando loro che "si trattava di un vero imbroglio". Dunque è proprio Tromp, fiero combattente in tante sedute di commissione, a fare un ultimo tentativo per modificare ulteriormente lo schema; solo il 17 dicembre, a concilio chiuso, Felici comunica a Florit la rimozione dell’errore e identifica proprio in Tromp il responsabile dell’indebito intervento.
Il Concilio si chiude solennemente l’8 dicembre. Il 9 Florit fa ritorno a Firenze, dove riceve "filiali manifestazioni di simpatia." In effetti i fiorentini possono essere comunque fieri dell’operato del loro vescovo, specie pensando ai momenti iniziali di ambasce e titubanze: Florit ha compiuto 11 interventi in aula, caratterizzandosi così tra gli oratori più frequenti; ha partecipato direttamente alla stesura dello schema De Ecclesia divenuto la Lumen Gentium; ancora più importante è stato il suo ruolo nella redazione della Dei verbum, come abbiamo visto; infine è stato progressivamente un punto di riferimento importante per molti vescovi italiani ma anche per quei prelati d’oltralpe che vedevano in lui il prototipo di una figura mediana tra tradizione curiale prettamente romana e dottrine provenienti dal nord Europa. Dunque in qualche modo Florit ha fatto la sua parte in Concilio: ora si tratta di applicare le decisioni conciliari in diocesi, di adattarsi alla mentalità nuova, di aggiornare e aggiornarsi. E’ proprio nell’esercizio specifico della sua pastoralità, nella concretizzazione pratica dei principi che egli stesso ha contribuito a promulgare, che Florit trova le massime difficoltà; il clima già teso durante tutto il Concilio si fa rovente a Firenze ora che in molte parti d’Italia altre diocesi stanno lentamente avviandosi verso una rielaborazione dei rapporti tra clero e laicato, tra clero e vescovo, tra gerarchia ecclesiastica e politica.
4-Il postconcilio in diocesi
Le vicende postconciliari nella diocesi fiorentina sono note e suscitarono all’epoca dei fatti profonda impressione per la clamorosità di alcuni eventi di rottura, quale per esempio il caso dell’Isolotto. Naturalmente non è questa la sede per ripercorrere tali vicende, che richiederebbero un’ampia trattazione e che toccano temi più vasti di quello che interessa qui, cioè la vicenda conciliare di Florit. Può però essere interessante accennare brevemente alle modalità di attuazione del Concilio scelte dal cardinale, e a come tali iniziative vengano fatalmente a scontrarsi con le aspirazioni a un più radicale e generale cambiamento all’interno della comunità ecclesiale.
Come è noto, il periodo postconciliare si caratterizza in molte diocesi come una sorta di restaurazione: una buona parte dei vescovi italiani, infatti, una volta fatto ritorno in diocesi, si sono preoccupati soprattutto di "normalizzare" una situazione spesso effervecente, che traeva nuova linfa proprio dai decreti e dalle costituzioni promulgate al Vaticano II. Molti vescovi insomma, come nota A.Riccardi, "hanno subìto il Concilio senza condividerne le tensioni innovative; nella stagione immediatamente successiva hanno tentato di riprendere i metodi di conduzione della diocesi già assunti in precedenza, come se l’evento conciliare si ponesse su un piano del tutto diverso da quello della quotidiana vita ecclesiale."
Naturalmente questo atteggiamento radicalizza ancor più le tensioni presenti in molte diocesi, tensioni che si generano anche da una progressiva politicizzazione dello scontro da parte dei settori più progressisti del clero e del laicato cattolico, riproponendo così, seppur con una connotazione di senso opposto, la commistione tra religione e vita politica storicamente propria del cattolicesimo italiano.
Florit come si colloca all’interno di questi processi? Certamente non abbondano le iniziative di diffusione delle nuove proposte conciliari: l’evento più rilevante è l’organizzazione del giubileo straordinario indetto da Paolo VI in tutto il mondo cattolico. Anche a Firenze dunque un’equipe di sacerdoti e laici si impegna per la diffusione degli insegnamenti del Concilio, ma si palesa già un certo scollamento tra iniziative di questo genere, caratterizzate da un senso di straordinarietà, e la vita quotidiana in diocesi che resta volutamente immutata. E’ quanto nota per esempio Mario Gozzini, che partecipa attivamente all’iniziativa: il suo timore è che, superato il giubileo, tutto torni nella "normalità preconciliare causando contraccolpi di delusione". Infatti lo stesso Gozzini non vede una "continuità organica e progressiva" tra i "dibattiti straordinari" e la "vita parrocchiale ordinaria."
In questo contesto ancora nebuloso Florit pubblica la lettera pastorale del 1966 in forma di una serie di risposte a quesiti posti dai fedeli sul Concilio e sul postconcilio. Per un compito così delicato si avvale ancora della collaborazione di Betti, che Florit vuole insistentemente al suo fianco per tutti gli anni postconciliari, quasi avesse bisogno, per affrontare le questioni più spinose, di un perito permanente, che allevii le sue perenni insicurezze.
Nella lettera Florit tiene subito ad ammonire i fedeli a non affrettare i tempi dell’applicazione del Concilio, spinti da una "generosa impazienza, un’ansia di far presto tipica del nostro vivere perennemente in movimento": la Chiesa segue necessariamente un ritmo più lento, per cui "occorre toccare le sue strutture non con la fretta dell'improvvisazione." Il ruolo che Florit si attribuisce, in questo processo di lenta ma costante crescita della Chiesa, è al solito un ruolo di mediazione tra la tendenza di cui sopra e quella opposta di chi invece resiste preconcettualmente a qualsiasi innovazione. Il vescovo dunque "si sforzerà di rappresentare non la mediazione di chi ha sempre paura delle novità, ma la superiore mediazione della Carità."
Più avanti torna sull’opportunità, a lui cara, come abbiamo visto ripetutamente, di coniugare armoniosamente nova et vetera, biasimando chi viene colto dalla "tentazione di ripudiare ciò che ieri è stato fatto e pensato, di staccarsi dalla teologia e dalla disciplina tradizionale."
Dunque per Florit si impone la massima cautela e attenzione per giungere a quella sintesi necessaria che porti a un nuovo equilibrio "più facilmente accolto dal mondo d’oggi", nel quale si possano "comporre in unità i valori apparentemente in tensione tra loro." Accanto a caute aperture alle esigenze di aggiornamento presenti in diocesi, e a teoriche acquisizioni di principi molto vivi e dibattuti quale quello della povertà della Chiesa, rispetto al quale Florit si dimostra favorevole al superamento del sistema beneficale, spicca nel testo il tradizionale tema dell’obbedienza alla gerarchia, escludendo senz’altro qualsiasi apertura che, traendo spunto dal Concilio, leda questo principio fondamentale: il Cardinale ribadisce con forza che
Il magistero, l’opera di santificazione e di governo esercitati dalla gerarchia sacra sono iscritti nella Rivelazione divina […]. Pertanto l’obbedienza all’autorità della Chiesa non è solo un obbligo morale richiesto dal buon andamento esterno della comunità cristiana, ma un’esigenza ontologica dell’essere cristiano e quindi un piegare intelletto e volontà "nell’obbedienza a Cristo stesso".
Nel ribadire altri concetti tradizionali della dottrina cattolica, quali il primato del papa e l’unicità della vera Chiesa cattolica cui le altre chiese devono necessariamente fare ritorno, Florit dimostra la volontà di porre in continuità il Concilio con le concezioni preconciliari, svuotando così la portata innovatrice di un evento che pareva aver cambiato almeno in parte anche lo stesso arcivescovo.
Alla fine del 1967 Florit organizza un corso d’aggiornamento teologico sulla Dei Verbum, anche se la teologia postconciliare continua ad essere per lui fonte di incertezza. Credo che questo avvenimento sia emblematico di una situazione di tensione ormai da tempo esistente in diocesi: ciò che più preme ai sacerdoti innovatori in seno alla Chiesa fiorentina, quali Rosadoni, Mazzi, Borghi, Masi e altri, non è tanto l’aggiornamento dottrinale, nel quale Florit al Concilio ha svolto un ruolo importante, come abbiamo visto, ma quello pastorale, che ridefinisca i rapporti tra gerarchia e clero con il riconoscimento di nuove autonomie e di nuove forme di condivisione ecclesiale tra clero e laicato. Infatti il corso diviene un pretesto per attaccare violentemente Florit, come quest’ultimo, con la consueta perspicacia un po’ acrimoniosa, aveva previsto. L’8 gennaio del 1968 si verifica questa clamorosa contestazione da parte dei sacerdoti ricordati sopra, che segna profondamente un Florit che Betti ci dipinge stravolto, stabilendo definitivamente un’inconciliabilità di posizioni dalle conseguenze anche drammatiche.
D’altronde neanche il campo più strettamente teologico doveva sembrare a Florit immune da pericoli, visto il rilievo dato all’Epistula inviata da Ottaviani ai vescovi titolari sui pericoli che l’ortodossia poteva incontrare. Nel documento la critica ad alcune tendenze postconciliari è a tutto tondo, accusandole in maniera un po’ generica di modernismo, soprattutto rispetto al valore storico dei testi sacri, le formule dogmatiche, la cristologia ecc. Mentre molti episcopati rispondono a tali accuse con ampie precisazioni, Florit significativamente ripropone il testo di Ottaviani traducendolo in italiano quasi alla lettera, pur non citandolo, in un documento intitolato Possibili deviazioni dottrinali.
Dunque, come si vede, le timide aperture teoriche a una ricezione costruttiva del Concilio vengono progressivamente sostituite dalla consueta diffidenza, che si ha l’impressione diventi ormai quasi rancore, tra l’arcivescovo e parte del suo clero impegnato nel rinnovamento ecclesiale che trae una nuova legittimazione proprio dal Concilio.
In questo contesto già carico di tensione scoppia, nel 1968, il caso Isolotto. I fatti sono noti, e non è necessario ripercorrerli. E’ interessante sottolineare ancora una volta la chiusura di Florit rispetto ai tentativi di dialogo più volte compiuti dai rappresentanti della comunità: eloquente in questo senso è la risposta che il Cardinale dà il 6 gennaio 1969 a una delegazione dell’Isolotto che richiedeva il suo intervento per sbloccare la clamorosa impasse (da giorni come è noto durante la messa celebrata da mons.Alba il gruppo di fedeli vicini a don Mazzi, da poche settimane rimosso dalla carica di parroco, celebra un rito alternativo, spalle all’altare, per protestare contro tale imposizione ):
Io prima devo dialogare con Dio. Sono responsabile dell’integrità della Fede […]. Non posso aggiungere altro. Ho detto quello che è essenziale, non sono costretto ad obbligarvi a capire, non voglio il dialogo, perché si strumentalizzano tutti i dialoghi.
E’ comprensibile alla luce di queste affermazioni il sostanziale disinteresse con cui Florit accoglie la lettera scritta da 108 sacerdoti della diocesi nella quale si chiede all’arcivescovo di "non aver paura" del dialogo, ricordando che "l’autorità nella Chiesa non è da concepirsi come fonte di decreti, ma come principio di unificazione".
Florit dal canto suo si limita a notare stizzito la demagogia di don Mazzi che fa presa su una zona povera come quella dell’Isolotto ma non ha alla base una solida preparazione teologica.
Ormai agli occhi dei membri della comunità dell’Isolotto e agli altri sacerdoti "progressisti" Florit è decisamente connotato anche politicamente, nel senso dell’unità dei cattolici sotto l’ombrello della DC, rifiutando naturalmente qualsiasi collaborazione con le forze di sinistra e anzi servendosi, come avviene proprio in quei tumultuosi giorni, di personaggi ed esponenti di formazioni di destra, a volte anche estrema.
Di contro c’è chi, come i sacerdoti citati sopra, in particolare Rosadoni, accentua sempre più la polemica contro la Chiesa istituzionale, privilegiando le comunità di base. In questo senso, come scrive la Camaiani, "l’evento conciliare viene interpretato come il discrimine che legittima una dimensione dell’esperienza religiosa ed ecclesiale orientata essenzialmente verso una nuova intelligenza della fede."
Florit invece continua a riproporre le sue analisi e i suoi giudizi, denunciando "la subdola infiltrazione nell’ambito del cattolicesimo degli stessi principi e della stessa logica che hanno creato gli scismi".
Per la quaresima del 1969 Florit non scrive una lettera pastorale propria, ma, significativamente, ripropone la lettera dell’episcopato italiano del 1960 su Il laicismo; in particolare sottolinea il paragrafo "il laicismo e il clero", ribadendo quella diagnosi in cui si considerava il laicismo "il denominatore comune delle diverse deviazioni dottrinali e pratiche del mondo attuale."
1960-1969: l’evento decisivo che si svolge a cavallo di questi anni, e che aveva il fine di proiettare la Chiesa nel mondo moderno, viene idealmente scavalcato da Florit in nome di una continuità, difesa strenuamente a Firenze e non solo, che ha il sapore della restaurazione.
Gli anni successivi ricalcano i precedenti, confermando la frattura insanabile tra una parte considerevole della diocesi fiorentina e il suo arcivescovo, fino al 1976, quando, avendo raggiunto i settantacinque anni, Florit si dimette in base alle nuove disposizioni sui limiti di età, per ritirarsi, stanco e amareggiato, nel silenzio e nella preghiera.
Diario Florit
1962-1965
03/02/1962
Nella chiesa dei Cappuccini di Monterchi ho conferito il diaconato a 7 religiosi appena usciti dall’ Arcid[iocesi]. Davanti alla misericordia s’è sgonfiata una ruota . Già si era in ritardo. Ho perduto per un po’ le staffe e mi son lagnato con l’autista che ha reagito. Quanta più dignità, e quanto più merito davanti a Dio se avesse pazientato. Supplivo così nella miglior maniera le preghiere di preparazione alla S.Messa!
Ieri 2 febbr. gradita visita del P. Boyer (Univ. Gregor.) che mi ha parlato del movimento di Taizè (Francia) , dei Prof. Schutz e Thurian (priore e sottopriore di tale comunità: ora circa 60 p. calvinisti che si sono si molto ravvicinati alla chiesa Catt.[olica] e coi quali si ebbero conversazioni a Roma (1954) , a cui parteciparono i valdesi proff. Mieggi e Subillia (Italia), più duri dei francesi.
30/09/1962
La grande giornata di Firenze per il Concilio. Hanno risposto in pieno, i miei fedeli. Almeno così mi è sembrato. Gremito il Duomo. Ha commosso mi è stato detto- la omelia. Devotissima la processione penitenziale. I sacerdoti parroci extraurbani-i religiosi hanno partecipato tutti.
Deo gratias!
I sessione (11 ottobre-8 dicembre 1962)
11/10/1962 (apertura del Concilio)
Celebro di buon’ora nella Cappella delle suore di V.Orsini. Mi reco in Vaticano per il Concilio Ecumenico Vaticano II. Giornata storica e gloriosa. Uno spettacolo simile mai avvenuto nella grandiosa Basilica. Il mistero della Chiesa Cattolica si è sensibilizzato forse come non mai. Il granello di senapa della parabola evangelica è apparso come non mai un grande albero. E diventerà forse a non lungo andar d’anni un albero gigantesco. Christus vincat!
In tarda serata,visito il rev. Mons. Paschini.
12/10/1962
Giornata di sosta e di colloqui con parecchi vescovi di Toscana.
Nel pomeriggio sosta in V.Conciliaz.[ione] N.1 –colloquio con il Segret. della CEI.
Ieri da Firenze il seguente telegramma:
"In questo giorno divinamente storico clero et popolo Arcidiocesi fiorentina rinnovando espressioni filiale fedeltà et devozione proprio Arcivescovo pregano da Dio luce et grazia Padri Conciliari. Ripetono indefettibile amore Romano Pontefice chiedono pastorale benedizione.
Mns. Giov. Bianchi, Vicario Generale"
13/10/1962
Quotidiano: del "Giornale del Mattino" Poggi, Vanda Lattes, Marina Cecchi
Mi si dice che sono massoni. Ed è il giornale di La Pira!
N.B. : Questa nota, per svista, è stata messa qui, mentre appartiene al 13 sett. In cui ebbi un colloquio col delegato Arciv. Opere laicato catt. Che me la fornì.
Oggi, altra giornata indimenticabile. Ho celebrato la Messa coram Patribus Concili radunata per la prima Congregazione Generale. Un grande onore e una grande gioia!
P. Ristori ritorna a Firenze .
14/10/1962
Celebro a Via Orsini 15
Partecipo (alla "Domus Mariae") ad una adunanza dell’Episcopato Ital. Indetta dalla CEI, in ordine alle elezioni dei membri delle Commissioni Conciliari. Poi partecipo per la prima volta alla adunanza indetta per i soli componenti della CEI.
Nel pomeriggio mi reco ad Ostia, per respirare un po’ d’aria marina. Tempo umido e nuvoloso.
Un incidente alla macchina più tardi, all’inizio di Via Orsini. E’ costato più di 30 mila lire; ma nessun danno alle persone.
Le conversazioni con i vescovi cileni, ospiti come me presso le Suore di S.Marta, sono fraterne e serene.
15/10/1962
Un va e vieni continuo di vescovi Italiani: anche il Card. Antoniutti. Si è preoccupati per le elezioni dei Padri Conciliari che dovranno comporre le dieci Commissioni Conciliari. Si vede che la macchina è pesante. La stampa italiana (la sola che posso legicchiare, per il poco tempo disponibile), non vede che vivace e compatta azione nel solo episcopato franco-germanico-olandese; mentre gl’italiani sarebbero disorganizzati.
E’ il malvezzo di veder sempre il male in casa propria. Grazie a Dio, siamo uniti, ma vogliamo mantenerci sopranazionali,semplicemente ecumenici, pur dovendo pensare nella elezione anche su italiani, se non altro per il gran numero di vescovi ital.
16/10/1962 (con ritagli)
Oggi 2a Congreg. Gener.
E’ stata breve con due interventi del Card. Ottaviani, e uno del Card. Ruffini e uno del Card. Roberti. Le proprietà del primo hanno avuto successo. Erano pratiche. Ora dipende dal Sommo Pontefice decidere se basterà una maggioranza relativa.
La stampa un po’ indovina e un po’ fantastica sulla situazione.
Io ho consegnato oggi i voti, verso le ore 17.40.
17/10/1962
Mi sono recato a Ostia dove camminando su e giù per la spiaggia antistante la fine del Viale Cristoforo Colombo abbiamo letto e insieme analizzato lo schema "De sacra liturgia" che è veramente fatto bene.
A pranzo dalla nipote Adriana insieme con Mons. Steinmeller, e con Giuliano.
18/10/1962
Partecipo (nella chiesa di S.Susanna, Largo S.Bernardo) ai funerali del defunto Vescovo americano di Buffalo.
Prendo parte in ritardo alla Conferenza della CEI – Nihil dixi. Da cinque giorni sono al corrente che mi hanno messo primo fra i candidati italiani alla lista per la Commissione Dottrina e Costumi cristiani.
E pare che vescovi francesi, americani, ecc. siano d’accordo.
Povero me! Conto così poco. Se non c’è lo Spirito Santo che mi voglia aiutare anche individualmente nulla combinerò: "Veni Sancte Spiritus" con la speranza di non venir eletto neanche di commissione; pur non rifiuterò di servire la Chiesa e il Concilio?
20/10/1962
Congregazione generale 3a. Adunanza ben riuscita e interessante. Parecchi vescovi hanno parlato.
Sono state anche comunicate le quote di votazione. Io 1244 nella Commissione teologica eletto al 7° posto. Con me un’ altro [sic] Ital. l’arc. di Agrigento Mons. Peruzzo eletto al 16° posto.
I sei che mi precedono sono per lo più tedeschi tra cui più Cardinali.
21/10/1962
Celebro nella cappella della fiducia del Seminario Romano Maggiore per invocare la materna assistenza del "Mater Divinae".
Tra diocesi e impegni conciliari mi sento sovraccarico e talvolta mi assale un senso di angoscia, che i santi in simile circostanze [sic] difficilmente avrebbero provato, perché pieni di fede nell’assistenza dello Spirito Santo.
Stasera ho ricevuto- durante un breve rito- la assunzione dei voti perpetui di tre suore di S.Marta ed ho rivolto a tutte un breve sermone di circostanza.
Mi arrivano telegrammi congratulatori per la mia nomina a membro della Commiss. Teologica.
22/10/1962
Mons. Vicario Generale mi telegrafa
"Notizia Vostra meritata nomina Membro Commissione Teologica Concilio Vaticano, mentre riempie animo nostro filiale soddisfazione impegna clero e popolo fiorentino fervida preghiera divina assistenza per vostra attiva cooperazione lavori Conciliari." Ho risposto.
Congregazione IV generale. La prima per le discussioni di temi. Voci autorevoli di appoggio allo schema; e voci alcune discordanti.
Adunanza dei vescovi toscani in via Orsini 15.
23/10/1962
Congregazione Generale animata. Intervento massiccio da parte italiana. I francesi ancora non si muovono.
Da parte mia,sono a disagio; senza consultori o periti di nessun genere e
senza aver potuto analizzare con calma il testo dello schema.
[allegate le foto di Alfrink, Florit, Gracias, Rugambwa, Spellman, Wyszynski.]
24/10/1962
Altra Congregazione Generale.
Nell’arrivare sulla scalinata circondato da vescovi vedo disteso al suolo da un attacco cardiaco un Vescovo della Rodhesia (gesuita). Morì di lì a pochi istanti ed è già il 4°.
Interventi massicci da parte di italiani al Concilio. Io ancora non ho mai parlato; ed esito; sono indeciso. Gli altri si erano preparati a tempo.
26/10/1962
Nella Congregazione di oggi ho rinunciato di parlare [sic]. Avevano parlato troppi e avevano già espresso tutto quello che io desideravo dire.
Non so perché sono assai preoccupato di varie cose ma è anche la mia situaz. personale; mi tormenta il dubbio di non aver saputo corrispondere alle aspettative dei fiorentini (che confidano tanto negli interventi del loro vescovo) e di quelle dei miei elettori.
29/10/1962
Seduta Conciliare Nona. E’ stata interessante. Molti interventi, anche vivaci.
La CEI dietro mio suggerimento ha accettato che si faccia una Commissione per l’Episcopato ital. che lavori dall’interno, che sia un gruppo di consultazione , che prepari tempestivamente un foglio ciclostilato che serva di orientamento lasciando a tutti la libertà di servirsene come credono meglio o anche di non servirsene se dissentissero, e li aiuti per il momento in cui devono dire il loro placet o non placet.
Penso a) che bisogna muoversi sempre [aggiunto] su raggio ecumenico, anche se può occorrere di partire da situazioni corali; b) bisogna proiettarsi verso il domani della Chiesa.
30/10/1962
Decima Congregaz. Gener. Concil.
Mio intervento (sembra riuscito) sul capo II dello schema "De Sacra
Liturgia".
Ho penato per tanti motivi in questi giorni,eppure dovrei esser più sereno, perché a voler esser umilmente sincero, sento che lo Spirito del Padre e del Figlio, per vie diverse dalle mie "omnia disponit suaviter".
Stasera partecipo al ricevimento che il Presidente della Repubblica offrirà all’Episcopato Conciliare.
9/11/1962
Decima quinta Congregazione generale.
Tutto il giorno indaffarato per il voto che sarò chiamato a leggere domani.
Riflessioni:
forse si insiste troppo presso i Padri sull’aspetto sacrale della Liturgia. Forse e in materia dottrinale e in materia pastorale ci si preoccupa –col motivo certo giusto della carità- [più] ad accontentare che ad educare. Si ha anche l’impressione di una teologia romantica e giornalistica, di un romanticismo teologico.
10/11/1962
Decima sesta Congregazione Generale.
Non ho parlato, ma ho inoltrato il mio duplice voto alla Segreteria. La presidenza ha sospeso gli interventi sul capo IV e ha subito invitato a parlare
sui cc.5-8 (per finire).
12/11/1962
Decima settima Congregaz. Gener.
Intervento ben preparato dai più, compresi gli Italiani.
Gira per opera delle conferenze germano-belga-olando-austro-francese (cioè attraverso l’intesa di capi di conferenza e –come dichiarano- non con consenso di tutti i vescovi) un altro schema da preporre a quello ufficiale cioè approvato dal S.Padre per la discussione. Si accusa lo schema ufficiale di essere troppo scolastico; meglio però scolastico che giornalistico.
13/11/1962
Decima ottava Congregaz. Gener.
Pesante. Si è chiusa la discussione sullo schema "De sacra liturgia". Adunanza ieri (è la prima) della Commissione dottrinale. Il Card. (straniero) N.N. prese un atteggiamento drammatico che tenne sospesi gli animi dei presenti. Ne andai via costernato.
14/11/1962
Via dei Querceti 15, alle ore 13, pranzo dai PP. Ludisti, presenti Mons. Boulard e Carraro e altri.
Si vorrebbe un’intesa coi vescovi francesi; ma pare difficile, perché il Card. Lienart è "progressista ad oltranza".
La Congregaz. di stamane ha suscitato l’impressione di un terremoto.
I Card. Lienart, Leger,Alfrink,Bea, Frings ecc. hanno sferrato un
vero attacco in forze concertate. L’assemblea ne è rimasta quasi smarrita.
16/11/1962
Messa Vespertina per inaugurare il Corso Superiore di relig. alla Gregoriana alle 19. Ho rivolto brevi parole di circostanza.
Oggi la bilancia propende un po’ meglio per la parte che tenta una soluzione media.
Capitò anche la mia volta. Troppo emozionato, per la stanchezza di tre ore di attesa. Sembra che abbia fatto un po’ d’impressione.
Lo Spirito Santo ci guidi per tutta intera la verità. E’ un momento direi critico.
17/11/1962
Ventesima prima Congregaz. Generale.
Si rimane divisi.
Da telefonate e lettere ho potuto capire che il voto o meglio il mio intervento di ieri ha suscitato profonda impressione.
20/11/1962
Ventesima terza Congregaz. generale. Una votazione sembra ammonire che bisogna ormai voltar pagina e lasciar adito alla cosiddetta "nuova teologia"–detta "chordis" e "vitale". E va bene ma se si lascerà tramontare la scolastica - secundum hominem, dico- si aprirà qualche sentiero al modernismo. A me sembra che bisogna contemperare nova et vetera al che nova et vetera dobbiamo proferire o tirar fuori dal nostro patrimonio teologico.
21/11/1962
La Presidenza riconferma quanto girava tra i Padri Conciliari. Il S.Padre esprime il desiderio che si nomini una Commissione mista, formata da membri della Comm[issione] Teol[ogica] e da quelli del Segretariato per l’Unione.La congregaz. gener. Di oggi (23a) è stata poco interessante.
Alle ore 18, incontro con due coniugi (rappresentanti del Card. Konig?) per l’apostolato della carità e testimon. evangelica in mezzo a comunisti e a modernisti. Sono della Pax Christi. Hanno parlato anche con Mgr. Castellano.
22/11/1962
Incontro al Seminario francese con rappresentanti dell’Episcopato Francese. Cordiale e aperto. Io però ero partito in quarta. Essi mi precisano che non intendono esser facitori della Theologia Chordis e di una qualsiasi "nouvelle theologie", ma si riportasse Cristo tra gli uomini, ricorrendo alle fonti (cioè non attraverso sistemi teologici di qualsiasi genere,ma riportandoli alle fonti (Vangelo, Bibbia e Padri) senza con ciò intender di ripudiare, almeno del tutto (e particolarmente negli studi) la terminologia scolastica o altra. Cosa che si fa del resto e che intendiamo fare anche noi; anzi riconosciamo che occorre un nuovo rivestimento alla insondabile verità che forma il deposito della fede.
23/11/1962
Giornata pesante. Nel pomeriggio sempre a casa.
La 26a Congreg. Generale (d’oggi) è stata un po’ più interessante di quella di ieri.
Presso le Suore di S.Marta siamo rimasti in tre vescovi. Gli altri quattro sono andati a Viareggio per la inauguraz. di un Istituto delle Suore che ci ospitano.
25/11/1962
Partecipaz[ione] alla seduta di N.S. di Sion –Via del Sudario 40, ore 18- ho chiacchierato troppo, e non sempre ponderatamente.
In Vaticano (loggia III, aula delle Beatificazioni) adunanza della Commissione speciale per la rielaborazione dello schema I. Troppi membri!
27/11/1962
Ventinovesima Congregaz. Gener.
Nel pomeriggio adunanza come domenica scorsa. Io sono della comm. Per il cap. IV dello schema "De divina revelatione". Presidenti Card. Ruffini e Lienart.
Non intervengo alla discussione.
29/11/1962
Giornata di sosta, l’ultima di tempo feriale di questa sessione Conciliare.
La proposta di rimandare lo schema "De Ecclesia" è stato bocciato [sic]. Sarà oggetto di discussioni vivaci.
Preoccupanti notizie sulla salute del Santo Padre.
Tutta la giornata rimango a lavorare a casa. Rinuncio anche al grandioso concerto svoltosi nella Basilica di S.Paolo in onore dei Padri Conciliari.
30/11/1962
Nella Congregaz. Generale di oggi sono state date 9 schede da votare.
E’ finita la discussione sullo schema "De Unitate".
Non peggiorate, ma serie le condizioni di salute del S.Padre.
1/12/1962
Trentaduesima Congregazione Generale –De Ecclesia-
Incontro con i Vescovi Francesi al Seminario Francese.
Poco felice un intervento di vescovo ital.[iano] nella Congregazione di stamattina .
3/12/1962
La lettera pastorale ("Lettera dal Concilio") inviata a Firenze, ha prodotto buona impressione, come mi è stato riferito per telefono dalla Curia, dal Giornale del Mattino, da una docente universitaria, da un sacerdote molto intelligente (per lettera), nuovo parroco della Nave di Rovezzano.
Oggi Congregazione Generale interessante.
Partecipo ad una seduta della CEI.
Fui stasera per telefono autorevolmente invitato a dire parole su ansia e desiderio del S.Padre di veder tutti i vescovi e noi di veder lui. Ho creduto di dover esimermene perché non sembrasse che dicessi ciò ad benevolentiarum captandum et ad Cardinalatum petendum.
4/12/1962
Congregaz. generale vivace.
Adunanza della Comm. Speciale mista in Vaticano
5/12/1962
A S.Claudio ho tenuto l’ora di adorazione per il Clero Romano. Dalle 16.30 alle 17.30.
Mio intervento. Non ebbe la sorte del precedente. Fu meno felice e poi quel solido complesso di inferiorità. Pazienza! Offriamo al Signore questa sofferenza perché il mio povero episcopato sia fecondato dalla grazia di Dio, perché il S.Padre possa migliorare nella salute e perché il Concilio possa felicemente riprendersi il sett. 1963.
I intersessione
31/12/1962
Fine del 1962
Stasera in Duomo col popolo presente in Duomo [sic] e con pochi seminaristi ho ringraziato Iddio per i benefici largiti a me ed ai miei fedeli nell’anno che muore.
Ho invocato il suo perdono per le mie mancanze e per quelle del clero e del popolo.
Questo anno è certo tra i più memorandi della mia vita. A Marzo ho preso possesso dell’eredità del Card. Della Costa e di S.Antonino. Eredità pesante,ma
[pag. seguente,con la dicitura errata 31/11/1962]
tanto spesso alleggerita dalla grazia divina.
Poi il Concilio Ecumenico, a cui ho preso parte appassionatamente e con sofferenza alcune volte. In tutto ho veduta la mano di Dio!
Si apre certo un’era nuova per la Chiesa; grandiosa. L’ecumenismo è un fenomeno di dimensioni sempre più larghe.
Signore ti adoro, ti ringrazio, ti chiedo perdono e ricchezza di grazia per l’anno 1963!
21/2/1963
Celebro a S.Marta.
Parto alle 9.10 per il Vaticano. Colloquio con Mons. Palazzini. Poi adunanza I, poco conclusiva.
Venni eletto presidente di una sottocommissione, riguardante il capitolo dei laici. Nessun mio intervento in questa Commissione.
22/2/1963
La mattina, dopo aver celebrato la messa a S.Marta, mi reco all’Istituto Opere di Religione, alla S.C. dei Riti e al S.Uffizio.
Seduta poco conclusiva della "dottrinale". Non si viene ancora ad accordare [sic] sulla formula 4 del capitolo "De Divina Revelatione"
23/2/1963
Seduta della commissione mista: Teologia-Segretariato. Durò quasi quattro ore. Non si è riusciti ad accordarci. Ho ripresentato modificato e chiarificato il mio voto sui rapporti tra Scrittura e Tradizione. Si nomina dopo alcuni interventi anche vivaci da parte mia e di altri una Commissione di t.[eologi?] (Ioger, Charue, DeSmedt e io).
24/2/1963
Il cav. Filippo di Giorgio
Dott. Fiorenzo Michelozzi segret. con p.Bellucci- è Presidente della Mutua il cav. Di Giorgi "Morale e Commercio"; "la funzione del commerciante cattolico"; "Apostolato laico e commerciante cattolico" [scritta a margine incomprensibile].
[cancellato] S.Lucia alla Galla: Festa della famiglia ore 17.30: S.Messa. Conversazione sulla famiglia cristiana: a) santità educativa; b) educaz. figli.
Seduta dei 3 della Commiss. Specialissima nel mio alloggio. S’è scelto un ordo discussio [sic] fraternamente e lungamente per quasi tre ore.
25/2/1963
Celebro a S.Marta.
[tra parentesi,con un'altra calligrafia] Partecipa alla Riunione plenaria della Commissione Mista (ebbe momenti drammatici). Il testo di cui nella pagina precedente mai fu accettato.
1/3/1963
Ricevo la S.Comunione da Giuliano. Adunanza in camera della Sottocommissione per il Cap. De Laicis da inserire nello schema "De Ecclesia". Presenti Mons. Franic, Mons. Spanedda, Mons. Schauf .
2/3/1963
S.Comunione in Camera.
Viene Mons. De Smedt (Brugges) [sic] poi Mons. Spanedda.
La seduta plenaria di ieri è stata ancora più interessante e forse più vivace della precedente (di lunedì).
4/3/1963
S.Comunione in camera.
Seduta della sottocommissione "De Laicis". L’ho presieduta. Sono rimasto alzato per questi […]
Mi telefona il Card. Ottaviani per chiedere mie notizie.
9/3/1963
Adunanza di Commissione.
Messa a S.Marta. Andò bene e fu conclusiva per quanto riguarda il cap. "De Laicis".
A pranzo con me Mons. Franic, Mons. Spanedda, Mons. Schauf.
Lungo colloquio di due ore con Monsignor P.Palazzini a S.Marta.
3/6/1963
Decido di recarmi a Roma e –malgrado qualche esitazione da parte di Segreteria di Stato- per benevolo interessamento di Mons. Loris Capovilla riesco ad entrare nella camera del S.Padre.
Gli tengo stretta la mano che bacio e gli chiedo la benedizione per la Dioc. di Firenze e per me.
Mentre viaggio in treno per ritornare a Firenze vengo a sapere che alle 7.49 di stasera egli moriva.
4/6/1963
[un ritaglio del Giornale del Mattino]
28/8/1963
Celebro nel medesimo luogo di ieri.
Intervengo, quasi in modo violento, in una discussione. Dopo ho potuto riparare alla meglio.
Certo c’è da riflettere seriamente sui nuovi schemi!
Sono eletto capo di una commissione dottrin. Per l’Episcopato ital. I membri sono 10.
Udienza pontificia la sera tarda a Castelgandolfo.
II sessione (29 settembre-4 dicembre 1963)
18/11/1963
Congregazione generale.
Interventi ad alto livello sullo schema "De Oecumenismo".
Adunanza plenaria della Teologica. Miei interventi insulsi. "Bonum mihi Domine quia Humiliasti me!"
19/11/1963
Congregaz. generale.
E’ fatto anche il mio nome. Ma sono tanti gli interventi,sono tra gli ultimi.
A pranzo coi Vescovi Belgi.
28/11/1963
Per intervista chiesta da un confratello di P.Abbot:
Il Concilio supermezzo di trasmissione sociale
Incontro con Vescovi francesi a Firenze
Con gli Ebrei convertiti (24 n.) (un arabo […])
Con i laici a Firenze
Con i Vescovi Cileni
Con quelli francesi al seminario
Con ambasciata australiana
Congregazione generale pesante. Elezioni di nuovi membri di Commissioni Conciliari.
Prima adunanza della Sottocommissione 5a. Miei interventi un po’ confusi.
Accetto e firmo l’atto di donazione della S.Sede fattomi del Palazzo Pucci (per opere Diocesane). Mons. Guerri ha firmato per la S.Sede.
II intersessione
20/1/1964
Lavoro per la adunanza di stasera. Esco per un’ora per l’acquisto di qualche libro.
L’adunanza è stata fraterna, anche se talvolta un po’ vivace. Presenti Mgr Parente, Schropher, Volk, Heuschen e io con una quindicina di periti.
Finita la discussione del cap.II (Schema "De Ecclesia"), num. 16 (De collegialitate Episcoparum ad relationibus cum Capite), si comincia col num. 17 (De relatione collegi episcoparum cum singulis episcopis).
22/1/1964
A casa in mattinata; adunanza come ieri. Si esauriscono le emendazioni del num. 17 e si esamina il num.18 (De muneribus, vel de ministerio Episcopatorum). Sono intervenuto più volte.
Discussione un po’ confusa da parte di taluni periti.
Ormai ho potuto individuare il carattere dei singoli. Alcuni esuberanti, sentimentali, altri più profondi e pacati. I Vescovi intervengono raramente e sono molto dignitosi. Il più vivace forse Mons. Parente, ma di tono amichevole.
23/1/1964
Stamani 4a adunata di teologi al S.Uffizio. "Emendationes in num. 19 cap. II (schema De Ecclesia). Mi sono scoperto fiacco e fiaccamente mi sembra sono
[illegibile]
A pranzo dai nipoti Francesco e Adriana. Con loro i due rampolli Marco e Paolo e due altre nipoti Elide e Reginella.
10/3/1964
Discussioni mattina e sera interessanti (sempre sullo schema De Ecclesia: Cap. De Laicis ).
Miei deboli interventi.
11/3/1964
Discussione un po’ fiacca. Nessun intervento mio (al di fuori di uno incerto) su questioni di fondo. Questo stamane.
Stasera in seduta (Ia) di sottocomm. a S.Marta vengo eletto Presidente di sottoc. particolare (per la revis. dello schema De revelat.[ione] et Tradit[ione]).
Per il prossimo aprile si tratterà di una battaglia importante.
Dovrò parlare chiaro anche se umilmente.
16/4/1964
Intervengo brevemente nella mattinata e più a lungo nella seduta conciliare. Però non
brillantemente. Ero stanco. Parlai perché invitato dal Card. Ruffini.
17/4/1964
Rimango nell’Istituto nella mattinata.
Incontro col Card. Confalonieri verso le 13. Nel tardo pomeriggio nuovo incontro col P.Betti.
Sono molto preoccupato per l’andamento della Sottocommissione "De Revelatione" nella settimana prossima.
20/4/1964
Partono per Padova le due nipoti.
Parto per Roma. Alloggio a Via Orsini 15 (Suore di S.Marta).
La sera alle 16.30, adunanza della sottocommiss. Incaricata di esaminare lo schema De Divina Revelatione. Ci si accorda sulla procedura del lavoro.
21/4/1964
Alle ore 16 la sez.ne presieduta da me, inizierà l’esame del nuovo testo-base per il proemio (che diventa capitolo) dello schema De Revelatione. Presiedo io stesso.
Nella mattinata ho letto voti di Padri e Relazioni di periti.
22/4/1964
Continua, nella seduta da me presieduta, la discussione del proemio. Alla fine propongo un testo breve di P.Betti per il nuovo proemio dello schema. Viene accettato: e si conviene nel trasformare il proemio-nuovo testo in un capit[olo].
La sera riesco (per il capo 2: il punto cruciale) De Tradizione (nel cap II, De revelationis trasmissione) a far accettare come testo base quello del P.Betti che si basa molto sul mio voto.
23/4/1964
Giornata importante. Sembrò che i "Lovanienses" volessero sostituire il testo base di P.Betti. Dissi chiaramente: se questo era l’intento, si facesse per conoscere apertamente. L’ostacolo fu superato con la chiara presa di posizione mia e di P.Betti.
Si proseguì la discussione e il voto con lievi emendamenti passò. Deo
gratias. P.Betti tenne fronte a un Rahner, Congar, Butler, ecc.
Nel pomeriggio, vacanza.
24/4/1964
In mattinata la intera sottocommissione esamina il nuovo proemio, i capit[oli] 1 e 2 del De Revelatione.
Il testo è passato. P.Betti si è mostrato molto preparato. Pochi gli emendamenti e secondari.
Nella serata, alle 17, si esamina il cap. 3 dello schema. Tra non poche difficoltà ed emendamenti viene approvato.
25/4/1964
Seduta conclusiva a S.Marta. In Vaticano s’inizia alle 9 e si termina alle 12.15.
Pochi e secondari i miei interventi. Ha presieduto Mons. Charue. Si
esaminarono i capitoli 4, 5 e 6. Si completò l’esame del 3 capit.
A pranzo con me il P.Betti.
Rivedo i nipoti dell’Argentina dott. Renzo e Norma, portati all’Istituto S.Marta dal nipote Francesco.
Alle 10 parto per Firenze,dove arrivo alle 11. Nulla di nuovo in città e in diocesi.
31/8/1964
Nota
Toccherà a me di riferire su "De Revelatione":
"Au ce qui Vous concerne, sur la partie del De Revelatione, qui regarde la Tradition. Comme le Chapitre doit ancore è tre discutè, il me sembre surtant utile l’expliquer on Peres l’esprit general et la structure du document".
Mons. Philips Segret. adjuont. d. la Comm. Teolog.
III sessione (15 settembre-20 novembre 1964)
30/9/1964
Ho tenuto la relazione circa cc. I e II de "Schemate Divina Revelationis". Fu applaudita; ma sembrò ardita. Temo per la responsabilità che mi sono assunto (1).
A pranzo presso l’Ambasciata di Francia presso la S.Sede (presente anche il Cardinal Lefebre e 4 Vescovi Francesi.
In Via d.Conciliazione 1, ho partecipato ad una seduta del CEIAL.
(1). Mi conforta il fatto di aver parlato a nome della maggioranza della Comm. Dottrinale e con la sua approvazione.
6/10/1964
Ultimi interventi contro lo schema nuovo del De Revelatione. Si distinsero in ciò Vescovi italiani e spagnoli, più un brazileno.
20/10/1964
Oggi si è iniziata la discussione del C[apitolo] XIII, che tutti credono il più importante. Si accetta lo schema proposto, solo come base di discussione.
Interessanti gli interventi del Card. Meyer e Lercaro.
Stasera presiedo la sezione A della Sottoc. che esamina lo schema "De Revelatione Divina".
P.Betti, relatore del Cap II; mi sono mostrato forse un po’ debole.
21/10/1964
Alle 10.30, sortì [sic] dall’Aula Conciliare e mi reco a S.Marta per una adunanza seconda di emendamento dei cc. I e II dello schema "De Revelatione".
Nel pomeriggio adunanza terza circa idem. Andò così così; interventi vivaci.
A cena nel Seminario Francese il gruppo italiano (Motolese , Carraro, Carli e io) col gruppo francese di Firenze. Alla festa il Card. Lefebvre.
La iniziativa=mantenere contatti fraterni fra vescovi di diverse nazionalità è meritevole di esser continuata.
22/10/1964
Alla mattina lascio l’aula conciliare e di nuovo a S.Marta per l’emendamento del capo I De Revelatione.
6/11/1964
Il S.Padre apre la 116a Congregaz. Generale. Tenne un breve sermone in cui elogia lo schema "De Activitate Missionali".
Partecipo a una adunanza plenaria della "Dottrinale".
7/11/1964
Partecipo alla 117 Congreg. Gener. Ma esco alle ore 10.
Seppi che non ha prodotto buona impressione nell’opinione pubblica l’intervento di due Card. Sulla questione dell’uso del matrimonio. Troppo audaci le loro idee. Ma forse non furono in tutto ben compresi.
Parto per Firenze, dove arrivo alle ore 20.15.
9/11/1964
Riparto per Roma. Porto con me il vescovo di Mogadiscio che era ospite delle Sorelle della Consolata, a S.Giusto a Signano.
Pioggia lungo tutto il viaggio e tuttavia in due ore e mezza s’è fatto il percorso.
Nel pomeriggio, in vaticano, partecipo alla plenaria per l’esame della dichiarazione "De Libertate Religiosa". Non ho preso la parola.
10/11/1964
Congregazione generale pesante. Ho un po’ dormicchiato.
Stasera adunanza plenaria della Commissione teologica. Si sono esaminati gli emendamenti accettati dalla Commissione per i capi 1 e 2 dello schema "De Divina Revelatione". Sono intervenuto più volte nella discussione, essendo stato presidente della sezione 1a della sottocommissione. Forse lo schema emendato soddisferà di più.
N.B. Qui è allegato un ritaglio della "Nazione" con una nota fasulla. Discende da La Pira per il suo aperturismo comunistante e per il suo azionismo, non approvo l’esposto in questo.
11/11/1964
Interessanti interventi oggi alla Congregaz. gener. del Concilio.
12/11/1964
Alle 11 lascio l’aula Conciliare. Siamo convocati in plenaria (i componenti la Commissione Dottrinale) per alcuni ritocchi (in textu et in notis) del cap. 3 dello schema "De Ecclesia" desiderati in "altissimo loco".
Ceno presso i nipoti Francesco e Adriana con Mons. Pizzeni Vescovo di Terracina e D.Nencioni, segretario.
16/11/1964
Intervengo alla Congregazione generale.
Arriva Mons. Vescovo Ausiliare. Mi reca un’ennesima prova del come l’on. La Pira sia poco disposto a obbedire alle direttive della Gerarchia. Ciò, almeno questa volta, risulta anche dal suo giornale (Giornale del Mattino).
Arriva stasera anche Mgr. Bianchi, mio Vescovo Ausiliare.
18/11/1964
Sull’Osservatore Toscano di domenica 15 novembre 1964, è stata pubblicata una lettera del Patriarca Atenagora indirizzata a me. L’indirizzo del Patriarca è:
RUM PATRIKHANESI
H.Fener-Istanbul
Turkiye
La lettera suddetta mi è stata consegnata in Aula Conciliare mediante l’arc[ivescovo] coad[iutore] di Rio de Janeiro, dall’Archim. Andrea Scrima, rappresentante personale di S.S. il Patriarca Atenagora.
Oggi mio commensale S.Em.Mgr. Cialco, Vescovo missionario nel Pakistan e già prof. di filosofia nel Pont. Ateneo Lateranense.
19/11/1964
Congregazione Generale con molte votazioni. Clamorosa un poco, per i ripetuti applausi nei riguardi del relatore di uno schema ancora forse non maturo (De libertate religiosa).
Venne comunicato che si doveva differire la votazione alla 4a sessione.
21/11/1964
Pensieri:
Oggi giornata storica. Partecipo alla Congregaz. pubblica, che in S.Pietro ha chiuso la 3a Sessione del Concilio Ecumenico Vatic. II. Concelebrazione della Messa fatta dal Papa e da 20 Vescovi.
Votazione e promulgazione di tre documenti Conciliari:
1)De Ecclesia (8 capit.): da solo basterebbero [sic] a giustificare il presente Concilio.
III intersessione
30/3/1965
Seduta come sopra. Si sono esaminati i numeri 1-6.
In precedenza si discusse sul caso di un perito olandese domenicano che si è espresso poco bene nei riguardi della nostra Commissione. Ho consegnato il mio parere in iscritto.
Ho cenato all’Hotel Columbus col Card.Tisserant, S. Em. Morchi che mi comunica come a Firenze sia stato sostituito (come reggente dei Cavalieri dell’Ordine del S.Sepolcro) il Comm. Pancrazi con il Comm. Bignalli di Prato. Vorrebbero che si cambiasse anche Mons. Calzi. Ad quid? Per quel che c’è [cancellato]
Alcuni miei interventi che non sembrano esser stati di rilievo.
Alcuni vescovi esteri di ambe le Commissioni si sono mostrati valenti in materia sociale; Mgr. Philips poi ha portato il pondus dei et aestus.
31/3/1965
destinata a tramontare.
Interessante la seduta di oggi alla plenaria. Sono intervenuto due volte la mattina e due stasera.
Stasera ho dichiarato che vedo opportuna non una nuova condanna del comunismo, ma una segnalazione per i fedeli dell’essenza ateistica del comunismo e della pericolosità grave del medesimo.
A pranzo il P. van Strooten.
1/4/1965
Diversi interventi in questo giorno; ma non molto decisi. Ho rilevato che al num. 40 dello schema non si dovrebbe parlare di Galileo Con me Parente; ma contrari i più. Cosa strana. E mi sembrava un ferrovecchio! .
Pensiero:
I dolori di Cristo, in questi anni a un tempo stesso meravigliosi e difficili per la chiesa, sono il nostro conforto, il nostro specchio quotidiano, il fondamento insostituibile della nostra pace e della gioia cristiana!
A questa scuola dobbiamo tutti formarci.
Oggi a pranzo nel Pont. Collegio Canadese: Quattro Fontane n.117- Roma.
3/[nel ms è indicato il mese di febbraio]/1965
Oggi ho scritto al S.Padre, Paolo VI, per proporgli umilmente di ridurre e semplificare il guardaroba Cardinalizio. La lettera appellava anche a voti di Padri del Concilio. Chiedo anche che si possa fare a meno di corte, e di gentiluom.
29/7/1965
Celebrato presso le Monache Benedettine con omelia. Do 10000 lire a un universitario siriano e 10 mila a […]
Mi reco alla "Verna" del P.Betti. Concordiamo in linea di massima la relazione 3a per lo schema "De Revelatione Divina".
IV sessione (14 settembre-8 dicembre 1965)
12/10/1965
Congregazione generale. Alcuni interventi importanti.
Nel pomeriggio partecipo alla seduta della CEI. Sono molto raffreddato e con la voce rauca.
A tarda sera e mentre mi trovo alla seduta della CEI sono chiamato d’urgenza in Vaticano. Alle ore 20.30 sono introdotto in udienza dal S.Padre, che durò fino alle 21.30.
Si trattava dello schema "De Divina Revelatione". Gli ho manifestato il mio modesto parere su tre punti relativi ai numeri 9,11 e 17 (riguardanti la Tradizione, la "Salutaris Veritas" e la storicità dei Vangeli).
14/10/1965
Congregaz. generale con un incalzare di votazioni.
Molto ben congegnata la relazione del Card. Bea sullo schema "De Relatione ad non Christianos". L’assemblea ha per una parte notevole applaudito.
Mons. Alessandro Piazza, Vescovo di Albenga, su mio invito è stato da me. Gli ho parlato del progetto di una "Vulgata ufficiale italiana" della Bibbia per uso liturgico, catechetico e pastorale . Egli dovrebbe fare il segretario di una Commissione formata dal sottoscritto (specie per la parte biblica) e Card. Colombo, specie per la parte letteraria.
19/10/1965
Concelebro con don Paolo.
Presiedo l’adunanza dell’Episcopato Toscano in Piazza Adriana, 21; arg.[omento]: sulla legge del digiuno e astinenza. Intervengo a una
adunanza della presidenza della Commissione Teolog.
Nel pomeriggio partecipo a parte dell’adunanza della CEI.
Indi, in Vaticano, a una plenaria della commissione dottrin[ale]. Presente il Card. Bea, dietro invito del Papa, espresso in lettera in cui si manifestavano delle perplessità. Erano i tre punti che avevo indicato in udienza privata, martedì scorso. L’intervento del Card. Bea è stato decisivo.
21/10/1965
Stamane alle ore 10.30, S.Em. Colombo mi ha chiamato per incarico del S.Padre per chiedermi se sia il caso di restare tranquilli e se io personalmente ritengo adeguate le modifiche adottate martedì sera, ore 19.30, durante la Seduta Plenaria della Comm. Teol. Erano tre testi, da me segnalati al S.Padre, come insufficenti, o ambigui, dello schema "De Revelatione divina".
Stasera alle ore 17.30, ho consegnato alla Segreteria generale la relazione sullo schema "De Revelatione divina" cc.1-2, perché venga stampato e inserito nell’opuscolo che riporta lo schema.
29/10/1965
Stamane verso le ore 10.30, ho letto la relazione in Congregazione generale sullo Schema "De Divina Revelatione" cc. 1-2. Ero abbastanza in linea.
Mi muovevo su un terreno scabroso. L’effetto sembra essere stato buono. Neppure (nella votazione "De integro schemate") 30 voti contrari: in tutto 24 (dico ventisette).
Il Signore si è degnato darmi questo grande immenso conforto. Raccoglierò in un fascicolo le tre relazioni.
Penso che questo schema segna una data storica nella vita della Chiesa, nello studio della Bibbia e nella storia dell’Ecumenismo.
Deo gratias!
30/10/1965
Partecipo in S.Marta ad una riunione (la 6a a cui partecipo nei riguardi dello schema 16) plenaria (Comm. Teologica e Comm. Apostolato laici) e faccio un intervento molto ascoltato.
Udienza concessami da Paolo VI (40 minuti: Concilio; schema de Revelatione- Schema 13- La Pira, D.Milani e processo ecc.). Il S.Padre mi ha donato un fac simile meraviglioso (con affettuosa dedica) del Nuovo Testamento del Codice 13 (vaticano, greco-maiuscolo, sec. IV) e una copia della Divina Commedia (la offrirà a tutti i padri).
Non è stato in grado di accettare l’invito di una sua presenza a Firenze per il 14 nov.
Udienza molto cordiale.
Pranzo presso i nipoti di V.Marconi. Parto per Firenze.
11/11/1965
Partecipo alla Congregaz. generale. Molte votazioni. Parecchio disinteresse per quanto riguarda le relazioni sulle indulgenze. Così almeno mi è sembrato.
Solo il Card. Dopfner è stato applaudito molto, anche da "Osservatori".
18/11/1965
Concelebriamo oggi in 5. Negli altri giorni generalmente in tre.
Sessione pubblica solenne.
Vengono definitivamente approvati gli schemi "de Divina Revelatione" (da oggi Costituzione Dogmatica) e De Apostolatu laicorum. Il primo
ebbe 6 voti contrari, il secondo 2.
Per me è stata una grandissima e gioiosa giornata! Quanto è costato la stesura dello schema "De Divina Revelatione"!
Al "Columbus", primo incontro dei capi o presidenti di Conferenza Episcopali Europee [sic]. Atmosfera fraterna. Io feci un faticoso intervento.
Presiedevano il Card. Lienart e il Patriarca di Lisbona.
Tornato a casa trovo che il prof. Larritto (Università di Padova) ha fatto una lusinghiera recensione sulla tesi di laurea della mia nipote Renata Florit. Vedi ritaglio allegato. Così ho un nipote medico, Renzo Buttazzoni (Argentina) e una nipote laureata in lettere. Che possano e sempre vogliano ben vivere e ben sperare.
19/11/1965
Oggi si è votato sullo schema "De Libertate Religiosa". Molto migliorato, ma non del tutto soddisfacente. E’ il testo conciliare che mi ha lasciato perplesso. Speriamo in un qualche "modus" ipsius Summi Pontificis, prima che si arrivi alla votazione definitiva.
Molte visite oggi.
20/11/1965
Ho concelebrato con due vescovi e Mons. Palloni e il Segretario Don Giuliano. Cerimonia di vestizione di una postulante e professione di tre novizie (di Firenze una, di Poggibonsi le altre due).
Alle ore 16, dopo un’udienza pontificia (vedi allegato) parto per Firenze.
Porto con me l’amarezza di veder lo schema 13 non troppo emendato e redatto in un latino che non si fa leggere molto volentieri. In compenso è ricco di dottrina nella prima parte, e di attualità nella seconda.
Mi piace trovarvi enunciazioni di eccezionale importanza. Dove si tratta dell’ateismo vedo accettato un voto espresso in un mio intervento.
Piace anche che il concilio si preoccupi più d’invitare gli erranti che di promulgare o scagliare condanne di errori.
25/11/1965
Stamane nella Sala delle Congregazioni in Vaticano per una adunanza della Pontificia Commissione per la revisione del Codice di diritto Canonico. Breve mio intervento. Propendo per il codice Angelico (Chiesa latina e Orientali) con in comune un codice fondamentale-costituzionale.
Seduta plenaria qui stesso, nel pomeriggio, della Commissione Mista.
Ho potuto rilevare che qualcosa ho potuto ottenere nello schema 13, num.56 in favore di coloro "minores qui propria familia infeliciter carent".
1/12/1965
E’ stato [sic] una bella occasione l’aver avuto oggi commensali i Fratelli di Taize, Roger Schulz, Priore; e Max Thurian Vice-Priore. La nostra conversatio fu sempre di cose religiose.
[elencati 4 nomi,tra cui Antoniutti]
L’adunanza della CEI di stasera mi fu di nuovo un po’ faticosa.
Mi trovai solo a sostenere che si può adottare il Clergyman per il nostro clero.
6/12/1965
168a Congregazione Generale e ultima.
Si vota in grande maggioranza tutto lo schema 13 (voto globale).
Viene distribuita copia della Costituz. Dogmat. "De Divina Revelatione" e si scopre un errore (che si dubita sia di stampa) nel cap. II, num. 7 "communicans" invece che "communicantes", riferito agli Apostoli.
Con Ottaviani notifico la cosa alla Segreteria generale. E’ modifica che cambia il senso.
Stasera Udienza del S.Padre all’Episcopato Ital.
7/12/1965
Ultima solenne sessione del Concilio. Approvazione degli ultimi schemi.
Il S.Padre pronuncia un discorso mirabile. Atto di riconciliazione tra Oriente e Occidente che prelude ad altri eventi di importanza ecumenica.
Si apre una nuova era della storia della Chiesa e del mondo. E’ stata una giornata carica di storia e di profezia.
Nel pomeriggio in Via del Plebiscito, num. 107, presso la Comunità di Taizè (Francia) presento il libro "La dinamique du Provisoire" di Roger Schulz, priore di detta "comunità".
Al Columbus, pranzo con elementi dirigenti dell’Ordine del S.Sepolcro e miei amici.
8/12/1965
Solenne chiusura del Concilio Ecumenico Vatic. II.
Messa (sul sagrato), del S.Padre; grande moltitudine. Omelia (fatta di saluti commoventi).
Sette messaggi, letti da Cardinali.
Tempo prima splendente, poi nuvoloso, ma con schiarite di tanto in tanto. Momenti indimenticabili. (ho conservato i giornali che ne parlano -nota fatta il 10 dic.)
Parto per Firenze con Monsignor Vicario e vescovo ausiliare, e i due segretari.
Festosa accoglienza a Firenze. Messa e omelia in Duomo.
Stanco, ma soddisfatto e sorretto da buone speranze. Riposo a Villa Bifonica, non essendo ancora terminati i lavori di restauro in Arcivescovado.
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